CATANIA 30 novembre 2014: SIT-IN BOMB JAMMER PER NINO DI MATTEO E LA SCORTA. ORE 9.00-13.00

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NEL 70° ANNO DELLA RESISTENZA DURANTE LA FESTA DEL TESSERAMENTO ANPI CATANIA.

L’ANPI  OSPITERA’ IL SIT-IN IN SOLIDARIETA’ AL P.M. NINO DI MATTEO E LA SUA SCORTA.

PAX CHRISTI SARA’ PRESENTE CON UN SUO BANCHETTO.

La storia proibita di Mario Mori dal Sid alle aule dei tribunali da: l’ora quotidiano

INCHIESTA. La carriera del generale, nei documenti che la Corte d’appello di Palermo ha scartato riaprendo l’istruttoria dibattimentale nel processo per la mancata cattura di Provenzano. Il promettente debutto del giovane capitano nel Sid nel ’72 e l’allontanamento improvviso nel ’75. L’ex 007 Maletti dal Sudafrica: “Era vicino all’estrema destra”

di Giuseppe Pipitone

23 novembre 2014

Questa è una storia che non doveva essere raccontata, che doveva rimanere segreta, dimenticata  nei rivoli di un passato vecchio di quarant’anni, custodita negli archivi polverosi dei servizi segreti. Una storia che conosciamo soltanto perché i pm  Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia hanno preteso di entrare negli archivi dell’Aisi, l’agenzia informazioni per la sicurezza interna, acquisendo il fascicolo personale di Mario Mori, l’ex generale del Ros, imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia. Quei documenti, che ricostruiscono il segmento iniziale della carriera del generale, rimarranno però fuori dal processo d’appello in corso a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano: in primo grado l’ex generale è stato assolto. “Mori ha sempre mantenuto il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte” ha detto  il pg Roberto Scarpinato chiedendo la riapertura della fase dibattimentale del procedimento. Una richiesta accolta in parte, dato che il presidente della corte Salvatore Di Vitale ha deciso di tenere fuori dal processo i documenti che ricostruiscono la carriera di Mori al Sid, il servizio informazioni della difesa, l’antenato del Sismi. Ecco cosa raccontano le carte sequestrate negli archivi dell’Aisi e in possesso dei pm di Palermo.

La P2, Gelli e i rapporti con Pecorelli nei verbali dell’ex 007 Venturi

Prima dell’arresto di Totò Riina, prima della mancata perquisizione del covo del capo dei capi, prima della carriera nell’antiterrorismo al seguito di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mori era infatti un giovane e brillante capitano dei carabinieri, che nel 1972 viene chiamato a lavorare nei servizi da Federico Marzollo, il capocentro del Sid a Roma. All’epoca il direttore del Sid è il generale Vito Miceli, iscritto alla P2, poi coinvolto nell’inchiesta sul Golpe Borghese. “Mori venne mandato a lavorare nel mio ufficio ma rispondeva soltanto a Marzollo stesso: era il suo pupillo” ha raccontato ai pm Mauro Venturi, capo della segreteria raggruppamento centri di controspionaggio a Roma negli anni ’70. L’ex 007, deceduto poche settimane fa, agli inquirenti ha raccontato anche altro. Come i rapporti che Mori avrebbe intrattenuto con Mino Pecorelli, il direttore di Op, il periodico Osservatore Politico, considerato vicino ai servizi, poi assassinato nel 1979. “Mori – sostiene Venturi – aveva un vizio per gli anonimi: si recava presso l’agenzia di Mino Pecorelli per scriverli”. Le peculiarità del futuro generale però non si fermano qui: ”Mori – prosegue Venturi – eseguiva intercettazioni abusive sui suoi superiori”. E secondo l’ex collega 007 ci sarebbe anche un fil rouge che collegherebbe l’allora giovane 007 a Licio Gelli.  “Mori – dice – cercava di convincermi ad iscrivermi alla P2, dicendo che non era una loggia come le altre del passato. Mi disse che in quel momento storico Licio Gelli era intenzionato come non mai ad affiliare personale del Sid. Mi propose di andare a trovare Gelli, dicendomi che io da toscano gli sarei stato simpatico. Visto che io ero titubante, mi disse che gli appartenenti al Sid per garanzia sarebbero stati iscritti in liste riservate”.

Il dottor Amici, Ghiron e i rapporti coi neri 

L’ex 007 Venturi è stato interrogato dai pm palermitani dopo l’acquisizione del fascicolo personale di Mori negli archivi dei servizi. Un fascicolo che gli inquirenti hanno potuto ricostruire nel dettaglio, dopo avere scoperto che il generale, negli anni ’70, utilizzava una falsa identità con tanto di patente di guida, intestata al dottor Giancarlo Amici: negli archivi degli apparati, alcuni documenti erano protocollati solo con quel criptonimo, senza alcun riferimento alle vere generalità di Mori. Una falsa identità era nelle disponibilità anche di Gianfranco Ghiron, fonte fiduciaria di Mori, nome in codice “Crocetta”, vicino agli ambienti della destra eversiva, fratello di Giorgio Ghiron, che anni dopo diventerà l’avvocato di Vito Ciancimino. Ed è proprio da un verbale reso da Gianfranco Ghiron a Brescia nel 1975 che gli inquirenti trovano traccia di una triangolazione tra Mori, Gelli e lo stesso Miceli. Durante quell’interrogatorio, Ghiron mostra agli inquirenti bresciani una lettera, datata 5 novembre 1974, firmata da un tale Piero, criptonimo di Amedeo Vecchiotti, estremista nero che in quegli anni era una fonte dei servizi. “La settimana prossima – si legge nell’appunto recuperato dai pm – Licio Gerli (probabile refuso per Gelli n.d.a.) scapperà all’estero tra la Francia e l’Argentina: la prego di avvisare il dott. Amici (ovvero il criptonimo Mori n.d.a.). Ciò perché se la partenza di Gerli danneggia Mister Vito (inteso Miceli n.d.a) lo fermino, oppure se è meglio che se ne vada lo lascino andare”.

Il gruppo dei sei, l’ostracismo forzato e il processo Borghese

Tra i documenti top secret recuperati dagli inquirenti c’è anche una relazione, redatta dalla fonte dei servizi Gian Sorrentino negli anni ’70, che rivela l’esistenza di un gruppo organico e attivo all’interno del Sid, nato per ostacolare le indagini del reparto D, ovvero il controspionaggio, sulla destra eversiva. Di quel gruppo  avrebbero fatto parte sei persone, tra cui Marzollo, Ghiron e lo stesso Mori. Messo a conoscenza di quella relazione dai pm di Palermo volati in Sudafrica per interrogarlo, Gianadelio Maletti, l’ex capo del reparto D del Sid negli anni ’70, ha dichiarato di non averla mai vista e di non essere mai stato a conoscenza dell’esistenza di quel gruppo segreto. “Le inclinazioni politiche di Mori, però, mi erano chiare” ha detto Maletti, riferendosi alla vicinanza del generale con l’estrema destra.  Nell’archivio dell‘Aisi, infatti, gli inquirenti hanno trovato un appunto redatto dallo stesso Maletti nel 1975. Contiene la richiesta indirizzata al direttore del Sid Mario Casardi (che aveva preso il posto di Miceli) per allontanare dai servizi Mori e tenerlo lontano dalla capitale. Una richiesta inedita, perché accompagnata appunto da quel divieto a prestare servizio nella capitale: perché a Mori viene interdetto persino di prestare servizio a Roma? Casardi accetta la richiesta di Maletti, e anche l’Arma dei carabinieri segue l’ordine del Sid: nel 1975 Mori viene quindi spostato al nucleo radiomobile di Napoli. Poi nel 1978, tre anni dopo l’ostracismo, l’Arma prova di nuovo a spostarlo a Roma. Prima, però, in maniera abbastanza irrituale, chiede il parere del Sid. Che risponde con un appunto in cui spiega che Mori non potrà rientrare in servizio nella capitale prima della fine del processo sul Golpe Borghese. Per quale motivo? Rimane un mistero. All’epoca il processo sul golpe organizzato e mai attuato dal principe Junio Valerio Borghese inglobava anche l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, aperta dal pm di Padova Giovanni Tamburino e poi  “scippata” dalla Cassazione e affidata al pubblico ministero romano Claudio Vitalone. Uno degli ultimi atti compiuti da Tamburino prima dello ”scippo” è proprio la richiesta al Sid di una fototessera di Mario Mori. Che arriverà a Padova quando l’inchiesta sarà ormai approdata a Roma. Alla fine del processo sul golpe Borghese tutti gli imputati usciranno assolti nel luglio del 1978. Pochi mesi prima Mori è già tornato a lavorare a Roma, dove va a comandare la sezione antiterrorismo del reparto operativo. Il primo giorno di servizio è il 16 marzo del 1978, quando in via Fani le Br rapiscono Aldo Moro, massacrando la scorta.

Roma, destra e leghisti ancora insieme nella protesta razzista all’Infernetto Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il caso del centro di accoglienza immigrati assaltato a Tor Sapienza si sposta all’Infernetto, estremo sud della città prima del mare, e oggi in piazza sono scese alcune decine di abitanti e alcuni manipoli di ultradestra. Un sit in razzista in cui erano più consiglieri comunali e rappresentanti politici, e relativi codazzi, che cittadini. L’unica cosa che si è capita è il “No” al trasferimento di una parte dei migranti nel quartiere. Un sit-in di Forza Nuova si era svolto davanti a X Municipio di Roma, alla stazione Vecchia di Ostia, con la parola d’ordine ‘Prima gli italiani’. In via Salorno all’Infernetto, invece, davanti alla struttura dove si trovano i minori trasferiti da Tor Sapienza, ha manifestato CasaPound con l’europarlamentare leghista Mario Borghezio, appoggiato dal movimento alle ultime elezioni. “Qui c’è gente pronta ad intervenire – ha detto l’esponente della Lega Mario Borghezio -, ci sono braccia, cuori, bandiere e aste più pesanti di queste pronte a difendere il territorio”.

Ieri Borghezio – che alle ultime Europee ha fatto campagna nelle periferie romane – era stato contestato al corteo dell’Eur contro la prostituzione e pregato di mettersi in coda. Tra i manifestanti anche esponenti del centrodestra, come il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, l’ex vicesindaco del Pdl Sveva Belviso – ora leader di Altra Destra – e Luciano Ciocchetti di Forza Italia. Un avvicinamento tra il centrodestra e il Carroccio dimostrato pure dall’attivismo di Marco Pomarici, ex presidente Pdl dell’Assemblea capitolina e ora consigliere comunale a Roma della ‘Lega dei Popoli con Salvini’. Ha annunciato la costituzione del gruppo anche ad Anzio e Albano, in provincia di Roma.
“Qui oggi in piazza ci sono gli italiani stanchi che non si arrendono – sottolinea Simone Di Stefano, già candidato alle scorse
regionali con Casapound -. Non accettiamo di essere continuamente additati come razzisti, siamo solo incazzati”. “Alcuni italiani non si arrendono”, si legge sul grosso striscione tricolore, mentre i manifestanti hanno urlato slogan come “Difendiamo la nazione, non vogliamo immigrazione” e “Il centro accoglienza non lo vogliamo”.

Forza Nuova ieri ha fatto parlare di sé per il manichino impiccato trovato sul cavalcavia adiacente la stazione di Lido Nord, a Ostia. “Il blitz di Forza Nuova a Ostia è un gesto ignobile che va condannato con fermezza da tutti. Si tratta di pura istigazione all’odio e al razzismo, che non affronta in alcun modo i temi dell’immigrazione e dell’integrazione. Sono certo che nessun cittadino dell’Infernetto si senta rappresentato da chi strumentalizza situazioni di disagio per veicolare contenuti razzisti inaccettabili.”, ha dichiarato il vicesindaco di Roma Capitale Luigi Nieri.

Parla Juan Fernandez: «Dal nostro movimento, una pedagogia della pace» | Fonte: Il Manifesto | Autore: Geraldina Colotti

Colombia. Parla Juan Fernandez, membro della commissione internazionale del Congreso de los pueblos«La Colom­bia si è abi­tuata alla guerra, ci vuole il tempo per dif­fon­dere una peda­go­gia della pace». Così dice al[/ACM_2] mani­fe­sto Juan Fer­nan­dez, mem­bro della Com­mis­sione inter­na­zio­nale del Con­greso de los pue­blos, uno dei due più impor­tanti movi­menti popo­lari, insieme a Mar­cia Patriot­tica. Lo abbiamo incon­trato a Roma, durante l’incontro di soli­da­rietà inter­na­zio­nale orga­niz­zato dall’Associazione Italia-Nicaragua.

Cos’è il Con­greso de los pueblos?

È un movi­mento sociale e poli­tico nato quat­tro anni fa in Colom­bia che trae ori­gine dalle lotte della Minga social y comu­ni­ta­ria e che è cre­sciuto man mano attra­verso le mobi­li­ta­zioni nel 2004, nel 2006, fino a che, nel 2010, diverse orga­niz­za­zioni si sono unite per dar vita al Con­greso. Un’organizzazione com­po­sta soprat­tutto da indi­geni e con­ta­dini, ma anche da sin­da­ca­li­sti, da comu­nità afro­di­scen­denti e da movi­menti urbani. È com­ple­ta­mente oriz­zon­tale, un pro­cesso più lento ma più sicuro. Ha quat­tro por­ta­voce a livello nazio­nale e uno per ogni tema: di genere, con­ta­dino, indi­geno… Ven­gono eletti in un’assemblea annuale e con­fer­mati ogni sei mesi. La com­mis­sione inter­na­zio­nale dipende da quella poli­tica, il mas­simo organo del Con­greso, poi ci sono la com­mis­sione sui diritti umani e quella sul tema della pace.

Quali sono le posi­zioni del Con­gresso rispetto alle due cin­quan­ten­nali guer­ri­glie colom­biane, Eln e Farc?

Siamo un movi­mento sociale e fun­zio­niamo su man­dato pro­ve­niente da un con­gresso nazio­nale. Vi sono stati due con­gressi, uno su terra e ter­ri­to­rio dal quale abbiamo tratto le diret­tive e le moda­lità di fun­zio­na­mento nei ter­ri­tori e un secondo che si è svolto a Bogotà a cui hanno par­te­ci­pato 25.000 per­sone che ha deli­be­rato sul tema della pace, prio­ri­ta­rio oggi in Colom­bia. Uno spa­zio che sta cre­scendo e che incon­tra la mobi­li­ta­zione di altre orga­niz­za­zioni popo­lari. Molte con­flui­scono nel Frente Amplio che si è costi­tuito durante le ele­zioni. Noi non abbiamo ancora deciso se farne parte per­ché il Frente è nato nella con­giun­tura poli­tica elet­to­rale per appog­giare la rie­le­zione del pre­si­dente neo­li­be­ri­sta Manuel San­tos e abbiamo paura che que­sto possa limi­tare o sof­fo­care le mobi­li­ta­zioni popo­lari. In ogni caso siamo con­sa­pe­voli che non dob­biamo tra­scu­rare la par­te­ci­pa­zione a uno spa­zio poli­tico più grande e ne stiamo discutendo.

Ai tavoli di pace le orga­niz­za­zioni di guer­ri­glia hanno insi­stito per­ché vi fosse una par­te­ci­pa­zione dei movi­menti sociali. A che punto stanno le cose?

La que­stione è stata ripe­tu­ta­mente posta, ma il governo non ha voluto cedere, finora hanno potuto par­te­ci­pare solo asso­cia­zioni delle vittime.

In Colom­bia c’è anche il movi­mento Mar­cia patriot­tica, quali sono i vostri rapporti?

In Colom­bia, nel 2013 e nel 2014 vi sono stati due grandi scio­peri, soprat­tutto con­ta­dini e popo­lari, il primo nell’agosto-settembre dell’anno pas­sato. E che è stato dura­mente represso: 14 morti e oltre 200 dete­nuti. Da allora tutte le orga­niz­za­zioni hanno comin­ciato a porsi il pro­blema dell’unità, a lavo­rare insieme e a dicem­bre hanno orga­niz­zato un grande incon­tro. Da lì è arri­vato un accordo fir­mato a marzo a Bogotà che si chiama la Cum­bre in cui 12 orga­niz­za­zioni si sono unite, tra que­ste noi, Mar­cia patriot­tica, movi­menti cri­stiani, l’Unione nazio­nale indi­geni (Unic), tutti i set­tori che ave­vano orga­niz­zato gli scio­peri, e che hanno da lì nego­ziato uniti con il governo: a mag­gio giu­gno di quest’anno e poi dopo le ele­zioni, in un incon­tro il 13 otto­bre. Con Mar­cia patriot­tica abbiamo ottimi rap­porti e lo stesso obiet­tivo – il socia­li­smo – ma anche per­corsi diversi.

Mar­cia Patriot­tica si pre­senta alle ammi­ni­stra­tive, e voi?

Il Con­gresso per ora non ha can­di­dati. Biso­gna però dire che c’è già un sena­tore che fa rife­ri­mento a noi, Alberto Castilla. Il Con­gresso non avalla uffi­cial­mente nes­sun can­di­dato né spazi poli­tici tra­di­zio­nali per­ché le sue ori­gini sono al di fuori delle isti­tu­zioni e da noi anche solo par­lare di movi­mento poli­tico richiama un per­corso elet­to­rale e viene rifiu­tato, sarebbe come negare quel che pensa la base. Però tutti sanno da dove viene Castilla, un diri­gente con­ta­dino, uno dei fon­da­tori del Con­gresso del popolo molto cono­sciuto e apprezzato.

Che pensa della cat­tura del gene­rale Dario Alzate da parte delle Forze armate rivo­lu­zio­na­rie colom­biane? Per­sino San­tos ha fatto notare che un gene­rale della sua leva­tura non poteva adden­trarsi senza armi e in abiti civili nelle zone con­trol­late dalla guerriglia

C’è un set­tore di estrema destra con­vinto che la guerra possa finire solo con la distru­zione dell’altro e che biso­gna fare come gli Usa in Viet­nam: terra bru­ciata. Un set­tore legato a Uribe, che non a caso ha annun­ciato il seque­stro molto prima del governo. Cre­diamo che que­sti set­tori di cui fanno parte anche grossi pezzi dell’esercito vogliano inter­rom­pere il dia­logo. Un gene­rale sa come ci si com­porta in zona di guerra. E uno come lui, con i suoi tra­scorsi, era senz’altro un pri­gio­niero di guerra molto ambito. I com­pa­gni delle Farc hanno però dato una grande dimo­stra­zione di pace pro­po­nendo di libe­rarlo per non inter­rom­pere il dia­logo. Il Con­greso e gran parte della società chiede un ces­sate il fuoco bilaterale.

Tutte le volte che la guer­ri­glia ha otte­nuto un accordo e ha par­te­ci­pato alla vita poli­tica è poi finita in tra­ge­dia, con un mas­sa­cro come nel caso della Union Patrio­tica. Quali garan­zie pos­sono nascere invece oggi dai tavoli di pace?

Non cre­diamo vi siano garan­zie per i movi­menti sociali all’interno della poli­tica tra­di­zio­nale, al mas­simo si può tro­vare un accordo sul con­flitto armato e si deve tro­vare. Noi pen­siamo che una volta tro­vato l’accordo arriva il periodo del post-accordo: un periodo di forte mobi­li­ta­zione sociale per arri­vare a cam­bia­menti strut­tu­rali che nes­suno farà per decreto: ci vor­ranno altri 10–15 anni di mobi­li­ta­zioni popo­lari prima di vedere dav­vero una svolta. Mar­cia Patriot­tica spinge per arri­vare a un’Assemblea costi­tuente, ma qui noi non siamo d’accordo: non cre­diamo che esi­stano le con­di­zioni in un paese in cui abbiamo solo 5 depu­tati di sini­stra. Ci vuole un pro­cesso di edu­ca­zione. La Colom­bia è un paese in guerra da cinquant’anni. Per un con­ta­dino, un indi­geno, è nor­male far parte della guer­ri­glia, pra­ti­care il sacro­santo diritto alla rivolta con­tro la vio­lenza dello stato. Uno stato che con­trolla tutto: i mezzi di pro­du­zione, la strut­tura mili­tare. Par­lare ora di Costi­tuente mi sem­bra pre­ma­turo e rischioso. Per que­sto il Con­gresso ha deciso di ini­ziare il per­corso per una peda­go­gia della pace. Ma per met­terla in pra­tica ci vorrà molto tempo. Sem­pre­ché non ci ammaz­zino e ci fac­ciano scomparire.

Toscana a tutto incenerimento Fonte: Il Manifesto | Autore: Riccardo Chiari

Visto con gli occhi del Pd toscan-renziano, il nuovo piano dei rifiuti urbani appena appro­vato dal con­si­glio regio­nale è un gran passo avanti nella gestione “vir­tuosa” del set­tore. L’assessora all’ambiente Anna Rita Bra­me­rini ricorda in ogni occa­sione che solo il 10% finirà in disca­rica, e che l’obiettivo è addi­rit­tura il 70% di rac­colta dif­fe­ren­ziata nel 2020, con solo il 20% da desti­nare alla “ter­mo­va­lo­riz­za­zione”. A prima vista desta quindi sor­presa la cri­tica della sem­pre più esi­gua mino­ranza dem, che anche dopo l’approvazione del piano insi­ste a chie­dere un cam­bio di rotta nelle poli­ti­che sui rifiuti. Ma forse suc­cede per­ché per­fino quelli dell’area cuper­liana, dopo almeno 15 anni di osti­nati silenzi sull’argomento, ormai costretti a gio­care in difesa osser­vano che sei, forse sette ince­ne­ri­tori sono dav­vero tan­tis­simi. A mag­gior ragione in una regione come la Toscana, i cui abi­tanti com­ples­sivi (3 milioni e 700mila) sono pari a quelli dell’area vasta mila­nese, o di Roma con i comuni contermini.

Per giunta, ai cin­que impianti di ince­ne­ri­mento da tempo in fun­zione — Ospe­da­letto a Pisa, Pic­chianti a Livorno, Pog­gi­bonsi nel senese, San Zeno ad Arezzo e Mon­tale a Pistoia – il piano dei rifiuti dà l’ennesimo via libera al grande “ter­mo­va­lo­riz­za­tore” di Case Pas­se­rini, alla porta di ingresso nord-ovest di Firenze. Un fat­tore deci­sivo, agli occhi di una Sel che pure è nella mag­gio­ranza che sostiene la giunta di Enrico Rossi, per dare un giu­di­zio nega­tivo sul piano. “Dispiace dover dare un voto con­tra­rio – ha fatto sapere sul sito di Sel Toscana il con­si­gliere Mauro Roma­nelli — ma pur­troppo due fatti troppo grossi lo hanno reso ine­vi­ta­bile. Non si può tacere su vicende come Case Pas­se­rini, e sulla non pre­vi­sione di ridurre la produzione”.

Su quest’ultimo aspetto – deci­sivo anch’esso — della que­stione, Monica Sgherri di Rifon­da­zione sgom­bra il cielo dalla nuvola del vero­si­mile: “Sulla pro­du­zione dei rifiuti, in Toscana si parte da dati di gran lunga supe­riori a quelli che già oggi regi­strano regioni come la Lom­bar­dia, il Veneto, il Pie­monte e altre ancora. Ma quel che balza all’occhio è che le pre­vi­sioni al 2020 con­te­nute nel piano sono di circa 100, 150 chili annui per abi­tante supe­riori ai dati del 2012, for­niti dall’Ispra, di que­ste regioni. In altre parole il piano si pone for­mal­mente obiet­tivi anche ambi­zioni, quelli del 70% di dif­fe­ren­ziata e del solo 10% da desti­nare alla disca­rica. Poi però li svuota, in pri­mis a causa del sovra­di­men­sio­na­mento della pro­du­zione dei rifiuti indi­cata. Tutto quanto è natu­ral­mente fun­zio­nale alla rea­liz­za­zione, e all’attività, degli impianti di incenerimento”.

L’approvazione dell’aula a una riso­lu­zione della stessa Sgherri che “invita” tutti i comuni toscani a dotarsi della tarif­fa­zione pun­tuale di paga­mento del ser­vi­zio rifiuti, “invi­tando” al tempo stesso gli Ato ad age­vo­larla con la rac­colta domi­ci­liare, non mitiga il giu­di­zio del Prc: “Il piano con­ferma che è stato inter­rotto il con­fronto par­te­ci­pato sul tema dei rifiuti, pro­messo e poi negato dal pre­si­dente Rossi”. Per giunta incom­bono le forti spinte toscane ad “assi­mi­lare” nella gestione di quelli urbani anche quelli spe­ciali. E in paral­lelo lo “Sblocca Ita­lia”, che nei fatti dà il via libera allo smal­ti­mento negli ince­ne­ri­tori dei rifiuti pro­ve­nienti da altre pro­vince, e addi­rit­tura da altre regioni. Una libera cir­co­la­zione della mon­nezza che ad esem­pio, agli otto ince­ne­ri­tori emi­liani, aggiunge i sei, sette toscani. Con una poten­ziale con­cor­renza deva­stante per le buone pra­ti­che del rici­clag­gio e del riuso, oltre che dell’ambiente.