Il colpo di grazia bipolare Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

La legge elet­to­rale che Renzi intende varare entro l’anno è un sin­tomo della crisi demo­cra­tica nella quale ci avvi­tiamo e un’avvisaglia di nuove regres­sioni. Al pari delle altre «riforme» isti­tu­zio­nali dise­gnate da que­sto governo e con­sa­crate dal patto con Berlusconi.

Il con­fronto è alle prime bat­tute e quanto si cono­sce del merito non con­sente ana­lisi det­ta­gliate. Tanto più che, inve­stendo la durata della legi­sla­tura, ogni discus­sione sulla mate­ria si sa come comin­cia ma non come andrà a finire. Tutti gli osser­va­tori però con­cor­dano che Renzi farà di tutto pur di por­tare a casa il pre­mio di mag­gio­ranza alla lista, in omag­gio alla «voca­zione mag­gio­ri­ta­ria» del Pd teo­riz­zata sette anni or sono da Vel­troni. L’idea è di por­tare final­mente a com­pi­mento, con l’istituzione di un regime bipar­ti­tico, la «rivo­lu­zione bipo­lare» avviata negli anni Novanta.

Come leg­gere tale pro­getto? Comin­ciando col met­tere in chiaro che bipar­ti­ti­smo signi­fica due cose.

In primo luogo, quanto il pre­mier vagheg­gia è l’estensione a un più vasto set­tore poli­tico del modello auto­ri­ta­rio oggi appli­cato in seno al Pd nelle rela­zioni con gli oppo­si­tori interni. Un sistema bipar­ti­tico con­tem­pla due grandi for­ma­zioni in grado di con­ten­dersi la quasi tota­lità dell’elettorato, al netto dell’astensionismo. Ciò signi­fica che il capo di un sif­fatto par­tito sarà in con­di­zione di imporre obbe­dienza a tutte le sog­get­ti­vità costrette a con­ver­gere (e ammesse) nella sua orga­niz­za­zione. Sarà il domi­nus incon­tra­stato di un’ampia zona del ter­ri­to­rio poli­tico nazio­nale, costretta ad atte­nersi ai suoi dik­tat. Se a ciò aggiun­giamo che l’articolo 49 della Costi­tu­zione (stando al quale la vita dei par­titi dovrebbe svol­gersi ««con metodo demo­cra­tico») è oggi total­mente disat­teso (i par­titi sono feudi coman­dati da ristrette cer­chie sele­zio­nate in ragione della fedeltà al capo), è ragio­ne­vole pre­ve­dere un’ulteriore bru­tale lesione dei già com­pro­messi stan­dard di demo­cra­zia del paese.

Soste­nere in que­sta situa­zione che le coa­li­zioni elet­to­rali hanno fatto il loro tempo per­ché oggi «serve il plu­ra­li­smo in un solo par­tito» non è che la razio­na­liz­za­zione della scelta di pro­ster­narsi dinanzi al più forte senza badare a spese. Come la «sini­stra» del Pd ben sa (salvo non averne sin qui tratto le debite con­se­guenze), nelle inten­zioni (peral­tro dichia­rate) di Renzi il supe­ra­mento delle coa­li­zioni mira a un unico fine: gover­nare da solo, senza attar­darsi in media­zioni né dover fare con­ces­sioni a chic­ches­sia. Al mas­simo il plu­ra­li­smo nel Pd ren­ziano (e lo stesso vale per la con­tro­parte con­ser­va­trice o come dir si voglia) potrebbe rea­liz­zarsi secondo il modello del «par­la­men­ta­ri­smo nero» di gram­sciana memo­ria. Il quale, com’è noto, con­cer­neva il par­tito della nazione ai tempi del duce.

C’è poi un secondo tema, ancora più di fondo. Il citato arti­colo 49 della Carta sta­bi­li­sce che «tutti i cit­ta­dini hanno diritto di asso­ciarsi libe­ra­mente in par­titi per con­cor­rere (…) a deter­mi­nare la poli­tica nazio­nale». Se si è molto inge­nui, si può pen­sare che nes­suna legge elet­to­rale potrebbe sof­fo­care la libertà di asso­ciarsi. Ma una legge bipar­ti­tica la svuota, col pre­fi­gu­rare uno schema di con­ten­di­bi­lità del potere che sco­rag­gia la for­ma­zione di forze poli­ti­che minori.
Si obiet­terà: non ci sono forse «grandi demo­cra­zie» su basi bipar­ti­ti­che? Con que­sto bril­lante argo­mento si è pro­ce­duto vent’anni fa alle «riforme» che hanno «moder­niz­zato» la strut­tura isti­tu­zio­nale della Repub­blica, di fatto stra­vol­gendo la forma di governo par­la­men­tare. Per cui ci ritro­viamo una Costi­tu­zione mate­riale – un pre­si­den­zia­li­smo spu­rio per cui nes­suno si perita di lamen­tare che un pre­si­dente del Con­si­glio non sia stato «eletto dal popolo» – espo­sta a derive (in atto) di stampo fran­ca­mente autoritario.

Sta di fatto che quell’argomento, solo in appa­renza inec­ce­pi­bile (sulla demo­cra­ti­cità dei paesi anglo­sas­soni ci sarebbe molto da dire), è let­te­ral­mente fuori luogo quando si tratta dell’Italia, poi­ché il bipar­ti­ti­smo può con­ci­liarsi con accet­ta­bili stan­dard demo­cra­tici sol­tanto in paesi nei quali la sto­ria politico-culturale si è svi­lup­pata secondo uno schema duale. Di norma, mediante la con­tesa tra pro­gres­si­sti (social­de­mo­cra­tici o labu­ri­sti) e con­ser­va­tori (libe­rali), sulla base di una con­di­visa lealtà stra­te­gica nei con­fronti della strut­tura sociale esi­stente (la società capi­ta­li­stica). Non è que­sto il caso del nostro paese, che si è unito e ha vis­suto per 150 anni sullo sfondo di un più arti­co­lato ven­ta­glio di cul­ture politiche.

In Ita­lia non c’è sol­tanto la cul­tura libe­rale – laica o cat­to­lica; pro­gres­si­sta, mode­rata o rea­zio­na­ria – che oggi di fatto ispira la tota­lità delle forze poli­ti­che in par­la­mento. Hanno cit­ta­di­nanza anche posi­zioni cri­ti­che, a comin­ciare dalla cul­tura clas­si­sta legata alla sto­ria del movi­mento ope­raio. Posi­zioni che resi­stono, avendo dato un con­tri­buto deci­sivo alla costru­zione della demo­cra­zia ita­liana, ben­ché tutte le «riforme» di que­sti 20–25 anni abbiano mirato ad «asfal­tarle».
Ora Renzi vuol dare il colpo di gra­zia anche su que­sto ter­reno, incu­rante del fatto che ciò radi­ca­liz­ze­rebbe la crisi di rap­pre­sen­ta­ti­vità del sistema pro­vo­cando il defi­ni­tivo distacco dalla poli­tica di quanti già oggi diser­tano in massa gli appun­ta­menti elet­to­rali. Non è un errore dal suo punto di vista, né un sacri­fi­cio, con­si­de­rati i van­taggi che ci si ripro­mette di trarre dalla ridu­zione dello spet­tro degli inte­ressi sociali in grado di esi­gere rappresentanza.

Negli anni di Wei­mar Hans Kel­sen osservò che un sistema è demo­cra­tico sol­tanto se riflette la com­po­si­zione poli­tica del paese e sal­va­guarda i diritti delle mino­ranze. Per que­sto l’unico sistema elet­to­rale com­pa­ti­bile con l’ideale demo­cra­tico è il pro­por­zio­nale, posto che si è costretti ad affi­darsi alla rap­pre­sen­tanza. Quello che si pro­fila nella post-democrazia ita­liana, orfana di custodi della Costi­tu­zione, è l’esatto oppo­sto del modello kel­se­niano. A riprova del fatto che spesso dalla sto­ria non si impara nulla.

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