L’industria degli armamenti francese è in piena espansione: + 43% degli ordini nel 2014! La guerra rende! da: www.resistenze.org – popoli resistenti – francia – 20-10-14 – n. 516

AC | solidarite-internationale-pcf.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

12/10/2014

Siamo in piena crisi, apparentemente. E’ vero: scuole, università e servizi pubblici languono a causa dei sottofinanziamenti. E’ vero: gli stipendi sono bloccati, mentre i prezzi esplodono. Eppure almeno un settore è in forte espansione: l’industria delle armi.

I mercanti di armi francesi non possono nascondere il loro entusiasmo: questo governo è sicuramente una “sorpresa divina” per loro. Nel 2013, gli ordini militari francesi sono aumentati del 43%, per un totale di vendite pari a 6,8 miliardi euro.

La Francia resta “competitiva” sulla scena dei venditori di strumenti di morte, al 4° posto a livello mondiale, dietro Stati Uniti, Regno Unito e Russia, ma prima di Israele, che l’anno scorso era 4°.

Il Ministero della Difesa si congratula: il 2012 è stato buono per l’industria delle armi, l’anno 2013 migliore, ma il 2014 sembra ancor più promettente.

Molto pragmaticamente, il Ministero osserva che l’aumento delle esportazioni è sostenuto da “un contesto molto instabile a livello internazionale, in particolare in Medio Oriente”, alimentato da “conflitti armati in Siria e Gaza, dalle tensioni in Iraq, in Libia”.

La spesa militare in Medio Oriente è aumentata negli ultimi due anni del 30%. Allo stesso tempo, il 40% degli ordini francesi proviene dai paesi del Golfo, in particolare dall’Arabia Saudita che è di gran lunga il principale cliente della Francia.

Il settore degli armamenti può ringraziare la politica francese che ha contribuito all’instabilità regionale attraverso i suoi interventi in Libia, Mali, e ora in Siria e in Iraq. Questo caos significa distruzione: la morte è chiaramente vantaggiosa per gli affari.

Se entriamo un po’ più nel dettaglio dei numeri, vediamo che i nostri principali clienti nel 2013 sono stati l’Arabia Saudita (2 miliardi di euro) e il Marocco (600 milioni), seguiti dappresso da Emirati Arabi Uniti e Qatar.

I tre stati del Golfo menzionati, è noto, finanziano il terrorismo a livello regionale, giocano un ruolo chiave nella destabilizzazione della regione, oltre ad essere i regimi dittatoriali tra i più repressivi al mondo, negando diritti umani, legalizzando la schiavitù e prevedendo la pena di morte per il solo possesso di qualche grammo di hashish!

Sappiamo che l’Arabia Saudita e gli stati del Golfo finanziano i terroristi islamici che pretendiamo di combattere con le nostre bombe [nella guerra contro l’ISIS, ndt] , dopo averli sostenuti in Libia e Siria. Il mantenimento del clima di terrore, consente di armare tutti i contendenti in lizza, di rifornire tutti gli Stati della regione di materiali da guerra multifunzione.

Nel frattempo, negli ultimi tre anni, le azioni di Dassault alla Borsa di Parigi sono salite del 61%, del 70% quelle di Thales, e del 118% Safran! [riferimento a colossi francesi degli armamenti, ndt]

Come è bella la guerra per i trafficanti di armi! Per i popoli del Medio Oriente, del Nord Africa, vuol dire caos, distruzione e morte. Per il popolo francese, significa austerità ovunque e un esercito sempre meno impegnato nella sua missione primaria: la difesa nazionale.

Chiude la fabbrica Agnesi Fonte: Il Manifesto | Autore: Geraldina Colotti

«L’Agnesi va a morire», si potrebbe dire para­fra­sando il film di Giu­liano Mon­taldo, tratto dal romanzo di Renata Viganò. E non per amore degli ideali, ma per esi­genze di mer­cato. «L’Agnesi deve chiu­dere», ha annun­ciato il pro­prie­ta­rio dello sto­rico pasti­fi­cio, Angelo Colussi. Ma gli ope­rai non ci stanno, e sono in scio­pero, fino a sabato 25, per il man­te­ni­mento del posto di lavoro. Sono rima­sti in 110, 8 dei quali già in Cassa inte­gra­zione, più un’altra qua­ran­tina legata all’indotto.

Ieri, la segre­ta­ria gene­rale della Cgil, Susanna Camusso, si è recata davanti all’Agnesi per par­lare con gli ope­rai: «Il governo deve capire che biso­gna tor­nare a inve­stire su que­sta azienda – ha detto man­giando un piatto di pasta cuci­nata davanti alla fab­brica — Gli inve­sti­menti pro­messi anche a giu­gno non sono mai arri­vati. Siamo vicini ai lavo­ra­tori in lotta nel set­tore ali­men­tare, fon­da­men­tale per l’economia. Biso­gna soste­nere e man­te­nere il mar­chio, tro­vando un impren­di­tore che rilanci que­sta attività».

Una solu­zione che in molti auspi­cano, di fronte al disin­te­resse degli attuali ver­tici azien­dali: «La pasta Agnesi non si vende non per man­canza di ren­di­mento, ma per­ché l’azienda non inve­ste e non innova – dice Lina, che lavora da 27 anni nel reparto con­fe­zioni – Dopo il famoso slo­gan pub­bli­ci­ta­rio del “Silen­zio, parla Agnesi”, tutto è andato in deca­di­mento. Alcuni reparti sono stati chiusi, la gente man­data a casa. Eppure siamo tutt’altro che in per­dita, pro­du­ciamo molto per il Giap­pone». Pro­prio ieri, è infatti venuta in visita alla fab­brica una dele­ga­zione da Tokyo e le pres­sioni sugli ope­rai per­ché levas­sero i pic­chetti non sono state poche.

Ma loro hanno tenuto duro, anche per­ché — dice Gigi — «da mesi veniamo tenuti sulla corda dalle pro­messe dell’azienda e sem­pre per un nulla di fatto. E siamo stanchi».

Il piano indu­striale pro­messo da Colussi ha lasciato inten­dere il man­te­ni­mento del mar­chio sul comune di Impe­ria ma in ter­mini ultra­ri­dotti, reste­rebbe in piedi solo un reparto per la pro­du­zione di pasta arti­gia­nale e sughi. «Un pro­getto per pochis­simi posti di lavoro – dice Ales­san­dro – e comun­que anche su que­sto non ci sono certezze».

La sena­trice Pd Dona­tella Albano, che sta seguendo il tavolo di trat­ta­tive a livello nazio­nale, ha espresso soli­da­rietà agli ope­rai: «Dal tavolo di crisi presso il Mini­stero dello Svi­luppo Eco­no­mico — ha detto — era uscito l’impegno del Gruppo Colussi per garan­tire gli attuali livelli occu­pa­zio­nali del pasti­fi­cio, anche tra­mite una ricon­ver­sione indu­striale per la pro­du­zione di sughi e suc­ce­da­nei. Dalla riu­nione tenu­tasi a Peru­gia il 17 otto­bre risulta però che que­sta pro­spet­tiva non è più tenuta in con­si­de­ra­zione. Il governo sta facendo il pos­si­bile per rilan­ciare l’industria agroa­li­men­tare ita­liana, sono que­sti i “capi­tani d’industria” che abbiamo?»

Domani vi sarà un nuovo incon­tro con i ver­tici azien­dali e oggi alle 18 gli ope­rai hanno orga­niz­zato una fiac­co­lata. La città di Impe­ria li sostiene, finora hanno già rac­colto oltre 6.000 firme. L’Agnesi è la più antica fab­brica di pasta, attiva dal 1824. E le sue cimi­niere, che si sta­gliano sul porto di One­glia, da allora sono il sim­bolo di Impe­ria, cit­ta­dina del Ponente Ligure che conta 220.000 abi­tanti. Un patri­mo­nio indu­striale in con­ti­nua dismissione.

Un pro­cesso ini­ziato prima che nelle altre parti d’Italia, nei pri­mis­simi anni ’80. «Tutte le nostre fab­bri­che sono state immo­late sull’altare della spe­cu­la­zione edi­li­zia – dice al mani­fe­sto Carla Nat­tero, segre­ta­ria regio­nale di Sel Ligu­ria -. Una leva di impren­di­tori legati all’impero del mat­tone ha pre­fe­rito dismet­tere le fab­bri­che e gua­da­gnare sulla ren­dita fon­dia­ria. E que­sto è l’ultimo atto. La cosa che più imputo a Clau­dio Sca­jola è di aver aiu­tato i suoi amici ad avere un cam­bio di desti­na­zione d’uso dei loro sta­bi­li­menti e indici di piano rego­la­tore molto alti in modo che aves­sero grossi van­taggi dalla ren­dita fon­dia­ria nel momento della spe­cu­la­zione edi­li­zia. E così, quando il set­tore è entrato in crisi, l’insieme di que­sti impren­di­tori, con Sca­jola, ha pro­dotto que­sto deserto industriale».

Per met­tere un freno alle spe­cu­la­zioni, la lista Impe­ria bene comune, che rac­chiude tutte le anime della sini­stra alter­na­tiva, com­presa Rifon­da­zione e il cen­tro sociale La Talpa e L’Orologio, ha pre­sen­tato una mozione in con­si­glio comu­nale, che però non è pas­sata. «Anche die­tro la dismis­sione dell’Agnesi – dice il con­si­gliere Mauro Ser­valli – si pro­fila la pos­si­bi­lità di costruire in una vasta area nel cuore della città, di fronte al mare». Un’operazione appro­vata e can­tie­ra­bile detta La Porta del mare — pre­cisa Enrico Revello, respon­sa­bile Cgil, che si dice deciso ad accom­pa­gnare gli ope­rai «anche fino all’occupazione della fab­brica e all’autogestione».

Nel porto di One­glia, su un’enorme gru cam­peg­gia uno stri­scione: “Nuova dieta medi­ter­ra­nea? Palaz­zine e posti barca”. Dice al mani­fe­sto Vale­rio Romano, con­sole della Com­pa­gnia por­tuale: «Lo stri­scione lo abbiamo fatto per il Forum della dieta medit­ter­ra­nea, un evento inter­na­zio­nale che torna qui a novem­bre. A forza di chiu­dere le fab­bri­che dell’olio e ora quella della pasta, stiamo per­dendo tutti i com­po­nenti della dieta medi­ter­ra­nea. Il 28 feb­braio Colussi ha chiuso il mulino dell’Agnesi. Il grano duro, che si maci­nava con poca spesa per­ché arri­vava via mare e la fab­brica si trova a 150 metri, ha smesso di arri­vare. Risul­tato, 28 posti di lavoro tagliati, meno con­trollo sulla qua­lità per­ché ora si usa la semola pro­ve­niente da fuori e ancor meno lavoro per noi por­tuali, spinti sem­pre di più verso la pri­va­tiz­za­zione del porto».