Il partito di Renzi azzera il centrosinistra Fonte: Il Manifesto | Autore: Paolo Favilli

Pro­viamo a riflet­tere su due recenti affer­ma­zioni pro­ve­nienti diret­ta­mente dal cer­chio ristretto ber­lu­sco­niano e dal pre­si­dente del con­si­glio. Denis Ver­dini rivol­gen­dosi a Capez­zone: «Dovre­sti capire che que­sto governo ha fatto tutto quello che poteva fare che ci andasse bene, come la legge elet­to­rale» (la Repub­blica 2 otto­bre). Mat­teo Renzi alla City di Lon­dra: «L’articolo 18 rap­pre­senta una man­canza di libertà per gli impren­di­tori» (Idem).

La lunga fase poli­tica in cui siamo immersi è con­trad­di­stinta dalla lotta per il «rico­no­sci­mento». In tali fasi la gestione del potere e la prassi di governo sono affi­date, come ha affer­mato un grande intel­let­tuale, recen­te­mente scom­parso, Mario Miegge, «per lo più a idioti – nel senso dell’etimo greco, che desi­gna il pro­prio (idios), la ristretta par­ti­co­la­rità del pri­vato con­trap­po­sta al pubblico».

Nel caso di Ver­dini e di Renzi è del tutto chiaro che si tratta di un caso di «idio­zie» con­ver­genti in un oriz­zonte con­di­viso, di una «pro­fonda sin­to­nia» tra i con­traenti del patto del Naza­reno. Ver­dini dice con sin­ce­rità, con can­dida sin­ce­rità con­sa­pe­vole di non susci­tare nes­sun scan­dalo, ciò che solo «l’idiozia» di coloro che hanno un diretto (o indi­retto) e par­ti­cu­lare modo di par­te­ci­pa­zione agli effetti del “patto” finge di igno­rare. Dice, cioè, non solo che i con­fini tra il par­tito di Ber­lu­sconi e quello di Renzi sono per­mea­bi­lis­simi, ma che tra le parti fon­da­men­tali del primo e quelle del secondo vi è una vera e pro­pria osmosi cemen­tata da un soli­dis­simo grumo comune di interessi.

L’osservatorio par­la­men­tare e poli­tico open­po­lis ha quan­ti­fi­cato in per­cen­tuali intorno al 90% i voti con­giunti di Forza Ita­lia e Pd e sem­pre intorno alle stesse per­cen­tuali le opi­nioni con­ver­genti di espo­nenti dei due par­titi. Il sistema poli­tico che si sta deli­neando, dun­que, è quello imper­niato su due par­titi, ten­den­zial­mente due soli, come è stato riba­dito in que­sti giorni dal pre­si­dente del consiglio.

Tra i due par­titi non esi­ste nes­suna netta frat­tura lon­gi­tu­di­nale, ne esi­stono invece di tra­sver­sali a seconda dei diversi gruppi di inte­resse. Frat­ture fluide e ricom­po­ni­bili, pronte a rifor­marsi su linee diverse, a seguito delle con­tin­genze. Al momento l’osmosi riguarda diret­ta­mente i gruppi di comando e quindi appare par­ti­co­lar­mente solida. Uno dei gruppi di comando è la risul­tante del pro­getto Berlusconi-Dell’Utri–Previti e quindi può defi­nirsi, sulla base di docu­men­tate sen­tenze, come risul­tante di un’operazione in cui sfera poli­tica e sfera cri­mi­nale non sono sepa­ra­bili. La rimo­zione costante di quest’aspetto è indi­ca­tore sicuro del livello di mitri­da­tiz­za­zione rag­giunto. È indi­ca­tore sicuro di come all’interno di una più gene­rale ten­denza all’inversione del pro­cesso demo­cra­tico che riguarda tutti i paesi avan­zati, la deca­denza ita­liana mostri anche un livello insop­por­ta­bile di putre­fa­zione del tes­suto etico-politico. Il fatto che sia, invece, sop­por­tato benis­simo è un ulte­riore indi­ca­tore di quanto sia esteso e profondo.

Le pro­messe della moder­nità, secondo Renzi, hanno come para­digma non la demo­cra­zia, cioè la ten­denza verso forme via via più orga­niz­zate di ugua­glianza, bensì la «libertà degli impren­di­tori». D’altra parte le moder­nità sono mol­te­plici e la forma del capi­ta­li­smo moderno, quello del sistema di fab­brica, si è defi­nito nella sua genesi, per dirla con un’icastica espres­sione di Bau­man, «nella lotta per il con­trollo del corpo e dell’anima del pro­dut­tore» (1982)».

I lavo­ra­tore, merce forza-lavoro, si pre­senta sul mer­cato come fun­zione della «libertà» di chi ha il potere di acqui­stare la merce in oggetto. Renzi si trova ad essere del tutto interno alle ten­denze di una fase in cui le forze dav­vero deci­sive e domi­nanti tro­vano neces­sa­rio ripro­porre le dina­mi­che dell’«accumulazione ori­gi­na­ria». Dun­que la cosid­detta «rivo­lu­zione ren­ziana» è la forma attuale della ragione del «capi­ta­li­smo asso­luto», che è appunto, la ragione della fase gene­tica e affer­ma­tiva. Dopo una lunga fase di «capi­ta­li­smo costi­tu­zio­na­liz­zato», la «rivo­lu­zione» ha assunto nuo­va­mente il suo signi­fi­cato eti­mo­lo­gico: ritorno al punto di inizio.

Non solo, quindi, non c’è nes­suna novità ana­li­tica (la parola è grossa per la poli­tica degli «idioti», si tratta solo di assun­zione della reto­rica ideo­lo­gica domi­nante), ma non ci sono nem­meno par­ti­co­lari novità rispetto alla tra­di­zione cul­tu­rale del Pd. Ricor­diamo per­fet­ta­mente come il respon­sa­bile eco­no­mico del par­tito da poco fon­dato (Tonini, marzo 2008), arti­co­lasse la sua visione del rap­porto eco­no­mia società para­fra­sando quasi alla let­tera La favola delle api di Ber­nard de Man­de­ville. Un testo set­te­cen­te­sco esem­plare della fon­da­zione della ragion capi­ta­li­stica asso­luta. Renzi non rivo­lu­ziona nep­pure il Pd, anzi del Pd è «rivelazione».

La sini­stra si rende conto di quello che sta suc­ce­dendo? Sem­bra fati­care a guar­dare in fac­cia la cata­strofe. Sem­bra ripro­porre lo schema della tela di Penelope.

L’esperienza della lista Tsi­pras, con tutte le dif­fi­coltà, debo­lezze, con­trad­di­zioni, è stata un momento posi­tivo nella tes­si­tura della tela. È il caso di ricor­dare ancora una volta quello che ha scritto a pro­po­sito Marco Revelli: cioè che i con­tri­buti di «mol­te­plici iden­tità sono stati, e soprat­tutto sono, tutti egual­mente pre­ziosi, [E]dovremmo pro­porci, d’ora in avanti, di non smar­rirne nep­pure uno, per set­ta­ri­smo, sup­po­nenza, tra­scu­ra­tezza». Ci sono tutti i segni che indi­cano la fatica ad affer­marsi di quella essen­ziale lezione. Sta ricom­pa­rendo un les­sico appa­ren­te­mente del tutto di buon senso che invece lan­cia pre­cisi mes­saggi. Chi infatti può essere favo­re­vole alla costru­zione di una sini­stra con­no­tata da «estre­mi­smo», «mino­ri­ta­ri­smo», «iden­ti­ta­ri­smo» etc.? Qual­cuno ha soste­nuto addi­rit­tura la neces­sità di sepa­ra­zione dai difen­sori dell’ «orto­dos­sia» (???). Non c’è limite al senso del ridi­colo: quale «orto­dos­sia» c’è oggi in campo?

L’uso di que­sta ter­mi­no­lo­gia rien­tra nel vizio così comune alla poli­tica nel tempo della reto­rica mani­po­la­trice, della reto­rica senza prova. Ognuno di que­sti ter­mini dovrebbe essere vagliato alla pie­tra di para­gone delle reali posi­zioni poli­ti­che e dei com­por­ta­menti. I modi di par­te­ci­pa­zione alla lista Tsi­pras sono la prova di fronte a cui la reto­rica si mostra dav­vero nella sua fun­zione di velo ideologico.

Se le parole sono ingan­na­trici il mes­sag­gio però è chiaro. Si può sfug­gire al mino­ri­ta­ri­smo solo attra­verso la rifon­da­zione del cen­tro­si­ni­stra. Natu­ral­mente un cen­tro­si­ni­stra «rin­no­vato», aperto all’influenza vivi­fi­ca­trice di quella sini­stra non «estre­mi­sta», non iden­ti­ta­ria», non «orto­dossa», la sini­stra della «cul­tura di governo». Posi­zione per­fet­ta­mente legit­tima che sconta però due osta­coli. Sconta la rot­tura com­pleta con l’esperienza della lista Tsi­pras il cui pro­getto è quello della costru­zione di una forza non solo del tutto auto­noma dal Partito-di-Renzi (l’espressione com’è noto è dell’ «estre­mi­sta» Ilvio Dia­manti), il che è del tutto ovvio, ma anche con­flit­tuale con ciò che quel par­tito rap­pre­senta. È pos­si­bile evi­tare il con­flitto tra la ragione del capi­ta­li­smo asso­luto e la ragione dell’eredità della sto­ria del movi­mento operaio?

Natu­ral­mente que­sto può non essere un pro­blema: per­ché non impe­dire il per­corso ini­ziato con la lista Tsi­pras se il cen­tro­si­ni­stra è l’unico oriz­zonte rite­nuto pra­ti­ca­bile? L’altro osta­colo è però più dif­fi­cile da rimuo­vere: la realtà. La dimen­sione strut­tu­rale del Partito-di-Renzi, il suo sistema di rife­ri­menti, l’insieme di poteri dav­vero forti che lo sosten­gono, può essere modi­fi­cato dalla pre­senza nell’alleanza di una sini­stra che «mino­ri­ta­ria» lo è per davvero?

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