Il Presidente dell’ANPI sulla sentenza della Consulta che riapre il capitolo risarcimenti e riparazioni per le vittime delle stragi nazifasciste

GIUSTIZIA PER LE STRAGI NAZIFASCISTE

 

Con un’importantissima sentenza (n. 238/2014, del 22/10/2014) la  Corte Costituzionale ha accolto in gran parte le questioni di legittimità sollevate con varie ordinanze dal tribunale di Firenze, dichiarando la illegittimità costituzionale dell’art. 3 della legge n. 5 del 2013, che prevedeva l’adeguamento, in Italia, alle decisioni adottate dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, che aveva negato la possibilità di agire nei confronti della Germania per i crimini di guerra commessi dal Terzo Reich (stragi, trattamenti inflitti agli IMI, etc). La sentenza ha un eccezionale valore di principio perché sancisce il principio che alcuni fondamentali diritti previsti dalla Costituzione italiana (come il diritto a ricorrere anche in giudizio) non possano essere sacrificati a fronte del principio di sovranità degli stati.

E’ stata così confermata, in modo davvero esaustivo, la centralità dei diritti dell’uomo, così come è stata confermata la rilevanza del diritto alla tutela giurisdizionale dei diritti fondamentali.

La sentenza riapre quindi il discorso relativo ai risarcimenti ed alle riparazioni per i danni provocati da atti compiuti in violazione dei diritti umani e ribadisce il pieno diritto della giustizia italiana di pronunciarsi su tali questioni, come del resto era stato fatto in ALCUNE sentenze dei tribunali militari e della stessa Corte Suprema di Cassazione.

Ovviamente, si aprono questioni di grande rilevanza pe i rapporti con la Germania e per l’eventuale esecuzione delle sentenze italiane, appunto in altri Paesi.

Seguiremo con attenzione, senza eccessive illusioni, ma con il massimo impegno,  gli sviluppi successivi, sapendo che vi saranno – non da parte italiana – difficoltà nella attuazione concreta dei principi enunciati. Per ora, con estrema soddisfazione, sottolineiamo soprattutto l’importanza assoluta delle questioni decise dalla Corte costituzionale e dei principi che da essa sono stati affrontati e ribadiamo la speranza che in concreto essi riescano a trovare piena attuazione.

 

Carlo Smuraglia

Presidente Nazionale ANPI

 

Roma, 23 ottobre 2014

Il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP): Breve storia di un programma per il saccheggio delle imprese da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 19-10-14 – n. 516

Colin Todhunter | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/10/2014

Il gergo aziendale che circonda il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership) è di ‘proteggere gli investimenti’, riducendo le barriere ‘inutili’ e ‘armonizzando’ i regolamenti che si presume scoraggino il libero scambio tra gli Usa e l’UE.

In linea di principio, la nozione di commercio libero ed equo appare ideale. Ma, in tutto il mondo, il paradigma ideologico dominante lascia poco spazio ad entrambe le possibilità. I mercati sono truccati [1], i prezzi delle materie prime soggetti a manipolazioni [2] e le nazioni sono costrette [3], destabilizzate [4] o attaccate [5] in modo che gli attori potenti accedano alle risorse e ai mercati.

L’11 ottobre, oltre 400 gruppi in tutta Europa sono scesi in piazza per manifestare contro il TTIP, che ha appena concluso il suo settimo round di colloqui a Washington. Sebbene alcuni gruppi siano accusati dai sostenitori del TTIP di essere mossi dall’ideologia nella loro opposizione, non è l’ideologia che guida questa opposizione. E’ lo scetticismo e il sospetto alimentati dalle pratiche prevalenti e le azioni delle potenti corporazioni e il loro stile ideologico di neoliberismo e di privatizzazione rampante. La segretezza e la mancanza di trasparenza che circondano il TTIP alimenta questo sospetto. Al pubblico non è stato consentito di conoscere chi ha dettato l’agenda dei negoziati o che cosa specificamente si sta negoziando apparentemente per suo conto.

Ci si aspetta che il pubblico si adatti e stia zitto e lasci fare tutto a coloro che hanno la massima competenza: funzionari dell’UE con i loro profondi conflitti di interesse [6,7,8] e le grandi imprese. E’ stato principalmente attraverso documenti trapelati e il ricorso alla legislazione sulla libertà di informazione che il pubblico ha acquisito conoscenza della natura dei negoziati.

Le origini del TTIP e l’assenza di trasparenza

L’accordo è stato ideato dal ‘Gruppo di lavoro di alto livello su occupazione e crescita’ (‘High Level Working Group on Jobs and Growth’, HLWG), che è stato istituito nel 2011 e presieduto dal commissario europeo per il commercio Karel De Gucht e dall’allora rappresentate commerciale Usa, Ron Kirk [9]. Nella sua relazione finale, il Gruppo non solo ha raccomandato di avviare i negoziati, ma è entrato in qualche dettaglio su ciò che dovrebbe essere messo sul tavolo, con l’obiettivo di vasta portata di muoversi verso un “mercato transatlantico”.

Interrogata riguardo la natura del gruppo, la Commissione Europea (CE) ha detto che non aveva membri riconoscibili e ha dichiarato che “diversi dipartimenti” avevano contribuito alla discussione e alle relazioni del gruppo (senza membri). Ha perfino affermato che non vi era alcun documento contenente l’elenco degli autori delle relazioni. Una richiesta del Corporate Europe Observatory (CEO) di rivelare l’appartenenza e gli autori delle relazioni è stata accolta con la risposta: “Purtroppo noi (la CE) non siamo in grado di fornirvi le informazioni richieste” [10].

Il CEO ha affermato che il gruppo dovrebbe essere soggetto ai requisiti di trasparenza stabiliti nel regolamento della CE sui ‘gruppi di esperti’, tra cui la trasparenza su chi ha partecipato.

Alla domanda sugli ‘esperti esterni’ (come la CE li ha chiamati) che avevano influenzato le relazioni prodotte dal Gruppo di lavoro di alto livello, al CEO è stato detto che la valutazione d’impatto del proposto accordo commerciale UE-Usa conteneva una sintesi delle perizie raccolte sin dal suo inizio. Il CEO è stato anche indirizzato alla pagina di riepilogo della Commissione per le consultazioni pubbliche, in cui si afferma che oltre il 65 per cento del contributo alle prime due consultazioni sulla proposta di accordo UE-Usa proveniva da aziende e associazioni di settore.

Il commissario europeo De Gucht ha affermato che “non c’è nulla di segreto” sui colloqui in corso. Nel mese di dicembre 2013, in una lettera pubblicata sul Guardian [11], ha sostenuto che “i nostri negoziati sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti sono completamente aperti al controllo”.

Se così fosse, perché allora i resoconti delle riunioni della Commissione con i lobbisti aziendali rilasciate al Corporate Europe Observatory (CEO) ai sensi della legge dell’UE sulla libertà di informazione sono stati pesantemente censurati? [12]

Al pubblico non è dato di conoscere le posizioni tenute dalla UE (a differenza dei portatori di interessi commerciali) in questi colloqui, su chi ha accesso a cosa e su chi sta facendo attività di lobby per cosa e per conto di chi. Nobili banalità sulla tutela dell’integrità del settore e della natura sensibile dei negoziati sono state utilizzate nel tentativo di sovvertire la democrazia, evitare il controllo pubblico e garantire le persistenti posizioni privilegiate e l’influenza che le grandi imprese hanno avuto nei colloqui. Gli argomenti utilizzati per giustificare la segretezza erano scuse sottilmente dissimulate per cercare di ingannare il pubblico e far accettare la legittimità di questi negoziati senza discussioni.

I documenti ricevuti dal CEO hanno dimostrato che i funzionari di De Gucht hanno invitato l’industria a presentare liste di richieste per le ‘barriere normative’ che vorrebbero fossero rimosse durante i negoziati. Tuttavia, non vi era alcun modo per il pubblico di conoscere come l’UE le ha inserite nella sua posizione negoziale in quanto tutti i riferimenti sono stati rimossi.

Il CEO ha ricevuto 44 documenti sulle riunioni della CE con i lobbisti del settore come parte dei preparativi per i negoziati commerciali UE-Usa. La maggior parte dei documenti, rilasciati a seguito di una richiesta in base alla legge sulla libertà di informazione (FOI, Freedom of Information), erano relazioni sugli incontri preparati da funzionari della Commissione.

I documenti sono arrivati ​​quasi dieci mesi (!) dopo che la richiesta FOI era stata depositata e 39 dei 44 documenti sono stati pesantemente censurati. I documenti coprivano solo una frazione degli oltre 100 incontri che i funzionari di De Gucht avevano avuto con i lobbisti del settore nel periodo preparatorio all’avvio dei negoziati TTIP.

C’erano gli appunti presi durante le riunioni a porte chiuse con i lobbisti aziendali, per esempio, della Camera di Commercio statunitense, della federazione dell’industria tedesca BDI, dei gruppi di pressione chimici CEFIC e VCI, della coalizione dell’industria farmaceutica EFPIA, di DigitalEurope, del Transatlantici Business Council, della lobby dell’industria degli armamenti ASD, della British Bankers Association e di corporazioni come Lilly, Citi e BMW?

Nei 39 documenti che sono stati “parzialmente resi pubblici”, ampie parti del testo (“non pubblicabili” o “non rilevanti”) erano state nascoste. In alcuni casi, ogni parola era stata rimossa dal documento.

Non solo era segreto il testo della posizione negoziale dell’UE, ma al pubblico è stato anche negato l’accesso alle frasi delle relazioni degli incontri che facevano riferimento alla posizione negoziale dell’UE. Questi erano verbali di riunioni con i lobbisti del settore a cui sono state chiaramente fornite informazioni sulla posizione negoziale dell’UE nei colloqui TTIP, a differenza del pubblico. La condivisione delle informazioni sulla posizione negoziale dell’UE con l’industria, mentre si rifiuta l’accesso della società civile alle stesse informazioni, è un caso di discriminazione inaccettabile.

In molti casi, parti del testo sono state rimosse perché contenevano i punti di vista dei gruppi di pressione dell’industria “su particolari aspetti dei negoziati commerciali UE/Usa”. “Il rilascio di tali informazioni potrebbe avere un impatto negativo sulla posizione dell’industria”, ha sostenuto la Commissione. Non è chiaro perché il punto di vista dei gruppi di pressione debba essere nascosto al controllo pubblico.

La Commissione ha inoltre rimosso tutti i nomi dei lobbisti dai 44 documenti sostenendo che “la divulgazione arrecherebbe pregiudizio alla tutela della […] privacy e dell’integrità della persona”. Secondo il CEO, questa è stata un’argomentazione assurda in quanti costoro erano lobbisti di professione che non agiscono a titolo individuale. Vi è un chiaro interesse pubblico alla trasparenza riguardo a chi sta facendo lobby e per conto di chi e su coloro che stanno avendo accesso ai decisori europei.

Quello che veramente vogliono le corporazioni

Nonostante la pesante censura, i documenti mostrano chiaramente che la questione fondamentale nei colloqui TTIP è la rimozione delle differenze nelle normative UE e Usa, con gli “ostacoli normativi” che vengono fuori in gran parte delle riunioni. Ad esempio, in un incontro con il Forum dei servizi europei nel febbraio 2013 – un gruppo di pressione per gli attori di servizi globali come Deutsche Bank, IBM e Vodafone – la Commissione ha suggerito varie opzioni per la cooperazione normativa come la ‘compatibilità’, il ‘mutuo riconoscimento’ e ‘l’equivalenza.’

In un altro incontro nel febbraio 2013, BusinessEurope (la più potente lobby d’affari a Bruxelles), ha sottolineato “la propria disponibilità a svolgere un ruolo attivo nei prossimi negoziati, in particolare sul fronte normativo”. La Commissione ha rilevato l’importanza che l’industria europea “presenti dettagliate proposte ‘transatlantiche’ per eliminare gli ostacoli normativi”.

Un documento trapelato dall’UE l’inverno del 2013 ha mostrato che la Commissione ha proposto una regolamentazione del Consiglio di cooperazione UE-Usa [12], una struttura permanente da creare come parte dell’accordo TTIP. La normativa dell’UE esistente e futura dovrebbe quindi passare attraverso una serie di indagini, dialoghi e negoziati in questo Consiglio. Ciò sposterebbe decisioni in merito alla normativa in una sfera tecnocratica, lontana dal controllo democratico. Le politiche potrebbero essere presentate al pubblico come ‘affare fatto’, tutto elaborato a porte chiuse tra funzionari attenti alle esigenze delle imprese e dirigenti d’impresa. Vi sarebbero anche valutazioni d’impatto obbligatorie per la normativa proposta, che sarebbe verificata per il suo potenziale impatto sul commercio. E per quanto riguarda la tutela della salute delle persone o dell’ambiente?

Questo sarebbe l’ideale per le grandi lobby imprenditoriali: la creazione di un deciso freno a qualsiasi nuova regolazione progressista nella primissima fase del processo decisionale.

Anche senza accesso a varie fonti di informazione, alcuni dei principali attori che sostenevano l’accordo dall’origine comprendevano il settore biotecnologico: la Toyota, la General Motors, l’industria farmaceutica, l’IBM e la Camera di Commercio degli Stati Uniti, uno dei più potenti gruppi di lobby aziendali negli Usa. Business Europe, la principale organizzazione che rappresenta i datori di lavoro in Europa, ha lanciato la propria strategia sul partenariato economico e commerciale UE-Usa all’inizio del 2012 [13]. I suoi suggerimenti sono stati ampiamente inclusi nella bozza di mandato dell’UE.

Nel corso degli ultimi due anni o giù di lì, un numero crescente di politici e gruppi di cittadini hanno chiesto che i negoziati fossero condotti in modo aperto, non da ultimo perché si teme che l’accordo aprirà le porte agli OGM (multinazionali alimentari, aziende agroindustriali e produttori di sementi hanno avuto più contatti con l’ufficio commerciale della CE dei lobbisti dell’industria farmaceutica, chimica, finanziaria e auto messi insieme [14]) e al gas di scisto (fracking) in Europa, minaccerà i diritti digitali e del lavoro e darà modo alle società di contestare giuridicamente una vasta gamma di normative non gradite.

Uno degli aspetti fondamentali dei negoziati è che sia l’UE che gli Usa dovrebbero riconoscere le rispettive norme e regolamenti, il che in pratica potrebbero ridurre la regolamentazione al minimo comune denominatore: una corsa al ribasso. Il linguaggio ufficiale parla di “mutuo riconoscimento” delle norme o della cosiddetta riduzione delle barriere non tariffarie. Per l’UE, questo potrebbe significare l’accettazione degli standard Usa in molti settori, tra cui il cibo e l’agricoltura, che sono meno severi rispetto alla UE.

Gli Usa vogliono che tutte le cosiddette barriere agli scambi, compresi regolamenti altamente controversi, come quelli che proteggono l’agricoltura, il cibo o la riservatezza dei dati, siano rimossi. Anche i dirigenti della Commissione Finanze del Senato, in una lettera al rappresentante Usa per il commercio Ron Kirk, ha chiarito che qualsiasi accordo deve ridurre anche le restrizioni dell’UE in materia di colture geneticamente modificate, polli clorurati e carni bovine trattate con ormoni [15].

Le richieste includono una “ambiziosa liberalizzazione delle barriere commerciali nel settore agricolo con il minor numero possibile di eccezioni”. Allo stesso modo, il gruppo di pressione Food and Drink Europe, che rappresenta le più grandi aziende alimentari (Unilever, Kraft, Nestlé, ecc.), ha accolto con favore i negoziati, in cui una delle loro principali richieste è la facilitazione della presenza a basso livello di colture geneticamente modificate non autorizzate. Si tratta di un programma industriale di lunga data sostenuto anche da giganti commerciali dei mangimi e  dei cereali, tra cui Cargill, Bunge, ADM, e la grande lobby degli agricoltori COPA-COGECA. Nel frattempo, l’industria biotecnologica su entrambi i lati dell’Atlantico sta offrendo il suo “sostegno e assistenza, allorché l’UE e il governo Usa cercano di migliorare le loro relazioni commerciali” [13].

C’è anche la disposizione della composizione della molto controversa vertenza investitore-Stato. Consentirebbe alle imprese Usa che investono in Europa di aggirare le corti europee e sfidare i governi dell’UE innanzi a tribunali internazionali ogni volta che trovano che le leggi in materia di sanità pubblica, tutela ambientale o sociale interferiscono con i loro profitti. Imprese dell’UE che investono all’estero godrebbero dello stesso privilegio negli Usa.

In tutto il mondo, grandi imprese hanno già utilizzato tale disposizione in accordi commerciali e di investimento per rivendicare ingenti somme provenienti da stati sovrani a compensazione [16]. Tribunali, costituiti da gruppi ad hoc di tre membri, reclutati da un piccolo club di avvocati privati ​​zeppi di conflitti di interesse, hanno garantito miliardi di euro alle imprese, per gentile concessione dei contribuenti.

Imprese UE e Usa hanno già utilizzato queste cause in tutto il mondo per distruggere ogni competizione o minaccia ai loro profitti, ad esempio, sfidando le politiche energetiche verdi e la medicina, la legislazione anti-fumo, i divieti a sostanze chimiche nocive, i vincoli ambientali sulle miniere, le polizze di assicurazione sanitaria e le misure volte a migliorare la situazione economica delle minoranze. Perfino la minaccia di contenzioso può significare l’accantonamento di politiche sociali progressiste da parte dei governi.

Ogni forma di intervento statale che non funziona a vantaggio delle grandi imprese è sempre più considerata come una ‘barriera’ al commercio, un potenziale freno ai profitti.

Il TTIP è quindi progettato anche per minare la fornitura di servizi del settore pubblico. Proprio così, anche il settore pubblico è considerato come una ‘barriera’. Le società private potrebbero avere accesso al redditizio mercato degli appalti pubblici sotto la bandiera del libero scambio. Abbiamo potuto ben vedere un’irreversibile fiera di privatizzazioni allorché interessi privati ​Usa si sono offerti di gestire servizi statali come il servizio sanitario nazionale del settore pubblico del Regno Unito: i diritti alle cure del paziente cederebbero il posto ai diritti commerciali delle aziende [17].

Un rapporto pubblicato dal Seattle to Bruxelles Network (S2B) ha rivelato i veri costi umani e ambientali dell’accordo proposto. ‘A Brave New Transatlantic partnership’ [‘Un nuovo, coraggioso partenariato transatlantico’] [18] ha evidenziato come le promesse della CE di crescita del PIL fino all’uno per cento e la massiccia creazione di posti di lavoro come conseguenza dell’accordo commerciale non sono state supportate neanche dai loro stessi studi, che prevedono un tasso di crescita del PIL di appena lo 0,01 % nel corso dei prossimi dieci anni e la potenziale perdita di posti di lavoro in diversi settori economici, tra cui l’agricoltura.

Il rapporto ha anche spiegato come le aziende facevano pressioni sui negoziatori per usare l’accordo per indebolire la sicurezza alimentare, gli standard lavorativi, sanitari e ambientali, nonché minare i diritti digitali. Anche i tentativi di rafforzare la regolamentazione bancaria a fronte della crisi finanziaria potrebbero essere messi a rischio dato che la lobby finanziaria utilizza i negoziati commerciali segreti per disfare le riforme finanziarie, come le restrizioni sul valore totale delle transazioni finanziarie o la forma giuridica delle sue operazioni.

Quando il rapporto è stato pubblicato, Kim Bizzarri, l’autore del rapporto, ha affermato:

“Le grandi lobby d’affari su entrambi i lati dell’Atlantico vedono i negoziati commerciali segreti come un’arma per sbarazzarsi di politiche volte a proteggere i consumatori europei e statunitensi, i lavoratori e il nostro pianeta. Se la loro lista delle richieste aziendali è realizzata, il potere economico e politico sarà ancor più concentrato nelle mani di una piccola élite, lasciando tutti noi senza protezione dalle malefatte aziendali”.

TTIP nel contesto

Nonostante sezioni dei mezzi d’informazione corporativi dominanti presentino disinvoltamente il TTIP come una ben pensata ricetta per il libero commercio, la creazione di occupazione e la crescita economica, anche se con alcuni inconvenienti minori, tali rivendicazioni non quadrano. La TTIP è un mandato per il saccheggio da parte delle multinazionali, l’aggiramento delle procedure democratiche e l’erosione dei diritti della gente comune e della sovranità nazionale. Rappresenta un programma a favore delle privatizzazioni che sancisce i privilegi delle più potenti multinazionali del mondo a scapito della gente comune.

La gente comune vuole che potenti corporazioni siano tenute a rispondere. Vuole che le pratiche commerciali siano regolate da rappresentanti eletti e funzionari pubblici, al fine di tutelare il bene pubblico. Tuttavia, resta inspiegabile come mai tanti continuano allegramente a riporre una tale fiducia in certe istituzioni dell’UE: la democrazia nell’Unione europea è stata venduta al miglior offerente; la CE è un servitore assoggettato ma disponibile di un programma aziendale [8]. Ed ora il TTIP offre un’opportunità ideale per le aziende di forzare l’applicazione di politiche totalmente impopolari.

In definitiva, il TTIP potrebbe condurre l’Europa ancora più vicino agli Usa e consolidare il potere degli interessi finanziari e aziendali anglo-americani centrati nella City di Londra e a Wall Street. Se gli eventi relativi all’Ucraina ci dicono qualcosa, è che questi interessi hanno contribuito a scavare un solco tra l’Europa e la Russia per evitare un maggiore allineamento economico tra i due. Ponendo delle sanzioni economiche verso la Russia e, secondo il vicepresidente americano Joe Biden, “mettendo in imbarazzo” l’UE forzandola ad accettarle, il commercio europeo con la Russia ne soffrirà. Come risultato, l’Europa ora è incoraggiata ad ‘abbracciare’ il TTIP.

Il TTIP è quindi parte della più vasta strategia geopolitica per indebolire l’Europa occidentale e dividere il continente europeo emarginando la Russia. Nonostante possa apparire che il TTIP non abbia nulla a che vedere con ciò che sta accadendo in Ucraina o in Siria, esso dev’essere considerato come un’altra rotella nell’ingranaggio per consolidare l’egemonia globale Usa e indebolire la Russia [19].

Note

[1] http://www.washingtonsblog.com/2013/06/every-market-is-rigged.html
[2] http://www.globalresearch.ca/the-global-crisis-food-water-and-fuel-three-fundamental-necessities-of-life-in-jeopardy/9191
[3] http://www.theguardian.com/world/2011/jan/03/wikileaks-us-eu-gm-crops
[4] http://investmentwatchblog.com/ukraine-the-corporate-annexation-for-cargill-chevron-monsanto-its-a-gold-mine-of-profits/
[5] http://www.oilgeopolitics.net/GMO/Iraq_and_seeds_of_democracy/iraq_and_seeds_of_democracy.HTM
[6] http://corporateeurope.org/efsa/2013/10/unhappy-meal-european-food-safety-authoritys-independence-problem
[7] http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/ceo-_sanco_sc_conflicts_of_interest.pdf
[8] http://corporateeurope.org/sites/default/files/record_captive_commission.pdf
[9] http://ec.europa.eu/enterprise/policies/international/cooperating-governments/usa/jobs-growth/index_en.htm
[10] http://corporateeurope.org/trade/2013/06/who-scripting-eu-us-trade-deal
[11] http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/dec/18/wrong-george-monbiot-nothing-secret-eu-trade-deal
[12] http://corporateeurope.org/trade/2014/02/what-are-you-hiding-opacity-eu-us-trade-talks
[13] http://corporateeurope.org/trade/2013/05/open-door-gmos-take-action-eu-us-free-trade-agreement
[14] http://corporateeurope.org/international-trade/2014/07/who-lobbies-most-ttip
[15] http://www.euractiv.com/global-europe/obama-backs-launch-comprehensive-news-517767
[16] http://www.globalresearch.ca/free-trade-agreements-the-bypassing-of-democracy-to-institute-economic-plunder/5354197
[17] http://www.morningstaronline.co.uk/a-ba93-Unite-Trojan-horse-TTIP-could-ban-a-nationalised-NHS#.VDwrHmeSySo
[18]http://www.s2bnetwork.org/fileadmin/dateien/downloads/Brave_New_Atlantic_Partnership.pdf
[19] http://rt.com/op-edge/192204-usa-ttip-syria-ukraine-gas/

Il partito di Renzi azzera il centrosinistra Fonte: Il Manifesto | Autore: Paolo Favilli

Pro­viamo a riflet­tere su due recenti affer­ma­zioni pro­ve­nienti diret­ta­mente dal cer­chio ristretto ber­lu­sco­niano e dal pre­si­dente del con­si­glio. Denis Ver­dini rivol­gen­dosi a Capez­zone: «Dovre­sti capire che que­sto governo ha fatto tutto quello che poteva fare che ci andasse bene, come la legge elet­to­rale» (la Repub­blica 2 otto­bre). Mat­teo Renzi alla City di Lon­dra: «L’articolo 18 rap­pre­senta una man­canza di libertà per gli impren­di­tori» (Idem).

La lunga fase poli­tica in cui siamo immersi è con­trad­di­stinta dalla lotta per il «rico­no­sci­mento». In tali fasi la gestione del potere e la prassi di governo sono affi­date, come ha affer­mato un grande intel­let­tuale, recen­te­mente scom­parso, Mario Miegge, «per lo più a idioti – nel senso dell’etimo greco, che desi­gna il pro­prio (idios), la ristretta par­ti­co­la­rità del pri­vato con­trap­po­sta al pubblico».

Nel caso di Ver­dini e di Renzi è del tutto chiaro che si tratta di un caso di «idio­zie» con­ver­genti in un oriz­zonte con­di­viso, di una «pro­fonda sin­to­nia» tra i con­traenti del patto del Naza­reno. Ver­dini dice con sin­ce­rità, con can­dida sin­ce­rità con­sa­pe­vole di non susci­tare nes­sun scan­dalo, ciò che solo «l’idiozia» di coloro che hanno un diretto (o indi­retto) e par­ti­cu­lare modo di par­te­ci­pa­zione agli effetti del “patto” finge di igno­rare. Dice, cioè, non solo che i con­fini tra il par­tito di Ber­lu­sconi e quello di Renzi sono per­mea­bi­lis­simi, ma che tra le parti fon­da­men­tali del primo e quelle del secondo vi è una vera e pro­pria osmosi cemen­tata da un soli­dis­simo grumo comune di interessi.

L’osservatorio par­la­men­tare e poli­tico open­po­lis ha quan­ti­fi­cato in per­cen­tuali intorno al 90% i voti con­giunti di Forza Ita­lia e Pd e sem­pre intorno alle stesse per­cen­tuali le opi­nioni con­ver­genti di espo­nenti dei due par­titi. Il sistema poli­tico che si sta deli­neando, dun­que, è quello imper­niato su due par­titi, ten­den­zial­mente due soli, come è stato riba­dito in que­sti giorni dal pre­si­dente del consiglio.

Tra i due par­titi non esi­ste nes­suna netta frat­tura lon­gi­tu­di­nale, ne esi­stono invece di tra­sver­sali a seconda dei diversi gruppi di inte­resse. Frat­ture fluide e ricom­po­ni­bili, pronte a rifor­marsi su linee diverse, a seguito delle con­tin­genze. Al momento l’osmosi riguarda diret­ta­mente i gruppi di comando e quindi appare par­ti­co­lar­mente solida. Uno dei gruppi di comando è la risul­tante del pro­getto Berlusconi-Dell’Utri–Previti e quindi può defi­nirsi, sulla base di docu­men­tate sen­tenze, come risul­tante di un’operazione in cui sfera poli­tica e sfera cri­mi­nale non sono sepa­ra­bili. La rimo­zione costante di quest’aspetto è indi­ca­tore sicuro del livello di mitri­da­tiz­za­zione rag­giunto. È indi­ca­tore sicuro di come all’interno di una più gene­rale ten­denza all’inversione del pro­cesso demo­cra­tico che riguarda tutti i paesi avan­zati, la deca­denza ita­liana mostri anche un livello insop­por­ta­bile di putre­fa­zione del tes­suto etico-politico. Il fatto che sia, invece, sop­por­tato benis­simo è un ulte­riore indi­ca­tore di quanto sia esteso e profondo.

Le pro­messe della moder­nità, secondo Renzi, hanno come para­digma non la demo­cra­zia, cioè la ten­denza verso forme via via più orga­niz­zate di ugua­glianza, bensì la «libertà degli impren­di­tori». D’altra parte le moder­nità sono mol­te­plici e la forma del capi­ta­li­smo moderno, quello del sistema di fab­brica, si è defi­nito nella sua genesi, per dirla con un’icastica espres­sione di Bau­man, «nella lotta per il con­trollo del corpo e dell’anima del pro­dut­tore» (1982)».

I lavo­ra­tore, merce forza-lavoro, si pre­senta sul mer­cato come fun­zione della «libertà» di chi ha il potere di acqui­stare la merce in oggetto. Renzi si trova ad essere del tutto interno alle ten­denze di una fase in cui le forze dav­vero deci­sive e domi­nanti tro­vano neces­sa­rio ripro­porre le dina­mi­che dell’«accumulazione ori­gi­na­ria». Dun­que la cosid­detta «rivo­lu­zione ren­ziana» è la forma attuale della ragione del «capi­ta­li­smo asso­luto», che è appunto, la ragione della fase gene­tica e affer­ma­tiva. Dopo una lunga fase di «capi­ta­li­smo costi­tu­zio­na­liz­zato», la «rivo­lu­zione» ha assunto nuo­va­mente il suo signi­fi­cato eti­mo­lo­gico: ritorno al punto di inizio.

Non solo, quindi, non c’è nes­suna novità ana­li­tica (la parola è grossa per la poli­tica degli «idioti», si tratta solo di assun­zione della reto­rica ideo­lo­gica domi­nante), ma non ci sono nem­meno par­ti­co­lari novità rispetto alla tra­di­zione cul­tu­rale del Pd. Ricor­diamo per­fet­ta­mente come il respon­sa­bile eco­no­mico del par­tito da poco fon­dato (Tonini, marzo 2008), arti­co­lasse la sua visione del rap­porto eco­no­mia società para­fra­sando quasi alla let­tera La favola delle api di Ber­nard de Man­de­ville. Un testo set­te­cen­te­sco esem­plare della fon­da­zione della ragion capi­ta­li­stica asso­luta. Renzi non rivo­lu­ziona nep­pure il Pd, anzi del Pd è «rivelazione».

La sini­stra si rende conto di quello che sta suc­ce­dendo? Sem­bra fati­care a guar­dare in fac­cia la cata­strofe. Sem­bra ripro­porre lo schema della tela di Penelope.

L’esperienza della lista Tsi­pras, con tutte le dif­fi­coltà, debo­lezze, con­trad­di­zioni, è stata un momento posi­tivo nella tes­si­tura della tela. È il caso di ricor­dare ancora una volta quello che ha scritto a pro­po­sito Marco Revelli: cioè che i con­tri­buti di «mol­te­plici iden­tità sono stati, e soprat­tutto sono, tutti egual­mente pre­ziosi, [E]dovremmo pro­porci, d’ora in avanti, di non smar­rirne nep­pure uno, per set­ta­ri­smo, sup­po­nenza, tra­scu­ra­tezza». Ci sono tutti i segni che indi­cano la fatica ad affer­marsi di quella essen­ziale lezione. Sta ricom­pa­rendo un les­sico appa­ren­te­mente del tutto di buon senso che invece lan­cia pre­cisi mes­saggi. Chi infatti può essere favo­re­vole alla costru­zione di una sini­stra con­no­tata da «estre­mi­smo», «mino­ri­ta­ri­smo», «iden­ti­ta­ri­smo» etc.? Qual­cuno ha soste­nuto addi­rit­tura la neces­sità di sepa­ra­zione dai difen­sori dell’ «orto­dos­sia» (???). Non c’è limite al senso del ridi­colo: quale «orto­dos­sia» c’è oggi in campo?

L’uso di que­sta ter­mi­no­lo­gia rien­tra nel vizio così comune alla poli­tica nel tempo della reto­rica mani­po­la­trice, della reto­rica senza prova. Ognuno di que­sti ter­mini dovrebbe essere vagliato alla pie­tra di para­gone delle reali posi­zioni poli­ti­che e dei com­por­ta­menti. I modi di par­te­ci­pa­zione alla lista Tsi­pras sono la prova di fronte a cui la reto­rica si mostra dav­vero nella sua fun­zione di velo ideologico.

Se le parole sono ingan­na­trici il mes­sag­gio però è chiaro. Si può sfug­gire al mino­ri­ta­ri­smo solo attra­verso la rifon­da­zione del cen­tro­si­ni­stra. Natu­ral­mente un cen­tro­si­ni­stra «rin­no­vato», aperto all’influenza vivi­fi­ca­trice di quella sini­stra non «estre­mi­sta», non iden­ti­ta­ria», non «orto­dossa», la sini­stra della «cul­tura di governo». Posi­zione per­fet­ta­mente legit­tima che sconta però due osta­coli. Sconta la rot­tura com­pleta con l’esperienza della lista Tsi­pras il cui pro­getto è quello della costru­zione di una forza non solo del tutto auto­noma dal Partito-di-Renzi (l’espressione com’è noto è dell’ «estre­mi­sta» Ilvio Dia­manti), il che è del tutto ovvio, ma anche con­flit­tuale con ciò che quel par­tito rap­pre­senta. È pos­si­bile evi­tare il con­flitto tra la ragione del capi­ta­li­smo asso­luto e la ragione dell’eredità della sto­ria del movi­mento operaio?

Natu­ral­mente que­sto può non essere un pro­blema: per­ché non impe­dire il per­corso ini­ziato con la lista Tsi­pras se il cen­tro­si­ni­stra è l’unico oriz­zonte rite­nuto pra­ti­ca­bile? L’altro osta­colo è però più dif­fi­cile da rimuo­vere: la realtà. La dimen­sione strut­tu­rale del Partito-di-Renzi, il suo sistema di rife­ri­menti, l’insieme di poteri dav­vero forti che lo sosten­gono, può essere modi­fi­cato dalla pre­senza nell’alleanza di una sini­stra che «mino­ri­ta­ria» lo è per davvero?

FLC CGIL: Senza risorse “La buona scuola” è solo uno spot pubblicitario da: controlacrisi.org

Le bugie del Governo hanno le gambe corte. Renzi aveva promesso di mettere l’istruzione, la formazione e la ricerca al centro dell’attenzione del Governo. Il piano “La buona scuola” doveva essere l’inizio di una inversione di tendenza rispetto alle scelte devastanti dei governi precedenti fatte di tagli epocali di risorse e di personale.In realtà non vi è alcun segnale di cambiamento. Nella Legge di stabilità si bloccano ulteriormente i contratti nei settori pubblici, si tagliano le risorse al diritto allo studio e a tutti i comparti della conoscenza. Gli scatti di anzianità nella scuola saranno cancellati con conseguenze catastrofiche per i salari di docenti e personale ATA. Il paradosso è che da un lato si intende stabilizzare una parte dei precari e dall’altro si licenziano altri precari a partire dal personale tecnico-amministrativo.

Il 26 novembre ci sarà il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea e un eventuale esito positivo imporrà al Governo italiano di dare stabilità e un futuro a tutti coloro che hanno svolto oltre 36 mesi di servizio. Il piano “La buona scuola” senza risorse è un semplice spot pubblicitario e appare chiaro l’intento di ridurre i salari e i diritti piegando la scuola pubblica alle logiche del mercato. Università e ricerca non possono sopportare altri tagli. Invece la Ministra Giannini e il Governo Renzi agiscono unicamente tenendo presente le richieste della Confindustria, sia per la cancellazione dell’articolo 18, che per quanto riguarda i comparti della conoscenza.

Dopo le manifestazioni del 25 ottobre e dell’8 novembre ritengo non più rinviabile lo sciopero di scuola, università,ricerca e AFAM. Il 25 ottobre partecipiamo tutti alla grande manifestazione della Cgil perchè lavoro, dignità e uguaglianza hanno bisogno di più istruzione, di più formazione e di più ricerca. La FLC sarà insieme ai precari e agli studenti per unire generazioni e condizioni di lavoro come abbiamo sempre fatto in questi anni con le nostre politiche e le mobilitazioni.

L’economia politica della promessa Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta

Tra la poli­tica e la pro­messa vi è un rap­porto di imme­diata con­ti­guità quando non di pura e sem­plice sovrap­po­si­zione. Un pro­gramma poli­tico, nel cre­pu­scolo della rap­pre­sen­tanza e nella sta­gione del lea­de­ri­smo ram­pante, non è in fondo altro che una sequenza di pro­messe dispo­ste lungo un per­corso che dovrebbe con­durre alla loro rea­liz­za­zione. Ma se ci spo­stiamo sul ter­reno dell’economia, man­te­nen­doci fedeli ai suoi prin­cipi, è un’altra dimen­sione a occu­pare il cen­tro della scena: quella della scom­messa, della pre­vi­sione sul futuro. Un’attesa di gua­da­gno, di espan­sione, di cre­scita che com­porta però una buona dose di azzardo. Un rischio che cor­ri­sponde a un valore. Quanto mag­giore è il rischio tanto mag­giore sarà il gua­da­gno se le cose doves­sero andare per il verso giu­sto. È in rife­ri­mento a que­sta dimen­sione, svi­lup­pata oltre­mi­sura dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, che è stata coniata l’espressione capitalismo-casinò.
Anche se, con­tra­ria­mente a quanto accade nelle case da gioco, a pagare la «mala­sorte» e ad accu­mu­lare i gua­da­gni rara­mente saranno le stesse per­sone. Tut­ta­via, quando la scom­messa eco­no­mica viene spesa sul mer­cato poli­tico pre­fi­gu­rando la ricon­qui­sta della «com­pe­ti­ti­vità» e del benes­sere, il rilan­cio dell’occupazione, dei con­sumi e dei red­diti, si ritorna per via diretta al lin­guag­gio della pro­messa. Le incer­tezze dell’azzardo scom­pa­iono d’incanto per lasciar posto alla ras­si­cu­rante sicu­mera della poli­tica, imper­mea­bile a qual­si­vo­glia indi­ca­tore nega­tivo. L’ottimismo è un dovere patriot­tico anche se non sem­pre con­di­viso dai mer­cati. Come che sia, in poli­tica così come in eco­no­mia, la pro­messa agi­sce da fat­tore pro­dut­tivo di con­sensi, di inve­sti­menti o di entrambi. La ven­dita del futuro rende denaro immediato.

OLTRE LA SER­VITÙ VOLONTARIA

Quello che ora ci inte­ressa esa­mi­nare è come la pro­messa, o la scom­messa masche­rata da pro­messa, ven­gano spese oggi sul mer­cato del lavoro. Tanto mas­sic­cia­mente da con­fi­gu­rare una vera e pro­pria «eco­no­mia poli­tica della pro­messa». Chia­riamo subito il punto cen­trale: la pro­messa è il sala­rio del lavoro gra­tuito. E il lavoro gra­tuito, o semi­gra­tuito, è oggi una forza pro­dut­tiva irri­nun­cia­bile nel pro­cesso di valo­riz­za­zione, nell’incremento dei pro­fitti e delle ren­dite. Non­ché, più in gene­rale, nella pro­du­zione di ric­chezza eco­no­mica ed extrae­co­no­mica nelle società avan­zate. È que­sto appa­rente rap­porto di «scam­bio» che distin­gue net­ta­mente il lavoro gra­tuito con­tem­po­ra­neo da qual­siasi forma di «ser­vitù volon­ta­ria». Si tratta di una mac­china pro­dut­tiva com­plessa, un’articolazione di fat­tori mate­riali e imma­te­riali, ideo­lo­gici e orga­niz­za­tivi di diversa natura. Una realtà che con­verrà esa­mi­nare nelle sue diverse com­po­nenti per com­pren­derne la potenza e la per­va­si­vità.
Una prima grande par­ti­zione è quella tra il lavoro gra­tuito con­sa­pe­vole e quello incon­sa­pe­vole. Tra quando sap­piamo di essere messi al lavoro e quando pro­du­ciamo per altri dedi­can­doci alle nostre usuali atti­vità sociali, rela­zio­nali e per­fino ricrea­tive: inter­ve­nendo in un «social net­work», immet­tendo idee e infor­ma­zioni nella Rete o esco­gi­tando schemi e forme di inte­rat­ti­vità sociale. Ovvero, su un piano più diret­ta­mente mate­riale, quando tra­spor­tiamo e mon­tiamo un mobile Ikea for­nendo gra­tui­ta­mente alla mul­ti­na­zio­nale scan­di­nava logi­stica e lavoro ope­raio. È, insomma, la «vita messa al lavoro», la coo­pe­ra­zione sociale espro­priata di cui molto si è scritto e su cui qui non tor­ne­remo.
Il lavoro gra­tuito con­sa­pe­vole, che è l’oggetto spe­ci­fico della nostra inda­gine, può essere otte­nuto per diverse vie. La prima è quella della coa­zione, la seconda quella della pro­messa. Entrambe sono sot­to­po­ste, in mag­giore o minore misura, alla dimen­sione del ricatto. La coa­zione può essere eser­ci­tata in diverse forme, tutte, senza ecce­zione, in forte incre­mento. La prima si può rias­su­mere nel pas­sag­gio dal Wel­fare al cosìd­detto Work­fare. I disoc­cu­pati di lungo corso, per­cet­tori dei sus­sidi, ven­gono sostan­zial­mente costretti, pena la ridu­zione o per­dita dell’assegno, ad accet­tare un lavoro a sala­rio zero, o quasi zero, indi­pen­den­te­mente dalle loro qua­li­fi­che e dispo­si­zioni e dalle con­di­zioni, il più delle volte pes­sime, del lavoro «offerto». È la via imboc­cata con deci­sione, per esem­pio, dal governo tede­sco che pure qual­che risorsa rede­stri­bu­tiva la mette in gioco. Va da sè che que­sto lavoro coatto a costo quasi zero, aldilà dalle moti­va­zioni ideo­lo­gi­che che lo amman­tano, ser­virà a sosti­tuire un equi­va­lente volume di lavoro retri­buito con il risul­tato di otte­nere al prezzo di un mode­sto sus­si­dio la pro­dut­ti­vità di una forza lavoro che altri­menti risul­te­rebbe assai più costosa. Si tratta, insomma, di un incre­mento smi­su­rato del tasso di sfrut­ta­mento. A que­sto si aggiun­gono le ricor­renti pro­po­ste di restau­ra­zione del ser­vi­zio civile obbli­ga­to­rio con tutta la reto­rica pseu­do­so­li­da­ri­stica ed edu­ca­tiva che le accom­pa­gna. Non si tratta, in sostanza, che della ripro­po­si­zione moderna dell’antico isti­tuto della cor­vée.
Vi è poi lo ster­mi­nato ter­ri­to­rio della «for­ma­zione» che sem­pre più mas­sic­cia­mente include la costri­zione al lavoro. Sono in con­ti­nua espan­sione i tiro­cini obbli­ga­tori e gli sta­ges pre­vi­sti dai corsi di studi e dai più diversi per­corsi for­ma­tivi che, ben lungi dall’assicurare l’accesso al lavoro retri­buito, costi­tui­scono un bacino in perenne rin­no­va­mento di lavoro gra­tuito rigo­ro­sa­mente subor­di­nato. E come tale le aziende se ne sono sem­pre ser­vite e con­ti­nuano a ser­vir­sene, dedite più che alla tra­smis­sione di capa­cità, all’abbattimento di costo delle man­sioni più ele­men­tari. In que­sto ambito la «pro­messa» for­ma­tiva fa da alea­to­rio con­torno alla realtà quo­ti­diana della coazione.

MEC­CA­NI­SMI DI RECLUTAMENTO

Veniamo, infine, all’economia della pro­messa vera e pro­pria che domina incon­tra­stata nei diversi ambiti del lavoro intel­let­tuale e delle sva­riate «inten­denze» che lo seguono. Non è un mistero che interi com­parti, come l’università, il gior­na­li­smo, l’editoria, la comu­ni­ca­zione chiu­de­reb­bero imme­dia­ta­mente i bat­tenti se non potes­sero fare ricorso a un enorme volume di lavoro gra­tuito o quasi gra­tuito. E altri com­parti, come quello della tutela e valo­riz­za­zione dei beni cul­tu­rali, stanno met­tendo a punto mec­ca­ni­smi di reclu­ta­mento di ope­ra­tori a sala­rio zero e magari con spese e assi­cu­ra­zioni a pro­prio carico in cam­bio dell’onore rice­vuto (vi è stata una pro­po­sta in que­sto senso del mini­stro Dario Fran­ce­schini, poi riti­rata).
Que­sta ero­ga­zione di lavoro è retri­buita con null’altro che con la pro­messa. Quest’ultima può essere sud­di­visa, sia pure un po’ sche­ma­ti­ca­mente, in pro­messa diretta e pro­messa indi­retta. La prima lascia intra­ve­dere al col­la­bo­ra­tore di lungo corso, in pre­mio alla sua dedi­zione e costanza, la remota pos­si­bi­lità di una qual­che con­trat­tua­liz­za­zione (quasi sem­pre a ter­mine). Alla fac­cia di tutta la reto­rica meri­to­cra­tica, e anzi sve­lan­done la vera natura, sarà chi resi­ste in «ser­vi­zio» un minuto di più dei suoi con­cor­renti a incas­sare la posta, quando e se mai ve ne sarà una in gioco. È stato que­sto il sistema asso­lu­ta­mente domi­nante nel mondo dell’università e in quello del gior­na­li­smo e dell’editoria. Tut­ta­via, di fronte al blocco gra­ni­tico del ricam­bio gene­ra­zio­nale e alla inces­sante ridu­zione delle risorse la pro­messa diretta ha pro­gres­si­va­mente perso di cre­di­bi­lità e di attrat­tiva. Soprav­vive, per­lo­più tra quanti sono stati tra­sfor­mati dall’eternità dell’attesa in veri e pro­pri «casi umani» più o meno dispe­rati.
La pro­messa indi­retta, invece, si gioca tutta intorno a una parola magica: la «visi­bi­lità». Fa dun­que leva su una delle paure più dif­fuse nelle società alta­mente indi­vi­dua­liz­zate e com­pe­ti­tive, quella dell’anonimato. Nel gior­na­li­smo, nell’editoria, nel mondo dello spet­ta­colo la com­parsa e la firma, elar­gite come una pre­zio­sis­sima ono­re­fi­cenza sono la con­sueta con­tro­par­tita del lavoro gra­tuito. Farsi cono­scere, esi­birsi, pub­bli­care, costi­tui­scono la pro­messa di future occa­sioni e un cer­ti­fi­cato di esi­stenza in vita (sociale). Chi eser­cita il con­trollo su un qual­siasi luogo della «visi­bi­lità» può disporre di un bacino ine­sau­ri­bile di lavoro a costo zero dal quale trarre pro­fitto. Non è certo que­sta una novità, ma la dif­fe­renza con­si­ste nel fatto che que­sto bacino non rap­pre­senta ormai un «di più», un inve­sti­mento sul futuro, un mec­ca­ni­smo di sele­zione, un pas­sag­gio tran­si­to­rio, una risorsa mar­gi­nale, ma l’ingranaggio impre­scin­di­bile dell’intera mac­china pro­dut­tiva e lo stru­mento deci­sivo per abbat­tere i costi e ricat­tare il lavoro a vario titolo retri­buito, se non per sosti­tuirlo diret­ta­mente. Si sba­glie­rebbe, tut­ta­via, ad attri­buire que­sto biso­gno di visi­bi­lità ai soli gio­vani. Chiun­que, nell’instabilità gene­rale del lavoro, può essere costretto a rein­ven­tarsi e ripro­porsi in un ambito del tutto diverso da quello in cui aveva costruito il suo rico­no­sci­mento. A ricer­care, dun­que, nuova «visi­bi­lità» offrendo gra­tui­ta­mente le sue pre­sta­zioni.
Ma il lavoro gra­tuito, con­sa­pe­vole e volon­ta­rio, quello che sta al cen­tro dell’«economia poli­tica della pro­messa», non si limita a ven­ti­lare occa­sioni future, a isti­tuire «pro­fili» da ven­dere sul mer­cato. Risponde anche a un biso­gno più imme­diato, quello di poter dare rispo­sta alla domanda, sem­pre più imba­raz­zante e mole­sta: «di che cosa ti occupi?» L’aspetto di rime­dio iden­ti­ta­rio a una con­di­zione di sostan­ziale inde­ter­mi­na­tezza, di sra­di­ca­mento e di iso­la­mento non può essere sot­to­va­lu­tato. «Scrivo, per il gior­nale tal dei tali», «lavoro presso que­sta o quella cat­te­dra», «col­la­boro con una impor­tante casa edi­trice», sono tutte rispo­ste che com­pen­sano la fra­gi­lità della pro­pria con­di­zione, accre­scono l’autostima e lustrano l’immagine sociale. Non si tratta, tut­ta­via, del solo «pri­vi­le­gio» di esi­bire un ruolo impor­tante, di essersi con­qui­stati l’autorizzazione a «fare qual­cosa» di signi­fi­ca­tivo (o di rite­nuto tale), ma anche della simu­la­zione di appar­te­nenza a un orga­ni­smo o a una squa­dra. Vale per la testata che ti con­cede un euro al pezzo, così come per la cat­te­dra che ti con­sente di inter­ro­gare e giu­di­care gli stu­denti o per l’amministrazione pub­blica che ti chiama a orga­niz­zare un evento. Sei uno del gruppo e dun­que tenuto a difen­derne gli inte­ressi e le gerar­chie, senza alcun potere deci­sio­nale nem­meno sul tuo spe­ci­fico fram­mento di atti­vità. Il senso di appar­te­nenza can­cella ogni con­trad­di­zione, di con­flitto nean­che a par­larne, tra il lavo­ra­tore gra­tuito e i suoi capi retri­buiti. Quello che fa la dif­fe­renza tra la «gavetta» di un tempo e il lavoro gra­tuito con­tem­po­ra­neo è una que­stione di durata e di esten­sione che ne deter­mi­nano però la diversa qua­lità. L’attesa può pro­trarsi per una intera vita attiva e non ha più lo scopo di pre­pa­rare al lavoro retri­buito, ma quello di sosti­tuirlo (con­ver­reb­bero, fra l’altro, valu­tare anche gli effetti fiscali di que­sta sosti­tu­zione che di fatto com­porta una esten­sione del lavoro in nero o semi­nero, che la Ger­ma­nia ha par­zial­mente isti­tu­zio­na­liz­zato attra­verso il sistema dei mini­jobs). Il lavoro gra­tuito non è più ai mar­gini del sistema ma sal­da­mente inse­diato nel suo cen­tro. E con­tri­bui­sce in maniera deci­siva a deter­mi­nare la forma attuale della «piena occu­pa­zione», che com­prende una vasta area di «disretribuzione».

LA DOT­TRINA DELLA COMPETIVITÀ

Stando così le cose si potrebbe con­clu­dere che una mas­sic­cia asten­sione dal lavoro gra­tuito por­te­rebbe, se non al col­lasso del sistema, almeno alla crisi pro­fonda di molti suoi com­parti. Inol­tre, trat­tan­dosi di lavo­ra­tori che non per­ce­pi­scono alcun red­dito, o un red­dito pura­mente sim­bo­lico, essa non com­por­te­rebbe nes­suna con­se­guenza sulle loro con­di­zioni mate­riali di esi­stenza. Se il lavoro è a costo zero anche lo scio­pero lo è. L’economia poli­tica della pro­messa (cor­re­data dall’esibizione di qual­che car­riera esem­plare) è il dispo­si­tivo inca­ri­cato di impe­dire che si arrivi a un fronte del rifiuto nei con­fronti del lavoro non retri­buito. È la dot­trina della com­pe­ti­ti­vità con­si­de­rata dal punto di vista di quelli che la cer­ti­fi­cano e la gover­nano.
Le arti­co­la­zioni e le distin­zioni che abbiamo cer­cato di descri­vere, gli aspetti psi­co­lo­gici e iden­ti­tari, spie­gano per­ché il lavoro gra­tuito fati­chi a rico­no­scersi nei suoi tratti comuni e gene­rali, non­ché nel suo destino di grama per­ma­nenza. La pro­messa ha sem­pre un desti­na­ta­rio indi­vi­duale e l’intento di con­vin­cerlo che la sua è una «sto­ria del tutto spe­ciale». Tut­ta­via, il pro­trarsi della crisi, deter­mina una mol­ti­pli­ca­zione di espe­rienze indi­vi­duali che vanno tra­sfor­man­dosi in un patri­mo­nio col­let­tivo. I tratti comuni ven­gono sem­pre più in luce e comin­ciano a pren­der forma, soprat­tutto nella rete, ini­zia­tive e appelli che pren­dono di mira il lavoro gra­tuito e ne denun­ciano lo sfrut­ta­mento sem­pre più siste­ma­tico. A que­sto si aggiunge il fatto che le risorse com­pen­sa­to­rie della «disre­tri­bu­zione» di massa (risparmi, wel­fare fami­liare, pre­sta­zioni occa­sio­nali) si sono esau­rite o sono in via di esau­ri­mento. Que­sti fat­tori non si sono ancora tra­sfor­mati nell’esercizio di una forza con­sa­pe­vole, ma le con­di­zioni di uno scon­tro comin­ciano ad essere distin­ta­mente visibili.