“Contro il Jobs Act e l’austerity lo strumento c’è. Lo sciopero Usb del 24 ottobre!”. Intervista a Tomaselli Fonte: contropiano | Autore: redazione

Sciopero generale il 24. La piattaforma stavolta sembra decisamente “politica”, e rivolta non solo contro il governo italiano. Cosa è cambiato?
Veramente USB dal 2010, anno della sua costituzione, ha sempre attribuito le responsabilità politiche della crisi soprattutto alle istituzioni e ai grandi gruppi di potere europei ed internazionali, più che alla politica italiana. Certo, poi ci sono i governi nazionali e quelli che si sono succeduti dal 2007 in poi ce l’hanno messa tutta per far contenti Unione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale.
Oggi forse le cose sono un po’ più chiare a tutti ed è più facile spiegare ai lavoratori ed alla gente comune che sarebbe inutile puntare il dito soltanto sul governo Renzi se non si attaccano le politiche internazionali, a cominciare da quelle europee.
La sovranità nazionale nell’ambito legislativo – e nello specifico in quello del lavoro, delle politiche economiche e sociali – è ridotta quasi a zero e se si vuole invertire la tendenza è indispensabile mettere sotto accusa le politiche dell’Unione europea e quelle di chi, come Renzi, le applica in Italia. Quindi si, questo sciopero generale, nelle sue motivazioni assume oggi un valore che va oltre i confini nazionali.Anche la Cgil “medita” uno sciopero, ma forse a novembre. Intanto anche la Fiom ha cominciato a contestare Renzi quando si presenta in fabbrica e minaccia addirittura l’occupazione delle fabbriche. Quanto è credibile questo “indurimento” del vecchio sindacato italiano? Non rischia comunque di arrivare a giochi fatti?
Lo sciopero della Cgil! Quale sciopero e quale Cgil? Mi viene da rispondere così, perché negli ultimi anni, ogni volta che accade qualche cosa di pesante per il mondo del lavoro, partono le bordate della Camusso che dopo le immancabili riunioni con Cisl e Uil, che regolarmente non se la filano per nulla, e la spinta della Fiom – parla di sciopero generale. Non mi sembra che ce ne siano stati da parte loro, in questi anni di crisi e di attacco continuo ai diritti ed al salario. Sarebbe quindi ora di smetterla con le evocazioni. E quando parlo di evocazioni parlo anche della Fiom. Se Landini inizia a fare conflitto vero nel Paese troverà USB sul campo, perché lo pratica da anni.
Forse è anche possibile che prima di Natale la Camusso indica lo sciopero generale, ma a giochi fatti rappresenterebbe la solita minestra riscaldata utile a far sfogare la gente ed affermare la propria identità.
Il 24 ottobre c’è uno sciopero generale che può essere utilizzato da chiunque volesse dare un segnale forte e cade proprio nel momento nel quale si sta facendo passare il peggio del peggio in parlamento e sui posti di lavoro: tutti sono invitati a partecipare, soprattutto chi in Cgil continua a fare opposizione interna e chi continua ad evocare mediaticamente l’occupazione delle fabbriche ma non riesce ad esprimere all’esterno reale e concreto conflitto sociale.
In questo senso ci rivolgiamo però soprattutto a quei delegati e a quegli iscritti della Cgil che chiedono lo sciopero generale e sono sempre più delusi: lo strumento c’è, il 24 Ottobre, utilizzatelo!

Vedi qualche segno di ripensamento – tra i soggetti sindacali e politici – sulle scelte fatte finora e che sembrano aver facilitato il compito dei “riformatori”?
Non mi sembra che ci siano segnali che vadano in direzione contraria a quanto fatto sino ad ora. Certo, qualche ripensamento si intravede, o meglio si legge tra le righe del caos interno al PD o nelle formazioni di ciò che rimane della cosiddetta sinistra radicale o negli scossoni interni alla Cgil. Ma quel che preoccupa è che quasi nessuno tra questi soggetti dimostra di avere un progetto che, partendo da un’analisi concreta dell’attuale fase politica ed economica, rimetta in discussione complessivamente e radicalmente i modelli sociali ed economici del sistema. Nessuno parla in modo critico dell’Unione europea, nessuno dice che ci stanno trasformando in una grande Grecia, in un mercato da sfruttare in tutti i sensi.
Ripensamenti? No, altrimenti questi soggetti non continuerebbero a speculare sulle spoglie del paziente che è quasi deceduto; non si limiterebbero a parlare di riforma elettorale, di Senato, di province e di altri problemi che poco hanno a che vedere con il mondo reale che si trova davanti tutti i giorni chi lavora senza contratto e con salari a livelli inferiori di quelli dieci anni fa, chi il lavoro lo ha perso e chi non sa neanche che cosa sia, chi studia senza futuro e chi è in pensione con un reddito da fame.

Non sembra aria da grandi mobilitazioni vincenti, comunque. Anche l'”antipolitica”, che pure sembra un sentimento diffuso e ancora forte, non sembra più mordere come prima. Da cosa dipende?
E’ faticoso mobilitare i lavoratori anche perché è sempre più difficile trovare lavoro e sempre più facile perderlo. La gente è stanca e mancano punti di riferimento forti e credibili a livello politico: quelli che una volta ti spingevano a ricercare e praticare il cambiamento, a rimboccarti le maniche ed a lottare, quelli che ti facevano utilizzare lo strumento sindacale non soltanto per difendere i tuoi interessi particolari, ma anche per tentare di costruire un sistema ed un mondo migliore di quello che ti ritrovi a vivere. Oggi manca la politica, quella vera. E tutto è diventa più difficile.
Io credo però che mobilitarsi, lottare e più in generale partecipare, sia qualche cosa che parla anche al cuore e alla testa della gente e che sia necessario continuare a praticare il conflitto, anche se marginale o circoscritto, piuttosto che evocarlo sui grandi temi senza mai arrivare a praticarlo come fa più di qualcuno.
E sono convinto che proprio dai conflitti locali, da quelli sulle specifiche vertenze, da quelli interni alle categorie ed ai singoli posti di lavoro, si costruisce poi una mobilitazione generale che deve avere caratteristiche globali, ma non deve mai abbandonare la quotidianità dei problemi della gente. Così stiamo costruendo la giornata del 24 Ottobre.

Il sindacalismo di base, in diverse componenti, sembra ancora incapace di fare un salto di qualità. La prima data scelta – il 14 novembre – non è stata mutata nemmeno quando si è saputo che la partita del jobs act sarebbe stata chiusa entro ottobre. Perché?
Dal nostro congresso nazionale dell’anno scorso è emersa un’esigenza che poi è diventata anche un obiettivo: il superamento del sindacalismo di base come oggi è realizzato per costruire il sindacato di classe. Un sindacato indipendente, di massa e generale, che coniughi l’intervento a livello territoriale con quello nazionale, quello del posto di lavoro con quello di categoria. Insomma, un sindacato che nella pratica come nell’analisi, coniughi gli interessi specifici e quelli generali.
Se partiamo da questo presupposto è evidente che quelle attuali forze sindacali che in generale vengono definite “di base” e che sono divise in decine di sigle e siglette, talvolta riescono ancora a dare risposte specifiche in particolari situazioni, ma molto più spesso sono assolutamente inadeguate agli obiettivi che ritrovi nei loro comunicati o nei loro statuti. USB ha imboccato un’altra strada, più difficile e sfidante, ma a nostro avviso la sola che può far fare un salto di qualità al sindacato in questo paese, recuperando valori e pratiche sindacali che si sono abbandonate da decenni: al tempo stesso senza cadere nella spirale che ha trasformato la stessa Cgil in un sindacato che non pratica conflitto e non indica obiettivi di reale cambiamento.

Che significa in pratica?
Tu hai toccato un aspetto che per certi aspetti può essere chiarificatore. USB ad agosto ha proposto una riunione a tutti gli altri sindacati di base per costruire una risposta comune a ciò che si stava prospettando e si sta concretizzando oggi. La riunione si è svolta all’inizio di settembre e si è intrecciata con un percorso già avviato in estate da alcune forze sociali e sindacali (compresa USB), quella dello “strike meeting”. Si è quindi deciso di costruire uno sciopero generale e sociale per il 14 novembre prossimo. Poi è accaduto di tutto e le accelerazioni delle misure sul lavoro da parte del governo ci hanno fatto riflettere. Abbiamo proposto a tutte queste forze di anticipare lo sciopero generale al 24 ottobre, data al centro dell’agenda politica ed istituzionale che riguarda la controriforma del lavoro.
Senza entrare nei particolari, gran parte di questi soggetti ha risposto “no”, perché ognuno aveva costruito un suo percorso fatto di altri scioperi di categoria, di momenti di protesta, di propaganda ed informazione ai quali non voleva rinunciare, di tentennamenti o di vecchi rancori…. e così ci siamo trovati ad indire lo sciopero generale noi, l’Unicobas e l’Orsa, pur lasciando aperta anche la finestra del 14 novembre. Questo è un esempio che definisce chiaramente “chi fa che cosa”. Non parlo degli altri sindacati o di altri movimenti, parlo di USB. Se dobbiamo essere efficaci dobbiamo essere chiari e se necessario saper modificare tempi, modalità e tipologia di intervento, per essere adeguati alle risposte che vogliamo dare. I rituali della politica e del “far sindacato di base”, per come si è sviluppato negli ultimi decenni, è a nostro avviso superato. E la giustezza di tale posizione viene confermata dalle migliaia di lavoratori, di delegati e rappresentanti di altre sigle sindacali che in questi ultimi anni si sono avvicinati ad USB, ne hanno rinforzato la struttura e stanno trasformando questo sindacato in quello che ci eravamo prefissati con la sua costituzione nel 2010: un’alternativa credibile, un sindacato conflittuale ed indipendente, che tende a diventare, giorno dopo giorno, consenso dopo consenso, in un sindacato di classe e di massa

Sembra chiaro che “il giorno dopo” il jobs act ci troveremo davanti a un “mondo nuovo” – o molto antico – che metterà ogni forza sindacale davanti a molti aut aut. Come si prepara l’Usb a questo “cambio di passo” che si annuncia pesante?
Il Jobs act è l’ultimo di una serie di provvedimenti che sarebbero stati già pesanti e contestabili in una situazione economica del paese che qualcuno definirebbe “normale”: diciamo l’Italia prima dell’inizio della crisi. Oggi questi provvedimenti, oltre ad essere oltraggiosi rispetto a gran parte della popolazione italiana che non arriva a metà mese, oltre a sottrarre diritti e salario, a determinare privatizzazioni e nuove tasse locali, a far sembrare elemosina gli 80 euro elargiti in cambio del blocco dei contratti o del taglio dei posti di lavoro, sono profondamente inutili ai fini dichiarati di rilancio dell’economia.
E allora bisogna continuare a dire con forza che il lavoro si crea non abbassando il suo costo o regalando moneta alle grandi imprese per assicurar loro i profitti che si attendono, ma attraverso un ruolo diverso dello stato e del pubblico, che deve poter intervenire direttamente nei settori che ritiene strategici e trainanti, anche attraverso le nazionalizzazioni. Serve una politica che ci stacchi dall’Unione Europea che sta destrutturando completamente tutti i settori produttivi dove questo paese eccelleva. Serve una politica che abbia il coraggio di prendere queste decisioni. Serve un sindacato che non guardi in faccia a nessuno, che non abbia governi amici e che costruisca conflitto vero sia a livello vertenziale, sia a livello generale.
Questo è quello che cercherà di fare USB, sapendo che più si avvicinerà l’obiettivo di essere considerato l’alternativa al sindacato concertativo e collaborativo, più saranno i lavoratori che si organizzeranno in USB, maggiori saranno gli ostacoli che si frapporranno sul nostro cammino, più gravose le responsabilità e ancor più pesanti i tentativi di fermarci. Ma noi siamo così: più tentano di impedire il nostro agire sindacale, maggiori sono le energie che riusciamo a mettere in campo.
Il 24 Ottobre è un passaggio importante, ma soltanto un passaggio e dimostreremo a tutti di esserci: abbiamo la testa dura e se ne accorgeranno!

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