La stragi di lu pani – di Michela Rinaudo (Lina La Mattina) – Poesia letta da Alessio Patti

La strage del pane a Palermo il 19 ottobre 1944

Landini: “Facevo il saldatore 8 ore al freddo. Lì cominciò la battaglia per i diritti” da: il faatto quotidiano

Il segretario generale della Fiom racconta gli anni in cooperativa, la famiglia, l’impegno del sindacato. Parla della politica industriale della Fiat, del ruolo di Marchionne e di Renzi: “L’idea dell’uomo carismatico che risolve tutti i problemi è una stupidaggine”. Molti lo vorrebbero a capo di una nuova formazione politica, ma lui non ci sta: “E’ un’operazione per delegittimare l’opposizione che stiamo facendo al governo su lavoro e diritti minimi per tutti: orari, salario, malattia, maternità”
di Silvia Truzzi | 19 ottobre 2014

C’è un memorabile episodio nel Mondo piccolo, quando il compagno sindaco – organizzata la festa del partito in paese – vende il giornale del popolo per le strade. Il parroco gli chiede l’Osservatore romano e Guareschi annota: “Peppone, oltre alla testa, voltò anche il resto del corpo verso don Camillo. Non parlò, ma nei suoi occhi c’era un intero discorso di Lenin”. È la prima cosa che ti viene in mente quando nella sede della Fiom, tra manifesti di Cipputi e felpe rosse, Maurizio Landini comincia a raccontare di un paese dove – giovanissimo – è andato a lavorare. “Si chiama Cavriago, non so se lo conosce. Ma è un posto famoso perché c’è un busto di Lenin e tutti giorni gli mettono davanti un fiore fresco. Ancora oggi”. Tout se tient. Alle pareti puoi leggere un mucchio di parole rispettabili, e ormai sul viale del tramonto: lavoro, diritti, uguaglianza. Vecchia mercanzia abolita dalla nuova gauche rottamatrice. Ma il segretario generale della Fiom dice “salario”, “occupare le fabbriche”, dice anche “logica padronale”. E ci tiene a spiegare che non è un riflesso pavloviano, nemmeno nostalgia. Prima delle piazze e delle bandiere rosse, tutto inizia a Castelnovo ne’ monti, sull’Appennino reggiano, nell’estate del ‘61. C’è un papà che fa lo stradino, e una famiglia numerosa – cinque fratelli, Maurizio è il quarto – che segue il lavoro paterno e scende dalla montagna in pianura. Fino a San Polo d’Enza, dove ancora oggi il segretario generale della Fiom abita. E torna appena può, anche se di tempo libero ne ha poco. “Stacco veramente solo quando sono a casa. Mia moglie ha un po’ di piante in giardino e quando posso la aiuto. Fare un lavoro manuale mi fa bene, mi scarica molto. Qualche volta vado a correre, ma sempre più di rado. In vacanza leggo gialli e ascolto musica. Autori italiani: Ligabue, De Gregori, Zucchero, la Mannoia”.
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Ma come, niente Claudio Lolli e Guccini?
Nooo! La canzone politica, per come la s’intende generalmente, mi è sempre sembrata pallosa, pesante, triste. Non mi son mai piaciuti quelli che si piangono addosso. Le cose cupe non fanno per me.

Quando ha cominciato a lavorare?
Sono andato a scuola fino a 16 anni. Dopo le medie, ho fatto due anni di geometra, poi dovevo iscrivermi al terzo anno ma sono andato a lavorare: in casa non c’erano più soldi. Studiare mi piaceva, sono sempre stato promosso. Ho iniziato come operaio nel ‘77 da un artigiano che faceva cancelli e finestre. Nel ‘78 sono andato a lavorare in una cooperativa metalmeccanica, a Cavriago.

Il ‘77 è un anno di fuoco per l’Italia.
Ricordo solo gli echi del terrorismo, della contestazione. In quel momento ero più portato a giocare a pallone… Per me non era un periodo di impegno politico, anche se ero iscritto alla Fgci: dalle mie parti o eri in parrocchia o eri in cooperativa. E io avevo un papà che era stato partigiano comunista. In paese c’era la Cooperativa e sopra la sezione del partito. Il bar, che era il luogo dove alla sera si andava per trovarsi anche se non c’erano riunioni. Facevano davvero i cineforum, come nella canzone di Venditti. Io ero iscritto alla Federazione comunista perché stavo “naturalmente” da quella parte lì: ma il mio approccio alla politica non nasce dall’ideologia, nasce dal lavoro.

Cioè?
Dopo l’apprendistato, sono stato assunto come saldatore in una cooperativa che faceva impianti termo-sanitari e che aveva molti cantieri: andavi a fare impianti nelle case, negli ospedali, le prime esperienze di teleriscaldamento. Lavoravo anche all’aperto, sia d’estate che d’inverno. Ma lavorare otto ore all’aperto tra novembre e febbraio non è uno scherzo. Io il freddo lo soffro moltissimo, e c’erano inverni gelati nella bassa. È stata la mia prima battaglia, provare a lavorare un’ora di meno durante i mesi più rigidi: otto ore al gelo non sono uno scherzo.

Sono anni in cui succedono molte cose, c’è il ricortentativo del compromesso storico, il terrorismo, l’assassino di Moro. I movimenti.
In quel periodo Enrico Berlinguer era per tutti un punto di riferimento indiscusso. Anche per me, però il compromesso storico non mi convinceva. A casa mia gli accordi tra i comunisti e la Dc non si sono mai fatti. La solidarietà nazionale non era roba per noi.

E quando capisce che da grande avrebbe fatto il sindacalista?
Sono stato operaio saldatore fino all’85. In mezzo ho fatto il militare a Trapani e poi un pezzo a Modena. Fanteria, ricordo che facevo delle gran guardie. Però, visto che ero saldatore, mi facevano fare dei lavori di manutenzione.

Sembrava più il tipo da obiezione di coscienza…
Se uno all’obiezione non ci credeva, fare quella scelta era una paraculata: facevi l’obiettore per non partire. Così ho optato per il militare. Tornato a casa, a un certo punto mi chiedono se sono disponibile a fare un’esperienza sindacale fuori dalla fabbrica. E dico sì. Il lavoro però a me piaceva. Fare il saldatore non è mica facile, ci vuol degli anni a imparare: bisognava prendere i patentini. È un mestiere pesante. Come dicevo la cosa che mi pesava di più era stare fuori d’inverno. Ma c’era il problema della cooperativa.

Cosa vuol dire?
Che eravamo tutti soci. Poi che eravamo tutti comunisti, avevamo tutti in tasca la stessa tessera, però otto ore col gelo nelle ossa ci stavano solo alcuni. E quelli che invece fuori non ci stavano sempre comunisti, eh – eccepivano, accampavano scuse. Una volta dissi al compagno direttore del personale che in tasca avevamo la stessa tessera, che però la tessera non mi proteggeva dal freddo. Non si poteva buttarla in politica per fregare i lavoratori! Alla fine l’abbiamo spuntata. E lì è iniziato tutto.

Invece il suo sogno da bambino era?
Mi piaceva tantissimo giocare a calcio, sognavo di farlo per mestiere. Non avevo i mezzi. Correvo tanto, ero molto generoso, ma i piedi non erano buoni. Ero uno come tanti, un mediano, come quello di Ligabue. Oggi purtroppo non ci riesco più, sono completamente fuori allenamento. Però nemmeno pensavo che avrei fatto il sindacalista: m’immaginavo che avrei fatto l’operaio saldatore.

Torniamo ai suoi primi passi nel sindacato, dopo la battaglia del freddo.
Gli anni in cui esco dalla fabbrica per entrare alla Fiom coincidono con il momento in cui Craxi decide, con il famoso decreto di San Valentino, di tagliare quattro punti alla scala mobile. Lo ricordo bene perché è stato un passaggio di rottura nella Cgil, tra i socialisti di Del Turco e gli altri. Tutto questo porterà a una spaccatura profonda, con il Pci che – perso il referendum – perde anche la capacità di condizionare i governi, anche se al governo non ci sta. Lì inizia il declino della rappresentanza del Partito comunista.

Non a caso, sui temi del lavoro.
È la prima volta che s’interviene sui temi del lavoro senza che ci sia bisogno del Pci, anzi contro il parere del Pci. Poi sparirà la scala mobile, e dopo ancora spariranno i contratti nazionali. Io avevo appena messo il naso fuori dalla mia azienda. Seguivo le vertenze sindacali di quattro o cinque Comuni della zona, sui cui mi avevano dato la competenza: tra aziende e piccole imprese erano una sessantina. Facevo assemblee, incontri, trattative. Quando ho dovuto abbandonare la scuola, nella mia testa c’era che avrei potuto fare le serali, volevo trovare il modo di diplomarmi. Non l’ho fatto, però il sindacato è stata la mia università. Nel ‘91, a 29 anni, mi hanno chiesto di fare il segretario provinciale della Fiom a Reggio Emilia, poi in Emilia Romagna, poi a Bologna. E dopo a Roma.

Dov ’era mentre si consumava la Bolognina?
Io al partito sono stato iscritto, fino a un certo punto, sempre senza ruoli. Nella mia sezione appoggiai Occhetto e la svolta. Poi quando i Ds hanno scelto di sciogliersi per dare vita al Pd, le nostre strade si sono divise. La consideravo un’operazione a tavolino, che non aveva progetti, non era fondata su idee comuni e valori. Temevo, e avevo ragione, che attraverso la fusione fredda di Margherita e Ds si sarebbe arrivati alla scomparsa della rappresentanza politica dei lavoratori. Avevo ragione. Oggi in tasca ho due tessere…

…quella della Cgil e?
Quella dell’Anpi. Mio papà ha fatto la Resistenza. Aveva 18 anni e nel ‘43 doveva partire militare per andare a Salò. Ma scelse di disertare ed entrò in clandestinità. È stata una cosa importante per noi figli, anche se lui era un uomo taciturno. Per me è stato sempre un riferimento, un esempio più per le cose che faceva che per quello che mi diceva.

Con Renzi avete avuto un buon feeling all’inizio. Che è successo?
Sono cambiate le scelte politico-economiche. Il suo modello di società – per come viene fuori dalle dichiarazioni, perché per ora non s’è visto molto di concreto – è sideralmente distante dal mio. Le sue proposte sono una regressione pericolosa. Schematizzando, il modello di relazioni politiche a cui ambisce è molto americano, un sistema che riduce gli spazi di partecipazione dei cittadini.

Capitolo Fiat: un’azienda che ha la sede legale in Olanda, fa le auto a Detroit, è quotata a New York, paga le tasse a Londra e in Italia ha lasciato briciole di produzione e cassintegrati. Le sarà venuto un colpo quando ha visto le immagini americane del premier con Marchionne.
Renzi è intelligente, veloce, ma anche pericolosamente spregiudicato. È uno che non fa nulla a caso. Ha dichiarato che non andava a Cernobbio perché non gli interessavano i discorsi di quelli che vanno nei salotti buoni. Poi è andato nella famosa rubinetteria, ma con Squinzi, il presidente di Confindustria. E, guarda un po’, sta assumendo in toto le loro richieste: Irap, quella cosa che lui chiama Jobs act, l’articolo 18. E poi: non è andato a Cernobbio, ma da Marchionne sì. Mi sfugge completamente come la Fiat possa essere un esempio: non solo per la fuga all’estero, ma anche per gli atteggiamenti precedenti, la decisione di escludere la Fiom dalla rappresentanza sindacale interna, il modo ricattatorio con cui ha portato avanti l’accordo per lo stabilimento di Pomigliano. Bisogna distinguere sempre i rapporti tra le persone e le scelte politiche. Vorrei precisare una cosa: non è Marchionne la questione, è la politica industriale e occupazionale della Fiat. Uno dei nostri mali, in un senso o nell’altro, è l’eccesso di personalizzazione.

Dicono: i sindacati tutelano una minoranza già tutelata.
Come direbbero dalle mie parti, questo è vero fino a mezzogiorno. Abbiamo assistito a un processo legislativo che ha permesso alle imprese di riorganizzarsi, liberandosi dai vincoli: esternalizzazioni, appalti, subappalti. Determinando anche l’impossibilità per noi di utilizzare alcuni strumenti contrattuali classici. E lo dico senza voler sollevare dalle loro responsabilità i sindacati, che non hanno fatto abbastanza per capire come bisognava cambiare e reagire. Oggi un imprenditore può lavorare, e quindi trarre profitto, senza avere alcuna responsabilità sulle condizioni di lavoro di chi concorre a formare questo profitto. Quando io sono entrato nel mondo del lavoro, dal centralinista al progettista erano tutti inquadrati nello stesso contratto: oggi sotto lo stesso tetto ci sono persone che fanno lo stesso identico lavoro, ma con trattamenti diversi. Una delle riforme da fare, è ridurre drasticamente le forme contrattuali.

Questo lo dice anche Renzi.
Sì, ma in un’idea di riforma che ci esclude completamente. Deve mettere in condizione i lavoratori, se lo vogliono, di potersi organizzare collettivamente e contrattare le proprie condizioni. Io penso che sia necessario arrivare al contratto dell’industria, il contratto dei servizi, il contratto dell’artigianato. Forme che garantiscano a tutti, a tutti, diritti minimi: orari, salario, malattia, maternità. Non c’è all’orizzonte nessun provvedimento sugli appalti, perché questo sistema fa comodo: innesca un regime di competizione tra i lavoratori, e non sul piano delle competenze, delle capacità o dei talenti. Se poi si va incontro alla logica della Fiat, saranno le aziende a decidere quali sindacati, quali diritti.

Tornato dagli Usa Renzi è andato da Fabio Fazio e ha detto: gli imprenditori devono avere la possibilità di licenziare. Che effetto le ha fatto?
Mi ha fatto incazzare. Ho pensato: ma a Renzi cosa hanno fatto di male quelli che per vivere devono lavorare? Perché ce l’ha così tanto con loro? Prevale in questi discorsi la logica padronale. Non autoritaria, proprio padronale: cioè di chi vuole poter disporre di te e della tua vita. Il principio di fondo è che il singolo lavoratore, nel rapporto con l’imprenditore, è più debole perché dipende da lui, e quindi ha bisogno di diritti per riequilibrare in parte una relazione che altrimenti sarebbe sbilanciata. Se neghi questo, affermando che l’imprenditore può disporre del lavoratore come gli va, svilisci le persone. Per uscire da questa crisi, la ricetta non è la liberalizzazione selvaggia sulla pelle dei cittadini. Non è accettabile: il modello sociale che propone Renzi è aggressivo, competitivo, feroce. Non terrà. Perché le persone non devono competere tra loro per poter vivere lavorando.

Da molto tempo le domandano di diventare il leader di una formazione di sinistra. Lei si è sempre schermito, ma ultimamente le voci sono moltiplicate e gli osservatori scrivono di una sua maggiore disponibilità.
Questa campagna è un modo per sminuire quello che stiamo facendo per costruire sui temi del lavoro una proposta alternativa a quella del governo. E non è un caso che le voci si moltiplichino adesso: c’è la manifestazione del 25 ottobre, si parla di uno sciopero generale, siamo a uno scontro vero sul piano sociale, perché se tutto quello che Renzi ha messo in fila va in porto, i rapporti sociali e sindacali cambiano radicalmente. Il governo ha scelto i contenuti della Confindustria, decidendo di attaccare frontalmente i diritti: articolo 18, cancellazione dello statuto dei lavoratori. Il tentativo di dire “la Fiom o Landini sta cercando di fare un partito” è un’operazione di bassissimo livello che vuole solo delegittimare l’opposizione che stiamo provando a fare alla politica di Renzi. Buttano la palla fuori dal campo. Ma non glielo facciamo fare.

Si ricorda l’imitazione di Bertinotti che faceva Corrado Guzzanti? L’atomizzazione della sinistra… È andata così, non è rimasto nulla.
Questa è un’altra questione, sulla quale sono certamente d’accordo. Però già nel 2010, all’indomani della manifestazione in piazza San Giovanni, scrissero che volevamo fare un partito.

Lei dice cose di sinistra.
Le ho sempre dette e pensate. Semplicemente prima non mi conosceva nessuno. Dicono che buco lo schermo perché riesco a farmi capire, ma questo dipende dall’esperienza che ho fatto nel sindacato.

Vabbè, ma non è mica sposato con la Fiom.
Io ho un patto con il sindacato. Non posso nemmeno immaginare che un iscritto della Fiom possa pensare che l’ho utilizzato per fini personali. Ho preso un impegno, il mio mandato scade fra tre anni. Nessuno mi crede, ma è così.

Ma non potrebbe fare le stesse cose in Parlamento?
È un altro mondo. Il vuoto politico che indubbiamente c’è a sinistra non lo può riempire un leader calato da Marte e non lo si può fare nemmeno incollando insieme tante realtà, frammentate tra loro. Nella mia testa io mi vedo sindacalista. Aggiungo: quando dico i lavoratori non hanno un riferimento politico, penso a tutte le persone che per vivere devono fare un lavoro salariato. E siccome sono quelli che producono la ricchezza, hanno il diritto di avere un’adeguata rappresentanza in Parlamento. Bisogna però prima creare le condizioni per un movimento in cui sono i cittadini a decidere quello che verrà. L’idea dell’uomo carismatico che risolve tutti i problemi è una stupidaggine.

Si sente ancora comunista?
Non ho studiato Marx, quando ho preso la tessera della Fgci non capivo quasi nulla. Mi sono sempre sentito una persona che stava dalla parte dei più deboli e di quelli che lavorano. Mi danno fastidio le ingiustizie e le disuguaglianze. E adesso sono molto arrabbiato, perché non ho mai visto così tanta disuguaglianza sociale. Penso ai cassintegrati, ai disoccupati, ai precari, a quelli che s’ammazzano perché non sanno come tirare a campare. Il lavoro non è una merce che si compra e vende, perché attraverso il lavoro le persone trovano non solo i mezzi per sostentarsi, ma anche realizzazione e dignità.

Il 25 ottobre sarà un altro Circo Massimo?
Allora il presidente del Consiglio si chiamava Silvio Berlusconi, oggi il premier è il segretario del Pd. Non c’è più semplicemente l’attacco all’articolo 18 e allo statuto dei lavoratori. In questi anni il mondo del lavoro si è spezzettato, il tasso di astensione elettorale è ulteriormente aumentato. Il peggioramento è generale. Oggi ricostruire un punto di vista comune è più difficile rispetto al 2002. Però sento crescere attorno alla Fiom e alla Cgil un consenso che mi fa dire che il 25 sarà l’inizio di una lotta: adesso andare in piazza non basta. Bisogna porsi il problema di quanto essere duri per fermare i piani del governo. Il messaggio che bisogna mandare è che oltre alla manifestazione, oltre allo sciopero generale che va fatto, ci saranno altre iniziative per portare avanti un progetto alternativo a quello del governo. Ci sono altri modi per reperire risorse: combattere l’evasione fiscale, la corruzione, cancellare la riforma delle pensioni. In Parlamento è finita la discussione, non è più il luogo in cui i rappresentanti dei cittadini possono far valere un’opposizione efficace al governo: la delega in bianco sul decreto lavoro è la prova lampante. Allora bisogna dimostrare in altri modi e in altri luoghi che il governo non rappresenta la maggioranza del Paese. La gente mi ferma per la strada e mi dice: tenete duro.

Da Il fatto quotidiano del 19 ottobre 2014

Un «superticket» per la sanità e blocco dei contratti fino al 2018 Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Regioni e sindacati scovano nuovi tagli. Ma Napolitano blinda il testo: «Agisce per la crescita». Renzi insiste: «Vanno ridotti gli sprechi. E dalla Ue nessuna procedura di infrazione»

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La mano­vra Renzi è tutta una sor­presa, per­lo­più nega­tiva. Ieri i gover­na­tori, dopo la “rivolta” di due giorni fa, hanno con­ti­nuato a denun­ciare i tagli e soprat­tutto il rischio che dovranno ricor­rere a pesan­tis­sime ridu­zioni di ser­vizi o a forti rin­cari delle tasse. Intanto i sin­da­cati hanno sco­vato una “chicca”: secondo l’attuale for­mu­la­zione del testo è for­te­mente pro­ba­bile che il governo abbia l’intenzione di bloc­care i con­tratti degli sta­tali per un altro trien­nio, addi­rit­tura fino al 2018. Sarebbe così un con­ge­la­mento pari quasi a un’era gla­ciale, di ben 9 anni (dal 2009).

Il gover­na­tore della Toscana, Enrico Rossi, va al cuore del pro­blema: l’esecutivo sta dicendo pra­ti­ca­mente alle Regioni che la sanità o si auto­ri­durrà al lumi­cino o dovrà essere soste­nuta da un «super­tic­ket». «Se ci tol­gono 4 miliardi, per la Toscana sono quasi 300 milioni in meno. Dob­biamo insi­stere con il taglio dei pri­vi­legi, ma non arri­ve­remo mai a recu­pe­rare 300 milioni o più. Allora, apriamo seria­mente una discus­sione su quel che vogliamo sia il ser­vi­zio sani­ta­rio – dice Rossi – Dob­biamo chie­derci se per man­te­nere un ser­vi­zio uni­ver­sale e gra­tuito per la stra­grande mag­gio­ranza dei cit­ta­dini non sia venuto il momento di chie­dere ai red­diti più ele­vati il paga­mento di un con­tri­buto sulle pre­sta­zioni sanitarie».

Si trat­te­rebbe di una sorta di «super­tic­ket» per gli ita­liani più abbienti, secondo Rossi. Ma noi ci per­met­tiamo di inte­grare con una nota­zione: a bocce ferme, e con quella finan­zia­ria, il «super­tic­ket» rischiano di pagarlo tutti, poveri com­presi; che ovvia­mente non avranno altra strada rispetto alla rinun­cia delle cure.

Sulla legge di sta­bi­lità ha par­lato anche il pre­si­dente della Repub­blica, di fatto blin­dan­dola: «Con­tiene – ha detto Gior­gio Napo­li­tano – un rico­no­sci­mento ampio e ci sono misure impor­tanti per la cre­scita, sia diret­ta­mente per quel che riguarda le poli­ti­che di inve­sti­menti, sia indi­ret­ta­mente per quello che riguarda la ridu­zione della pres­sione fiscale. Penso che le posi­zioni prese con note­vole net­tezza dal governo ita­liano, ma non solo dall’Italia, vadano nel senso di un forte rilan­cio delle poli­ti­che per la crescita».

«Basta coi tweet – dice a Renzi il capo della Con­fe­renza delle Regioni, Ser­gio Chiam­pa­rino – incon­tria­moci». Incon­tro che si potrebbe tenere, ma non è uffi­ciale, gio­vedì 23. Tra l’altro secondo i gover­na­tori i tagli ammon­tano a 6 miliardi, per­ché ai 4 pre­vi­sti da Renzi si devono aggiun­gere il miliardo già cal­co­lato per il 2015 dal governo Monti, i 750 milioni intro­dotti da Letta e i 250 milioni in meno deri­vanti dal taglio dell’Irap.

E la con­tro­pro­po­sta delle Regioni sarebbe già pronta: reste­reb­bero i 4 miliardi di tagli, ma si inter­ver­rebbe con rimo­du­la­zioni delle entrate, tali da con­sen­tire di reg­gere i tagli. Ma tra i gover­na­tori e i primi cit­ta­dini i toni sono anche accesi. Il numero uno della Lom­bar­dia Roberto Maroni minac­cia la chiu­sura di almeno 10 ospe­dali per­ché gli ver­ranno a man­care 930 milioni di euro. Men­tre Ales­san­dro Cat­ta­neo (Fi), vice pre­si­dente Anci, dice «ok ai tagli ma Renzi abo­li­sca l’articolo 18 nella pub­blica amministrazione».

Renzi però non molla: «Figu­ria­moci se non par­liamo con i pre­si­denti delle Regioni. Ma tagliare i ser­vizi sani­tari sarebbe inac­cet­ta­bile. Piut­to­sto si tagli qual­che Asl o qual­che nomina di pri­ma­rio». Secondo il pre­mier, poi, «è esclusa una pro­ce­dura di infra­zione dalla Ue». Infine una bat­tuta per chi pro­te­sta: «C’è chi occupa le fab­bri­che, io le apro».

Dalla Cgil arriva l’allarme sui con­tratti pub­blici: «L’ulteriore e immo­ti­vato anno di blocco dell’indennità di vacanza con­trat­tuale, fino al 2018, che si legge nei testi dispo­ni­bili, con­so­lida il dub­bio che si stiano pre­pa­rando a bloc­care i con­tratti fino a quella data», nota Michele Gentile.

Palermo, Ancona, Bologna: polizia all’opera contro antagonismo e antifascismo Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Mano pesante della polizia contro l’antagonismo e l’antifascismo. Dopo la due giorni di Torino dove la polizia si è scatenata in ben due occasioni contro l’antagonismo: al Caat durante un presidio e al corteo della Fiom, a Bologna, le forze dell’ordine ed un corteo dei centri sociali si sono violentemente scontrati, prima quando i manifestanti volevano andare a contestare il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, poi quando hanno cercato di raggiungere un presidio di Forza Nuova. Ma manganellate sono volate anche a Palermo, per un corteo di studenti che protestava, chiedendo di parlare, contro il ministro Stefania Giannini e ad Ancona sempre per un corteo contro una manifestazione di Forza Nuova. E’ stata una giornata ad alta tensione in diverse piazze italiane.

A Bologna un corteo che ha raccolto diverse centinaia di attivisti aveva due obiettivi dichiarati: Banca d’Italia e Forza Nuova. Il movimento di estrema destra aveva organizzato un presidio in una piazza del centro, un paio di ore dopo, ma a poche centinaia di metri di distanza dall’aula di Santa Lucia dove era atteso il governatore della Banca d’Italia.
In via Castiglione, a pochi passi dal luogo dove Visco stava tenendo una lettura per i 60 anni del Mulino, manifestanti e forze dell’ordine si sono fronteggiati una prima volta. C’è stata una violenta carica della polizia. Stesso copione, ma con maggiore intensità, in via Garibaldi, poco dopo le 19, in una zona abitualmente piena di gente per lo shopping e l’aperitivo. Qua la pressione del corteo per raggiungere il presidio di Forza Nuova si è fatta più insistente. Anche qui è partita una carica che ha impedito al corteo dei centri sociali di raggiungere la piazza di Forza Nuova. Il bilancio è stato di una decina di feriti, fra forze dell’ordine e manifestanti, un esponente dell’antagonismo bolognese portato in Questura, e poi arrestato, e il “salotto buono” della città con i segni di una giornata di scontri.
In mattinata, c’erano invece stati scontri a Palermo, fra polizia e studenti, in occasione di una visita del ministro dell’istruzione Stefania Giannini, davanti al liceo Regina Margherita.
Ad Ancona, invece, il motivo dello scontro è stato ancora una volta un corteo di Forza Nuova al quale una contro-manifestazione organizzata dai centri sociali, alla quale hanno partecipato anche Anpi, Sel e Pdci. E’ stato arrestato un ragazzo, condotto presso la propria abitazione per l’esecuzione della misura cautelare dei domiciliari. Non sono ancora note le imputazioni, lunedì si terrà il processo per direttissima. Convocato per lunedì un presidio davanti al tribunale di Ancona.Momenti di tensione a Milano, dove però non si è arrivati agli scontri, per il corteo antirazzista organizzato in opposizione ad una manifestazione della Lega Nord. Anche in questo caso le forze di polizia hanno impedito alle due iniziative contrapposte di entrare in contatto.
Manifestazioni anche a Napoli e a Reggio Calabria. Il tema dell’immigrazione in prima piano per i cortei delle due città del Sud, che hanno visto in piazza da Fratelli d’Italia ai centri sociali.
ABergamo, infine, oltre 500 militanti antifascisti, contro i divieti della questura, hanno conquistato il diritto di manifestare costringendo lo sparuto ritrovo nazifascista in un’area periferia va della città, nella zona del cimitero comunale

“Stop Razzismo”, a Castelvolturno e a Roma, i cortei migranti contro lo show di Salvini Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La risposta al lugubre corteo Lega-fascisti di Milano arriva dal Sud. Un corteo di almeno ottomila immigrati ha animato ieri un lungo tratto di quasi dieci chilometri di Domiziana a Castel Volturno chiedendo una modifica della normativa sull’immigrazione a partire dalla cancellazione della Bossi-Fini. La manifestazione, intitolata “Stop Razzismo”, è stata organizzata dal Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta in contrapposizione alle iniziative “Stop Invasione” organizzate a Milano dalla Lega e da Fratelli d’Italia a Reggio Calabria.
Una lunga mobilitazione partita dopo i fatti di Pescopagano del luglio scorso che qualche giorno fa ha dato i suoi frutti con la presentazione da parte del ministero dell’Interno, tramite il prefetto Mario Morcone, di un piano straordinario che diverrà operativo entro novembre e che farà emergere oltre mille immigrati irregolari di Castel Volturno che hanno determinati requisiti, vale a dire che vivono nel comune casertano da anni, che hanno un lavoro e una famiglia, insomma che non sono più rimpatriabili. All’annuncio dato dagli organizzatori è scoppiato un grande applauso tra gli stranieri. “Siamo qui per chiedere i diritti che ci spettano perché tutti lavoriamo” ha gridato dall’altoparlante Mamadou Kwasi, immigrato ivoriano che da anni lavora a fianco degli stranieri.
“Salvini dà false informazioni e falsi numeri sugli immigrati – ha spiegato Mimma D’Amico del Centro sociale ex Canapificio sede del Movimento Migranti e Rifugiati – quando dice che su 40754 richieste di asilo presentate negli ultimi 14 mesi solo 4288, ovvero il 10%, sono state accettate mentre la restante parte dei migranti richiedenti è ora clandestina. Degli oltre 38mila stranieri non riconosciuti come rifugiati, quasi 23mila si sono visti riconoscere status di protezione diversi (protezione sussidiaria per 9055 immigrati, protezione umanitaria per altri 13649). Dunque solo 12.081 migranti sono irregolari, ma qualcuno ha fatto ricorso contro il diniego al tribunale ed è in attesa di sentenza, qualcun altro si è reso irreperibile mentre moltissimi sono senza passaporto”.

Migliaia anche a Roma, nel quartiere di Torpignattara, venerdì scorso, dove poche settimane fa c’è stato un omicidio razzista di un ragazzo del Bangladesh, Shazhad, di 28 anni e padre di un bambino di appena tre mesi. Sono scesi in piazza per rifiutare la presenza razzista di un gruppetto di fascisti. Quello che doveva essere un semplice volantinaggio è diventato ben presto un presidio di protesta e poi un corteo per le strade del quartiere. A protezione dello sparuto gruppo di neofascisti si sono schierati immediatamente i blindati dei carabinieri e decine di agenti in assetto anti-sommossa, che hanno intimato ai manifestanti di disperdersi. Di fronte al rifiuto di smobilitare, però, i cordoni dei carabinieri hanno dovuto spingere i manifestanti fino al centro dell’incrocio tra via Casilina e via dell’Acqua Bullicante dove l’iniziativa è diventata sempre più affollata e in molti hanno scandito lo slogan “fuori i fascisti e i razzisti da Torpignattara”. La piazza ha deciso di non rispondere alle provocazioni della polizia, muovendosi in corteo per le strade del quartiere dietro uno striscione che recitava “Il vero degrado è la guerra tra poveri”. In molti si sono affacciati dai balconi, salutando la manifestazione che si è conclusa all’altezza del “cannone” di via Casilina. Qui, diversi interventi hanno rilanciato il corteo organizzato dai comitati di quartiere per giovedì 23 ottobre

Un urlo da Genova: «Basta grandi opere, risanare il territorio» Fonte: Il Manifesto | Autore: Katia Bonchi

Subito dopo l’alluvione hanno creato su face­book il gruppo «La meglio gio­ventù», per coor­di­nare gli stu­denti che si sono ritro­vati per le strade di Genova a spa­lare il fango, ieri sono scesi in piazza per dire basta alle poli­ti­che di quello che defi­ni­scono il «par­tito tra­sver­sale del cemento».

Erano un migliaio a Genova e hanno per­corso le strade della città mag­gior­mente col­pite dall’alluvione della sera del 9 otto­bre. Gio­vani dei cen­tri sociali, stu­denti, No Tav e tanti volon­tari si sono ritro­vati nel pome­rig­gio davanti al cimi­tero di Sta­glieno, uno dei quar­tieri più col­piti dalla furia dell’acqua. «Siamo quelli che si sono stan­cati di spa­lare e vogliono lot­tare» dicono i ragazzi al mega­fono. Sono i gio­vani che non vogliono sen­tirsi chia­mare «angeli per­ché gli angeli non si incaz­zano e noi invece siamo molto arrab­biati». «Come nel 2011 assieme a migliaia di cit­ta­dini abbiamo sop­pe­rito all’incuria delle isti­tu­zioni — spiega Gia­como Zolezzi dell’Unione degli stu­denti — e aiu­tato chi aveva biso­gno, ma la neces­sa­ria soli­da­rietà non ci deve far dimen­ti­care le respon­sa­bi­lità poli­ti­che di una situa­zione intol­le­ra­bile per­ché in que­sti anni non si è pro­ce­duto a met­tere in sicu­rezza il ter­ri­to­rio. E in que­sti giorni, con il decreto Sblocca Ita­lia è arri­vata l’ultima presa in giro, con l’assegnazione di soli 110 milioni per il dis­se­sto idro­geo­lo­gico e 4 miliardi per le grandi opere. E’ inac­cet­ta­bile e chie­diamo che i fondi desti­nati alle grandi opere siano spo­stati per far fronte al dis­se­sto del territorio».

«Abbiamo spa­lato per quat­tro giorni – rac­conta Sara, 20 anni – senza che nem­meno ci venisse por­tata dell’acqua o delle pale. Abbiamo tolto il fango e i detriti a mani nude senza nes­sun soste­gno da parte delle isti­tu­zioni, ma solo con la soli­da­rietà e il sup­porto che ci siamo dati tra noi». Ales­san­dro ha 21 anni, è arri­vato da Torino lunedì mat­tina, ha ancora i vestiti coperti di fango e una pala in mano. «Ancora oggi sono andato a dare una mano nella zona di Sta­glieno – rac­conta – ma poi ho saputo del cor­teo e ho voluto unirmi per­ché non ne posso più di que­sta man­canza di coor­di­na­mento da parte di chi avrebbe que­sto ruolo. Abbiamo dovuto fare tutto da soli e quasi quasi sem­bra­vamo dare fastidio».

Grandi opere, cemen­ti­fi­ca­zione sel­vag­gia, pri­va­tiz­za­zioni, tagli ai ser­vizi. Tanti i temi affron­tati negli inter­venti che si sono sus­se­guiti durante il cor­teo. «Il sin­daco Doria non ha nep­pure pen­sato di for­nire i bus gra­tis ai cit­ta­dini durante il periodo di emer­genza» ha ricor­dato qual­cuno». Quando il cor­teo è arri­vato in via Cane­vari, nel punto dove è stato ritro­vato il corpo di Anto­nio Cam­pa­nella, l’ex infer­miere di 57 anni, unica vit­tima dell’alluvione, si è levato l’urlo «Assas­sini, assas­sini», ma la scelta chiara degli orga­niz­za­tori era ed è stata quella di un cor­teo paci­fico, senza ten­sioni né inci­denti, anche per rispetto a una città ancora pro­fon­da­mente ferita.

In cor­teo anche una dele­ga­zione dell’associazione 29 giu­gno, che riu­ni­sce i fami­liari delle vit­time della strage di Via­reg­gio («Siamo qui per por­tare la nostra soli­da­rietà alla popo­la­zione di Genova – spiega Ric­cardo Anto­nini – e per denun­ciare la gra­vità della situa­zione»), un gruppo di No Tav val­su­sini gui­dati da Nico­letta Dosio e i comi­tati geno­vesi e pie­mon­tesi che si bat­tono con­tro la rea­liz­za­zione del terzo valico. Pro­prio da uno di que­sti can­tieri, in Val­pol­ce­vera, la mat­tina dopo l’alluvione si è stac­cata una frana che ha inve­stito un treno Frec­cia­bianca il cui loco­mo­tore, insieme a due car­rozze, è uscito dai binari rima­nendo for­tu­no­sa­mente in posi­zione ver­ti­cale. Sarà un’inchiesta aperta dalla magi­stra­tura geno­vese a sta­bi­lire le respon­sa­bi­lità penali per un disa­stro fer­ro­via­rio che per for­tuna non è diven­tato una strage, ma i No Tav denun­ciano: «Quell’area, appena disbo­scata, imme­dia­ta­mente sopra la fer­ro­via non era nep­pure dotata di una pro­te­zione da fango e detriti. Le foto par­lano da sole per que­sto ci chie­diamo per­ché quel can­tiere non sia stato ancora messo sotto sequestro».

Marcia della Pace, partenza al suono di cento esplosioni per dire no alla guerra da: controlacrisi.org

Un’edizione speciale quella del 2014 e per questo si è scelto lo slogan “Cento anni di guerre bastano”.

Ad aprire, in prima fila, la bella bandiera della pace, con i suoi colori vivi, quelli dell’arcobaleno. Tanti cartelli con scritte in difesa dei diritti costituzionali. La Marcia della Pace Perugia-Assisi è viva e parteciapata, si sente in particolare l’importanta dell’edizione 2014, che ha come tema “Cento anni di guerre bastano”. Presente, tra gli altri, Don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Ad attendere i manifestanti ad Assisi c’è anche la presidente della Camera, Laura Boldrini. La partenza è stata caratterizzata dal suono di cento esplosioni diffuso dagli altoparlanti. “Cento colpi – ha detto l’organizzatore della Marcia della Pace, Flavio Lotti – che scandiscono cento anni di guerre, con tante stragi che anche oggi ci sono nel mondo. Siamo qui perché non vogliamo più vedere vittime”. Lotti si ritiene soddisfatto per la partecipazione e ha detto “siamo tantissimi, decine di migliaia”.