Processo Ruby, i retroscena dello scontro tra i giudici d’appello da: l’espresso

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La sentenza ha spaccato i magistati della corte. Dopo le dimissioni del presidente Tranfa, che era contrario all’assoluzione, ecco la ricostruzione di cosa è avvenuto in camera di Consiglio. E il senso di una foto emblematica: “La legge è uguale per tutti”

di Paolo Biondani

17 ottobre 2014

Processo Ruby, i retroscena dello scontro tra i giudici d'appello

Berlusconi assolto per un voto. Enrico Tranfa, il presidente del collegio della corte d’appello che il 18 luglio scorso ha assolto l’ex presidente del consiglio nel processo Ruby, si è dimesso dalla magistratura nel primo pomeriggio di ieri, compilando via Internet un burocratico modulo dell’Inps di pensionamento anticipato. Solo a quel punto ha comunicato la sua decisione ai vertici degli uffici giudiziari milanesi, senza fornire alcuna spiegazione. «E’ vero, mi sono dimesso ieri pomeriggio, ma non intendo fare alcuna dichiarazione», conferma oggi al telefono l’ormai ex magistrato.

Il giudice Tranfa non vuole e non può fornire alcuna spiegazione, perché è obbligato dalla legge a mantenere il segreto più assoluto su quello che è successo, tre mesi fa, nella camera di consiglio della seconda sezione della corte d’appello, che ha cancellato la condanna a sette anni che era stata inflitta a Berlusconi in primo grado. In quelle tre ore di confronto a porte chiuse, i tre giudici d’appello si sono spaccati.

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La sentenza Ruby, e quel mondo di Silvio Berlusconi che non c’è più

Le motivazioni del giudizio di appello, che assolve l’ex premier, ripercorrono le serate del bunga bunga, tra “lap dance” e “palpeggiamenti”. Un universo cristallizzato ormai solo nelle aule di tribunale, a prova di quanto la giustizia, per quanto in questo caso abbastanza celere, possa essere lenta a raffronto con la vita

Il presidente Tranfa è stato messo in minoranza dagli altri due componenti del collegio, la relatrice Concetta detta Ketty Lo Curto e il giudice a latere Alberto Puccinelli. Lo scontro è stato molto acceso e ha riguardato soprattutto l’accusa più grave di concussione. A uno dei magistrati più amici, quelli che lo hanno sempre stimato e che gli chiedevano inutilmente spiegazioni, il giudice Tranfa si è limitato a mostrare una fotografia che ritraeva il suo collegio mentre egli stesso leggeva il verdetto di assoluzione. Dietro ai tre giudici, campeggiava la scritta: «La legge è uguale per tutti».

Fino a ieri si poteva pensare che la condanna inflitta dal tribunale a Berlusconi fosse stata azzerata all’unanimità nella partita giudiziaria di ritorno. Invece, dopo il sonoro verdetto di colpevolezza deciso da tutti e tre i giudici di primo grado, il processo d’appello si è chiuso con un risultato di due a uno. A conti fatti, dei 6 giudici di merito che hanno esaminato il caso Ruby, 4 lo hanno considerato colpevole e solo 2 lo hanno proclamato innocente. Ma la giustizia non segue le regole dei tornei di quel calcio che ha reso tanto popolare Berlusconi: nei processi conta solo l’ultimo verdetto. E così il 3 a 0 dell’andata oggi non vale più niente: l’unico risultato utile è l’assoluzione imposta in appello da due giudici contro uno.

I magistrati Lo Curto e Puccinelli si sono mostrati compatti fin dal primo momento nell’escludere non il fatto storico, ma la rilevanza penale delle telefonate con cui Silvio Berlusconi, la notte del 27 maggio 2010, mentre era il presidente del consiglio in carica, chiese al capo di gabinetto della questura milanese, Piero Ostuni, di rilasciare la minorenne marocchina Karima El Mahroug, detta Ruby, presentandola falsamente come la nipote dell’allora presidente egiziano Mubarak. Il giudice Tranfa ha sollevato numerose obiezioni alla tesi innocentista, esposta in particolare dalla relatrice Lo Curto, ed è uscito dalla camera di consiglio con la ferma convinzione che i colleghi avessero commesso un errore imperdonabile. In linea teorica Tranfa avrebbe potuto esplicitare il suo dissenso con una dichiarazione da conservare in cassaforte in busta chiusa, ma nella prassi dei tribunali questa formale presa di distanze viene utilizzata solo nei casi eccezionali in cui una decisione controversa possa esporre ogni singolo magistrato al rischio di dover risarcire i danni provocati da un clamoroso errore giudiziario, ad esempio per un’ingiusta detenzione o un sequestro patrimoniale ingiustificato: un’ipotesi da escludere per questa sentenza di assoluzione.

Come presidente del collegio, Tranfa era comunque tenuto a sottoscrivere personalmente la motivazione, a pena di nullità: avrebbe potuto rifiutarsi di siglarla solo se il testo, redatto dalla giudice Lo Curto, fosse risultato diverso rispetto all’effettivo contenuto della decisione, riassunto nelle apposite “minute” della camera di consiglio. Quindi ieri mattina il presidente Tranfa, dopo aver esaminato la motivazione, ha dovuto pure sottoscrivere un’assoluzione che non ha mai condiviso. Ma quella firma è stata l’ultimo atto della sua lunga carriera di magistrato, iniziata nel 1975. Proprio l’autorevolezza e il rigore che Tranfa ha sempre dimostrato nella sua sua attività di giudice a Milano, dove è stato anche presidente del tribunale del riesame, aveva finora zittito le critiche di altri magistrati contro il verdetto innocentista, che in caso di ricorso della procura generale dovrà affrontare il vaglio finale dei cinque giudici di turno della Cassazione.

La divisione fra i tre giudici del caso Ruby non è legata ai loro ipotetici orientamenti politici. La relatrice Lo Curto è una militante dichiarata di Magistratura democratica, la corrente delle toghe collocabile a sinistra, che a Milano ha tra i suoi massimi esponenti il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, che con l’imprevista assoluzione di Berlusconi ha subito una pesantissima sconfitta. Il giudice Tranfa invece è sempre stato considerato vicino alla corrente centrista di Unicost. Mentre il terzo giudice,  l’unico che a torto o a ragione era ritenuto vicino alle correnti togate di centro-destra, aveva dimostrato di non essere influenzabile da ipotetiche interferenze politiche già nell’aprile scorso, quando aveva scritto personalmente l’articolata motivazione della sentenza che ha dichiarato l’inevitabile prescrizione in appello per la vicenda del trafugamento delle intercettazioni dell’inchiesta Unipol, pubblicate dal “Giornale” quando erano ancora segrete, negando così l’assoluzione chiesta da Silvio e Paolo Berlusconi. E confermando invece la loro condanna a risarcire i danni all’attuale sindaco di Torino Piero Fassino, riconosciuto vittima di «una manovra smisuratamente scandalistica» diretta a «colpirlo individualmente sul piano politico» durante la campagna elettorale del 2006.

Lo scontro sul caso Ruby, invece, si è giocato interamente su questioni di diritto. Della legge Severino, che ha riformulato il reato di concussione durante il processo,i giudici abbiano parlato pochissimo. Al centro della discussione invece sembra esserci stato soprattutto il concetto di «minaccia in grado di incutere timore nella vittima», che i due giudici innocentisti hanno ritenuto indispensabile, ma non provato nel caso concreto: in pratica, secondo la sentenza, Berlusconi si è limitato a raccomandare Ruby al funzionario Ostuni, che gli ha obbedito ben volentieri, senza sentirsi in alcun modo costretto, obbligato e neppure indotto indebitamente. Il presidente Tranfa avrebbe inutilmente replicato che la Cassazione ha sempre considerato sufficiente (anche dopo la legge Severino) una minaccia «implicita», cioè non esplicitata apertamente, ma ricavabile indirettamente dalla posizione di potere di Berlusconi, che era il capo del governo in carica, rispetto a un funzionario della questura che è gerarchicamente sottoposto al ministero dell’Interno.

Più in generale, secondo la posizione attribuibile a Tranfa, la sentenza di assoluzione avrebbe scomposto e frammentato i singoli tasselli del mosaico accusatorio svalutando la concatenazione di indizi contrari: ad esempio, il rifiuto opposto dalla pm della procura dei minori ad affidare Ruby alla consigliere regionale Nicole Minetti (che poi l’ha mandata a dormire a casa di un’amica prostituta brasiliana) è stato liquidato dai giudici innocentisti come «un parere non vincolante». E nessun peso è stato attribuito al silenzio mantenuto da tutto lo stato maggiore della questura sulle telefonate di Berlusconi e sul rilascio di Ruby, anche se già da quella notte si era scoperto che non si trattava affatto della nipote di Mubarak: la magistratura è stata informata con diverse settimane di ritardo, solo grazie a una segnalazione partita da due semplici agenti di polizia. Che il giudice Tranfa, nel segreto della camera di consiglio, avrebbe ricoperto di elogi, perché hanno avuto il coraggio di applicare nei fatti quello stesso principio costituzionale che ora la sentenza favorevole a Berlusconi avrebbe invece tradito: la legge è uguale per tutti.

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