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40 anni di Stato-Mafia e Mafia-Stato da: antimafia duemila

lodato-c-paolo-bassaniL’editoriale dell’ultimo numero di ANTIMAFIADuemiladi SaverLe convergenze parallele nel Paese della Politica e dell’Assassinio

Il rischio di ripetersi, di grattare il fondo del barile, di scadere negli slogans, di sperare, alzando la voce, di farsi sentire dai sordi, o, al contrario, di indulgere allo scetticismo, lasciarsi prendere dallo sconforto, concludere che le battaglie impossibili non si possono vincere a dispetto dei santi, c’è. Ed è innegabile. Nel Vangelo sta scritto che “non si vive di solo pane”.
Perché mai, allora, si dovrebbe poter “vivere di sola lotta alla mafia”? Perché mai soltanto un’élite scelta dalla popolazione, che, a seconda delle fasi attraversate, si dilata e si restringe a guisa di una fisarmonica, dovrebbe intestarsi un’opzione di vita, per quanto fortemente caratterizzata eticamente, intrisa di valori nobili, logicamente inattaccabile, che però ha il piccolo difetto di non esser fatta propria dalla stragrande maggioranza della popolazione? Insomma: chi ce lo fa fare?
Non sono domande qualunquistiche. Sono domande, semmai, con le quali “l’antimafia” – parole utilizzabili non ce ne sono altre – deve fare i conti. Perché se si vuole andare avanti bisogna pur sapere in che direzione andare.
Gli anni che trascorrono – meglio: i decenni che  trascorrono – ci fanno avvertire un vento gelido che è impossibile ignorare. Le polemiche interne dilaniano i rappresentanti degli avamposti antimafia. Non sfugge a don Luigi Ciotti, che infatti avverte: “all’antimafia non giovano le polemiche”. Giustissimo.
Nino Di Matteo rischia la vita. Eppure…
Eppure: magistrati contro magistrati. Ex magistrati, nel frattempo diventati “onorevoli”, contro magistrati in servizio. Giornalisti contro magistrati e viceversa. Esponenti politici di tutte le parrocchie che sparano ad alzo zero – è sempre stato così, ma adesso si avverte un clima da finale regolamento dei conti – contro il principio stesso di controllo della legalità. Il fatto che il governo, alla Camera, sia stato battuto a scrutino segreto con l’approvazione di un emendamento leghista che introduce norme vendicative in materia di responsabilità civile dei giudici, fa capire l’aria che tira.
I grandi storici e i grandi giuristi, forse – e lo diciamo a loro parziale attenuante -,  piegati dalla vitalità di una materia mai doma, mai catalogabile per sempre, tanto da sembrare destinata all’eternità, si rifugiano ormai, mettendo da parte i ferri del mestiere, nell’armamentario della banalità: non è vero che la mafia ha vinto, ma siccome non si può neanche dire che la mafia abbia perso, ecco il topolino interpretativo: la mafia ha vinto sì e no, la mafia c’è e non c’è, una volta sparava oggi non spara più, visibile allora, invisibile oggi.
E rendendosi conto, da quei cervelloni dalla lunga coda che sono, che solo l’ipotizzare l’esistenza di una trattativa fra lo Stato e la Mafia nel ‘92-‘93 finirebbe con il mandare in fumo i castelli che vanno costruendo, eccoli “cacar sentenza” tuonando che mai trattativa ci fu e,  se ci fu,  fu a fin di bene e che alcuno può essere processato per il reato di trattativa che il nostro codice penale non contempla. Di fronte a cotanto argomentare, verrebbe da dire, per celia, che l’unico verdetto noto, per ora, è questo: la mafia ha sconfitto 3 a 0 tanto gli storici quanto i giuristi causidici. I quali, infatti, hanno finito con lo smarrire le ragioni del loro mestiere. Prova ne sia che, agli uni e agli altri, non resta altro che alimentare la saga del “negazionismo” (la trattativa non ci fu!) che porterebbe oggi a sicura bocciatura qualsiasi laureando in storia contemporanea che la facesse propria. Se ne facciano una ragione i Fiandaca e i Lupo, ma le cose stanno così.
Tantissimi politici – e non solo – cavalcano simili tesi nella speranza di aggrapparsi a una scialuppa di salvataggio che li metta al riparo da una magistratura che spinga sempre più in alto il profilo delle sue indagini. Non vogliono che saltino fuori le loro magagne. Vorrebbero continuare a rubare a man bassa. Pretendono una qualità della vita da satrapi, a dispetto di un paese agonizzante. Espatriano, latitano, si iscrivono al “club del perseguitato politico”, non appena qualcosa per loro va storto.
Certo. Sarebbe tutto più semplice se venisse reintrodotto lo scudo dell’immunità parlamentare.
Il duo Calderoli (Lega, quello del porcellum) – Finocchiaro (Pd, con scorta a passeggio per l’Ikea) in tal senso si sta acconciando, proponendone la reintroduzione al Senato, giusto per “vedere l’effetto che fa” sull’Italia di oggi. E ora, messa sotto torchio dallo stesso Pd, la Finocchiaro balbetta di non voler restare con il cerino in mano*.
Ma quando ci si imbatte in questa quotidiana lista dei dolori, molti protestano, volendo zittire le fastidiose mosche cocchiere dell’antimafia: “questa è cronaca, non è storia”. A voler sottolineare, in chi di cronaca si occupa, quasi una vocazione a quella “scienza dei nullatenenti” cui si riferiva decenni orsono il filosofo Lucio Colletti a proposito di una “metodologia” che pretendesse di leggere il mondo prescindendo dai suoi contenuti. Sarà.
Noi, invece, troviamo ben incise – e perfettamente valide ancora oggi – le parole di Giorgio Bocca, che storico non era né si fregiava d’esserlo; cronista, punto e basta: Un libro, Dieci anni di mafia – scrisse in una recensione su “L’Espresso”, più di vent’anni orsono – che ci fa capire perché ci saranno ancora cento, mille anni di mafia.
Forse Giorgio Bocca andrebbe considerato storico a tutto tondo  in questo paese di mongolfiere svolazzanti che sono diventati certi “storici” con la patente. Ma non perdiamo il filo del nostro ragionamento.
Ci dà una mano, Giacomo Leopardi, con i suoi: “Pensieri”: “Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto”. E ancora: “Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna; se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle …”. Così va il mondo, ci dice Leopardi: una lega di birbanti contro uomini da bene. Tranchant, non c’è che dire.
E l’Italia, invece, come va?
Quasi un secolo e mezzo dopo Leopardi, Goffredo Parise, autore, fra l’altro, di un meraviglioso reportage sul Giappone (dal titolo: “L’eleganza è frigida”, Adelphi) scrive di Marco –  nome letterario del viaggiatore che altri non era che lui stesso -, e riferendosi all’Italia dalla quale era partito per volare a Tokio: “Marco … pensò ai costumi del paese della Politica e dell’Assassinio così lontani ma ancora così presenti nel suo animo”.
L’Italia: il paese della Politica e dell’Assassinio. Anche Parise non scherzava.
Siamo al nocciolo della questione.
E’ in Italia che la lega dei birbanti contro gli uomini da bene (Leopardi) ha sprigionato il meglio di sé nel paese della Politica e dell’Assassinio (Parise). E’ per questo che da oltre un secolo e mezzo, con buona pace di Giovanni Falcone che per un momento si convinse di intravederne la fine, Cosa Nostra detta ancora legge.
Ma ha ancora senso parlare di Cosa Nostra?
Non è un contenitore linguistico ormai in frantumi nell’Italia dell’Expo e del Mose?
Degli scandali che falcidiano tutte le regioni italiane, nessuna esclusa?
Nell’Italia di Scajola e di Dell’Utri, di Berlusconi e Matacena, di quei dirigenti Pd e Pdl che contano mazzette, nella Sicilia di Cuffaro e Lombardo e Genovese, o nella Lombardia di Formigoni, senza volerla fare troppo lunga?
In quest’Italia – dico – non vi sembra che tutti i soggetti che ho nominato (e quanto per difetto) “facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono”? Basta sfogliare i giornali e leggere le intercettazioni telefoniche per capire che il “club dei potenti” annovera di tutto ormai fra le sue fila: il politico e il dirigente statale, il bancario e alti funzionari degli apparati repressivi (Deviati? Non deviati? Ma che differenza fa giunti a questo punto?), faccendieri e camorristi, alti prelati e docenti universitari, mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, ministri e ex ministri, generali di corpo d’armata, sottosegretari e ex sottosegretari, uomini della P3, della P4, della P5, eccetera, eccetera, eccetera. Tutti costoro, per tornare a dirla con il Leopardi, si conoscono tra loro per quello che sono.
Una volta, dalle nostre parti, si diceva: “se tutto è mafia niente è mafia”. E alla Politica italiana piacerebbe tanto parafrasare: “Se tutti siamo corrotti nessuno è corrotto”.
Matteo Renzi ha detto in proposito: “Fosse per me i politici che rubano li accuserei di alto tradimento e li manderei tutti a casa”. Meglio di niente. Fosse per noi, quelli che si sono auto assegnati vitalizi da centomila euro al mese li manderemmo tutti in galera. Sfumature, che però fanno la differenza.
L’Italia è così.
Ed è questa la ragione per cui – come ho già avuto modo di scrivere e ripetere in occasione del ricordo di Giovanni Falcone alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo (22 maggio di quest’anno) – la favoletta della Mafia contrapposta allo Stato (e viceversa), che per un secolo e mezzo è stata propinata agli italiani come una dolciastra melassa, andrebbe sostituita da ben altra narrazione: sono sempre esistiti, in Italia, lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato. E mai, come in questo momento, le due entità sono diventate simbiotiche.
Dallo stragismo nero a quello rosso, dall’eliminazione di grandi personalità “incompatibili” con la “lega dei birbanti” allo stragismo mafioso, qualunque bandolo si prende della storia nazionale italiana in questi ultimi settant’anni il quadro finale resta lo stesso: migliaia di vittime e di verità negate, istituzioni colluse e compromesse, enormi ferite inferte al tessuto democratico. Limitiamoci all’ attualità.
Farò solo qualche  esempio per rendere l’idea: le “esternazioni” di Totò Riina. Il quale ha minacciato di morte Nino Di Matteo. E si è scagliato contro il processo sulla trattativa. E si è detto contrario alla deposizione, in quel processo, del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Ora, improvvisamente, tace. O lo hanno fatto tacere.
Il CSM, dal canto suo, prima ha messo sotto azione disciplinare Di Matteo poi – bontà sua – ha archiviato il caso.
Napolitano – ormai è arcinoto – ha preteso e ottenuto che fossero mandate al macero le sue telefonate con l’indagato Mancino Nicola.
Le truppe cammellate dell’Informazione, dei maitre a’ penser, della politica, delle istituzioni, si sono esercitate nel tiro al bersaglio contro i poveri Cirenei della Procura della Repubblica di Palermo, che sembrano ricordarci l’Alfieri: “volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”… indagare, si capisce.
Insomma, tutti, in quest’Italia, fanno il lavoro per il quale sono portati.
Non si indaga – invece – sulla trattativa, ammoniscono i Napolitano, gli Scalfari, i Ferrara, i Macaluso, i Violante, gli Arlacchi, gli Sgarbi, i Cicchitto, i Gasparri, i Fiandaca, i Lupo, e chi più ne ha più ne metta.  E perché il cerchio si chiudesse, con la testimonianza esclusiva e preziosa del morto, ecco Padovani farsi garante che se Falcone fosse ancora vivo la penserebbe, su questo processo per la trattativa, allo stesso modo: una “boiata pazzesca”.
Ora che vivi e morti hanno detto la loro (anche se a quest’ultimi gliel’hanno fatta dire) sorge spontanea una domanda: non è un po’ riduttivo tracciare una linea di demarcazione, asserendo tassativamente: qui finisce lo Stato e qui comincia la Mafia?
Come si fa a separare interessi della politica da interessi di mafia? Interessi delle istituzioni da interessi dei mafiosi? Non siamo in presenza di un grumo inestricabile?
A questo proposito, il caso di Marcello Dell’Utri è talmente esemplare che può aiutarci. Vediamo.
In cosa differisce il Dell’Utri che con Berlusconi fonda Forza Italia dal Dell’Utri senatore? Dove finisce il senatore e inizia il bibliofilo? Quand’è che il bibliofilo diviene saccheggiatore della biblioteca napoletana dei Girolamini? E perché il bibliofilo si improvvisa falsario pubblicando i finti diari veri di Mussolini? Insomma: quando finisce l’uomo dalla cultura raffinata che piaceva tanto (piace?) ai salotti milanesi e inizia l’incensatore di Vittorio Mangano, lo stalliere palermitano di Arcore che per lui fu “vero eroe”? O il Dell’Utri che fece ammattire Paolo Borsellino volendo introdurre cavalli in albergo?
Di quale pasta è fatto il boss del terzo millennio?
Ora che Marcello Dell’Utri è carcerato, chiede all’amministrazione penitenziaria più libri da leggere, minacciando, in caso di diniego, lo sciopero della fame. Vadano a scuola da lui i presunti capi di Cosa Nostra, i Totò Riina e i Bernardo Provenzano: un vero boss non rifiuta il rancio carcerario, non pretende dai suoi aguzzini un’ insalata o una telefonata in più: chiede più libri! Non è più il tempo degli zoticoni ai vertici di Cosa Nostra! Chiaro?
Giunti a questo punto ci chiediamo: non diventerebbe tutto più semplice adoperando la chiave interpretativa alla quale facevamo riferimento prima: le eterne convergenze parallele fra lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato?
E infatti.
Perché tutti i soggetti che elencavamo prima si sono arrogati il diritto di considerare un regolare processo regolarmente istruito nel regolare rispetto delle parti – il processo sulla trattativa Stato-Mafia – come novelle Colonne d’Ercole sulle quali incidere il loro indispettito: “Non plus ultra”? A che titolo lo hanno fatto?
E tanti di quei soggetti non furono forse gli stessi che, una quindicina d’anni fa, scrissero il medesimo indignato “Non ci sto” sul processo a Giulio Andreotti? La politica non doveva forse astenersi di fronte a un processo che vedeva alla sbarra per mafia un sette volte presidente del consiglio?
Giulio Andreotti fu un personaggio politico ambiguo della Repubblica italiana (Parola di Cassazione) che incontrava abitualmente, a Palermo, il gotha di Cosa Nostra (Parola di Cassazione). E’ stato il principale artefice dell’immiserimento della politica a cinico e disinvolto strumento del potere.
Eugenio Scalfari, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, quando troveranno il coraggio di dire ad alta voce questa elementare verità? Che aspettano a chiudere quella pagina vergognosa che pesa come un macigno sulla storia di oggi? La smettano con le chiacchiere garantiste. Giuliano Ferrara, per sua stessa (e orgogliosa) ammissione,  agente della Cia in Italia in quegli anni, può simpaticamente continuare a difendere Andreotti. Ma gli altri? Che motivo hanno?
E più in generale: chi deve fare i processi in Italia? Chi è deputato a farli?
Che diremmo se un politico o un giornalista o un conduttore televisivo facessero irruzione in sala operatoria intimando al chirurgo: taglia qua, taglia là, anzi non tagliare per niente, e, come non bastasse, iniziassero a schiaffeggiare gli assistenti che fiancheggiano il chirurgo?
Il cosiddetto “garantismo” non c’entra nulla.
Il “garantismo”, lo stesso che oltre dieci anni fa impose in Costituzione la macchiettistica definizione bipartisan di “processo giusto”, nacque come “garantismo” a cinque stelle.
Avete mai sentito pronunciare, dai soggetti di cui sopra, una parola a sostegno di un povero diavolo incappato nelle maglie della giustizia italiana? Diciamo meglio: c’è un solo “ladro di polli” che abbia avuto l’onore delle prime pagine perché vittima di un “processo ingiusto”? Le scintille che a ondate ricorrenti hanno acceso il dibattito sulla necessità di una “riforma della giustizia” non sono forse sempre scaturite da iniziative investigative che prendevano di mira “blasonati”, a vario titolo, della Repubblica italiana? I primi vagiti di questo “garantismo”, che oggi è diventato un robusto giovanotto, datano dall’inizio di Tangentopoli. Un caso? Ma non scherziamo.
E gli azzeccagarbugli manzoniani da un tanto al chilo sono davvero scomparsi dal bel Paese? Diremmo di no. Oggi sono diventati più sfacciati. Il confronto delle idee non c’entra nulla. Non si pretende più,  infatti, di contestare solo il lavoro del chirurgo, ma la figura del chirurgo in quanto tale. Gli azzeccagarbugli del terzo millennio sono l’espressione di un “garantismo” che, complici le televisioni e una caterva di giornali compiacenti, si è definitivamente “militarizzato”. Ci hanno preso gusto.
Basta sentirli parlare, quando si atteggiano a Padri della Patria, per capire che considerano la giustizia un “lusso” che l’Italia, così com’è, non può permettersi. Perché – questo è il succo – nella Patria della Politica (e dell’Assassinio, aggiungeva Parise)  non possono esistere remore di alcun tipo che disturbino il Manovratore.
Ma quale giustizia, ma quale legalità, ma quale etica, ma quale questione morale: la Politica non ha il tempo per pettinare le bambole! I morti non ritornano. Se ne facciano una ragione le migliaia  di familiari delle vittime!
Ma ciò che è ancora più sorprendente è che tutte le persone elencate prima – sia chiaro – sembrano non esserne consapevoli.
Davvero credono di esprimere “opinioni” libere, “giudizi” sinceri, “concetti” ponderosi. Credono di essere nel giusto. Indossano maschere, costumi di scena, recitano da tempo il medesimo copione  e – da attori provetti – hanno finito con l’identificarsi nella parte del “Garantista Perfetto”.
Certo. Conoscono benissimo la storia d’Italia. Tanti di loro – in campi diversi – hanno attraversato stagioni cupe e nere della storia del nostro paese. Ma forse, avendoci fatto troppo il callo, come si dice, non si rendono più conto che, nella lotta contro la mafia, non sono date comode “terze vie”.
Ben altra – quarant’anni fa – fu la maniera di intendere la lotta al terrorismo. Furono anni, vale la pena tornarci, in cui la parola chiave, brandita come uno slogan,  non fu “garantismo”, bensì: “fermezza”.
E come sa essere perfida la Storia nei confronti di chi pretenderebbe di attraversarne tutte le fasi acconciandosi, con giri di parole, a tutte le sue giravolte.
Con il terrorismo non si “tratta”, proclamavano i dirigenti politici di allora. Leonardo Sciascia, che si permise di affermare e scrivere:  “Non sto con le BR, ma neanche dalla parte di questo Stato”, venne messo alla gogna. Eppure chi voleva “trattare” aveva un argomento non indifferente dalla sua: salvare la vita ad Aldo Moro. Craxi, per esempio. Invece, venne fatta una scelta diversa. E sappiamo come andò a finire.
Ma certo vien da sorridere, oggi, a sentire certi smemorati di Collegno quando, con riferimento alla trattativa di oggi, quella con la mafia, ne beatificano le finalità sostenendo che fu portata avanti “a fin di bene”. E volevate farla pure “a fin di male”? E perché non trattaste con il terrorismo “a fin di bene”, per salvare la vita di Aldo Moro?
La storia è un’altra. Il terrorismo rosso e il terrorismo nero furono arnesi momentanei del Potere adoperati per regolarizzare e reprimere forti conflitti sociali mentre in Italia volgeva al termine la grande stagione dello stragismo che datava dalla strage di Portella della Ginestra. Questi ferri del mestiere furono usati sin quando tornarono utili. Poi, quando non servirono più, si decise di metterli nel museo dei corpi contundenti.
Non ci insegna nulla il fatto che, quarant’anni dopo, si stanno levando flebili voci – ormai ignorate dai media e dagli “esperti” di terrorismo –  di funzionari di Stato,  avanti negli anni, che rivelano che il commando terrorista in via Fani era sapientemente infiltrato da agenti dei servizi segreti?
Perché i capi br detenuti ripeterono la litania d’aver fatto tutto da soli? Perché sapevano benissimo che questo volevano sentir dire da loro: che gli apparati deviati dello Stato non c’entravano nulla. E destra e sinistra andarono a braccetto nel Gran Teatro che ripropose all’infinito,  in cartellone, e per la regia consumata di Francesco Cossiga, lo spettacolo sulla Chiusura degli anni di Piombo … Un teatrino, verrebbe da dire, per tutte le stagioni …
Concludendo: il terrorismo restò un corpo estraneo alla società italiana. La mafia no, non è mai stata un corpo estraneo. Né alla società,  né allo Stato. Da cinquant’anni si susseguono le commissioni parlamentari antimafia. Con la mafia che, invece, è diventata l’altro grande “mestiere più antico del mondo”.
Ecco,  allora, perché “trattare si può”. E si deve. Ed è “cosa nobile”.
Domanda: sono concetti tanto diversi da quell’altro: “Con la mafia bisogna convivere”, esposto candidamente dal ministro di Forza Italia, Pietro Lunardi, e che all’epoca (2001) sollevò una bufera e tanto fece indignare l’onorevole Luciano Violante? In fondo per trattare occorre convivere. O non è così? Che male c’è?
Ma chiediamoci adesso: che effetti produce questo modo di vedere le cose?
Da ciò discende, quasi a cascata, che l’opinione pubblica italiana è stordita dall’assordante coro di segnali discordanti sull’argomento.
E’ venuta a nausea – e anche questo si capisce – la retorica antimafia del “semel in anno” in cui celebrare valanghe di vittime.
Non ha lasciato un buon segno scoprire che i processi per la strage di via D’Amelio devono essere rifatti perché rappresentanti delle istituzioni costrinsero, a pugni e calci, Vincenzo Scarantino, un balordo di borgata, a dichiarare il falso.
Chi doveva essere protetto dalle indagini? Quali i mandanti di via D’Amelio che dovevano restare nell’ombra? Perché lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato avevano disperato bisogno di capri espiatori da attingere dalla manovalanza criminale? La Procura di Caltanissetta dovrà scalare una montagna, se vorrà – come vuole – venire a capo di quanto accadde in via D’Amelio e del perché.
Cadrà nel silenzio anche la clamorosa denuncia di Lucia Borsellino? Ascoltiamola: “Vent’anni fa con mio fratello andammo a consegnare l’unica agenda rimasta a casa, quella grigia dell’Enel, l’unico documento in cui si evince che mio padre incontrò l’onorevole Mancino e qualcun altro (Mancino continua a negare la circostanza, ndr)”. (…) “Quell’agenda l’andai a consegnare personalmente, un commesso me la stava sottraendo dalle mani perchè fosse messa agli atti – ha aggiunto Lucia Borsellino -. Chiesi che venissero fatte le fotocopie davanti a me, pagina per pagina, e me la sono portata a casa. Ricordo dei volti quasi infastiditi. Quando Arnaldo La Barbera venne poi a casa mia a consegnare la borsa di mio padre ho scoperto, dopo vent’anni, che questa consegna non era stata verbalizzata agli atti”. Diciamolo chiaramente una volta per tutte: quanto sono scomodi per il Potere Italiano tutti questi Borsellino: da Salvatore a Lucia, da Agnese a Manfredi, a Rita, che non hanno mai chinato la testa nel Paese dell’Assassinio. Non potrebbero occuparsi d’altro?
L’elenco delle cose che non vanno è lungo.
Non giovano all’“antimafia” le laute prebende statali che alimentano la greppia di fondazioni e centri studi sull’argomento nei quali, ogni tanto, sorge il sospetto che si annidi – in questo caso sì – qualche spregiudicato “professionista dell’antimafia”.
Poi, c’è la piaga dolente delle candidature, a tempo di elezioni, dei parenti delle vittime, strattonate, da una parte o dall’altra, per dare lustro etico, apparente e momentaneo, a partiti e formazioni politiche ai quali della questione morale non importa un fico secco.
A non voler ricordare la “giostra” delle candidature dei magistrati che a questa classe politica vanno bene nei giorni pari e vanno male nei giorni dispari.
A questo proposito: da trent’anni, i magistrati vengono eletti indifferentemente in questa o quella lista. Questa meravigliosa ipocrisia è sotto gli occhi di tutti.  Ma si dà il caso che oggi ci siano ex magistrati, che fan da grilli parlanti sulla lotta alla mafia – prendendo a randellate Di Matteo, i suoi colleghi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi, e l’intera Procura di Palermo, guidata da Francesco Messineo – e  che hanno all’attivo una carriera in politica (Camera,  Senato, Europa che sia) temporalmente ormai ben più lunga degli anni trascorsi in magistratura.
Noi non apparteniamo alla schiera di quanti pretenderebbero che a un magistrato debba essere precluso a vita il diritto di entrare in politica. Ci mancherebbe. Ma se il cosiddetto “protagonismo giudiziario” non è atteggiamento commendevole in chi è titolare dell’ azione penale, perché mai dovrebbe esserlo negli “onorevoli” di oggi che si atteggiano a “riservisti” delle campagne antimafia di ieri?
Quando si infuocano le polemiche, non farebbero meglio a tacere, vuoi per discrezione, vuoi per pudore, vuoi per rispetto nei confronti dei colleghi di un tempo che adesso rischiano la vita?
E’ tornata plumbea l’atmosfera persino nel Palazzo di Giustizia di Palermo. E questo è sempre un pessimo segnale.
Quei magistrati che oggi discutono, “in punto di diritto”,  delle tesi negazioniste sulla trattativa e sulla mafia del professor Giovanni Fiandaca, ci ricordano, assai da vicino, i loro antesignani di trent’anni fa che, con analogo puntiglio,  discutevano,  anche loro “in punto di diritto”, dell’anzianità di carriera di Paolo Borsellino o delle tesi che portarono il giudice Antonino Meli a smembrare le inchieste di Falcone su Cosa Nostra prima di sparpagliarle in ogni angolo della Sicilia. Discussioni stucchevoli. Brutti tempi che non vorremmo si ripetessero.
Quali conclusioni trarre?
De te fabula narratur, Italia, Paese della Politica e dell’Assassinio…
E noi? Che possiamo fare?
Si potrebbe concludere che un’antimafia che non si rinnova, che si alimenta di un pensiero sempre uguale a se stesso, che non riesce a liberarsi dalla zavorra retorica, si fossilizza e perde – inevitabilmente – consensi. L’antimafia non può fingere di non vedere, rinchiudendosi nella torre solitaria della sua supremazia etica. All’inizio ricordavamo le parole di don Ciotti: “All’antimafia non giovano le polemiche”.
Giunti alla fine, vogliamo ribadire: un’élite, per quanto scelta, per quanto motivata, da sola non può farcela. Accontentarsi di tenere il punto a tutela della singola indagine, del singolo processo, di singoli magistrati, è cosa giusta e nobile. Ma non basta più.
Come non basta più la “nave” che fa rotta su Palermo il 23 maggio di ogni anno con il medesimo nocchiero: Piero Grasso -, anche se oggi occupa la seconda carica dello Stato.
O “l’antimafia” riesce nel miracolo di ripensare se stessa, riuscendo davvero a parlare alle nuove generazioni, dicendo sino in fondo le cose come stanno, o assisteremo inesorabilmente al rimpicciolirsi degli spazi di agibilità per chi crede, nonostante tutto, che nel Paese della lega dei birbanti contro i galantuomini, e dell’Assassinio, ci sia ancora la possibilità di continuare a sperare.
Per finire.
Papa Francesco scomunicando i mafiosi, né più né meno come Papa Wojtyla, nella Valle dei Templi di Agrigento vent’anni prima, dice le cose come stanno e ci spinge ancora a sperare. E per la prima volta, di fronte a duecentomila fedeli nella Piana di Sibari, in Calabria, ha esecrato la ‘Ndrangheta; quella ‘Ndrangheta che la Chiesa apostolica romana non aveva mai nominato.
“Era da un secolo” – ha osservato Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria – “che aspettavamo queste parole”.
Sono bastate le parole di un Papa sensibile perché la Chiesa, in un colpo solo, recuperasse un secolo di ritardo e di silenzio. Difficilmente le teorie strampalate di un gruppetto di “intellettuali stanchi”, e di qualche cervellone dalla lunga coda, ci faranno tornare indietro al “secolo del silenzio”.
Fosse solo per non darla vinta a lorsignori, faremo di tutto per vincere la nausea che ci assale.

* Quando questo giornale sarà andato in stampa la storiaccia Calderoli – Finocchiaro avrà avuto ulteriori sviluppi.

saverio.lodato@virgilio.it

Mafia e potere, la battaglia in solitudine di Piersanti Mattarella da: antimafia duemila

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di AMDuemila – 13 ottobre 2014
Al convegno di ContrariaMente il ricordo del politico assassinato da Cosa Nostra (e non solo)
Palermo
. “Stato e mafia vivono sullo stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. E allora è importante che si faccia questa guerra perché con il compromesso perdiamo tutti”. Non usa mezzi termini Chiara Martorana dell’associazione ContrariaMente (nonché autrice del libro “Dovere, non coraggio”, ed. Exbook), tra i promotori del convegno sull’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Sulla stessa onda il suo collega, Mattia Li Vigni, che introduce l’incontro sul politico assassinato da Cosa Nostra (e non solo). L’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza è affollata da giovani studenti. In prima fila siedono i nipoti di Mattarella. Il cronista di Antimafia Duemila, Aaron Pettinari, entra subito nel vivo dell’argomento chiedendo a Giovanni Grasso le ragioni per le quali ha scritto il libro “Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia” (ed. San Paolo). Il racconto del giornalista Rai parte dai suoi anni giovanili segnati proprio dalle morti di Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet e Oscar Romero, per poi focalizzarsi sulla figura dell’ex presidente della Regione e sulla sua battaglia in solitudine contro la mafia: “Le sue riforme per il territorio, per una moralizzazione della vita pubblica, in tema di pubblica amministrazione, gestione degli appalti e quant’altro era davvero rivoluzionario. Avrebbe davvero cambiato la Sicilia se non l’Italia stessa perché dopo Moro era davvero lanciato ad un’ascesa all’interno del partito. Non ha avuto timore ed il suo esempio può essere spunto davvero per tanti giovani. Oggi possiamo solo immaginare quanto e come sarebbe cambiata la storia della Sicilia, della Democrazia Cristiana e forse dell’Italia se Mattarella avesse potuto mettere a disposizione per altri anni ancora la sua competenza, il suo rigore e la sua passione”.

Grasso ripercorre quindi le tappe salienti dell’omicidio, delle successive indagini e dei relativi depistaggi mettendo in evidenza alcune stranezze nella ricostruzione ufficiale dell’omicidio, suggerendo un coinvolgimento non solo della mafia, ma anche del terrorismo nero. Una tesi che è abbracciata tutt’oggi dalla famiglia Mattarella. Ma ciò non esclude completamente le responsabilità di Cosa nostra. Come è noto per quell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci e Francesco Madonia. A tutt’oggi, però, resta il mistero sulle presenza esterne a Cosa Nostra corresponsabili di quella morte.

Il ruolo di Andreotti
Tra i tanti misteri che ruotano attorno all’assassinio dell’esponente Dc un dato certo è che l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è indubbiamente corresponsabile di quella morte. Nella sentenza di Appello nei confronti dello stesso Andreotti, confermata dalla Cassazione nel 2004, è scritto inequivocabilmente che il “divo” Giulio era del tutto consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato, né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con boss mafiosi di prima grandezza aventi ad oggetto la politica di Piersanti Mattarella e il suo omicidio. Andreotti, si legge nella sentenza, “era certamente e nettamente contrario” all’omicidio tanto da incontrare in Sicilia l’allora capo dei capi di Cosa Nostra, Stefano Bontade, per una vera e propria trattativa con l’organizzazione criminale che evitasse l’uccisione di Mattarella. Nella sentenza si legge ancora che dopo l’omicidio del presidente della Regione “Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade della scelta di sopprimere il presidente della Regione”. In un altro Paese sarebbero bastate queste poche righe per eliminare dalla scena politica (al di là delle sentenze di assoluzione) simili personaggi. In Italia stiamo ancora a discutere sulla (presunta) innocenza di Andreotti.Alla ricerca dei mandanti
Alla domanda di Pettinari su come sarebbe il nostro Paese con un uomo come Mattarella ancora in vita Giorgio Bongiovanni risponde evidenziando l’assenza di verità sui mandanti esterni nelle stragi e negli omicidi “eccellenti”. Per Bongiovanni siamo di fronte ad un “sistema criminale di potere che ha fatto politica attraverso le stragi”. Rimarcando la colpevolezza di Andreotti nell’omicidio Mattarella, il direttore di Antimafia Duemila punta l’attenzione su quel “filo rosso” che lega le stragi di mafia a quelle meramente definite terroristiche. Dopo un breve intervento del direttore del Consorzio sviluppo e legalità, Lucio Guarino, sull’importanza dei beni confiscati come risposta alla mafia, è ancora Bongiovanni a rispondere ad una domanda di Mattia Li Vigni. Non c’è retorica nell’interrogativo del giovane studente di giurisprudenza, ma solo tanta speranza di riuscire a immaginare una Sicilia libera dal ricatto politico-mafioso. “Per liberarla dobbiamo sapere la verità su coloro che sono stati al vertice del potere – replica il giornalista –. Per farlo dobbiamo sostenere quei magistrati, condannati a morte da Totò Riina, che hanno istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia che si sta celebrando in questi mesi a Palermo. Solo così potremo tagliare le radici a questo potere criminale, liberando finalmente la nostra terra e portando al potere uomini come Piersanti Mattarella. Solamente in questo modo potremo vivere finalmente in pace”.

I partigiani della pace da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 06-03-03

Sintesi a cura del CCDP del libro di
Giacomini Ruggero (1984), I partigiani della pace, Vangelista, Milano

Il Movimento dei Partigiani della Pace


Nell’aprile 1949 a Parigi nasce ufficialmente il Movimento dei Partigiani della Pace. La denominazione discende dall’esperienza della resistenza europea e asiatica e raccoglieva il messaggio della politica antimperialista e della cultura antifascista. La lotta sarà indirizzata all’interdizione dell’arma atomica e all’incontro delle cinque grandi potenze per un patto di pace con la consapevolezza di poter evitare una nuova disastrosa guerra.

Le parole d’ordine sono: la difesa della pace e’ il compito di tutti i popoli e l’unita’ per la difesa della pace e’ il piu’ sacro dei doveri.

La partecipazione al primo Congresso mondiale per la pace è straordinaria e si intreccia con le manifestazioni contrarie al Patto Atlantico. Giungono a Parigi 2287 delegati di 72 paesi, ma molti sono gli assenti: gli USA impediscono la partenza ai delegati nipponici, mentre la Francia nega i visti di ingresso a Cina, Mongolia, Corea, Unione Sovietica (tra i cui delegati è presente Shostakovich), Bulgaria, Polonia, Ungheria, tutto il blocco dell’est resterà bloccato a Praga. Ci si domanderà: “Chi erige barriere di incomunicabilità tra i popoli?”
Tra gli aderenti: Frédéric Joliot-Curie (premio per la fisica a cui spetterà la presidenza e la relazione introduttiva), Picasso (che dipingerà il manifesto del congresso: la famosa “Colomba della pace”), Aragon, Farge, Amado, Matisse, Ehrenburg, Neruda, Einstein. Nella delegazione italiana guidata da Nenni: Vittorini, Guttuso, Quasimodo, N. Ginzburg, G. Levi, G. Einaudi.
Il movimento non è però limitato agli intellettuali, anzi vuole rivolgersi alle masse.

Il discorso introduttivo di Curie tocca i seguenti temi:

¾           l’ONU: che deve ritrovare la sua funzione originaria poiché risulta esser sempre più uno strumento di parte in favore degli USA;

¾           il piano Marshall e le altre misure di sostegno economico: che di fatto sono usate per asservire politicamente i paesi che vi accedono;

¾           la lotta per la pace: per dire basta con il pacifismo tradizionale lamentoso: “non siamo qui per chiedere, ma per imporre la pace”.

Il discorso viene inciso su un disco ed inviato immediatamente a Praga dove i “delegati senza visto” condurranno parallelamente i dibattito.

Il Congresso termina dopo sei giorni di lavoro (dal 20 al 25 aprile) con la lettura del manifesto, sintesi del dibattito svoltosi:

¾           rispetto della carta dell’ONU, rifiuto di “tutte le alleanze militari che vanificano questa carta” e della politica di “opporre un blocco di Stati a un (altro) blocco di Stati”;

¾           richiesta di “interdizione dell’arma atomica e di tutti i mezzi di distruzione di massa degli essere umani”;

¾           “controllo internazionale effettivo per l’utilizzazione dell’energia atomica a fini esclusivamente pacifici”;

¾           riduzione delle spese militari, “schiacciante fardello […] responsabile della miseria dei popoli”;

¾           “limitazione delle forze armate delle grandi potenze”;

¾           opposizione al riarmo della Germania e del Giappone;

¾           contro il colonialismo, per il diritto dei popoli alla “indipendenza nazionale” e a “disporre di sé stessi”;

¾           difesa delle “libertà democratiche”, la cui limitazione o soppressione è un elemento della preparazione della guerra;

¾           condanna dell’isteria bellicista, dell’odio razziale, della predicazione dell’inimicizia tra i popoli e denuncia e boicottaggio di “organi di stampa, produzioni letterarie e cinematografiche, personalità e organizzazioni” che propagandino la guerra:

¾           lotta contro la “guerra fredda”, in nome della collaborazione pacifica tra i popoli.

 

Viene nominato un comitato centrale con i compiti di:

¾           promuovere e mobilitare le forze per la pace nelle officine, nelle Università, in tutti i luoghi di aggregazione;

¾           sostenere tutte le iniziative pacifiste;

¾           denunciare le azioni contro la pace;

¾           favorire l’assistenza alle vittime di guerra;

¾           premiare le opere artistiche per la causa della pace;

¾           preparare il successivo Congresso;

¾           dotarsi di un organo di informazione in diverse lingue.
Il Congresso sarà bollato come comunista dalle forze favorevoli al Patto Atlantico, gli USA arriveranno a presentare il Congresso come atto di “spionaggio atomico” con l’obiettivo di indurre gli scienziati a rivelare i segreti atomici americani.
Il Vaticano con Pio XII darà pieno appoggio all’Alleanza Atlantica ed esorterà le nazioni contro il “nemico infernale”: il socialismo.

Nello stesso periodo il Parlamento italiano deve pronunciarsi per la ratifica del Patto Atlantico. Contro l’adesione alla NATO viene promossa una petizione il 1 maggio 1949. All’indomani il questore di Milano vieterà la raccolta in luoghi pubblici (fabbriche comprese) e privati; non fu un caso isolato. Nonostante questo in due mesi si raccolsero 6.300.000 firme [pg.62].
Nei primi mesi del 1950, a fronte dell’adesione al Patto Atlantico del mondo occidentale, uno degli aspetti in cui si concretizza la lotta per la pace in Europa è la protesta contro lo sbarco delle armi americane destinate ai paesi della NATO. In vari porti di Europa, da Genova ad Amsterdam, da Rotterdam ad Anversa ed Amburgo: i portuali rifiutano lo sbarco delle armi. In Italia il governo risponde con misure repressive, quali il divieto di manifestazione, di tener comizi …

I precedenti

Quali precedenti forniva la storia sulla linea “dell’umanizzazione della guerra”, di sforzo cioè inteso ad evitare le più gravi e terribili conseguenze nel caso di guerra? Innanzitutto il protocollo di Ginevra (1925) a cui aderiscono USA, Francia , Inghilterra, Italia, Giappone per il divieto dell’uso di gas asfissianti e mezzi chimici/batteriologici (anche se violato più volte durante la II Guerra Mondiale). Eppoi anche i moniti pronunciati al processo Norimberga, che però non guardava ad Hiroshima e Nagasaki.
Tra le due guerre inoltre c’era già stata una certa mobilitazione per la pace, alla quale i Partigiani della Pace si ricollegano. La prima iniziativa di rilievo si era svolta ad Amsterdam nel ’32 a cui seguì nel giugno del ’33 a Parigi, nella stessa sala Pleyel nella quale si tenne poi il I Congresso dei Partigiani della Pace, un Congresso operaio antifascista. Nel ’34 ci fu un congresso sempre a Parigi del movimento femminile contro la guerra ed il fascismo a cui partecipò una delegazione URSS. Ed ancora nel ’35 un Congresso Internazionale in favore della cultura (il II Congresso si svolgerà nel ’37 a Madrid con l’obiettivo di non lasciar intentato nulla per contrastare la guerra franchista).

I cinque punti

 

A Roma nell’ottobre del ’49 si tiene una riunione del Comitato mondiale che decide per rivolgere un appello alle assemblee elettive di tutti i paesi e alle loro popolazioni perché vengano discusse ed accolte alcune proposte di pace. Il documento messo ultimato nel dicembre si articola in cinque punti:

¾           Cessazione della corsa agli armamenti e “riduzione dei bilanci di guerra e degli effettivi militari”;

¾           Proibizione delle armi atomiche;

¾           Cessazione delle guerre coloniali in corso (in Indonesia, Malesia , Vietnam ..) e avvio di negoziati diretti ed immediati;

¾           Cessazione della repressione contro i partigiani della pace;

¾           Firma, nel quadro dell’ONU, di un patto di pace tra le grandi potenze.

 

L’appello di Stoccolma

Dopo Parigi e Roma il Comitato del Congresso mondiale dei Partigiani della Pace si riunisce a Stoccolma dal 15 al 19 marzo 1950. Da qui scaturirà il famoso appello per l’interdizione dell’arma atomica. Vi partecipano 150 delegati da tutto il mondo. Ecco il testo integrale del documento:
“Noi esigiamo l’assoluto divieto dell’arma atomica, arma di intimidazione e di sterminio in massa delle popolazioni.
Noi esigiamo la realizzazione di un rigoroso controllo internazionale per assicurare l’applicazione di questa decisione.
Noi consideriamo che il governo il quale, per primo, utilizzerà contro qualsiasi paese l’arma atomica, commetterà un crimine contro l’umanità e dovrà esser considerato come criminale di guerra.
Noi chiamiamo tutti gli uomini di buona volontà di tutto il mondo a sottoscrivere questo appello.” [pg.99]

Si concentra così l’attenzione su uno dei cinque punti definiti a Roma al fine di allargare al massimo le adesioni ed ottenere risultati. Anche così alcuni governi e parlamenti (l’americano e l’inglese in particolare) non prenderanno in esame l’appello.
Muta l’atteggiamento della Chiesa che attraverso l’”Osservatore Romano” si esprime per “l’abolizione di questa terribile ed immane arma”. Sull’”Avanti” sarcasticamente si fa notare che solo ora il Vaticano lancia il suo monito visto che l’atomica non è più monopolio USA, mentre fino a quanto era nelle sole mani alleate era considerata “un’arma santa”.

A Stoccolma si stabilisce inoltre di tenere il II Congresso mondiale nel dicembre del 1950 in Italia.

La risposta all’appello è enorme, si raccoglieranno oltre 519 milioni di firme [pg.147]. Per citare alcuni esempi indicativi, a fine agosto (quando la raccolta è già conclusa in alcune nazioni mentre in altre è solo agli inizi) sono censiti:
2 milioni di firme in Birmania
3 milioni in Brasile
5,8 milioni in Bulgaria
156 milioni in Cina
oltre 17 milioni nella Germania dell’Est
2 milioni nella Germania dell’Ovest
3,5 milioni in Giappone
oltre 17 milioni nella Germania dell’Est
oltre 10 milioni in Romania
18 milioni in Polonia
2 milioni in USA
oltre i 115 milioni in URSS

In Italia l’adesione in taluni comuni è addirittura plebiscitaria: si raccolgono 16.680.669 firme pari al 35% della popolazione [pg.149].

La guerra in Corea


La crisi in Corea, che aspirava alla legittima riunificazione, fornisce a Truman l’alibi per far salire la tensione ed il riarmo. La propaganda USA, che assume il ruolo di gendarme del mondo, accusa i comunisti di aggressione. Il 25 giugno 1950 scoppia la guerra. L’America scatena parallelamente un’offensiva contro i Partigiani della Pace che considerano l’intervento USA come un atto di aggressione verso Corea e Cina.
Con il conflitto in Corea si inaspriscono i toni della guerra fredda. Si accentua la repressione anche interna ai paesi. L’Italia fa sapere che rifiuta di ospitare il II Congresso previsto nell’ottobre del 1950 a Genova.

Il congresso di Varsavia

A seguito del rifiuto del governo italiano, il comitato decide per la Gran Bretagna come luogo dove tenere il II Congresso: il cuore della maggior potenza atlantica europea. Il governo laburista che, nonostante l’impegno individuale di molti militanti, aveva contrastato il Movimento della Pace, si trova in grave imbarazzo: nulla e nessun potere nella lunga e solida tradizione liberale inglese, poteva vietare lo svolgimento di quell’assise. Nei fatti, quando già i congressisti affluiscono, viene giocata la carta dei visti: negandoli agli indesiderati. Il treno che conduceva i protagonisti e promotori del I Congresso viene praticamente sigillato e invitato a tornare a Parigi. All’ultimo minuto il Congresso sarà spostato a Varsavia: il governo polacco offre i locali e si dichiara pronto a concedere a tutti i visti d’ingresso. L’intervento della Polonia non poteva esser più tempestivo: sul piano internazionale la crisi è esplosiva: “si stanno mettendo in chiaro, negli USA, le procedure per l’uso dell’atomica in Corea”. Nelle manifestazioni si inalberano cartelli che dicono: “Dopo la Corea, la Manciuria, dopo la Manciuria, Mosca.”
Il Congresso di Varsavia si conclude con l’approvazione di tre documenti:

1) Appello all’ONU: si apre con la richiesta che l’Organizzazione torni sulla via originaria, cominciando col realizzare un’iniziativa distensiva tra le grandi cinque potenze. Si invitano quindi gli organismi dell’ONU e i parlamentari nazionali dei vari paesi a prendere in esame le seguenti proposte che riassumono il programma generale del Movimento:

¾           Corea: ritiro degli eserciti stranieri e soluzione pacifica del conflitto interno […]; inoltre cessazione dell’intervento americano a Taiwan (Formosa) e delle ostilità verso la Repubblica del Vietnam;

¾           Germania e Giappone: condanna categorica di ogni tentativo di violare gli accordi internazionali che ne vietano il riarmo: conclusione rapida del trattato di pace e ritiro delle truppe di occupazione;

¾           Popoli coloniali: le violazioni usate per mantenere la dipendenza e l’oppressione sono “una minaccia alla causa della pace”, condanna di qualsiasi forma di discriminazione razziale;

¾           Definizione di aggressione: “è un’azione criminale di uno stato che, per primo, impiega la forza armata contro un altro stato sotto un pretesto qualsiasi”;

¾           Propaganda di guerra: “uno dei delitti più gravi verso l’umanità”; richiesta ai parlamenti di varare una legge che punisca penalmente chi la effettua, sotto qualsiasi forma;

¾           MacArthur e bombardamenti in Corea: richiesta che una commissione internazionale esamini i crimini commessi nella guerra, e “in particolare le responsabilità del generale”;

¾           Interdizione assoluta di tutte le armi di sterminio; denuncia come criminale di guerra del governo che per primo le impiegherà; richiesta che le grandi potenze procedano ad una riduzione delle forze armate da un terzo alla metà, come “prima tappa sulla via del disarmo generale e totale”: ciò non darà “alcun vantaggio di potenza militare a nessuna nazione” mentre avrà effetti su tutti i popoli e per la pace. Istituzione di un consiglio di sicurezza per l’attuazione di dette misure;

¾           Contro l’economia di guerra, che danneggia le relazioni reciproche; sostegno a rapporti commerciali normali tra i diversi paesi, sulla base del reciproco vantaggio senza discriminazioni.

 

2) Manifesto ai popoli: rivolgendosi agli uomini e donne di tutto il mondo perché appoggino l’indirizzo del II Congresso mondiale: “non dimenticate che la lotta per la pace è la vostra lotta. Sappiate che centinaia di milioni di Partigiani della Pace unendosi, vi tendono la mano. Essi vi invitano a partecipare alla più bella delle lotte ingaggiate dall’umanità che crede nel suo avvenire. La pace non si attende, la pace si conquista”. Il manifesto si chiude con l’enunciazione di un obiettivo attorno al quale si svilupperà presto una grande campagna mondiale: “l’incontro dei rappresentanti delle cinque grandi potenze”.

 

3) Risoluzione sulle vittime delle persecuzioni. Adottata per acclamazione vi si denuncia la repressione di cui sono oggetto i Partigiani della Pace, in particolare nell’America Latina, Stati Uniti, Francia, Italia e nei paesi dipendenti dell’Africa e del Medio Oriente. Si chiede la liberazione di tutti i carcerati e si invitano i popoli ad esprimere la loro attiva solidarietà nei confronti delle vittime delle persecuzioni e di quanti si battono per la pace.

 

L’ONU e il Movimento dei Partigiani della Pace

 

Dell’ONU il Movimento non ha mai negato l’autorità anche se fatti molto gravi minavano la credibilità dell’Organizzazione:

¾           la mancata ammissione della Cina Popolare;

¾           la copertura legale all’intervento USA in Corea;

¾           la condanna della Cina e la protezione a Formosa;

¾           il tentativo di discriminare le ammissioni nell’Organizzazione: accettando subito i paesi graditi come l’Italia ed il Portogallo e facendo mille difficoltà per gli altri. Il veto dell’URSS impedì iniquità e nel dicembre del ’55 furono ammessi contemporaneamente 16 paesi tra cui l’Italia ed il Portogallo, ma anche l’Albania, l’Austria, la Giordania, l’Irlanda, la Romania, la Spagna …

 

L’appello di Berlino

 

La fine del ’50 e gli inizi del ’51 vedono acutizzarsi a più riprese il conflitto coreano, da Berlino il Consiglio mondiale per la Pace decide di inviare una delegazione presso l’ONU per consegnare direttamente il documento del Congresso di Varsavia e per un appello alle cinque grandi potenze del mondo: è l’appello di Berlino che dopo quello di Stoccolma farà il giro del mondo. Eccone il testo:
“Per rispondere alle aspirazioni di milioni di uomini del mondo intero, qualunque siano le loro opinioni sulle cause che determinano i pericoli di guerra mondiale;
perché la pace sia garantita e perché sia assicurata la sicurezza internazionale;
noi chiediamo la conclusione di un patto di pace fra le cinque grandi potenze: Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, Repubblica Popolare Cinese, Gran Bretagna, Francia.
Noi consideriamo il rifiuto di incontrarsi a questo scopo, come la prova della esistenza di disegni aggressivi da parte di quel governo di una qualsiasi di queste grandi potenze, che se ne rendesse responsabile.
Ci rivolgiamo a tutte le Nazioni amanti della pace, affinché appoggino la richiesta di un patto di pace aperto a tutti gli Stati.
Noi firmiamo questo appello e invitiamo a firmarlo tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà, tutte le organizzazioni che aspirano al consolidamento della Pace.” [pg.205]

In Italia a fine settembre saranno raccolte 13.825.200 firme [pg.211], per arrivare poi sino a 16 milioni. Alla fine del ’51 si contano in tutto il mondo 596 milioni di adesioni [pg.231], che diventeranno nei primi mesi del ’52 oltre 600 milioni. Ecco alcuni esempi:
344 milioni in Cina
7 milioni in Corea
10 milioni in Francia
16,7 milioni nella Germania (plebiscito contro il riarmo)
6 milioni in Giappone
833.000 in Gran Bretagna
18 milioni in Polonia
oltre i 117 milioni in URSS
7,5 milioni in Vietnam
In USA, in pieno maccartismo, a causa della violenta repressione che trova nella condanna dei coniugi Julius e Ethel Rosenberg la sua massima tragicità, l’iniziativa non decolla.

L’11 aprile 1951 Truman destituisce MacArthur. Si viene a sapere che è in progetto il bombardamento atomico della Manciuria: dando appoggio al
governo nazionale di Chang Kai-Shek e fomentando la guerra cinese MacArthur riteneva di poter vincere anche in Corea.
Truman d’altro canto è consapevole che l’Europa è un punto debole nell’offensiva americana: innanzi tutto perché è ancora provata dalla II Guerra e secondariamente perché i piani di riarmo della Germania erano solo in progettazione.

Il Congresso di Vienna del 1 novembre ‘51

Ai primi di aprile del ’51 il governo francese espelle la segreteria permanente del Consiglio mondiale per la pace che si sposterà a Praga, Vienna eppoi Helsinky.
Dal 1 al 6 novembre 1951 a Vienna si tiene un’importante assise del Consiglio mondiale per la pace.
Il Consiglio approva due documenti: una “Risoluzione sul disarmo mondiale”, inviata all’Assemblea dell’ONU, che ha come obiettivo l’interdizione delle armi di sterminio di massa attraverso la riduzione progressiva e simultanea degli armamenti e che prevede come atto propedeutico il censimento generale di tutte le armi e gli effettivi.
Il secondo documento, più articolato, è un “Appello all’ONU e ai popoli del mondo”. In esso si osservava che l’incontro dei cinque Grandi per un patto di pace era conforme allo statuto delle Nazioni Unite, si richiamava quindi l’attenzione sul fatto che la pace non poteva scaturire dall’imposizione della volontà della maggioranza dei membri dell’ONU che rappresentano la minoranza del genere umano, ma da accordi negoziati e consensuali. Quindi per giustizia e realismo la Cina popolare doveva essere ammessa nell’Organizzazione. Il documento chiudeva prendendo in considerazione questioni regionali (la Corea, la Germania …).
Il prestigio del Movimento è in ascesa, ne è la prova la partecipazione dell’Egitto, impegnato nella sanguinosa controversia con i colonialisti inglesi per Suez. Il Congresso diventa il riferimento non solo dei movimenti di liberazione nazionale ma anche dei governi in lotta per l’indipendenza.

La situazione in Italia

Nella seconda metà di ottobre del 1951 si abbatte una devastante alluvione sulle coste meridionali italiane. Il 14 novembre il Po rompe gli argini ed allaga il Polesine sommergendo intere cittadine e villaggi.
Il problema dell’assistenza agli alluvionati e della ricostruzione delle zone disastrate si pone come questione centrale ed urgente. Se ne parla a Roma all’assemblea nazionale per la pace promossa dai Partigiani per la Pace (24-25 novembre).
La novità è che partecipano per la prima volta membri dell’esercito e della magistratura.
Si chiede con forza che i 250 miliardi stanziati per il riarmo siano usati per la ricostruzione del Polesine. Il tema della precedenza delle spese civili su quelle militari sarà al centro della campagna per le elezioni amministrative. Pur non esistendo un rapporto di meccanica corrispondenza tra la raccolta di firme e i risultati elettorali si vede uno spostamento “molecolare” determinato dal Movimento per la pace.
Manifestazioni e scioperi accompagnano la riunione romana del Consiglio della NATO (24-28 novembre).

Le armi batteriologiche

L’8 marzo ’52 il Presidente del Consiglio mondiale della Pace, Joliot-Curie riprende e divulga la denuncia pervenutagli da Kuo Mo-Jo: nelle settimane precedenti gli USA avevano fatto uso di armi batteriologiche in Corea diffondendo i microbi della peste, del colera, del tifo …
Il protocollo di Ginevra del ’25 prevedeva il divieto dell’uso di siffatte armi, ma gli USA dopo la II Guerra Mondiale rifiutarono di ratificare il trattato perché lo consideravano “superato”. In realtà volevano essere liberi di affidarsi alle armi nucleari in caso di guerra.
Enorme fu l’impressione che la denuncia suscitò in tutta l’opinione pubblica.
Gli USA respinsero le accuse, ma il 31 agosto ’52 un’autorevole commissione internazionale concludeva unanimemente che gli USA avevano fatto uso di armi batteriologiche in Corea ed in Cina nord-orientale.
La responsabilità dell’uso di batteri investiva direttamente i dirigenti politici e militari americani, in particolare il comandante supremo delle forze di intervento in Corea: il generale Ridgway o generale “peste” come fu soprannominato, succeduto a MacArthur.
Proprio Ridgway il 28 aprile ’52 verrà posto a capo della NATO in sostituzione di Eisenhower, che si candida alle elezioni presidenziali. Il generale “peste” dichiara di voler continuare in Europa ciò che aveva iniziato in Corea. In Francia si registrano tumulti. In un clima d’assedio e tetraggine poliziesca si hanno scioperi e manifestazioni anche in Italia (viene adottata una nuova forma di protesta consistente nell’esporre lenzuola alle finestre, sui balconi, bianche o con la scritta PACE…).

Il riarmo tedesco

Contemporanea è la firma di un accordo separato tra USA, Francia, Inghilterra e Germania Federale di Adenauer (a Parigi e Bonn) basato sulla denuncia di fatto degli accordi Jalta e di Postdam, sul mancato riconoscimento della frontiera orientale con la Polonia, e una prospettiva di riunificazione delle due Germanie anche con la forza.
Nell’opposizione al riarmo tedesco si realizza una larga unità di componenti diverse.
Dall’8 al 10 novembre a Berlino si svolge una Conferenza al cui tavolo siedono contemporaneamente tedeschi dell’est e dell’ovest. Propongono la mancata ratifica del trattato che accrescerebbe il pericolo di una guerra fratricida e l’aggravarsi della tensione internazionale. Inoltre chiedono una riunione volta a concludere un trattato di pace tra le quattro potenze (USA, URSS, Francia, Inghilterra). I loro propositi si scontreranno con l’ostilità americana e con l’anticomunismo di Adenauer.

Il Congresso di Vienna del 5 dicembre ‘52

Ai primi del luglio ’52 il Consiglio mondiale tiene a Berlino una riunione. All’ordine del giorno la discussione della guerra batteriologica e la nuova situazione europea dopo i trattati di Bonn e Parigi. Si decide per la convocazione il 5 dicembre ’52 a Vienna del Congresso mondiale con la finalità di riunire attorno ad obiettivi in comune gli uomini di ogni tendenza, i gruppi e le associazioni di ogni natura che vogliano il disarmo, la sicurezza e l’indipendenza nazionale, la libera scelta del modo di vita, la distensione internazionale. Il Congresso dei popoli per la pace riunirà tutti coloro che vogliono far prevalere lo spirito dei negoziati sulle soluzioni di forza.
Si avvicinano ad idee neutraliste rispetto agli USA e alla NATO anche molti di coloro che inzialmente avevano creduto nella NATO come strumento di pace. Per esempio vi è uno spostamento degli intellettuali democratici verso sinistra, come Sartre.

In Italia il coinvolgimento attorno al Congresso è notevole: si mobilitano in 80.000 per conferenze, dibattiti, assemblee. Il governo De Gasperi, intento a far passare al parlamento la “legge truffa”, adotta un provvedimento grave e senza precedenti: sospende la validità dei passaporti per l’Austria. In pratica viene bloccata la frontiera. Mentre l’Austria protesta ufficialmente, la maggior parte dei delegati raggiunge comunque Vienna, passando dalla Svizzera.

Saranno presenti 1880 persone in rappresentanza di 85 paesi, precisamente 1627 delegati (di cui 450 partecipano per la prima volta), 46 rappresentanti di organizzazioni internazionali, 105 invitati, 102 osservatori.

Joliot-Curie apre la discussione, esortando a: “rinunciare all’idea di una guerra preventiva, ripudiare ogni spirito di crociata […] rinunciare a risolvere con la forza i problemi economici e i conflitti che attualmente si pongono all’attenzione mondiale”. Indica come compito immediato del Movimento lo sforzo per il superamento della guerra fredda e l’avvio della distensione internazionale. In questo quadro Curie denuncia l’uso del napalm e altre armi chimiche e batteriologiche in Corea, ribadisce l’importanza del rispetto dell’indipendenza nazionale dei popoli, rinnova la critica all’ONU di venir meno al principio di universalità vietando l’accesso nell’Organizzazione della Cina popolare.
Il dibattito si svolge con grande ampiezza toccando anche il problema del riarmo tedesco, delle guerre coloniali, la pretesa di ratifica del protocollo di Ginevra, la cessazione delle ostilità in Vietnam, Cambogia, Laos, Malesia e Tunisia e Marocco.
Il Congresso elabora due documenti: l’Appello ai Governi e l’Appello ai Popoli.

Distensione ?

 

Il 25 dicembre 1952 una notizia sensazionale fa il giro del mondo: Stalin, in un’intervista al New York Times, dichiara di considerare favorevolmente un incontro con il neo presidente Eisenhower e di “credere che la guerra tra USA e URSS non possa considerarsi inevitabile”. Così Stalin, nel suo ultimo atto pubblico, ribadiva un concetto che più volte era stato espresso e che aveva orientato la politica interna ed estera dell’URSS: “la pace sarà conservata e rafforzata se i popoli prenderanno nelle loro mani la causa della pace e la difenderanno sino alla fine”.

 

Già nei primi mesi del ’53 si assiste alla manifestazione dei primi segnali di distensione:

¾           il mutamento di orientamento di Churchill che l’11 maggio ’53 si pronuncia a favore di un incontro con le grandi potenze per affrontare le più importanti controversie;

¾           il 27/7/53 la firma di un accordo di armistizio in Corea;

¾           lo sviluppo di movimenti nazionali in alcuni paesi arabi (Egitto, Tunisia, Marocco), mediorientali (Iran), dell’Asia meridionale (Indocina), dell’America latina (Guatemala, Bolivia, Argentina);

¾           la compromissione della superiorità militare USA. L’URSS realizza la bomba all’idrogeno e accompagna l’annuncio del primo lancio sperimentale alla riproposta di un accordo per la riduzione degli armamenti ed il divieto dell’uso dell’atomica;

¾           l’incontro a Berlino tra URSS, USA, Inghilterra e Francia sul problema tedesco (dal 21/1 al 18/2 del ’54);

¾           la fine del colonialismo in Vietnam, almeno a nord, del ’54;

¾           la Conferenza afro asiatica di Bandung (15/5/55)

¾           la Conferenza atomica dei quattro grandi a Ginevra (luglio ’54) che farà parlare di uno spirito di Ginevra che aleggia su tutta l’Europa.
Se in Corea ed in Vietnam non è stata usata l’atomica è perché gli USA hanno combattuto con una mano legata dai Partigiani della Pace.
Si diffonde la sensazione che il peggio sia passato.
L’impegno dei Partigiani della Pace si fa episodico.
Si lascia cadere lo stesso termine Partigiani della Pace in cui sembrava riflettersi il carattere aspro e militante della lotta.
Con l’allentarsi delle maglie della guerra fredda e l’affacciarsi di processi distensivi si assiste al nascere ed al proliferare di gruppi, movimenti, iniziative al di fuori del Movimento.

Il Movimento dei Partigiani della Pace, o meglio quello che ne costituisce la sua continuità storica si esprime attraverso il “Consiglio mondiale della pace” ed i vari comitati aderenti con sede ad Helsinki.

Palestina, Prc: Dopo la Gran Bretagna anche il Parlamento Italiano riconosca la Palestina da: rifondazione comunista

Palestina, Prc: Dopo la Gran Bretagna anche il Parlamento Italiano riconosca la Palestina

di Fabio Amato e Paolo Ferrero –

Il voto del Parlamento inglese favorevole al riconoscimento dello stato palestinese è un atto che va imitato.
Il Parlamento italiano segua l’esempio di quello britannico e impegni il governo a riconoscere lo stato palestinese, senza piegarsi alle minacce del governo di estrema destra israeliano, responsabile dei crimini di guerra di Gaza. E’ un atto doveroso, che può contribuire a sbloccare l’inerzia della comunità internazionale e finalmente veder riconosciuto il diritto del popolo palestinese al proprio stato, e a costringere Israele a fermare la sua opera incessante di colonizzazione di Gerusalemme Est e dei territori palestinesi.

Perché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria? da: rifondazione comunista

di David Graeber

Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire:  non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres (Donne Libere) della Spagna, un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea lo classificano ufficialmente come “organizzazione terroristica”. Nel frattempo, l’opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un’isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell’ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin,  ha adottato una visione di “municipalismo libertario”, invitando i curdi a formare libere comunità basate sull’autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali – che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un’economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt’altro che un’operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori – e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell’ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di “rivoluzione sociale”. Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava intervennero per combattere efficacemente e con successo nei territori dell’ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l’ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù – si, letteralmente ridurre in schiavitù – l’intera popolazione civile. Nel frattempo, l’armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall’effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c’è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l’ISIS? Se c’è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo – e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?

articolo originale: The Guardian

traduzione di Federico Vernarelli, GC Pescara

fonte: Sandwiches di realtà, il blog di Maurizio Acerb

Signora Falcone parli! da: antimafia duemila

lodato-falcone-mariadi Saverio Lodato – 15 ottobre 20Brava Sabina Guzzanti.

Alla domanda di un giornalista, se rifarebbe il twitter di “solidarietà a Riina e Bagarella”, che ha sollevato un uragano di polemiche da parte dei “soliti noti” o, se si preferisce, dei “soliti sospetti”, ha risposto netta: “non lo rifarei, assolutamente”. Credo che sia il primo caso in Italia, a mia memoria negli ultimi quarant’anni, in cui qualcuno, dotato di una sua forte visibilità pubblica, fa platealmente marcia indietro riconoscendo di averla detta grossa. Solo per questo, Sabina Guzzanti meriterebbe di entrare nel guinnes dei primati, in un Paese di ciarlatani e cialtroni, doppiogiochisti e doppiopesisti, giornalisti già spie della Cia o dei servizi segreti italiani, politici e opinionisti da un tanto al chilo, rappresentanti delle istituzioni tanto incartapecoriti quanto immarcescibili.
Tutti costoro, vestali della moralità offesa dalle parole prima maniera della Guzzanti, dovrebbero adesso unirsi al coro delle felicitazioni per la rettifica che lei ha reso mettendoci la sua faccia e la sua voce. Ma non lo possono fare. Perché?

Perché la Guzzanti è convinta, tanto da averci fatto un film (“La Trattativa”), che buona parte dello Stato italiano è corrotto, e da almeno sessant’anni va a braccetto con la Mafia per un’inconfessabile sintonia di vedute e di interessi. Verissimo.
Uno Stato-Mafia e una Mafia-Stato sono le entità che resero possibile la carneficina in Sicilia che ebbe come vittime tutti coloro i quali credevano di avere le spalle coperte dallo Stato. D’altra parte, se avessero avuto ragione loro, non sarebbero stati massacrati dal tritolo e dai pallettoni. Invece avevano torto. Andavano allo sbaraglio mentre Stato-Mafia e Mafia-Stato li pugnalavano alle spalle. Ci dispiace se il nostro capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è di parere diverso. Ma il nostro pensiero è proprio questo. Per questo è bella la libertà d’opinione!
Quanto alle vestali della moralità offesa, sappiamo bene che strillano contro la Guzzanti perché l’argomento è scabroso. Il fatto stesso che sul banco degli imputati nel processo di Palermo sulla Trattativa siano accomunati mafiosi, carabinieri, politici ed ex cariche dello Stato, dovrebbe indurre a riflettere.
Ma le vestali non sono nate per riflettere, ma per strillare, negare l’evidenza e cercare di riparare i danni.
Che c’è di strano nel denunciare come fatto scandaloso che a degli imputati di quel processo non sia stato riconosciuto il diritto a presenziare all’udienza perché quel giorno va in scena il “Napolitano day”? E Napolitano, da un paio di anni a questa parte, non ha forse detto in tutte le salse che questo processo di Palermo lo vede come fumo negli occhi? Gli opinionisti si genuflettono di fronte a questi corrucci presidenziali. Ma che possiamo farci?
In conclusione. Non abbiamo indicato i nomi delle vestali della moralità offesa perché ci appaiono piccole comparse in quest’ennesimo teatrino all’italiana. Ma – e ne spiegheremo subito la ragione – vogliamo riportare la frase pronunciata da Maria Falcone a proposito delle dichiarazioni prima maniera della Guzzanti: “una cosa vergognosa per la quale non bastano gli aggettivi dispregiativi”. Parole forti.
Si da il caso che, appena qualche giorno dopo, Maria Falcone sia stata insignita di una speciale onorificenza del Quirinale, con parole di Napolitano che suonano più o meno così: “la lotta alla mafia si fa come faceva Giovanni”.
Sin qui, nulla da eccepire. Resta il fatto che non è dato sapere cosa la sorella del magistrato assassinato pensi di questa benedetta Trattativa e del processo di Palermo. E no, signora Falcone. Questo suo prolungato silenzio sull’argomento non ci piace. Troppo comodo il top secret. Ci vuole un minimo di coerenza. Lei non appartiene alle vestali di cui sopra. Lei è una donna simbolo nell’Italia dello stragismo. Lei è appena stata insignita di alta onorificenza. Da lei ci aspettiamo qualcosa di più.
Con la stessa franchezza con la quale ha espresso il suo pensiero sulla Guzzanti, ci dica adesso se, secondo Lei, buona parte dello Stato italiano è marcio e corrotto, oppure no. Ci dica se Riina fece tutto da solo. Ci dica a chi si riferiva suo fratello dopo il fallito attentato all’Addaura, quando parlò di “menti raffinatissime”. Ci dica se suo fratello aveva le spalle coperte dalle istituzioni, oppure no. Se a Roma era ben visto oppure no. Ci dica se il suo diario era costituito solo da tre paginette.
Ci dica cosa pensa delle telefonate fra Mancino e il povero D’Ambrosio. Ci dica cosa pensa delle telefonate fra Mancino e Napolitano che furono mandate al macero su richiesta di Napolitano. E, già che c’è, ci dia la sua opinione sui guai che sono costretti ad attraversare Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, e tanti giudici della Procura di Palermo, perché con le loro inchieste si sono spinti troppo in alto. Non ci permettiamo di fare paragoni. Ma ci sono famiglie di vittime della mafia, esattamente come Lei, che tutto quello che sapevano sui loro congiunti lo hanno squadernato ai magistrati. Giovanni l’avrebbe fatta così la lotta alla mafia, e riprendiamo le parole di Napolitano. E adesso, magari, dica anche due parole carine alla Guzzanti dimostrando che Lei con il coro delle vestali non ha nulla a che spartire!

saverio.lodato@virgilio.it

Tutti a Roma Manifestazione nazionale CGIL – Roma, 25 ottobre 2014

Mafia: Fava, Farnesina rimuova ambasciatore che aiutò Matacena da: antimafia duemila

starace-giorgio-ambasciatorePresentata interrogazione al Ministro degli Esteri per chiedere la sospensione dell’ambasciatore ad Abu Dhabi Starace

15 ottobre 2014
Roma. “Perché la Farnesina non ha ancora rimosso l’ambasciatore che ha aiutato il latitante Matacena?”. Lo chiede in una interrogazione al ministro degli Esteri il deputato di Libertà e Diritti – Socialisti Europei Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia. “L’ambasciatore italiano presso gli Emirati Arabi Starace è indagato dalla Procura di Reggio Calabria – ricorda Fava – per favoreggiamento aggravato per aver esercitato, secondo i magistrati, ‘pressioni insistenti per i modi e per i tempi che servivano a garantire a Matacena le migliori condizioni possibili di permanenza nel Paese’. Al tempo stesso l’ambasciatore Starace non avrebbe comunicato a Roma alcune informazioni indispensabili all’autorità giudiziaria italiana per istruire la richiesta di estradizione. Che infatti è stata respinta, permettendo a Matacena, pur condannato in via definitiva a scontare tre anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa, di essere ancora libero ad Abu Dhabi”. L’onorevole Fava ha chiesto al Ministro di “sospendere in via cautelativa l’ambasciatore Starace richiamandolo immediatamente a Roma”.

In foto: l’ambasciatore Giorgio Starace