Fava: “Sulla rivendita delle aziende confiscate alla mafia è caos” da: antimafia duemila

fava-claudio-c-giorgio-barbagallodi AMDuemila – 10 ottobre 2014

“A Catania venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta”. Il deputato annuncia un’interrogazione al ministro dell’interno Alfano.
“Com’è possibile che un’azienda confiscata per mafia venga venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta?”. Se lo chiede il deputato di Libertà e Diritti – Socialisti Europei Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia che già annuncia un’interrogazione al ministro dell’interno Angelino Alfano. “Succede ancora una volta – spiega Fava – a Catania. La “Incoter”, confiscata a Vincenzo Basilotta, già condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, è in procinto di cedere il suo più proficuo ramo d’azienda alla “Judica Appalti”, amministrata dal fratello Luigi Basilotta, indagato per truffa aggravata ed altri reati. Un gioco delle parti che ricorda quanto già accaduto in passato ad altre imprese catanesi, confiscate per mafia e cedute a prestanome dei vecchi proprietari. A subire le conseguenze, ieri come oggi, rischiano di essere solo i dipendenti di quelle aziende”. Il deputato ha annunicato che terrà lunedì mattina a Catania una conferenza stampa che farà il punto anche “sui criteri discutibili” utilizzati dalla prefettura di Catania per accogliere l’iscrizione nella cd. white list di aziende della famiglia Ercolano e della famiglia Basilotta.

Brasile, quella di Dilma Rousseff al secondo turno è una strada tutta in salita. L’analisi di Marco Consolo Fonte: il blog di marco consolo | Autore: marco consolo

Non ci sono nè Sibilla cumana, nè sciamani che tengano. Per sciogliere l’enigma brasiliano, sarà battaglia all’ultimo voto al secondo turno elettorale previsto per il 26 Ottobre. I risultati del primo turno parlano chiaro: l’attuale Presidente Dilma Roussef, candidata del Partito dei Lavoratori (PT), al 41,6 % (circa 43 milioni di voti), l’ex-governatore di Minas Gerais, Aécio Neves (Partito della Social Democrazia Brasilera) al 33,5% (quasi 35 milioni) e l’ outsider Marina Silva relegata al terzo posto con il 21%. Il Brasile torna allo scontro “classico”, quello che dal 1994 vede contrapposti PT e PSDB (con vittorie del PSDB nel 1994 e 1998, del PT nel 2002, 2006 e 2010). La sfida di Dilma Rousseff è ottenere la quarta vittoria consecutiva della coalizione di centro-sinistra a guida PT, mentre Neves proverà a riconquistare la presidenza per il PSDB, un partito di centro-destra, nonostante il nome.
Inarrestabile la rimonta di Aécio Neves, che ha resistito alle pressioni per abbandonare l’agone elettorale ed appoggiare Marina Silva, visti i sondaggi negativi. Viceversa, negli ultimi giorni ha saputo recuperare il consenso in fuga verso Silva e l’ha spuntata.

La destra scommette su Neves
Dopo un periodo di incertezza tra Neves e Silva, la destra è tornata a scommettere su Aécio Neves, l’erede politico dell’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso (1995-2003). Laureato in economia alla Pontificia Universidad Católica di Minas Gerais, Neves ha 54 anni ed alle spalle una lunga carriera politica come deputato per quattro mandati, governatore di Minas Gerais (2003-2010), e senatore dal 2010. Aécio è nipote di Tancredo Neves, che nel 1985 fu il primo presidente eletto in Brasile dopo 21 anni di dittatura civico-militare. Il nonno Tancredo morì prima di poter occupare l’alta carica, anche lui scomparso in un altro misterioso episodio mai chiarito.
Nella sua campagna, il nipote Aecio Neves ha concentrato le sue critiche sulla debole crescita económica (al quarto anno di espansione moderata), accusando la Presidente Rousseff di spaventare gli investitori stranieri e “demonizzare” l’alleanza tra capitali pubblici e privati. Nelle prossime settimane, Neves dovrà convincere gli elettori di poter rilanciare l’economia in stallo. Ha promesso un governo decentralizzato, la riduzione della burocrazia, la “riforma” dei servizi pubblici di salute, educazione, sicurezza e mobilità urbana. In politica estera è tiepido sull’integrazione continentale, mentre è favorevole a un riavvicinamento agli Stati Uniti ed all’Allenza del Pacifico”. Sostiene la necessità di una “revisione” degli attuali rapporti commerciali del Brasile (Cina, Mercosur, Brics, etc.), per firmare un accordo con gli Stati Uniti, mercato di rilievo per l’economia brasiliana.

La strada in salita di Dilma
Fino ad oggi, dopo la vittoria di Lula nel 2002, la destra non ha potuto vincere. Il carisma di Lula, ed i buoni risultati economici hanno aiutato a mantenere il governo di coalizione a guida PT. Anche grazie ai due governi precedenti di Lula, Dilma ha dalla sua alcuni risultati importanti: la riduzione della povertà estrema, il programma “Bolsa Familia” (http://obrasilqueconquistamos.com.br/programa-bolsa-familia/) che beneficia un brasiliano su quattro, il bilancio dell’educazione aumentato del 600%, con il raddoppio degli studenti universitari e la crescita di “Scuole tecniche” del 300 % (http://brasildamudanca.com.br/emprego-e-salario). Nella sanità, il programma “Mais Medicos” beneficia il 25% della popolazione che di fatto prima non avevano accesso alle cure ed il 75 % è coperto dal migliorato sistema di salute pubblica, il SAMU (http://brasildamudanca.com.br/saude). Anche sul versante dell’occupazione può vantare cifre che rappresentano un record nella storia del gigante brasiliano (http://brasildamudanca.com.br/emprego-e-salario). Ma i risultati positivi non sono una garanzia per la rielezione ed oggi la strada è tutta in salita.
Dilma inizia la seconda parte della campagna con un brutto risultato a Sao Paulo, il più grande collegio elettorale, dove il PT è crollato (Aécio Neves ha ottenuto 10 milioni di voti contro i 6 di Dilma). Ed è proprio da Sao Paulo (e dalla sua storica cintura industriale, l’ABC Paulista) che è ripartita la seconda fase della campagna della sinistra.

Perché Silva ha perso?
La sorpresa parziale è stata la sconfitta cocente di Marina Silva, catapultata nel ruolo di candidata a partire dallo strano incidente aereo in cui è scomparso Eduardo Campos, l’ex-candidato del Partito Socialista Brasiliano-PSB) di cui Silva era la Vice grazie ad un accordo elettorale. Balzata avanti nei sondaggi durante la campagna, l’ ex-ambientalista, ex-ministra del governo Lula ed ex militante del PT, fino all’ultima settimana sembrava sarebbe stata la sfidante di Dilma al secondo turno. Così non è stato, nonostante il 21%, ovvero quasi 22 milioni di voti (poco più del 2010).
Non è bastata l’immagine della “nuova politica”, per superare la “vecchia polarizzazione” PT-PSDB, che, secondo Silva, aveva bloccato il Paese per 20 anni. Una specie di “terza via” (“nè PT, nè PSDB”) in salsa brasiliana, che cercava di capitalizzare le gigantesche mobilitazioni del giugno 2013. Per riuscire a vincere, si era dotata di un equipe di campagna nettamente neo-liberista, adottando il programa delle forze conservatrici, che vedevano in lei la possibilità di sconfiggere il PT. Ma le troppe contraddizioni hanno fatto sciogliere la sua immagine come neve al sole, di fronte al fuoco incrociato, sia da destra che da sinistra.

Lo stesso PSB era diviso sull’appoggio a Silva. Basti pensare che il giorno dopo la conferma della sua candidatura, il Segretario del partito, Carlos Siqueira, si era dimesso da coordinatore della campagna presidenziale. E in diversi Stati, hanno pesato le differenze tra Marina Silva e i militanti socialisti che non l’hanno appoggiata. Tutti fattori che, alla fine, hanno evidenziato la sua debolezza politica: non contava su una solida struttura di partito propria, e non ha saputo indicare possibili alleanze per governare un Paese così complesso come il Brasile.
Nella sconfitta ha pesato inoltre l’inconsistenza del suo programma di governo. Nonostante le 242 pagine, troppe sono state le le contraddizioni e le “correzioni in corso d’opera”, anche per pressioni esterne, come quelle delle chiese evangeliche ferocemente contrarie al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Non ultima l’accusa di aver copiato il Programma Nazionale sui Diritti Umani del 2002 di Fernando Henrique Cardoso, padrino di Neves. E come spesso accade, tra l’originale (Neves) e la fotocopia di cattiva qualità (Silva), alla fine gli elettori hanno preferito l’originale.
UN NUOVO MAPPA POLITICO
Nonostante la campagna stampa interessata che afferma il contrario, in realtà una prima analisi dei flussi evidenzia che non c’è stato il travaso di voti da Dilma a Neves, ma che la Presidente avrebbe perso principalmente a favore dell’astensione (20%) e delle schede bianche (5,8%).

2010-2014
Dilma Rousseff  46,9% 41,5%
PSDB                32,6% (Serra) 33,5% (Aécio)
Marina Silva      19,6% 21,2%
Altri                  1,2% 3,2%
Fonte: SRI-PT

Il panorama politico parlamentare post elezioni è cambiato con uno spostamento a destra: da una parte crescono i gruppi conservatori legati alle chiese evangeliche e ai “ruralisti”, espressione degli interessi del latifondo e dell’agro-business; dall’altra perdono deputati e senatori sia il PT che il PCdoB. Uno scenario che, in caso di vittoria di Dilma, renderà ancora più difficile governare per approfondire i cambiamenti. Alla Camera il PT (passato da 88 a 70 deputati) continua ad essere la forza principale. C’ è da segnalare inoltre una maggiore frammentazione dato che i partiti alla Camera passano da 22, agli attuali 28.

Anche lo scenario territoriale si è modificato In questa occasione, i partiti della coalizione di governo hanno vinto in 15 stati, tre meno della volta scorsa. In termini proporzionali, i migliori risultati della Presidente sono quelli del Nord Est, la zona più povera del Paese e bastione storico della sinistra. Negli Stati del Piauí, Maranhão e Ceará, dove si sono concentrati i programmi sociali del governo, Dilma ha sfiorato il 70% dei suffragi.
Neves, ha vinto in 9 Stati en el Distretto Federale di Brasilia. I suoi voti sono cresciuti nel Sud e nel Sud-Est, le zone più ricche del Paese, e nel Centro-Ovest. E soprattutto nei tre maggiori collegi elettorali del Paese: Río de Janeiro, Minas Gerais, Sao Paulo. Nel popoloso Stato di Sao Paulo, su circa 32 milioni di votanti, è riuscito a catturarne quasi 10 milioni (44,5%), mentre Dilma questa volta ha ottenuto il 25,75%, contro il 46,9% del 2010.
Nel dettaglio, il Partito dei Lavoratori (PT) della presidente Dilma Rousseff, ha vinto nello Stato di Minas Gerais, il secondo collegio elettorale più importante, a Bahía (confermato nonostante i sondaggi negativi e in crescita) e Piauí (recuperato) ed andrà al ballottagio in altri 4 Stati (Acre, Ceará, Mato Grosso Sul e Rio Grande do Sul) con qualche possibilità di vincere in alcuni.
Di grande valore simbolico la vittoria della sinistra a Mina Gerais, di cui lo sfidante Neves è stato a lungo governatore. Una vittoria che ha messo fine a 12 anni di governo del PSDB.
Viceversa, la nota dolente per il PT e la sinistra è lo Stato di Sao Paulo, il più popoloso e ricco del Brasile. Il PT non è riuscito a strapparlo al PSDB, e l’ attuale governatore, Geraldo Alckmin, è stato rieletto al primo turno con il 57,31 % dei voti. Sconfitta la sinistra anche nel Distretto Federale di Brasilia dove era al governo.
Il Partido del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), importante alleato di centro del PT, ha vinto ad Alagoas, Espiritu Santo; Sergipe e Tocantins.
Buone notizie anche per il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), alleato del PT, che conquista lo Stato di Maranhao, mentre Marina Silva e i socialisti del PSB conquistano Acre (lo Stato di Silva) e Pernambuco (da dove veniva lo scomparso Eduardo Campos).
E a Río de Janeiro, lo scontro nel secondo turno sarà tra l’attuale governatore del PMDB, e un ex-ministro della pesca nonchè pastore evangelico, candidato del Partido Republicano Brasiliano (PRB).

E adesso?
E’ fin troppo facile prevedere che saranno settimane bollenti, di una battaglia durissima, senza esclusione di colpi, sia in Brasile, che nello scenario internazionale, con pesanti ingerenze esterne. Una battaglia all’ultimo voto, con una alta polarizzazione, che ha il pregio di chiarire le differenze tra i due progetti in campo. E sarà probabilmente una manciata di voti che farà la differenza di un secondo turno che, sin dal 2002, vede contrapposti PSDB e PT, due progetti antagonici. Da una parte il neoliberalismo degli anni ‘90 che vorrebbe tornare al governo, dall’altra il post-neoliberalismo degli ultimi anni di governi progressisti, che deve dimostrare la sua viabilità política, proprio quando è criticato per i risultati economici (nonostante i risultati in campo sociale).
La destra conta sull’appoggio del Dipartimento di Stato, sul suo candidato favorito, e sul capitale, ma soprattutto sul monopolio dei mezzi di comunicazione e da subito l’artiglieria mediatica ha aperto il fuoco. Attraverso i suoi media, ricorda che il 41,59% di Dilma al primo turno è stato “il peggior risultato del PT” dal 1998. Nel 2010, al primo turno aveva raggiunto il 46,91% del electorado.
Per quanto riguarda il 21% di Silva, matematicamente sono voti decisivi, ma di un elettorato molto eterogeneo. Un voto popolare e giovanile contro l’elite del PSDB, di sinistra (per il suo passato da sindacalista ed ambientalista nel PT), ma anche della destra anti-PT, la più conservatrice che aveva deciso di dare una chance alla sua conversione al neoliberismo ed alla sua fede evangelica.
Un elettorato che si spaccherà al secondo turno, al di là delle dichiarazioni di Silva nei prossimi giorni per un eventuale appoggio a chicchessia. Di certo, la sua “Rete per la Sostenibilità”, il Partito Verde, il Partito Socialista e il Partito Popolare Socialista hanno già dato indicazioni di voto a destra.
Dilma spera di crescere recuperando una parte dell’elettorato di Silva e la manciata di voti alla sua sinistra andati al piccolo Partito Socialismo e Libertà (PSOL) con l’1,5%, e ad altre formazioni minori della rissosa sinistra radicale.
Da ultimo non bisogna sottovalutare nè l’astensione (20%), diminuita, ma pur sempre importante, nè le schede bianche (5,8%), per un totale di quasi 26 milioni di brasiliani. Voti cruciali al secondo turno, ma chiara espressione di scontento e distanza dall’attuale gestione politica. Recuperare una parte di quei voti, oggi sembra un’impresa quasi impossibile per i due sfidanti.
Per quanto riguarda Dilma, questa volta vincere al secondo turno sarà molto più difficile del 2010. In tempi di crisi economica internazionale, il Brasile non cresce più al promedio del 5% come ai tempi di Lula e trovare le risorse per le gigantesche politiche sociali non è semplice. Per approfondire il cambiamento non bastano misure tecnocratiche di successo economico. Neanche migliorare il reddito, l’educazione o la salute. C’è bisogno di profonde trasformazioni delle strutture di potere e di una grande partecipazione popolare per realizzarle.
Viceversa, il progetto della destra di Aecio Neves (mal definita social-democrazia) promuove un Brasile che ritorna al passato, quello di Fernando Henrique Cardoso e della svendita del Paese al capitale multinazionale. Un Brasile piegato ai voleri statunitensi, all’Alleanza del Pacifico ed al Trattato Transatlantico (TTP), con l’illusione di diventare una potenza mondiale a tutto tondo, far parte della NATO, essere membro del Consiglio di Sicurezza della ONU con potere di veto e lasciar da parte i BRICS.

La partita è aperta
In questi giorni sarà la mobilitazione capillare dei partiti alleati a Dilma, dei movimenti sociali, delle organizzazioni di base che proverà a fare la differenza. Oltre il pessimismo dell’intelligenza, per vincere la sinistra ha bisogno anche di molto ottimismo della volontà.

Art. 18, proseguono scioperi e cortei. Renzi contestato a Modena. Grillo: “Conquista dei nostri padri” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Buffone, buffone”. Il presidio di lavoratori e attivisti della Fiom a Medolla,in provincia di Modena, ha accolto ha accolto così l’arrivo del premier Matteo Renzi. A suon di fischietti e urla, il presidio a maggioranza Fiom (presenti anche bandiere Tsipras e 5 Stelle) ha contestato al presidente del Consiglio l’azzeramento dell’Articolo 18. C’e’ stato qualche attimo di leggera tensione (un lavoratore e’ stato braccato dalle forze dell’ordine ma non e’ stato fermato) pero’ poi il clima si e’ disteso. Alla fine una delegazione ha potuto parlare con Renzi. Nel faccia a faccia con il premier, i sindacalisti hanno accusato Renzi di voler “cancellare con un colpo di spugna tanti anni di conquiste e lotte sindacali”. Il presidente del Consiglio ha negato decisamente che il jobs act possa tradursi in una riduzione dei diritti.
Ieri è stata una giornata ancora molto calda sul fronte delle contestazioni contro il Jobs Act e l’azzeramento dell’Articolo 18. A Brescia, un corteo di lavoratori delle fabbriche metalmeccaniche ha attraversato la città per raggiungere la sede della Camera di Commercio, nel centro di Brescia, dove era previsto un attivo dei delegati con la partecipazione, tra gli altri, del segretario generale della Fiom Maurizio Landini. Numerosi gli slogan contro il Jobs Act e per il mantenimento dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Contro l’attacco ai diritti dei lavoratori anche Grillo, ieri sera a Roma per l’iniziativa al Circo Massimo. “Se tolgono tutte le garanzie non e’ l’articolo 18 – ha detto il leader del M5S. E’ un pensiero, e’ quello per cui i nostri padri, i nostri nonni hanno combattuto, lottato per centinaia di anni, Non possiamo farlo portare via dal jobs act. E’ un modo di pensare, te lo tolgono, ti tolgono le parole: acqua pubblica, istruzione pubblica, sanita’ pubblica, welfare”.

Infine, è cominciata la mobilitazione nelle aziende metalmeccaniche torinesi in vista dello sciopero regionale indetto dalla Fiom-Cgil per venerdi’ 17 ottobre, “per riportare al centro del dibattito pubblico i temi della crisi e dell’occupazione e contro la riforma del lavoro”.

Alla Johnson Controls, multinazionale dell’indotto auto di Grugliasco – rende noto la Fiom – si e’ svolto uno sciopero spontaneo con assemblea dei lavoratori del primo turno con adesione al 90%. Alle Meccaniche di Mirafiori l’assemblea dei lavoratori ha approvato all’unanimita’ un ordine del giorno di adesione alle iniziative promosse dalla Fiom: il testo chiede a tutti i sindacati di battersi contro i provvedimenti del governo in materia di diritti, lavoro e dignita’ delle lavoratrici e dei lavoratori. Assemblee si sono svolte anche alla Olsa e alla Mahle, mentre all’Embraco e’ stata rifiutata dall’azienda.
Ci sono stati volantinaggi al mercato centrale di Collegno, con i lavoratori della De Tomaso, e ai cancelli della Elbi. “Le iniziative di oggi – spiega Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom – segnalano una preoccupazione reale dei lavoratori rispetto alla riforma del lavoro, al futuro dei propri diritti, alle possibilita’ di uscire dalla crisi senza comprimere le liberta’ individuali e la scelta governo di porre la fiducia sul decreto non ha fatto altro che esacerbare gli animi. Queste mobilitazioni sono un buon viatico in vista delle manifestazioni del 17 e del 25 e di tutte le altre iniziative che seguiranno perche’ non si pensi che la partita si sia chiusa con il voto di ieri”.

Le tre scommesse della sinistra Fonte: Il Manifesto | Autore: Livio Pepino

All’indomani del «patto degli Apo­stoli» e dell’invito di Norma Ran­geri a una nuova unità a sini­stra, Tonino Perna invita alla pru­denza e sol­le­cita «una grande tes­si­tura sociale e cul­tu­rale di parole in grado di costruire la visione del futuro desi­de­ra­bile e cre­di­bile». Ha ragione: il disa­stro ren­ziano ha radici anti­che e l’alternativa non può certo stare in una rivin­cita (sep­pur la cer­casse) dell’esta­blish­ment del Pd di ieri, che di quel disa­stro ha posto le pre­messe poli­ti­che e cul­tu­rali (a comin­ciare dall’elevazione a stelle polari «delle leggi di mer­cato e della cre­scita eco­no­mica senza se e senza ma»).

Ma que­sta neces­sa­ria tes­si­tura deve accom­pa­gnarsi a una ini­zia­tiva poli­tica imme­diata: per­ché il rischio di una deser­ti­fi­ca­zione del tes­suto sociale e isti­tu­zio­nale è sem­pre più forte e sul deserto è dif­fi­cile anche rico­struire. Nello stesso tempo, non siamo all’anno zero ché i ten­ta­tivi degli ultimi tempi, sep­pur impro­dut­tivi sul piano elet­to­rale, non sono stati avari di ela­bo­ra­zione cul­tu­rale. Una rin­no­vata ini­zia­tiva poli­tica, che abbia l’ambizione di diven­tare ege­mone (e non solo di supe­rare il quo­rum delle pros­sime ele­zioni, spe­rando che non sia troppo alto…), deve, peral­tro, misu­rarsi con alcune que­stioni, troppo spesso eluse o esor­ciz­zate e che stanno alla base degli insuc­cessi degli ultimi anni. Provo a indi­carne alcune.

Primo. In tutte le recenti espe­rienze alter­na­tive e inno­va­tive ci si è mossi, talora teo­riz­zan­dolo e comun­que nei fatti, sul pre­sup­po­sto che le buone idee sono di per se sole, pro­prio per­ché buone, capaci di pro­durre in modo auto­ma­tico l’organizzazione neces­sa­ria (e suf­fi­ciente). Non è così. Lo dico pur con­sa­pe­vole, da vec­chio movi­men­ti­sta, delle dege­ne­ra­zioni buro­cra­ti­che e auto­ri­ta­rie che spesso si anni­dano negli appa­rati. Con­tro que­ste derive va tenuta alta la guar­dia ma la sot­to­va­lu­ta­zione del momento orga­niz­za­tivo (e della sua legit­ti­ma­zione) è stata una delle cause prin­ci­pali della ris­so­sità e della incon­clu­denza di molte aggre­ga­zioni poli­ti­che ed elet­to­rali dell’ultimo periodo. Posso dirlo per espe­rienza diretta con rife­ri­mento a “Cam­biare si può” (para­liz­zato dalla man­canza di luo­ghi di deci­sione e, per que­sto, facile preda di una nefa­sta e alie­nante occu­pa­zione). Ma lo stesso dimo­strano le dif­fi­coltà in cui si dibatte la lista Tsipras.

Secondo. La bontà delle idee non ne garan­ti­sce, di per se sola, nep­pure la capa­cità di autoaf­fer­marsi e di aggre­gare con­sensi. Il fatto nuovo della società dell’immagine – affer­mato da tutti ma non ancora com­piu­ta­mente meta­bo­liz­zato – è il pri­mato della comu­ni­ca­zione sui valori. Sem­pre più per­sino chi è subal­terno o mar­gi­nale com­batte bat­ta­glie non pro­prie, mobi­li­tan­dosi e votando su parole d’ordine altrui più che a soste­gno dei pro­pri biso­gni e inte­ressi. Si spie­gano così i suc­cessi di Ber­lu­sconi e di Renzi, che – moder­niz­zando un copione antico – hanno attinto con­senso e voti in maniera mas­sic­cia in strati popo­lari. La comu­ni­ca­zione, poi, ha oggi regole e moda­lità sem­pli­fi­ca­to­rie, asser­tive, spesso dema­go­gi­che. Non ci piac­ciono (o non piac­ciono a me). Ma da esse non si può pre­scin­dere, almeno oggi. Meglio, in ogni caso, adot­tarle – con il neces­sa­rio distacco cri­tico – per vei­co­lare buoni pro­getti piut­to­sto che subirle con il loro carico di cat­tivi pro­getti… Nella odierna comu­ni­ca­zione fast food le parole con­tano più della realtà che rap­pre­sen­tano: occorre cam­biare que­sta spi­rale per­versa, ma per farlo biso­gna saper usare le parole.

Terzo. Se que­sto è vero lo sbocco è con­se­guente. Abbiamo buone idee e buoni pro­getti ma con­ti­nue­remo, cio­no­no­stante, ad essere scon­fitti e saremo ridotti all’irrilevanza (non solo alla mino­rità) se non sapremo espri­mere nuovi lin­guaggi, sem­pli­fi­cati e ripe­ti­tivi, ma capaci di dare con­cre­tezza a una pro­spet­tiva di egua­glianza e di eman­ci­pa­zione (la man­canza di una pro­messa atten­di­bile di red­dito decente per tutti ha fatto vin­cere chi ha dato a molti una man­cia di 80 euro, pur sot­tratta con l’altra mano).

E lo stesso acca­drà se non sapremo espri­mere un per­so­nale poli­tico radi­cal­mente diverso da un ceto respon­sa­bile di scon­fitte seriali (non sco­pro l’acqua calda se dico che nella resi­sti­bile ascesa di Renzi è stato deter­mi­nante il con­tri­buto, miope quanto com­pren­si­bile, di chi lo ha votato «per­ché è il solo che può farci vin­cere»). E un nuovo per­so­nale poli­tico dovrà avere un punto di rife­ri­mento rico­no­sci­bile e media­ti­ca­mente forte: non un uomo della prov­vi­denza cir­con­dato da nul­lità che ne esal­tano la fun­zione sal­vi­fica (come è stato ed è da due decenni), ma un uomo, o una donna, in grado di aggiun­gere un per­so­nale cari­sma a un gruppo auto­re­vole e coeso. Anche que­sto pro­voca in noi (o almeno in me) non poca dif­fi­denza. Ma il ter­reno e le moda­lità dello scon­tro non li deci­diamo noi. Dovremo cam­biarli, epperò – qui e ora – non pos­siamo pre­scin­derne.
Arrivo così alla parte più dif­fi­cile. Esi­ste oggi in Ita­lia la pos­si­bi­lità di dar corpo a una pro­spet­tiva sif­fatta (come sta acca­dendo altrove: dalla Gre­cia alla Spa­gna)? Esi­ste, ma per costruirla biso­gna uscire dal gene­rico e avan­zare pro­po­ste con­crete, anche venendo meno al poli­ti­cally cor­rect. Dun­que ci provo.

Il nucleo forte della pro­po­sta poli­tica non può che essere il lavoro, con le sue con­di­zioni e i suoi pre­sup­po­sti, di cui riap­pro­priarsi sot­traen­dolo a chi lo distrugge ma, insieme, lo declama pre­sen­tan­dosi come il suo vero e unico difen­sore. C’è chi può rap­pre­sen­tare que­sta pro­spet­tiva in modo non per­so­na­li­stico e con un rico­no­sci­mento dif­fuso, veri­fi­cato in cen­ti­naia di piazze e – par­ti­co­lare non meno impor­tante, secondo quanto si è detto – in cen­ti­naia di con­fronti tele­vi­sivi. È – non devo certo spie­gare per­ché – Mau­ri­zio Landini.

Lo so. Lan­dini ha detto più volte che il suo posto è il sin­da­cato e non la poli­tica. È un atteg­gia­mento fino a ieri com­pren­si­bile e apprez­za­bile. Ma oggi c’è una ragione aggiun­tiva per chie­der­gli di farle il salto: il lavoro non lo si può più inven­tare, creare e difen­dere solo o soprat­tutto a livello sin­da­cale. E le occa­sioni per ribal­tare il qua­dro non si ripetono …