Gli eroi della nostra epoca di Fidel Castro da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 07-10-14 – n. 514

Gli eroi della nostra epoca

Fidel Castro Ruz | prensa-latina.cu

06/10/2014

L’Avana, 6 ott (Prensa Latina) Il quotidiano Granma ha pubblicato sabato scorso un nuovo articolo del Comandante Fidel Castro, “Gli eroi della nostra epoca”, che pubblichiamo integralmente. 

“Ci sono molte cose da dire, in questi tempi difficili per l’umanità. Oggi, tuttavia, è un giorno di interesse speciale per noi e chissà anche per molte persone.

Durante la nostra breve storia rivoluzionaria, dal golpe astuto del 10 marzo 1952, promosso dall’impero contro il nostro piccolo paese, non poche volte ci siamo visti nella necessità di prendere importanti decisioni.

Quando non rimaneva oramai nessuna alternativa, altri giovani, di qualunque altra nazione, nella nostra complessa situazione, facevano o si proponevano di fare come noi, benché nel nostro caso in particolare, come tante volte nella storia, Cuba ha svolto un ruolo decisivo.

A partire dal dramma creato nel nostro paese per colpa degli Stati Uniti in quel momento, senza nessun altro obiettivo che frenare il rischio di sviluppi sociali limitati, che avrebbero potuto incoraggiare cambiamenti radicali futuri nella proprietà yankee in cui era stata convertita Cuba, si generò la nostra Rivoluzione Socialista.

La Seconda Guerra Mondiale, terminata nel 1945, ha consolidato il potere degli Stati Uniti come principale potenza economica e militare, ed ha convertito questo paese- cui territorio era distante dai campi di battaglia- nel più poderoso del pianeta.

La schiacciante vittoria del 1959, possiamo affermarlo senza ombra di sciovinismo, si è trasformata in esempio di quello che una piccola nazione, lottando per sé stessa, può fare anche per gli altri.

I paesi latinoamericani, con un minimo di eccezioni rispettabili, si sono lanciati sulle briciole offerte dagli Stati Uniti; per esempio, la quota degli zuccherifici di Cuba che durante quasi un secolo e mezzo ha mantenuto il nostro paese nei suoi anni critici, è stata ripartita tra produttori ansiosi di mercati nel mondo.

L’illustre generale nordamericano che presiedeva allora gli USA, Dwight D. Eisenhower, aveva diretto le truppe coalizzate nella guerra, e nonostante contassero con mezzi poderosi, hanno liberato solo una piccola parte dell’Europa occupata dai nazisti. Il sostituto del presidente Roosevelt, Harry S. Truman, risultò essere il conservatore tradizionale che normalmente assume tali responsabilità politiche negli Stati Uniti negli anni difficili.

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche- che ha costituito fino alla fine dello scorso XX secolo, la più grandiosa nazione della storia nella lotta contro lo sfruttamento spietato degli esseri umani- è stata sciolta e sostituita da una Federazione che ha ridotto la superficie di quel gran Stato multinazionale di circa cinque milioni 500 mila chilometri quadrati.

Un qualcosa, tuttavia, non hanno potuto scioglierlo: lo spirito eroico del popolo russo, che unito ai suoi fratelli del resto dell’URSS, è stato capace di preservare una forza tanto poderosa che insieme alla Repubblica Popolare Cina e paesi come Brasile, India e Sudafrica, costituiscono un gruppo col potere necessario per frenare il tentativo della nuova colonizzazione del pianeta.

Due esempi illustrativi di queste realtà li viviamo nella Repubblica Popolare dell’Angola. Cuba, come molti altri paesi socialisti e movimenti di liberazione, ha collaborato con lei e con altri che lottavano contro il dominio portoghese in Africa. Questo si esercitava in forma amministrativa diretta con l’appoggio dei suoi alleati.

La solidarietà con Angola era uno dei punti essenziali del Movimento dei Paesi Non Allineati e del Campo Socialista. L’indipendenza di questo paese è diventata inevitabile ed era accettata per la comunità mondiale.

Lo Stato razzista del Sudafrica ed il Governo corrotto dell’antico Congo Belga, con l’appoggio degli alleati europei, si preparavano accuratamente per la conquista e la ripartizione dell’Angola.

Cuba, che cooperava con la lotta di questo paese da anni, ha ricevuto la richiesta di Agostinho Neto per l’allenamento delle sue forze armate che, installate a Luanda, la capitale del paese, dovevano essere pronte per la sua presa di possesso ufficialmente stabilita l’11 novembre 1975.

I sovietici, fedeli ai loro compromessi, avevano inviato attrezzature militari ed aspettavano solo il giorno dell’indipendenza per inviare gli istruttori. Cuba, da parte sua, aveva accordato l’invio degli istruttori sollecitati da Neto.

Il regime razzista del Sudafrica, condannato e disprezzato dall’opinione mondiale, decide di anticipare i suoi piani ed invia forze motorizzate in veicoli blindati, dotati di artiglieria potente che, dopo un avanzamento di centinaia di chilometri a partire dalla sua frontiera, ha attaccato il primo accampamento di allenamento, dove vari istruttori cubani sono morti in resistenza.

Dopo vari giorni di combattimenti sostenuti dagli istruttori valorosi insieme agli angolani, sono riusciti a fermare l’avanzamento dei sudafricani verso Luanda, la capitale dell’Angola dove era stato inviato per via aerea un battaglione di Truppe Speciali del Ministero dell’Interno, trasportato da L’Avana nei vecchi aeroplani Britannia della nostra linea aerea.

Così è cominciata quella lotta epica in quel paese dell’Africa nera, tiranneggiato dai razzisti bianchi, il paese in cui battaglioni di fanteria motorizzata e brigate di carri armati, artiglieria blindata e mezzi adeguati di lotta, hanno respinto le forze razziste del Sudafrica e li hanno obbligati a retrocedere fino alla loro stessa frontiera, da dove erano partiti.

Non è stato solo l’anno 1975 la tappa più pericolosa di questa guerra. Il momento è accaduto, approssimativamente 12 anni più tardi, nel sud dell’Angola.

Così quello che sembrava la fine dell’avventura razzista nel sud dell’Angola era solo il principio, ma almeno avevano potuto comprendere che le forze rivoluzionarie di cubani bianchi, mulatti e negri, insieme ai soldati angolani, erano capaci di fare inghiottire la polvere della sconfitta ai razzisti suppostamente invincibili. Forse si sono fidati troppo della loro tecnologia, delle loro ricchezze e dell’appoggio dell’impero dominante.

Benché non fosse mai stata la nostra intenzione, l’atteggiamento sovrano del nostro paese non smetteva di avere contraddizioni con la stessa URSS, che aveva fatto tanto per noi in giorni realmente difficili, quando il taglio delle somministrazioni di combustibile a Cuba da parte degli Stati Uniti c’avrebbe portato ad un prolungato e costoso conflitto con la poderosa potenza del Nord.

Sparito questo pericolo o no, il dilemma era decidersi ad essere liberi o rassegnarsi ad essere schiavi del poderoso impero vicino.

In questa situazione tanto complicata come l’accesso dell’Angola all’indipendenza, in lotta frontale contro il neocolonialismo, era impossibile che non sorgessero differenze in alcuni aspetti dai quali potevano derivare conseguenze gravi per gli obiettivi tracciati, che nel caso di Cuba, come parte in questa lotta, aveva il diritto ed il dovere di condurla al successo.

Ogni volta che secondo noi qualsiasi aspetto della nostra politica internazionale poteva scontrarsi con la politica strategica dell’URSS, facevamo tutto il possibile per evitarlo. Gli obiettivi comuni esigevano a tutti il rispetto dei meriti e delle esperienze di ognuno di loro.

La modestia non è incompatibile con l’analisi seria della complessità e dell’importanza di ogni situazione, benché nella nostra politica siamo sempre stati molto esigenti con tutto quello che si riferiva alla solidarietà con l’Unione Sovietica.

In momenti decisivi della lotta in Angola contro l’imperialismo ed il razzismo si è prodotta una di quelle contraddizioni che è derivata dalla nostra partecipazione diretta in quella contesa e dal fatto che le nostre forze non solo lottavano, ma istruivano anche ogni anno migliaia di combattenti angolani, che appoggiavamo nella loro lotta contro le forze pro yankee e pro razziste del Sudafrica.

Un militare sovietico era l’assessore del governo e pianificava l’impiego delle forze angolane. Ci differenziavamo, tuttavia, in un punto che era sicuramente importante: la frequenza reiterata con cui si difendeva il criterio erroneo di usare in questo paese le truppe angolane meglio allenate a quasi mille cinquecento chilometri di distanza da Luanda, la capitale, per la concezione propria di un altro tipo di guerra, per nulla simile a quella di carattere sovversivo e guerrigliera dei controrivoluzionari angolani.
In realtà non esisteva una capitale dell’UNITA, né Savimbi aveva un punto dove resistere, si trattava di un’esca del Sudafrica razzista che serviva solo per attrarre lì le migliori e più armate truppe angolane per vincerle a suo capriccio. Pertanto ci siamo opposti a questo concetto che si è applicato più di una volta, fino all’ultimo quando ci hanno chiesto di vincere il nemico con le nostre proprie forze, fatto che ha dato luogo alla battaglia di Cuito Cuanavale.

Dirò che questo prolungato confronto militare contro l’esercito sudafricano si è prodotto a causa dell’ultima offensiva contro la supposta “capitale di Savimbi”, in un angolo lontano della frontiera dell’Angola, del Sudafrica e della Namibia occupata, fino a dove le coraggiose forze angolane, partendo da Cuito Cuanavale, antica base militare disattivata della NATO, benché ben equipaggiate con i più nuovi carri blindati, carri armati ed altri mezzi di combattimento, iniziavano la loro marcia di centinaia di chilometri verso la supposta capitale controrivoluzionaria.

I nostri audaci piloti di combattimento li appoggiavano coi Mig-23 quando stavano ancora dentro il loro raggio di azione.

Quando oltrepassavano questi limiti, il nemico colpiva fortemente i valorosi soldati delle FAPLA con i loro aeroplani di combattimento, la loro artiglieria pesante e le loro forze terrestri ben equipaggiate, causando morti e feriti abbondanti. Ma questa volta si dirigevano, nella loro persecuzione delle brigate angolane colpite, verso l’antica base militare della NATO.

Le unità angolane retrocedevano in un fronte di vari chilometri di larghezza, con brecce di chilometri di separazione tra di loro. Data la gravità delle perdite ed il pericolo che poteva derivare da queste, quasi sicuramente si sarebbe prodotto il sollecito abituale di aiuto da parte del Presidente dell’Angola affinché ricorresse all’appoggio cubano, e così è accaduto.

La risposta sicura, questa volta è stata che tale sollecito si sarebbe accettato solo se tutte le forze e tutti i mezzi di combattimento angolani nel Fronte Meridionale si sottomettessero al comando militare cubano. Il risultato immediato è stato che si accettava questa condizione.

Velocemente, si sono mobilitate le forze in funzione della battaglia di Cuito Cuanavale, dove gli invasori sudafricani e le loro armi sofisticate si schiantarono contro le unità blindate, l’artiglieria convenzionale ed i Mig-23 diretti dai piloti audaci della nostra aviazione. L’artiglieria, carri armati ed altri mezzi angolani ubicati in quel punto, che non avevano personale, sono stati attivati per il combattimento da personale cubano.

I carri armati angolani che non potevano vincere l’ostacolo dell’abbondante fiume Queve nella loro ritirata, ad est dell’antica base della NATO, il cui ponte era stato distrutto settimane prima da un aeroplano sudafricano senza pilota, carico di esplosivi, sono stati interrati e circondati da mine antiuomo ed anticarro.

Le truppe sudafricane che avanzavano si sono imbattute a poca distanza con una barriera insormontabile contro la quale si schiantarono. In questo modo, con perdite minime e condizioni vantaggiose, le forze sudafricane sono state sconfitte in modo contundente in quel territorio angolano.

Ma la lotta non si era conclusa, l’imperialismo con la complicità di Israele aveva trasformato Sudafrica in un paese nucleare. Al nostro esercito, toccava per la seconda volta, il rischio di trasformarsi in un bersaglio di questa arma.

Ma questo punto, con tutti gli elementi di giudizio pertinenti, si sta elaborando e forse si potrà scrivere nei mesi venturi.

Che eventi sono successi ieri sera che hanno dato luogo a questa lunga analisi? Due fatti, secondo me, di trascendenza speciale:

La partenza della prima Brigata Medica Cubana verso l’Africa a lottare contro l’Ebola.

Il brutale assassinio a Caracas, in Venezuela, del giovane deputato rivoluzionario Robert Serra.

Entrambi i fatti riflettono lo spirito eroico e la capacità dei processi rivoluzionari che si stanno svolgendo nella Patria di Josè Martì e nella culla della libertà dell’America, il Venezuela eroico di Simon Bolivar e Hugo Chavez.

Quante lezioni sorprendenti rinchiudono questi avvenimenti! Incontro appena le parole per esprimere il valore morale di questi fatti, successi quasi simultaneamente.

Non si può assolutamente credere che il crimine del giovane deputato venezuelano sia opera della casualità.

Sarebbe troppo incredibile, e così simile alle pratiche dei peggiori organismi yankee di intelligenza, che la vera casualità fosse che il ripugnante fatto non sia stato realizzato intenzionalmente, ancora di più quando si adatta assolutamente a quanto previsto ed annunciato dai nemici della Rivoluzione Venezuelana.

Ad ogni modo, mi sembra assolutamente corretta la posizione delle autorità venezuelane di esporre la necessità di investigare accuratamente il carattere del crimine. Il popolo, ciò nonostante, espressa commosso la sua profonda convinzione sulla natura del brutale fatto di sangue.

L’invio della prima Brigata Medica a Sierra Leone, indicato come uno dei punti di maggiore presenza dell’epidemia crudele di Ebola, è un esempio del quale un paese può inorgoglirsi, perché non è possibile raggiungere in questo istante un seggio di maggiore onore e gloria.

Se nessuno ha avuto il minore dubbio che le centinaia di migliaia di combattenti che sono andati in Angola ed in altri paesi dell’Africa o dell’America, hanno prestato all’umanità un esempio che non potrà mai cancellarsi dalla storia umana, avrebbe ancora meno dubbi che l’azione eroica dell’esercito dei camici bianchi occuperà un alto posto di onore in questa storia.

Non saranno i fabbricanti di armi letali quelli che raggiungeranno un onore così meritato. Magari l’esempio dei cubani che vanno in Africa potrà anche invogliare la mente ed il cuore di altri medici nel mondo, specialmente di quelli che possiedono più risorse, pratichino una qualsiasi religione, o la convinzione più profonda del dovere della solidarietà umana.

È molto duro il compito di quelli che vanno al combattimento contro l’Ebola e per la sopravvivenza di altri esseri umani, anche a rischio della loro stessa vita. Non per questo dobbiamo smettere di fare tutto il possibile per garantire, a quelli che compiono quei doveri, la massima sicurezza nei compiti che svolgano e nelle misure da prendere per proteggerli e proteggere il nostro stesso popolo, da questa o da altre malattie ed epidemie.

Il personale che va in Africa sta proteggendo anche quelli che rimangono qui, perché il fatto peggiore che può succedere è che tale epidemia od altre peggiori si estendano nel nostro continente, o nel seno del popolo di qualsiasi paese del mondo, dove un bambino, una madre od un essere umano possano morire. Ci sono medici sufficienti nel pianeta affinché nessuno debba morire per mancanza di assistenza. È quello che desidero comunicare.

Onore e gloria per i nostri valorosi combattenti per la salute e per la vita!

Onor e gloria per il giovane rivoluzionario venezuelano Robert Serra insieme alla compagna Maria Herrera!

Queste idee le ho scritte il 2 ottobre quando ho saputo entrambe le notizie, ma ho preferito aspettare un giorno in più affinché l’opinione internazionale si informasse bene ed ho chiesto a Granma che le pubblicasse il sabato.

Fidel Castro Ruz
2 ottobre 2014 

 

Cosa dev’essere un giovane comunista di Ernesto Che Guevara da: www.resistenze.org – materiali resistenti in linea – iper-classici – 02-10-14 – n. 514

Cosa dev’essere un giovane comunista *

Ernesto Che Guevara | Opere vol. 3 tomo 2, Nella fucina del socialismo, Feltrinelli, pag 86
Trascrizione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
In ricordo (14/06/1928 – 09/10/1967)

20/10/1962

Cari compagni,

uno dei compiti pili grati, per un rivoluzionario, è di osservare nel trascorrere degli anni di rivoluzione come si vanno formando, affi­nando e rafforzando le istituzioni nate all’inizio della Rivoluzione; come quelle organizzazioni che iniziarono su piccola scala, con molte difficoltà, con molte indecisioni, si vanno trasformando, me­diante il lavoro quotidiano e il contatto con le masse, in possenti rap­presentazioni del movimento rivoluzionario di oggi, in vere istituzioni con forza, vigore e autorità fra le masse.

L’Unione dei Giovani Comunisti, attraverso le varie denomina­zioni, attraverso le varie forme di organizzazione, ha quasi la stessa età della nostra Rivoluzione. All’inizio fu un’emanazione dell’Esercito Ribelle, e da li forse veniva anche il suo nome. Era un’organizzazione legata all’esercito per iniziare la gioventù cubana ai compiti massicci della difesa nazionale, che era il problema più urgente e che necessitava della soluzione più rapida possibile.

Nell’ex Dipartimento dell’Istruzione dell’Esercito Ribelle (1) sono na­te l’Associazione dei Giovani Ribelli e le Milizie Nazionali Rivoluzio­narie. In seguito hanno acquistato una propria vita autonoma. La pri­ma come organizzazione destinata al progresso politico della gioventù cubana (2), la seconda come una possente formazione del popolo armato, rappresentante del popolo armato e con caratteristiche proprie, fusa col nostro esercito nei compiti di difesa.

Dopo, quando con il consolidamento della Rivoluzione potevamo porci i compiti nuovi che si vedevano all’orizzonte, il compagno Fidel Castro suggerì il cambiamento della denominazione di questa organiz­zazione. Un cambiamento di denominazione che è tutta un’espressione di principi. L’Unione dei Giovani Comunisti è direttamente orienta­ta verso il futuro. È strutturata in vista del futuro luminoso della società socialista, quando il periodo difficile, in cui siamo ora, della co­struzione di una società nuova sarà superato, quando si intraprenderà il cammino del rafforzamento totale della dittatura di classe, espresso attraverso la società socialista, per arrivare infine alla società senza classi, alla società perfetta che voi sarete incaricati di costruire, di o-rientare e di dirigere in futuro.

Per questo l’Unione dei Giovani Comunisti innalza i suoi sim­boli, che sono gli stessi simboli di tutto il popolo di Cuba: lo studio, il lavoro e il fucile.

E per questo nei suoi distintivi sono raffigurati due dei più alti esponenti della gioventù cubana, ambedue morti tragicamente senza poter vedere il risultato finale di questa lotta in cui tutti siamo impe­gnati: Tulio Antonio Mella e Camilo Cienfuegos.

In questo secondo anniversario, in quest’ora di costruzione febbri­le, di costanti preparativi per la difesa del paese, di preparazione tec­nica e tecnologica accelerata al massimo, si deve porre sempre, e prima di tutto, il problema di cos’è e cosa deve essere l’Unione dei Giovani Comunisti.

L’Unione dei Giovani Comunisti deve definirsi con una sola pa­rola: avanguardia. Voi, compagni, dovete essere l’avanguardia di tutti i movimenti. I primi nei sacrifici che la Rivoluzione richiede, di qua­lunque tipo essi siano. I primi nel lavoro. I primi nello studio. I primi nella difesa del paese.

E porvi questo compito non solo come l’espressione totale della gioventù di Cuba, non solo come un compito di grandi masse struttu­rate in una istituzione, ma come il compito quotidiano di ognuno dei componenti dell’Unione dei Giovani Comunisti. Per questo bisogna porsi compiti reali e concreti; compiti di lavoro quotidiano che non possono ammettere il minimo rilassamento.

L’organizzazione deve essere costantemente unita a tutto il lavoro che si sviluppa nell’Unione dei Giovani Comunisti. L’organizzazione è la chiave che permette di afferrare le iniziative che sorgono dai capi della Rivoluzione, le iniziative che il nostro Primo Ministro imposta in ripetute occasioni e le iniziative che sorgono dallo stesso seno della classe operaia, che devono anche trasformarsi in direttive precise, in idee precise per l’azione susseguente.

Se non c’è l’organizzazione, le idee, dopo il primo impulso, van­no perdendo efficacia, cadono nella routine, nel conformismo e fini­scono per essere semplici ricordi.

Faccio questa avvertenza perché molte volte in questo breve e tut­tavia cosi ricco periodo della nostra Rivoluzione, molte grandi inizia­tive sono fallite, sono cadute nell’oblio per la mancanza del necessario apparato organizzativo per sostenerle e portarle a buon fine.

Allo stesso tempo, tutti e ognuno di voi dovete tener presente che essere un giovane comunista, appartenere alla Unione dei Giovani Co­munisti, non è una grazia che qualcuno vi concede, né una grazia che voi concedete allo Stato o alla Rivoluzione. Appartenere all’Unione dei Giovani Comunisti deve essere il pili alto onore di un giovane della società nuova. Deve essere un onore per chi lotta in ogni momento della sua esistenza e l’onore di mantenere alto il proprio nome indivi­duale nel grande nome dell’Unione dei Giovani Comunisti.

In questo modo avanzeremo ancora più rapidamente. Abituandoci a pensare come massa, ad agire sulle iniziative che ci provengono dal­la classe operaia e sulle iniziative dei nostri massimi dirigenti; e allo stesso tempo agire sempre come individui, sempre preoccupati dei no­stri stessi atti, costantemente preoccupati di non macchiare il nostro nome né quello dell’associazione cui apparteniamo.

Dopo due anni possiamo ricapitolare e osservare quali sono stati i risultati di questo compito.

Vi sono molti successi nella vita dell’Unione dei Giovani Comu­nisti, e uno dei più importanti, dei più spettacolari, è stato quello del­la difesa.

I giovani che per primi – alcuni fra loro – si arrampicarono sui cinque picchi del Turquino,(3) quelli che si arruolarono subito in varie organizzazioni militari, tutti quelli che impugnarono il fucile nei mo­menti di pericolo, sono stati pronti a difendere la Rivoluzione in ognu­no dei luoghi dove si aspettava l’invasione o l’azione nemica.

Ai giovani di Playa Girón è toccato l’altissimo onore di difendere li la nostra Rivoluzione, difendere li le istituzioni che abbiamo creato a costo di sacrifici, i risultati che tutto il popolo ha raggiunto con anni di lotta: tutta la nostra Rivoluzione è stata difesa lì, in settantadue ore di lotta.

L’intenzione del nemico era di creare sulla spiaggia una testa di ponte sufficientemente forte, installarvi un aeroporto che gli permet­tesse di estendere la guerra a tutto il nostro territorio, bombardarlo senza pietà, trasformare in cenere le nostre fabbriche, ridurre in pol­vere i nostri mezzi di comunicazione e distruggere la nostra agricol­tura. In una parola: seminare il caos nel nostro paese. L’azione decisa del popolo ha liquidato il tentativo imperialista in sole settantadue ore.

Giovani ancora bambini si sono coperti di gloria. Alcuni sono oggi qui come esponenti di questa gioventù eroica, di altri ci resta almeno il nome come ricordo, come sprone per nuove battaglie, per nuovi eroismi.

Nel momento in cui la difesa del paese era il compito più impor­tante la gioventù è stata presente. Oggi la difesa del paese continua ad occupare il primo posto fra i nostri doveri, ma non dobbiamo dimen­ticare che la parola d’ordine che guida i giovani comunisti è intima­mente coerente con se stessa: non si difende il paese solo con l’eser­cizio delle armi, tenendosi pronti, ma anche costruendo, con il nostro lavoro, e preparando i nuovi quadri tecnici per accelerare il suo svi­luppo negli anni futuri. Ora questo compito ha acquistato un’enorme importanza ed è sullo stesso piano dell’esercizio effettivo delle armi.

Quando sono stati posti problemi come questi, la gioventù ha già detto “presente” una volta. I giovani brigadisti hanno risposto all’ap­pello della Rivoluzione invadendo tutti gli angoli del paese. In pochi mesi e in una battaglia molto dura — in cui ci furono anche i martiri della Rivoluzione, i martiri dell’educazione — potemmo annunciare un fatto nuovo per l’America: quello che Cuba era il primo territorio d’America libero dall’analfabetismo.

Lo studio a tutti i livelli è anche oggi un compito della gioventù. Lo studio unito al lavoro, come nel caso dei giovani studenti che stan­no raccogliendo caffè nella provincia di Oriente, che dedicano le loro vacanze per la raccolta di un prodotto tanto importante per il nostro paese, per il nostro commercio estero, per noi, che consumiamo tutti i giorni una grande quantità di caffè. Questo compito è simile a quello dell’alfabetizzazione. È un compito di sacrificio che si svolge allegra­mente, in cui i compagni studenti — ancora una volta — si riuniscono sulle montagne per portarvi il loro messaggio rivoluzionario.

Questi compiti sono molto importanti perché nell’Unione dei Gio­vani Comunisti i giovani non solo danno, ma ricevono anche: e in al­cuni casi ricevono più di quello che danno. Acquisiscono esperienze nuove, una nuova esperienza del contatto umano, esperienze nuove di come vivono i nostri contadini, di come sono il lavoro e la vita nei luoghi lontani, di tutto quello che c’è da fare per elevare quelle re­gioni allo stesso livello dei luoghi più abitabili della campagna e delle città. Acquisiscono esperienza e maturità rivoluzionarie.

I compagni che svolgono i compiti di alfabetizzazione o di raccol­ta del caffè, a contatto diretto col nostro popolo, aiutandolo, lontani dai loro focolari, ricevono – si può ben dire – ancora più di quello che danno, e quello che danno è molto!

Questa è l’educazione che meglio si addice a una gioventù che si prepara al comunismo: una forma di educazione nella quale il lavoro perde la caratteristica di ossessione che ha nel mondo capitalista e di­venta un grato dovere sociale, da assolvere con allegria, fra i canti ri­voluzionari, nel più fraterno cameratismo, fra contatti umani che rin­vigoriscono gli uni e gli altri e che elevano lo spirito di tutti.

Inoltre, l’Unione dei Giovani Comunisti ha fatto molti passi a-vanti nell’organizzazione. Da quel debole embrione costituito come appendice dell’Esercito Ribelle a questa organizzazione di oggi c’è una grande differenza. Dovunque, in ogni centro di lavoro, in ogni orga­nismo amministrativo, in ogni luogo dove la loro azione può essere necessaria, ci sono i giovani comunisti che lavorano per la Rivoluzione.

Anche il progresso organizzativo deve essere considerato un ri­sultato importante dell’Unione dei Giovani Comunisti.

Tuttavia, compagni, in questo difficile cammino ci sono stati molti problemi, ci sono state grandi difficoltà, grossi errori: e non sem­pre abbiamo potuto superarli. È evidente che l’Unione dei Giovani Comunisti, come organismo minore, come fratello pili giovane delle Organizzazioni Rivoluzionarie Integrate, deve attingere alle esperienze dei compagni che hanno lavorato di pili in tutti i compiti rivoluzio­nari e deve ascoltare sempre — con rispetto — la voce di quell’espe­rienza. Ma la gioventù deve creare. Una gioventù che non crea è ve­ramente un’anomalia. E all’Unione dei Giovani Comunisti è un po’ mancato lo spirito creativo. E stata, attraverso la sua direzione, troppo docile, troppo rispettosa e poco decisa nel porsi problemi propri.

Oggi questo sta finendo. Il compagno Joel ci parlava delle inizia­tive dei lavori nelle fattorie. Sono esempi di come si comincia a spez­zare la dipendenza totale — che diventa assurda — da un organismo maggiore, come si comincia a pensare con la propria testa.

Il fatto è che noi, e con noi la nostra gioventù, stiamo guarendo da una malattia, che fortunatamente non è stata troppo lunga ma che ha influito molto sul ritardo dello sviluppo dell’approfondimento ideo­logico della nostra Rivoluzione. Siamo tutti convalescenti di quel male che si chiama settarismo.

Dove conduce il settarismo? Conduce alla copiatura meccanica, alle analisi formali, alla separazione fra la direzione e le masse. Anche nella nostra Direzione Nazionale: e il riflesso si è prodotto qui, nel­l’Unione dei Giovani Comunisti.

Se noi – anche disorientati dal fenomeno del settarismo – non riuscivamo ad ascoltare la voce del popolo, che è la voce più saggia e orientatrice, se non riuscivamo ad ascoltare i palpiti del popolo per poterli trasformare in idee concrete, in direttive precise, non potevamo certo dare quelle direttive all’Unione dei Giovani Comunisti. E dato che la dipendenza era assoluta, dato che la docilità era molta, l’Unione dei Giovani Comunisti navigava come una barchetta alla deriva, gui­data dal barcone: le nostre Organizzazioni Rivoluzionarie, anch’esse alla deriva.

Si producevano quindi iniziative minime, le sole che l’Unione dei Giovani Comunisti era capace di produrre, che si trasformavano a volte in grossolani slogans, in manifestazioni chiaramente mancanti di pro­fondità ideologica.

Il compagno Fidel ha  seriamente criticato quegli estremisti e quelle espressioni molto note a tutti voi come: “le ORI sono la can­dela…,” “siamo socialisti, avanti e avanti…” Tutte quelle cose, che Fidel criticava e che voi conoscete bene, erano il riflesso del male che gravava sulla nostra Rivoluzione.

Oramai siamo usciti da quella fase. L’abbiamo completamente li­quidata. Tuttavia gli organismi vanno sempre un po’ pili lentamente. E come se un male avesse tenuto una persona nell’incoscienza. Quando poi il male cede, la mente recupera la sua chiarezza, ma le membra non coordinano ancora i loro movimenti. I primi giorni dopo aver la­sciato il letto, il procedere è insicuro, ma a poco a poco si va acqui­stando una nuova sicurezza. Su questa strada siamo noi.

Dobbiamo perciò definire e analizzare obiettivamente i nostri or­ganismi per continuare a purificarli. Tenere presente, per non cadere, per non inciampare e cadere al suolo, che camminiamo ancora con passo vacillante. Conoscere le nostre debolezze per liquidarle e acqui­stare nuova forza.

Questa mancanza di una propria iniziativa è dovuta al misco­noscimento, per un certo tempo, della dialettica che muove gli orga­nismi di massa e all’aver dimenticato che organismi come l’Unione dei Giovani Comunisti non possono essere semplicemente di direzio­ne, non possono essere qualcosa che emana sempre direttive alle basi senza ricevere niente da loro.

Si pensava che l’Unione dei Giovani Comunisti e tutte le organiz­zazioni di Cuba fossero organizzazioni di una sola linea. Una sola linea che andava dal vertice alla base, ma che non aveva un cavo di ritorno per trasmettere le comunicazioni della base. Un reciproco e co­stante interscambio di esperienze, di idee, di direttive che sono le più importanti, quelle che avrebbero inquadrato il lavoro della nostra gio­ventù.

Nello stesso tempo si sarebbero potuti individuare i punti in cui il lavoro era più fiacco, i punti di maggiore debolezza.

Vediamo ancora come i giovani, quasi degli eroi da romanzo, sono capaci di offrire la loro vita cento volte per la Rivoluzione, vediamo come, se chiamati a svolgere qualsiasi compito concreto o sporadico, sono pronti a marciare in massa verso quel compito. Tuttavia, a volte mancano al loro lavoro perché hanno una riunione dei Giovani Co­munisti, o perché si sono ritirati tardi la sera prima per discutere qual­che iniziativa dei Giovani Comunisti, o semplicemente non vanno al lavoro perché no, senza giustificazione.

Quando si osserva una Brigata di Lavoro Volontario e si suppone che vi siano dei Giovani Comunisti, in molti casi non ve ne sono. Non ce n’è uno. Il dirigente doveva andare a una riunione, l’altro era ma­lato, l’altro non era informato. Il risultato è che l’azione fondamentale, l’azione di avanguardia del popolo, l’azione di esempio vivente che smuove e porta avanti tutti – come hanno fatto i giovani di Playa Girón – non si ripete nel lavoro. La serietà che deve avere la gioventù di oggi per affrontare i grandi impegni – di cui il maggiore è la co­struzione della società socialista – non si riflette nel lavoro concreto.

Vi sono grandi debolezze e bisogna lavorarci sopra. Bisogna orga­nizzare, individuare il punto dove duole, il punto dove ci sono debo­lezze da correggere e lavorare su ognuno di voi per porre bene in chiaro nelle vostre coscienze che non può essere un buon comunista colui che pensa alla Rivoluzione solo quando arriva il momento del sacrificio, del la battaglia, dell’avventura eroica, di ciò che esce dal volgare e dal quotidiano, mentre nel lavoro è mediocre o peggio.

Come può avvenire questo se voi avete già il nome di Giovani Co­munisti, nome che noi, organizzazione dirigente, partito dirigente, an­cora non abbiamo? Voi che dovete costruire un futuro in cui il lavoro sarà la massima dignità dell’uomo, un dovere sociale, un piacere che si dà all’uomo, un futuro in cui il lavoro sarà creativo al massimo e tutti dovranno essere interessati al loro lavoro e a quello degli altri, e al­l’avanzamento della società, giorno per giorno?

Com’è possibile che voi, che già oggi avete questo nome, disdegna­te il lavoro? Qui c’è una mancanza. Una mancanza nell’organizzazione, nella chiarificazione, nel lavoro. Una mancanza, inoltre, umana. A tutti noi – a tutti, credo – piace molto di pili ciò che rompe la monotonia della vita, ciò che bruscamente, ogni tanto, fa sentire a ognuno il pro­prio valore, il valore che si ha nella società.

Immagino, per esempio, l’orgoglio di quei compagni che si trova­vano in una batteria antiaerea a difendere la loro patria dagli aerei ne­mici ed a cui toccava d’un tratto la fortuna di vedere i propri proiettili raggiungere l’aereo nemico. Uno di quei momenti che non si dimen­ticano mai, e i compagni cui è toccato di vivere quell’esperienza non la dimenticheranno mai.

Ma noi dobbiamo difendere la nostra Rivoluzione, ed è quello che facciamo tutti i giorni. E per poterla difendere bisogna costruirla, fortificarla con quel lavoro che oggi non piace alla gioventù, o che per­lomeno è da essa considerato come l’ultimo dei suoi doveri, perché con­serva ancora la mentalità antica, la mentalità del mondo capitalista, e cioè che il lavoro è, si, un dovere, una necessità: ma un dovere e una necessità tristi.

Perché accade questo? Perché non abbiamo ancora dato al lavoro il suo vero senso. Non siamo stati capaci di unire il lavoratore con l’og­getto del suo lavoro; ed anche di dare al lavoratore la coscienza del­l’importanza che ha l’atto creativo che giorno per giorno egli compie.

Il lavoratore e la macchina, il lavoratore e l’oggetto su cui si eser­cita il lavoro sono ancora due cose differenti, antagoniste. In questo senso bisogna lavorare, per formare nuove generazioni che abbiano il massimo interesse a lavorare e sappiano trovare nel lavoro una fonte per­manente di nuove emozioni. Fare del lavoro qualcosa di creativo, qual­cosa di nuovo.

Questo è forse il punto pili fiacco della nostra Unione dei Giovani Comunisti. Per questo insisto, e nell’allegria dei festeggiamenti di questo anniversario torno a porre la piccola goccia di amarezza per toccare il tasto sensibile, per fare che la gioventù reagisca.

Oggi al Ministero si è tenuta un’assemblea per discutere l’emula­zione. Molti di voi probabilmente hanno già discusso dell’emulazione nei loro centri di lavoro e già hanno letto il tremendo documento che sta circolando. Ma qual è, compagni, il problema dell’emulazione? Il problema è che l’emulazione non può funzionare con dei documenti che la regolano, la ordinano e le danno una forma. Il regolamento e la forma sono necessari per poter poi paragonare il lavoro svolto dalla gente entusiasta che si sta emulando.

Quando due compagni, ognuno su una macchina, si emulano a vicenda per costruire di pili, dopo un certo tempo cominciano a sen­tire la necessità di qualche regolamento per determinare quale dei due produce di più con la sua macchina, la quantità del prodotto, le ore di lavoro, il modo in cui ognuno lascia la macchina, in cui ne tiene cura… molte cose. Ma se invece di trattarsi di due compagni che ef­fettivamente si emulano ai quali noi diamo un regolamento, appare un regolamento per altri due che stanno pensando a quando arriva l’ora di smontare per andarsene a casa, a che serve il regolamento ? A quale funzione adempie?

In molti casi stiamo facendo regolamenti e dando una forma a qualcosa che non esiste. La forma deve avere un contenuto: il regola­mento, in questi casi, deve essere ciò che definisce e limita una situa­zione già creata. Il regolamento dovrebbe essere la conseguenza del­l’emulazione – che vuole essere attuata in modo anarchico ma entu­siasta, straripante – per tutti i centri di lavoro di Cuba. In quel caso la necessità di regolare l’emulazione sorgerebbe automaticamente.

In questo modo abbiamo trattato molti problemi, e in questo modo abbiamo deformato molte cose. E quando in quell’assemblea ho do­mandato perché non era presente, o quante volte era stato presente il segretario dei Giovani Comunisti, ho saputo che c’era stato alcune volte, poche, e che i Giovani Comunisti non c’erano stati mai.

Tuttavia nel corso dell’assemblea, discutendo questi ed altri pro­blemi, i Giovani Comunisti, il nucleo, la Federazione delle Donne e i Comitati di Difesa, e il Sindacato, naturalmente, tutti si sono entusia­smati. Tutti perlomeno hanno provato un rimorso interiore, un senso di amarezza e un desiderio di migliorare, di dimostrare che erano ca­paci di fare quello che ancora non era stato fatto: smuovere la gente. Allora, d’un tratto, tutti si sono impegnati a fare che nel Ministero si diffondesse l’emulazione a tutti i livelli, a discutere il regolamento, do­po aver stabilito le emulazioni, e a venire nel giro di quindici giorni a presentare un fatto concreto, con tutto il Ministero impegnato nel­l’emulazione.

Ed è questa la mobilitazione! La gente ha capito e ha smentito interiormente – perché ognuno di quei compagni è un grande com­pagno – che ci fosse qualcosa di fiacco nel suo lavoro. Ha sentito la sua dignità ferita e si è posto decisamente a rimediare. Ecco cosa bisogna fare. Tenere presente che il lavoro è la cosa pili importante. Perdona­temi se insisto ancora una volta, ma il fatto è che senza lavoro non c’è niente. Tutta la ricchezza del mondo, tutti i lavori che ha l’uma­nità, sono niente pili che lavoro accumulato. Senza il lavoro non può esistere niente. Senza il lavoro extra che crea pili eccedenze per nuove fabbriche, per nuove installazioni sociali, il paese non avanza. E per forti che siano i nostri eserciti avremo sempre un ritmo di crescita len­to. Bisogna finirla con questo. Finirla con i vecchi errori, renderli di pubblico dominio, analizzarli dovunque e quindi correggerli.

Ora vorrei dire, compagni, qual è la mia opinione, l’opinione di un dirigente nazionale delle ORI, su cosa deve essere un giovane comu­nista: vediamo se siamo tutti d’accordo.

Io credo che la prima cosa che deve contraddistinguere un giovane comunista sia l’onore che prova ad esserlo. Quell’onore che lo porta a mostrare a tutti la sua qualità di giovane comunista, che non si esau­risce nella clandestinità, che non si riduce a una semplice formula, ma anzi viene espresso in ogni momento, perché esce dall’anima, e il gio­vane comunista ha interesse a mostrarlo perché per lui è un orgoglio.

Insieme a questo, un grande senso del dovere verso la società che stiamo costruendo, verso i nostri simili come esseri umani e verso tutti gli uomini del mondo.

Questo è qualcosa che deve caratterizzare il giovane comunista. Oltre a questo, una grande sensibilità di fronte a tutti i problemi, una grande sensibilità di fronte all’ingiustizia, spirito anticonformista ogni volta che sorga qualcosa che non va, chiunque lo abbia detto. Appro­fondire tutto ciò che non si capisce. Discutere e chiedere chiarimenti di ciò che non è chiaro. Dichiarare la guerra al formalismo, a tutti i tipi di formalismo. Essere sempre aperto a ricevere le nuove esperienze in modo da conformare la grande esperienza dell’umanità, che da molti anni avanza sul sentiero del socialismo, alle condizioni concrete del nostro paese, alle realtà esistenti a Cuba: e pensare – tutti e ognuno – come cambiare la realtà, come migliorarla.

Il giovane comunista deve proporsi di essere il primo in tutto, lot­tare per essere il primo, e sentirsi infastidito quando in qualcosa oc­cupa un altro posto. Lottare per migliorare, per essere il primo. È chia­ro che non tutti possono essere il primo, ma essere fra i primi, nel gruppo di avanguardia si. Essere un esempio vivente, essere lo spec­chio dove si guardano i compagni che non appartengono alla Gioventù Comunista, essere l’esempio cui possano guardare gli uomini e le don­ne di età più avanzata che hanno perduto quel certo entusiasmo gio­vanile, che hanno perduto la fede nella vita e che di fronte allo stimolo dell’esempio reagiscono sempre bene. Questo è un altro compito dei Giovani Comunisti.

Poi un grande spirito di sacrificio, uno spirito di sacrificio non solo nelle giornate eroiche, ma per ogni momento. Sacrificarsi per aiu­tare il compagno nei piccoli compiti affinché possa svolgere il suo la­voro, affinché possa compiere il suo dovere nella scuola, nello studio, affinché possa migliorare in qualsiasi modo. Stare sempre attento a tutta la massa umana che lo circonda.

In sostanza si impone al giovane comunista di essere essenzialmente umano, essere tanto umano da accostarsi al meglio dell’uomo; purificare il meglio dell’uomo per mezzo del lavoro, dello studio, dell’esercizio continuo della solidarietà con il popolo e con tutti i popoli del mondo; sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentire l’angoscia ogni volta che in qualsiasi angolo del mondo viene assassinato un uomo e fino a sentirsi entusiasta ogni volta che in qualsiasi angolo del mondo si in­nalza una nuova bandiera di libertà.

Il giovane comunista non può sentirsi limitato dalle frontiere di un territorio: il giovane comunista deve praticare l’internazionalismo proletario e sentirlo come cosa propria. Tenere presente, come dobbia­mo tenere presente noi aspiranti comunisti, qui a Cuba, che si è un esempio reale e palpabile per tutta la nostra America, e più ancora che per la nostra America, per altri paesi del mondo che lottano anche in altri continenti per la loro libertà, contro il colonialismo, contro il neo­colonialismo, contro l’imperialismo, contro tutte le forme di oppressione dei sistemi ingiusti. Tenere sempre presente che siamo una fiaccola ac­cesa, che siamo lo stesso specchio che ognuno di noi individualmente è per il popolo di Cuba, e siamo quello specchio perché in esso si guar­dino i popoli d’America, i popoli del mondo oppresso che lottano per la loro libertà. Dobbiamo essere degni di questo esempio. In ogni mo­mento, in ogni occasione dobbiamo essere degni di questo esempio.

Questo è ciò che noi pensiamo debba essere un giovane comunista. E se ci si dicesse che siamo quasi dei romantici, che siamo degli idea­listi inveterati, che pensiamo cose impossibili e che non si può ottenere dalla massa di un popolo ciò che è quasi un archetipo umano, noi dovremmo rispondere una, mille volte che sì, sì che si può, che siamo nel vero, che tutto il popolo può avanzare, liquidare le piccolezze uma­ne, come a Cuba si è andato facendo in questi quattro anni di Rivolu­zione, perfezionarsi come noi ci perfezioniamo giorno per giorno, li­quidando intransigentemente tutti coloro che restano indietro, che non sono capaci di marciare al ritmo in cui marcia la Rivoluzione cubana.

Deve essere così, deve essere cosi e cosi sarà, compagni. Sarà co­sì perché voi siete Giovani Comunisti, creatori della società perfetta, esseri umani destinati a vivere in un mondo nuovo dove tutto ciò che è vecchio, decrepito, tutto ciò che rappresenta la società le cui basi sono state appena distrutte, sarà definitivamente scomparso.

Per raggiungere questo bisogna lavorare tutti i giorni, lavorare nel senso interiore di perfezionamento, di aumento delle conoscenze, di aumento della comprensione del mondo che ci circonda. Indagare, ve­rificare e conoscere bene il perché delle cose e porsi sempre i grandi problemi dell’umanità come problemi propri.

Così, a un certo momento, un giorno qualsiasi degli anni che ver­ranno – dopo aver sopportato molti sacrifici, certo, e dopo esserci visti chissà quante volte sull’orlo della distruzione – dopo aver visto forse le nostre fabbriche distrutte e dopo averle ricostruite nuovamente, dopo aver assistito all’assassinio, alla strage di molti di noi e aver ricostruito ciò che sarà stato distrutto, alla fine di tutto questo, un giorno qual­siasi, quasi senza rendercene conto, avremo creato, insieme agli altri popoli del mondo, la società comunista, il nostro ideale.

Compagni, parlare alla gioventù è un compito molto grande. Uno si sente capace di trasmettere alcune cose perché avverte la comprensione della gioventù. Ci sono molte cose che vorrei dirvi: di tutti i nostri sforzi, i nostri affanni. Di come molti di essi si infrangono di fronte alla realtà quotidiana e come tuttavia bisogna tornare ad affrontarli. Dei momenti di fiacchezza e di come il contatto con il popolo – con gli ideali e la purezza del popolo – ci infondono nuovo fervore ri­voluzionario.

Ci sarebbero molte cose di cui parlare. Ma dobbiamo anche com­piere i nostri doveri. E ne approfitto per spiegarvi, con tutta la mali­gnità che vorrete riscontrare, perché devo accomiatarmi da voi. Devo accomiatarmi da voi perché vado a compiere il mio dovere di lavoratore volontario in una tessitura. Stiamo lavorando lì già da qualche tempo. Stiamo cercando di emulare l’Impresa Consolidata delle Filande e dei Tessuti Lisci che lavora in un’altra tessitura, e la Giunta Centrale della Pianificazione che lavora in un’altra ancora.

Voglio dirvi onestamente che il Ministero dell’Industria è l’ultimo, nell’emulazione, e dobbiamo fare uno sforzo maggiore, più grande, co­stantemente ripetuto, per avanzare, per riuscire a fare quello che noi stessi diciamo: essere i primi, aspirare ad essere i primi perché ci fa male essere gli ultimi nell’emulazione socialista. Il fatto è che è successo semplicemente quello che è successo a molti di voi: questa emulazione è fredda, un po’ inventata, e non abbiamo saputo entrare in contatto diretto con la massa dei lavoratori dell’industria. Domani terremo una assemblea per discutere questi problemi e cercare di risolverli tutti, di trovare i punti d’unione, di stabilire un linguaggio comune, di assoluta identità, fra i lavoratori di quell’industria e noi lavoratori del Ministero. Dopo aver ottenuto questo sono sicuro che aumenteremo di molto il rendimento e che potremo perlomeno lottare onorevolmente per i pri­mi posti.

In ogni caso, all’assemblea del prossimo anno vi diremo i risultati. A quest’altr’anno.

Note:

* Discorso tenuto durante la commemorazione del II anniversario della unificazione del movimento giovanile, il 20 ottobre 1962.

1) Guevara creò il Dipartimento dell’istruzione dell’Esercito Ribelle alla cui dire­zione restò sino alla fine del 1960. .
2) Vedi n. 4, “Popolo e Governo devono essere una cosa sola” e “La gioventù e la Rivoluzione.”
3) Il Pico Turquino è la più alta montagna di Cuba (2005 metri); e situato nella Sierra Maestra. Vedi n. 1, p. 65 del volume I.

 

Rossana Rossanda: La mutazione genetica del Pd | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda

Neppure un’incorreggibile gufa come me avrebbe immaginato che Matteo Renzi avrebbe cercato di portare velocemente il Pd verso una mutazione genetica, anche se covava da tempo, forse da quando Achille Occhetto, in qualità di segretario, aveva chiesto il beneficio di inventario nel richiamarsi non alla presa del palazzo d’inverno del 1917, ma alla rivoluzione francese del 1789. La Costituente sì, la Convenzione no. Viva l’abate Sieyès, abbasso Robespierre. Ma sulla Dichiarazione dei diritti erano stati d’accordo tutti, ed è quella che i socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni hanno portato dentro la fabbrica con lo Statuto dei lavoratori.

Già era stato stupefacente per me che di tutta la direzione del Pd soltanto D’Alema e Bersani hanno dichiarato di non essere d’accordo con l’abolizione dell’articolo 18 e il contatto unico, cosiddetto a tutele crescenti, che costringerebbe ogni nuovo occupato a tre anni di precariato prima di essere regolarmente assunto (e va a vedere se la creatività degli imprenditori italiani non troverà qualche marchingegno per far apparire “nuovo e primo” ogni tipo di contratto), in modo da far transitare tutta la manodopera da un apprendistato a un altro.

Perché gli attuali ragazzi e ragazze del Pd rifiutano perfino che i diritti di un dipendente siano affidati alla terzietà di un giudice, nel caso della risoluzione di un punto delicato come un conflitto di lavoro, piuttosto che a un arbitrato consegnato alla parte sociale dominante? Se non difende il rapporto di lavoro un partito come il Pd, il quale si richiama alle riforme ogni mezz’ora, a che serve?

La verità è che forse il Jobs Act va letto, suggeriva maliziosamente ieri Melania Mazzucco, come l’acronimo di ” jump our business “, avanti subito con i nostri affari, ora che l’intralcio di un diritto dei dipendenti è stato gentilmente tolto di mezzo da quel che restava del Pci. Forse Renzi coglierà l’occasione per dichiarare, come già Veltroni, “Non sono stato comunista mai”. Eppure lo zoccolo duro del Pci, la base confluita nelle sue successive trasformazioni, è stata sempre costituita da gente che lavorava sotto padrone. Passata al Pd come i suoi dirigenti, aveva ragionevolmente creduto che colui che spediva a Palazzo Chigi l’avrebbe difesa. Quando ha cominciato a dubitarne, il partito si è andato liquefacendo. Oggi lo vediamo, il famoso 40 per cento degli elettori per l’Europa sono un milione in meno di coloro che votarono Veltroni nel 2008, per non parlare di Berlinguer. Il numero sempre più imponente degli astenuti modifica evidentemente le proporzioni fra una forza e l’altra, ma resta che i voti effettivamente avuti dai singoli partiti siano pochi, molti meno di quella che era la consuetudine italiana. Renzi farebbe bene a guardare in faccia il partito di cui è segretario e disprezzare un po’ meno i suoi iscritti, che sono stati e restano la parte più attiva dell’elettorato d’Italia.

Fiom:”Siamo pronti ad occupare le fabbriche”. A Milano operai e precari (Usb) contro il summit Ue Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Autunno caldo? Assolutamente sì. Siamo pronti ad occupare le fabbriche”, Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, da piazzale Lotto alla partenza del corteo da composto da diverse migliaia di persone contro il vertice Ue sul lavoro a Milano da piazzale Lotto, usa parole molto chiare. Alla manifestazione, partita con lo striscione “Stop Jobs act”, partecipano sigle sindacali, lavoratori, studenti e centri sociali. E’ la giornata dello sciopero dei metalmeccanici milanesi contro il jobs act che “è un disegno vecchio che ci riporta a quando i diritti non erano ancora garantiti”. Il riferimento di Landini alle occupazioni è diretto anche alle numerose vertenze aperte contro chiusure e ristrutturazioni. “Che non venga in mente al governo di accettare le proposte, di fare lui le mediazioni dove si abbassa il salario perche’ una logica di questo tipo non e’ accettabile e siccome molte multinazionali ci stanno ponendo questo problema, e’ chiaro che noi per difendere il lavoro con i diritti, non escludiamo assolutamente nulla. E, se necessario, anche forme di occupazione delle fabbriche che servono a difendere il lavoro”,aggiunge Landini.

Questo e’ il primo sciopero dei metalmeccanici. Ce ne sono in programma altri in altre regioni,a partire dall’Emilia Romagna, fino alla manifestazione di Roma e oltre, “perche’ non ci interessa solo protestare, noi vogliamo davvero cambiare questo Paese”, ha proseguito Landini. “Le proposte del governo Renzi sono sbagliate perche’ peggiorano le condizioni. Il vero cambiamento e’ estendere i diritti, far ripartire gli investimenti, combattere la corruzione e andare a prendere i soldi dove ci sono”. “Non ci stiamo a essere dipinti come i conservatori – ha continuato Landini -, noi siamo quelli che si sono fatti il mazzo, producono ricchezza e pagano le tasse e vogliono cambiare il lavoro piu’ di tutti, ma bisogna che gli interessi di chi lavora ritornino al centro di questo Paese, perche’ adesso non lo sono”.

La giornata di mobilitazione è ricca di iniziative. Un blitz di protesta e’ stato effettuato intorno alle 10, a Milano, nella sede del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in via Mauro Macchi 9 sempre a Milano . Sul palazzo sono state lasciate scritte contro il Jobs Act e volantini contro la ‘speculazione sul lavoro’, e su Renzi e la Merkel. Oltre alla scritta contro il Jobs Act sono stati affissi dei volantini riportanti la frase ‘La speculazione la chiamano lavoro, il lavoro lo chiamano volontariato’.
Cobas, Slai Cobas, Cub, Usb intanto stanno manifestando su un piccolo ponte, un passaggio pedonale, nei pressi dell’area del Portello, sempre a Milano. Il luogo non e’ lontano dalla Fiera Milanocity, dove si tiene una riunione del ministri del lavoro Ue e dove confluirà anche il corteo della Fiom. I manifestanti, che nei mesi scorsi si erano gia’ resi protagonisti di alcune azioni, protestano contro il precariato a fianco delle “Madri nella crisi”, l’esperienza di lotta delle assistenti della sanità licenziate dal Policlinico dopo anni di servizio tra coop e agenzie interinali.

“Siamo a fianco della Fiom che manifesta in queste ore a Milano contro il vertice europeo sul lavoro e oggi pomeriggio saremo al presidio al Senato contro l’approvazione del jobs act – sottolinea Paolo Ferrero, segretario del Prc in una nota diffusa in mattinata -. Noi sfiduciamo il governo Renzi e questa Europa della Merkel che usano la crisi per distruggere i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici. Oggi al Senato un parlamento di nominati voterà la fiducia alle Merkel ma non andranno distanti: le loro politiche aggravano la crisi e distruggono il futuro dei giovani. Il principale alleato di questo governo dei poteri forti è la demoralizzazione di massa, la stanchezza e il senso di impotenza: per questo invitiamo gli italiani alla mobilitazione: per battere il governo Renzi occorre sconfiggere l’apatia, la delega e l’attesa dei miracoli, occorre riprendersi in mano il proprio futuro con la lotta. Per questo serve lo sciopero generale!”

Anche a Bruxelles resistenza contro il fascismo europeo Fonte: infoaut.org | Autore: redazione

Circa trecentocinquanta persone hanno partecipato sabato 4 ottobre a una manifestazione antifascista a Bruxelles, in occasione di una conferenza organizzata dall’associazione “Zenit Belgique”, di chiaro stampo fascista, che vedeva tra i partecipanti due eurodeputati di Alba Dorata e Gabriele Adinolfi, vecchia conoscenza nostrana, appartenente a Casa Pound latitante da più di vent’anni e coinvolto direttamente nelle stragi fasciste degli anni Settanta in Italia. La rete antifascista di Bruxelles si è mobilitata fin da subito per organizzare una manifestazione di protesta per urlare a gran voce che nelle strade di Bruxelles non c’è posto per i fascisti! La mobilitazione è stata coordinata dal gruppo dei JOC (Jeunes Organisés et Combatifs), associazione che, tra le altre cose, porta avanti anche una campagna contro gli abusi in divisa; all’appello lanciato dai JOC hanno prontamente risposto numerose altre realtà, tra cui Blockbuster, Initiative de Solidarité avec la Grèce qui Résiste e Jeunes FGTB.

Nella settimana precedente il 4 ottobre si era tenuta un’assemblea per preparare la manifestazione e poiché non si era in possesso di informazioni precise sul luogo dove si sarebbe svolto l’evento, si era deciso di darsi appuntamento davanti alla Gare Centrale alle 18 di sabato. Le notizie non ufficiali secondo le quali l’evento si sarebbe tenuto a Mons, piccola cittadina a circa 70 km a sud-ovest della capitale, si sono poi rivelate attendibili, ma si è comunque deciso di manifestare a Bruxelles seguendo la volontà, presa in sede di assemblea, di lanciare un forte messaggio antifascista alla città. Il fatto che i fascisti abbiano tenuto nascosta la sede del loro incontro è stata, a detta di Thomas Englert, portavoce della piattaforma antifascista, una delle vittorie principali della mobilitazione “questi tipi hanno capito che l’unica cosa che possono fare è nascondersi, che non sono i benvenuti all’interno della nostra società e che le strade nostre”, ha detto Thomas.

Alle 18.30 circa di sabato il numero di persone davanti alla Gare Centrale si fa abbastanza consistente e presto si decide di partire in corteo al ritmo di cori antifascisti in francese, fiammingo e italiano (“siamo tutti antifascisti”, ma anche “fascisti carogne tornate nelle fogne!”, scanditi a una sola voce da compagni belgi e italiani, presenti in gran numero in corteo). Ci si muove per le strade del centro, e ci si dirige verso la sede del Vlaams Belang (Interesse Fiammingo, partito di destra sociale e identitaria che rivendica l’indipendenza delle Fiandre), per sanzionarla. La manifestazione si conclude in maniera pacifica, con una presenza estremamente esigua di forze dell’ordine e la distribuzione di volantini.

Capitale dell’Unione Europea e di molte delle istituzioni responsabili e complici delle continue riforme costruite ad arte per far fronte alla crisi incrementando politiche di precarietà sociale, Bruxelles è stata ed è tuttora testimone e complice della crescita e dell’istituzionalizzazione dell’estrema destra. Le ultime elezioni al Parlamento Europeo hanno visto l’ascesa del Front National francese, di Jobbik, partito ungherese neonazista, del Partito della Libertà austriaco e di Alba Dorata. Quest’ultimo, forte dei suoi tre eurodeputati, si sente libero di organizzare eventi come quello di sabato scorso per rafforzare i legami con gli altri fascisti europei; e a Bruxelles lo può fare da una posizione privilegiata, nel silenzio di quelle istituzioni che sono le prime a dialogare tranquillamente con i gruppi di estrema destra alla cui crescita e radicalizzazione hanno contribuito in prima persona, attraverso l’imposizione di politiche di austerità e di un capitalismo liberista e selvaggio.

Scopo iniziale del corteo di sabato era sì quello di impedire la conferenza organizzata dai fascisti, ma anche e soprattutto quello di procedere uniti e a testa alta nella lotta antifascista, costruendo una mobilitazione diffusa e la denuncia ferma di quello che è il contesto che permette alle realtà di estrema destra di proliferare. L’appuntamento è ora per il 9 novembre, anniversario della notte dei cristalli, giornata comune di azioni contro il fascismo in Europa decisa nel corso del meeting antifascista europeo che si è tenuto ad Atene lo scorso aprile.

“Pas de fachos dans nos quartiers, pas de quartier pour les fachos!”

Sabato 11 Forza Nuova ad Albano vuole celebrare l’anniversario della morte di Priebke Autore: redazione da: controlacrisi.org

Sabato 11 ad Albano Laziale Forza Nuova farà una manifestazione con il loro segretario nazionale. L’iniziativa si colloca come anniversario della morte di Priebke configurandosi come rivincita rispetto alla cacciata della salma realizzata l’anno scorso. Si sta cercando di ottenere dal Sindaco un’ordinanza di revoca delle piazze.
L’invito della Federazione del Prc dei Castelli è quella di sviluppare la massima partecipazione “per impedire che si realizzi questo evento vergognoso.
Nel caso non riuscissimo ad ottenere l’ordinanza sindacale di revoca delle piazze” c’è in ballo un appuntamento per chi vorrà partecipare che si sta definendo in queste ore”.

Le mie dimissioni da: Walter Tocci senatore del pd

Le mie dimissioni

Ciò che penso della delega lavoro è contenuto nel mio intervento di ieri in quest’aula. Avrete sentito che il mio dissenso è profondo sia nella forma che nella sostanza del provvedimento. Soprattutto mi preoccupano gli equivoci che hanno dominato il dibattito. I progetti raccontati ai cittadini non corrispondono ai testi che votiamo in Parlamento. L’opinione pubblica ha capito che stiamo cancellando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma questo non c’è scritto nella legge delega. D’altronde, quell’articolo non esiste più nella legislazione italiana perché è stato cancellato due anni fa dal governo Monti. Quindi in Italia sono già possibili licenziamenti individuali per fondati motivi. Ora si vuole aggiungere che si può licenziare anche dichiarando motivi falsi in tribunale. Ma questo è contrario alla civiltà giuridica.
Inoltre si è promesso ai giovani il superamento dell’attuale precarietà, ma gli strumenti della legge e la mancanza di risorse non garantiscono il raggiungimento dell’obiettivo. Per non deludere le aspettative dei giovani dovremmo cambiare molte parti di questa legge, ma la chiusura della discussione impedisce i miglioramenti. Questa legge delega non contiene indirizzi e criteri direttivi, è una sorta di delega in bianco che affida il potere legislativo al potere esecutivo senza i vincoli e i limiti indicati dalla Costituzione. Non è la prima volta che accade, ma stavolta sono in discussione i diritti del lavoro.
Queste scelte sono, a mio parere, in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori. Non erano certo contenute nel programma elettorale che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd nel 2013.
Al tempo stesso non sono indifferente alla responsabilità di rispettare le decisioni prese dal mio partito. E neppure alla responsabilità del rapporto di fiducia tra la mia parte politica e il governo. Sono altresì consapevole che i margini di maggioranza al Senato sono piuttosto esigui e non ho alcuna intenzione di causare una crisi politica. Anche se ho sempre sostenuto – e ora ne sono ancora più convinto – che l’alleanza tra partiti di destra e di sinistra dovesse essere a tempo e non per l’intera legislatura. Sarebbe meglio per tutti se la prossima primavera si tornasse a votare per formare un governo con un chiaro e determinato mandato elettorale. Ma, ripeto, questo non posso e non voglio deciderlo io. Saranno le massime autorità istituzionali a definire i tempi della legislatura.
A me rimane il problema di conciliare due principi opposti: la coerenza con le mie idee e la responsabilità verso il mio partito e il governo. Ho trovato solo una via d’uscita dal dilemma: voterò la fiducia al governo, ma subito dopo prenderò atto dell’impossibilità di seguire le mie idee e mi dimetterò da Senatore della Repubblica.
È una decisione presa di fronte alla mia coscienza, senza alcun disegno politico per il futuro. Però continuerò come militante in tutte le forme possibili il mio impegno politico. È stato e sarà ancora la passione della mia vita.