ANPI news n. 136

APPUNTAMENTI

 

Ricominciare – Donne che costruiscono 1945-1948″:  sabato 11 ottobre a Roma convegno nazionale promosso dall’ANPI

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Sul tema lavoro, si procede parlando niente meno che di una completa “riscrittura dello Statuto dei Lavoratori”, di abolizione di quel che resta dell’ articolo 18, di maggiore elasticità nelle regole del lavoro. In mezzo a tutto questo fragore di argomenti fuorvianti, ci sarebbe probabilmente, qualcosa da rettificare e migliorare, magari estendendo qualche diritto in più a quelli che non ne dispongono; ma questo non basterebbe a risolvere il problema di fondo, che presuppone scelte più ampie, di vera politica economica  e del lavoro.

Bisogna dire, con forza, che la riduzione delle garanzie non aumenta i posti di lavoro, anzi costituisce un autentico attentato a quella dignità nel lavoro, che è uno dei temi ricorrenti nella Costituzione (…)

 

ANPINEWS N.136

Punta Bianca Agrigento, il poligono dei veleni di Antonio Mazzeo

Dalle ore 8 a mezzanotte, ogni giorno, tutti i giorni, dall’1 ottobre sino a Natale, escluse le domeniche e le feste dei morti e dell’Immacolata. Il Comando Regione Militare Sud ha reso pubblico il calendario per il quarto trimestre 2014 delle esercitazioni “con utilizzo di armi da fuoco portatili e di reparto” presso il poligono di tiro fisso Drasy, tra la riva del fiume Naro e località Punta Bianca, Agrigento, a meno di una decina di km della Valle dei Templi (patrimonio UNESCO). Con ordinanza della Capitaneria di Porto Empedocle, nei periodi e negli orari dei cannoneggiamenti, è vietato il transito e la sosta di persone e veicoli nell’area demaniale marittima lungo la costa inclusa nel poligono, nonché la navigazione, l’ormeggio e la balneazione nel tratto di mare antistante. Alle guerre bisogna addestrarsi con cura e ufficiali e fanti devono affratellarsi con carri armati, cingolati e mitraglie. Peccato che l’area del poligono Drasy Punta Bianca siano uno degli ultimi paradisi paesaggistici e naturalistici della Sicilia, individuata con decreto regionale del 13 aprile 2001 come riserva naturale da istituire e assicurare alla pubblica fruizione.

Dall’alto, il territorio sembra un po’ la luna e un po’ un deserto roccioso: crateri dovunque, canyon e faglie, solchi aridi e profondi. Nulla d’antico o naturale, sono le lacerazioni e le ferite lasciate dalle ogive sparate dai reparti dell’esercito italiano e delle forze armate Usa di stanza in Sicilia. Sul terreno fanno cattiva mostra di sé i bossoli e i residui di munizioni. Un crimine contro l’uomo e l’ambiente che si perpetua da decenni, puntualmente e ininterrottamente da inizio autunno all’estate. Durante le esercitazioni di fine anno 2013, i mezzi pesanti del 4° Reggimento genio guastatori e del 6° Reggimento “Lancieri Aosta” di Palermo hanno reso completamente inagibile il sistema viario di Punta Bianca e i boati dei war games hanno fatto tremare la terra di mezza provincia, i vetri delle abitazioni e persino i fragili colonnati dei templi greci. Le autoblindo cacciacarri “Centauro”, prodotte dal consorzio Iveco-Fiat-Oto Melara, hanno disseminato nella riserva naturale promessa i proiettili esplosi dalle mitragliatrici MG-42/59 (munite di 4.000 cartucce da 7,62 mm) e dai cannoni da 105 millimetri. “La stessa potenza di fuoco dei carri Leopardi 1 e dei maggiori carri armati a disposizione delle forze Nato”, vantano le aziende produttrici dei “Centauro”. I cannoni, in particolare, possono sparare tutti i tipi di proiettili dello stesso calibro stipati negli arsenali dell’Alleanza Atlantica, compresi i famigerati penetratori cinetici sotto calibrati che usano l’energia cinetica per penetrare dentro le corazzatura dei bersagli. “Nel momento di massima velocità, il proiettile può raggiungere i 975 metri al secondo, con conseguente generazione di tre tonnellate e mezzo di forza e una gittata massima di 6 kilometri”, spiegano i manager di Oto Melara (Finmeccanica). Una potenza immensamente distruttiva, i cui effetti sul territorio sono sotto gli occhi di tutti. L’8 gennaio scorso, un intero pezzo collinare è franato giù sulla splendida spiaggia di Punta Bianca e a mare. Ma smottamenti e frane sono all’ordine del giorno. “I boati e le vibrazioni causate dalle esercitazioni militari sono certamente una concausa e forse anche un elemento scatenante delle frequenti frane che hanno colpito la costa che, con la complicità dell’erosione, abbiamo visto arretrare di diversi metri negli ultimi decenni”, afferma Claudio Lombardo, presidente dell’associazione Mareamico di Agrigento.

“La porzione del poligono Drasy coincidente con il tratto costiero del pianoro, a ridosso della falesia, è caratterizzata da un equilibrio geomorfologico precario”, scrive Marco Interlandi, geologo di Legambiente Sicilia e direttore della riserva naturale Grotta di Sant’Angelo Muxaro. “I depositi che caratterizzano il pianoro sono costituiti da sabbie, limi e ghiaie; sono quindi sedimenti caratterizzati da una elevata permeabilità. L’erosione costiera in generale è dovuta ad azioni antropiche che hanno alterato gli apporti di sedimenti alle spiagge: cementificazione dei fiumi, realizzazione di porti e barriere frangiflutti, edificazione lungo le coste, ecc… In un contesto generale di dissesto idrogeologico dovuto a cause strutturali ed all’arretramento della linea di costa, va evidenziato che le attività di tiro e l’utilizzo di mezzi pesanti all’interno del Poligono Drasy contribuiscono, con ogni probabilità, ad alterare in negativo il precario equilibrio geomorfologico dell’area e a provocare il collasso del versante”. Per queste ragioni, il geologo di Legambiente ha chiesto formalmente di spostare il poligono in un altro sito, ritenendo “incompatibili le attività di esercitazione militari ivi condotte con la conservazione e la fruizione naturalistica e archeologica della fascia costiera compresa tra Punta Bianca ed il Castello di Palma di Montechiaro”.

A preoccupare gli ambientalisti è pure l’inquinamento del suolo e delle acque generato dai composti chimici dispersi con i tiri a fuoco e le grandi manovre di carri e blindati. Una contaminazione pericolosa per la salute e l’habitat naturale a cui non si sottraggono né le vie di accesso, né le spiagge di Punta Bianca, frequentate da turisti locali e internazionali nel solo periodo in cui le esercitazioni vengono sospese, da metà giugno a metà settembre. Le associazioni Legambiente, Mareamico e Marevivo hanno più volte chiesto alle autorità regionali di effettuare controlli nel territorio per rilevare la presenza o meno di radioattività e metalli pesanti (cadmio, antimonio, piombo, nickel, rame, vanadio, zinco, ecc.). Il 22 gennaio 2014, una delegazione di ambientalisti è stata convocata dalla Commissione Territorio e Ambiente del Senato, presidente l’agrigentino Giuseppe Marinello (Ncd), per approfondire le problematiche relative all’uso del poligono Drasy. Solo a partire dallo scorso mese di marzo, però, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA) ha avviato una prima azione di monitoraggio della zona. Le indagini diagnostiche, pesantemente condizionate dalle esercitazioni dei militari della Brigata Aosta, sono proseguite sino a fine maggio. A settembre, ARPA Sicilia ha trasmesso gli esiti analitici dei campioni prelevati in occasione del sopralluogo del 26 maggio. “In tutti i campioni non sono stati riscontrati concentrazioni di soglia di contaminazione di cui all’allegata tab. 1 all. 5 del Decreto legislativo152/06”, esordiscono i dottori Giuseppe Maragliano e Salvatore Montana Lampo. “Appare tuttavia opportuno rilevare che nel campione denominato P4 il valore  del parametro PIOMBO è al limite massimo della tabella (97,71 mg/Kg con max 100 mg/Kg). Un valore non trascurabile di tale metallo è presente anche nel campione P5. Significativo perché non trascurabile è il valore dello ZINCO nel campione P4”. “Per quanto sopra – concludono i ricercatori di ARPA Sicilia – non ricorrono in atto le condizioni per l’effettuazione delle procedure relative alla bonifica del sito e tuttavia appare opportuno evitare di appesantire ulteriormente le concentrazioni dei parametri esaminati nei punti di cui sopra”. Un equilibrismo verbale con finalità rassicuranti che tuttavia conferma implicitamente gli altissimi rischi ambientali delle esercitazioni a Punta Bianca.

L’iter politico-burocratico per istituire la riserva naturale continua intanto a languire negli uffici regionali di Palermo. Era il lontano 23 novembre del 1996, quando Marevivo inoltrò alla Commissione provinciale per la tutela dei beni culturali ed ambientali di Agrigento e all’Assessorato regionale del territorio ed ambiente la proposta di vincolo per il territorio costiero “dalla foce del vallone di Sumera al Castello di Palma di Montechiaro. Il 9 aprile del 1999, la Commissione diede il proprio parere positivo e due anni l’Assessorato regionale rilasciò la dichiarazione di “notevole interesse pubblico del territorio”. D’allora non è più accaduto nulla. Dopo le sempre più numerose proteste dei cittadini e delle associazioni ambientaliste, nel 2013 il generale dell’esercito Corrado Dalzini (Comandante della Regione Militare Sud), in visita ufficiale ad Agrigento, espresse la disponibilità delle forze armate a lasciare il poligono a condizione che la Regione Siciliana fornisse “un’alternativa idonea per le necessarie esercitazioni”. L’allora assessore regionale al territorio, l’agrigentina Mariella Lo Bello, prospettò in cambio l’utilizzo di alcune aree sequestrate alla criminalità organizzata “in zone dell’interno, nelle province di Caltanissetta e Palermo”, e s’impegnò a istituire la riserva a Punta Bianca entro l’estate 2013. La Lo Bello fu poi sostituita dal governatore Crocetta prima da Mariarita Sgarlata e poi da Piergiorgio Gerratana, ma ad oggi del decreto non esiste l’ombra.

“Negli scorsi mesi abbiamo documentato con foto e video quale era la reale portata delle esercitazioni militari, che non sparassero a salve e che sparassero abitualmente in mare”, commenta Claudio Lombardo di Mareamico. “Abbiamo provato la relazione esistente tra le frequenti frane che affliggono la zona e i crateri causati dalle esplosioni. Dopo 58 anni di esercitazioni militari a Drasy e dopo 18 anni dalla presentazione della richiesta d’istituzione di una riserva naturale, è arrivato il momento di dire basta. La Regione Sicilia deve subito individuare un posto alternativo per le esercitazioni, come consiglia lo stesso Ministero della Difesa. Nei prossimi giorni incontreremo il neo assessore regionale al territorio Gerratana, cui consegneremo un corposo dossier su quanto accaduto impunemente in questi anni a Punta Bianca”.

Intervista a Kees van der Pijl: Il capitalismo predatorio, un rischio per l’Europa Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

Intervista a Kees van der Pijl: «Siamo passati da una forma di capitalismo ancora interessato ai processi di accumulazione reali, ad un capitalismo puramente speculativo ed estremamente finanziarizzato»

Il conflitto ucraino non è solo il frutto di una crescente tensione tra Occidente e Russia. Esso riflette anche una crescente tensione interna all’Occidente, tra Stati Uniti e «vecchia Europa», in cui il tentativo dei primi di mantenere il continente saldamente assoggettato alla propria strategia economico-militare (un esempio su tutti: il fatto che l’adesione delle ex repubbliche sovietiche all’Ue è di fatto condizionale all’adesione alla Nato) si scontra con un’influenza economica e militare in declino e con la crescente ambizione di paesi come Francia e Germania di esercitare una maggiore autonomia in politica estera (ma non solo). Questo scontro, a sua volta, è l’espressione di una politica che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, è sempre più asservita agli interessi del grande capitale, il quale ha bisogno di uno stato di «conflitto e destabilizzazione permanente» per portare a termine i suoi obiettivi: l’accaparramento di risorse e materie prime sempre più rare (all’estero) e il saccheggio della cosa pubblica (in casa). Di questo e altro abbiamo parlato con Kees Van Der Pijl, professore di relazioni internazionali all’Università del Sussex.

Professore, lei sostiene che stiamo attraversando una fase inedita del capitalismo. Quali sono le sue caratteristiche principali?
Nel corso degli anni novanta abbiamo assistito a una serie di mutazioni molto profonde. In ambito economico siamo passati da una forma di capitalismo interessato ancora ai processi di accumulazione reali ad un capitalismo puramente speculativo ed estremamente finanziarizzato che si nutre di enormi bolle destinate inevitabilmente a scoppiare.
Uno dei principali fautori di questa forma di capitalismo speculativo è stato Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve tra il 1987 e il 2006, che difatti nel corso degli anni novanta ha inaugurato quella politica di «welfare per i ricchi» a cui abbiamo assistito in seguito alla crisi del 2007-8, in cui lo stato, per mezzo di enormi iniezioni di denaro pubblico, si fa carico di tenere in piedi e di «rimpolpare» il sistema finanziario in seguito allo scoppio di ogni bolla. Uno dei problemi del capitalismo speculativo è che tende ad arricchire solo una piccolissima percentuale della popolazione: allo scoppio di ogni bolla le classi medio-basse si impoveriscono sempre di più, mentre gli ultra-ricchi diventano sempre più ricchi. In questo senso è una forma di capitalismo che tende inevitabilmente all’oligarchia. L’altro aspetto della mutazione che è avvenuta ha riguardato invece la sfera geopolitica: il crollo dell’Unione Sovietica ha trasformato gli Usa nell’unica superpotenza al mondo, facendo venire meno la «stabilità» offerta dai due blocchi e inaugurando un’era di «conflitto permanente» che a sua volta beneficia unicamente l’oligarchia del complesso militare-industriale, o quello che potremmo chiamare «il partito della guerra». E ora, di fronte alla crescente incapacità degli Stati Uniti da agire da super-stato ombrello come in passato (anche in Europa), i focolai di conflitto si stanno moltiplicando.

Lei sostiene che in questa fase è il ruolo stesso dello stato, nell’accezione liberal-democratica del termine, a venire meno e a “disintegrarsi” .
Assolutamente. Storicamente nelle democrazie occidentali il ruolo dello stato è sempre stato quello di mediare, di trovare una coerenza tra i vari interessi economici, di classe, ecc. che attraversano la società. In un contesto sempre più oligarchico come quello in cui ci troviamo oggi, però, in cui una piccolissima minoranza detiene un potere economico spropositato, lo stato non è più in grado di mediare tra le varie «fazioni» e finisce per diventare asservita unicamente agli interessi nudi e crudi della classe dominante, che non è più obbligata a trovare un compromesso all’interno dell’arena politica. In sostanza, lo stato perde la sua coerenza e comincia a «disintegrarsi». Questo è senz’altro vero negli Usa, come dimostra l’incoerenza di Obama in politica estera. Ma è un discorso che vale anche per l’Europa, dove è sempre meno chiaro quali siano le funzioni esercitate a livello europeo e quali quelle esercitate a livello nazionale. Questo è un classico esempio di incoerenza, di cui le élite possono facilmente approfittarsi per imporre la propria visione senza dover passare per il processo democratico. Nel medio termine una politica di questo tipo ha un effetto estremamente destabilizzante per i processi democratici, e nel caso specifico dell’Europa sta portando a una serie di spinte centrifughe (Scozia, Catalogna, ecc.) che rischiano seriamente di far implodere il processo di integrazione europeo.

Lei traccia una legame tra i processi di disgregazione europea in corso e l’involuzione autoritaria dell’Ue, a sua volta – sostiene – una conseguenza inevitabile del modello di capitalismo predatorio dominante.
Sì, il caso europeo è particolarmente preoccupante, perché assistiamo a un’involuzione autoritaria non solo a livello nazionale – poiché le élite politiche non sono più in grado di mediare tra gli interessi delle varie classi, come dicevo prima – ma anche a livello sovranazionale, in cui l’Ue è sempre più incapace di mediare tra gli interessi dei vari stati e si fa garante unicamente degli interessi degli stati dominanti e del grande capitale finanziario, assumendo dei tratti sempre più autoritari. Molto si è parlato, infatti, dell’apparato di sorveglianza estremamente pervasivo, facente capo all’Nsa statunitense, portato alla luce da Snowden. Ma la realtà è che tutti governi europei erano – e continuano senz’altro ad essere – complici del programma di sorveglianza americano. A questo poi bisogna aggiungere la crescente incapacità degli Stati Uniti di agire da “collante” e da stabilizzatore politico nel continente. Questo sta determinando una situazione in cui i cittadini si sentono sempre meno rappresentati dalle élite politiche nazionale, ma soprattutto dall’establishment politico europeo. L’acuirsi delle tendenze nazionaliste, regionaliste ed anti-europee e l’ascesa di movimenti populisti e neofascisti in tutta Europa si può in buona parte imputare a questa dinamica.

Che ruolo ha giocato la crisi economica e finanziaria in questo processo in Europa?
La crisi del 2007-8 ha drammaticamente accelerato queste tendenze già in corso. Mascherandosi dietro al mantra delle riforme strutturali, del consolidamento fiscale, ecc., le autorità politiche europee hanno di fatto implementato una serie di politiche finalizzate unicamente a perpetuare e a rafforzare l’attuale modello di capitalismo predatorio, che sta determinando un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza precedenti. Come dicevo prima, è un capitalismo che non punta più a rilanciare il processo di accumulazione. Il tasso di investimento è ai minimi storici. L’infrastruttura energetica di molti paesi europei è vicina al collasso. L’obbiettivo non è rimettere soldi nel sistema ma sottrarli ad esso, per esempio saccheggiando le infrastrutture pubbliche esistenti attraverso i processi di privatizzazione.

Questa forma estrema di capitalismo predatorio non rischia di mettere a rischio la tenuta stessa del sistema?
Il processo di concentrazione di ricchezza in corso determinerà tensioni sociali e politiche che il sistema politico farà sempre più fatica a gestire. La risposta iniziale sarà un’involuzione autoritaria e repressiva sempre più forte, un fenomeno a cui stiamo assistendo anche in Europa. Ma prima o poi il sistema – e con esso il processo di integrazione europea – è destinato a implodere. Questo potrebbe avvenire per cause endogene – l’elezione di un partito anti-europeo in un grande paese europeo (la Francia è il candidato più ovvio in questo momento), il moltiplicarsi delle spinte centrifughe, ecc. – o per cause esogene, come per esempio un’altra grande crisi finanziaria, che considero inevitabile. Nel breve termine questo darà luogo a una situazione di grande instabilità. Ma nel medio termine credo che assisteremo a una profonda riforma del capitalismo, in cui le autorità politiche si vedranno costrette a riprendere in mano le redini dell’economia per frenare gli eccessi dei mercati. Di fatto assisteremo a una ripubblicizzazione e ri-democratizzazione dell’economia. E forse alla ripresa del processo di integrazione europeo su basi radicalmente diverse.

Sardegna, contraddizioni sul ‘dopo Capo Frasca’. Intanto c’è la data della prossima manifestazione. Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

(foto di Alessio Niccolai) La data e il luogo del ‘dopo’ Capo Frasca ci sono: 13 dicembre, Cagliari.
Le rivendicazioni dei manifestanti sono sempre le stesse che – in estate – hanno spinto una serie di sigle indipendentiste a convocare la manifestazione del 13 settembre presso la lingua di terra che separava il poligono di Capo Frasca dalla piccola frazione di Sant’Antonio di Santadi (Comune di Arbus, provincia di Oristano).
Le dodici mila persone accorse per manifestare contro i poligoni militari, oltre le più rosee aspettative riguardo la partecipazione, hanno fatto nascere involontariamente un dibattito a cui, forse, neanche le organizzazioni politiche che rappresentano l’istanza indipendentista erano preparate.
Secondo Per Pier Franco Devias di a Manca pro s’Indipendentzia: «questa volta è stato palese a tutti quanti che migliaia e migliaia di Sardi hanno deciso di rinunciare ai propri impegni e di dedicare i loro sforzi per spiegare, a se stessi e agli altri, che non vogliono più continuare a vivere sotto il giogo delle servitù».
Così ha affermato l’ex candidato presidente della Regione Sardegna il 26 settembre nell’ambito della conferenza stampa che avrebbe poi annunciato la ‘Cramada’ (chiamata), l’assemblea aperta di sabato 4 ottobre presso Santa Giusta (Oristano).
Nella stessa conferenza stampa del 26, dunque, Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione Indipendentzia) aveva dichiarato come quella del 13 settembre «non era una manifestazione solo indipendentista, c’era anche tutto il popolo sardo. Quella è stata la grande novità».
Ed ecco che il dibattito prende piede.
Pochi giorni prima della conferenza stampa del 26 settembre, Gianluca Collu (ProgReS) scriveva che la ‘Manifestada’ di Capo Frasca «passerà invece alla storia come una grandiosa presa di coscienza nazionale» e sulla stessa linea si poneva Cristiano Sabino del Fronte indipendentista unidu: «La manifestazione del 13 a Capo Frasca inaugura una fase nuova della vita politica sarda […] Altre volte i movimenti indipendentisti si erano fatti sentire e avevano condizionato il dibattito politico e sociale in Sardegna. Ma mai era accaduto che l’indipendentismo indirizzasse così nettamente un grande movimento di opinione».
Ma se fino a prima dell’appuntamento della ‘Chiamata di Santa Giusta’ le prime contraddizioni si erano palesate solo testualmente, nella giornata di ieri si sono anche concretizzate.
Una prima avvisaglia era stata il comunicato di aMpI del 2 ottobre che recitava: «A Manca pro s’Indipendèntzia tiene a precisare che non è sua intenzione costituire alcuna struttura, alleanza organica, rete, comitato, o coordinamento stabile riguardo alla lotta contro l’occupazione militare e che tale eventualità non è mai stata neanche presa in considerazione con gli altri movimenti e comitati che hanno chiamato l’Assemblea».
Quindi, successivamente, il dibattito circa l’organizzazione della ‘cosa’ che ha portato a Capo Frasca e di come provare ad organizzarla e traghettarla in seguito.
Secondo Gianluca Collu, raggiunto da Controlacrisi «le criticità sono nel metodo» ovvero «nel fare un salto di qualità dopo il successo della giornata storica di Capo Frasca. Quella giornata è stata un momento di presa di coscienza nazionale importante per i sardi in cui ci si è sentiti come un popolo, come una nazione. Essa richiedeva, e richiede, un impegno maggiore perché le cose si ampliassero e perché il sentimento, che è sbocciato a Capo Frasca, potesse abbracciare ancora di più la società sarda. Per noi ProgReS, per dare pieno seguito all’iniziativa di Capo Frasca, la situazione avrebbe richiesto un minimo di preparazione e di organizzazione. L’assemblea di Santa Giusta è stata, comunque, un passo».
Per Francesco Zancudi, portavoce del Fronte indipendentista unidu, intervistato dalla nostra testata: «Nel processo del dopo Capo Frasca ci sono state delle contraddizioni, certo. Per il Fronte la lotta contro l’occupazione militare non può essere estrapolata da quella per la liberazione nazionale. A Santa Giusta, invece, è successo questo. La terminologia, in questo caso, è importante: ‘aperta a tutti’, ‘trasversale’, così a noi non va molto bene dal momento che alla ‘Cramada’ erano presenti personaggi che erano coinvolti col sistema italiano, o che comunque hanno avuto le loro responsabilità».
Proprio una nota del Fronte, arrivata in giornata, ha aggiunto come «il Fiu condivide pienamente le tre richieste sulle quali si basa la lotta alla occupazione militare della Sardegna, ha deciso di lavorare sul territorio e informare e sensibilizzare il popolo sardo sulle tematiche della battaglia da portare avanti non condivide il metodo ne l’impostazione, non siederà ad alcun tavolo organizzativo e sopratutto non lavorerà con persone, partiti o movimenti che siano responsabili, corresponsabili o in collaborazione con chi ha creato e sostenuto l’attuale disastro».
«Le posizioni di un partito politico si devono rispettare – dice Collu rispetto al comunicato pre-Santa Giusta -, per quanto ci riguarda serve, invece, darsi un minimo di governance comune, dinamica, aperta in cui non ci sono regole vincolanti per starne dentro. Si parla, semplicemente, di seguire una linea comune: se i presupposti politici sono quelli che tutti condividiamo (dismissione, bonifica, riconversione dei poligoni militari), prendo atto che siamo d’accordo e, a partire da queste premesse, si può pensare di coordinare un’azione. Un movimento di popolo deve avere un minimo di ordine e coordinamento, in modo da essere percepito anche come forza reale».
Da parte degli organizzatori, invece, Bustianu Cumpostu di Sardigna Natzione Indipendentzia, dichiara: «non vogliamo costituire un comitato, né porre simboli, perché altrimenti torniamo alla vecchia politica. Vogliamo andare avanti: dall’assemblea di Santa Giusta s’è fatta la chiamata e chi vorrà rispondere l’appuntamento è per il 13 dicembre a Cagliari. Riguardo la manifestazione, poi, non crediamo che la regione Sardegna sia il soggetto politico che debba andarsi a confrontare con lo Stato italiano, il soggetto politico è la gente. La gente che è sensibile al problema e che su questa questione è pronta a scendere in campo per dire ‘basta’ a questa servitù che non è più tollerabile. Questo è il discorso. S’è cambiata l’impostazione: non c’è nessuna divergenza d’opinione, ma è il momento di superare i comitati per andare ‘a chiamata’».
Il dibattito, come si è potuto constatare, è quanto mai intenso e la discussione sulla ‘cosa’ indipendentista del dopo Capo Frasca anima fortemente le organizzazioni sarde.
@parlodasolo

Intervista a Kees van der Pijl: Il capitalismo predatorio, un rischio per l’Europa | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

Intervista a Kees van der Pijl: «Siamo passati da una forma di capitalismo ancora interessato ai processi di accumulazione reali, ad un capitalismo puramente speculativo ed estremamente finanziarizzato»

Il conflitto ucraino non è solo il frutto di una crescente tensione tra Occidente e Russia. Esso riflette anche una crescente tensione interna all’Occidente, tra Stati Uniti e «vecchia Europa», in cui il tentativo dei primi di mantenere il continente saldamente assoggettato alla propria strategia economico-militare (un esempio su tutti: il fatto che l’adesione delle ex repubbliche sovietiche all’Ue è di fatto condizionale all’adesione alla Nato) si scontra con un’influenza economica e militare in declino e con la crescente ambizione di paesi come Francia e Germania di esercitare una maggiore autonomia in politica estera (ma non solo). Questo scontro, a sua volta, è l’espressione di una politica che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, è sempre più asservita agli interessi del grande capitale, il quale ha bisogno di uno stato di «conflitto e destabilizzazione permanente» per portare a termine i suoi obiettivi: l’accaparramento di risorse e materie prime sempre più rare (all’estero) e il saccheggio della cosa pubblica (in casa). Di questo e altro abbiamo parlato con Kees Van Der Pijl, professore di relazioni internazionali all’Università del Sussex.

Professore, lei sostiene che stiamo attraversando una fase inedita del capitalismo. Quali sono le sue caratteristiche principali?
Nel corso degli anni novanta abbiamo assistito a una serie di mutazioni molto profonde. In ambito economico siamo passati da una forma di capitalismo interessato ancora ai processi di accumulazione reali ad un capitalismo puramente speculativo ed estremamente finanziarizzato che si nutre di enormi bolle destinate inevitabilmente a scoppiare.
Uno dei principali fautori di questa forma di capitalismo speculativo è stato Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve tra il 1987 e il 2006, che difatti nel corso degli anni novanta ha inaugurato quella politica di «welfare per i ricchi» a cui abbiamo assistito in seguito alla crisi del 2007-8, in cui lo stato, per mezzo di enormi iniezioni di denaro pubblico, si fa carico di tenere in piedi e di «rimpolpare» il sistema finanziario in seguito allo scoppio di ogni bolla. Uno dei problemi del capitalismo speculativo è che tende ad arricchire solo una piccolissima percentuale della popolazione: allo scoppio di ogni bolla le classi medio-basse si impoveriscono sempre di più, mentre gli ultra-ricchi diventano sempre più ricchi. In questo senso è una forma di capitalismo che tende inevitabilmente all’oligarchia. L’altro aspetto della mutazione che è avvenuta ha riguardato invece la sfera geopolitica: il crollo dell’Unione Sovietica ha trasformato gli Usa nell’unica superpotenza al mondo, facendo venire meno la «stabilità» offerta dai due blocchi e inaugurando un’era di «conflitto permanente» che a sua volta beneficia unicamente l’oligarchia del complesso militare-industriale, o quello che potremmo chiamare «il partito della guerra». E ora, di fronte alla crescente incapacità degli Stati Uniti da agire da super-stato ombrello come in passato (anche in Europa), i focolai di conflitto si stanno moltiplicando.

Lei sostiene che in questa fase è il ruolo stesso dello stato, nell’accezione liberal-democratica del termine, a venire meno e a “disintegrarsi” .
Assolutamente. Storicamente nelle democrazie occidentali il ruolo dello stato è sempre stato quello di mediare, di trovare una coerenza tra i vari interessi economici, di classe, ecc. che attraversano la società. In un contesto sempre più oligarchico come quello in cui ci troviamo oggi, però, in cui una piccolissima minoranza detiene un potere economico spropositato, lo stato non è più in grado di mediare tra le varie «fazioni» e finisce per diventare asservita unicamente agli interessi nudi e crudi della classe dominante, che non è più obbligata a trovare un compromesso all’interno dell’arena politica. In sostanza, lo stato perde la sua coerenza e comincia a «disintegrarsi». Questo è senz’altro vero negli Usa, come dimostra l’incoerenza di Obama in politica estera. Ma è un discorso che vale anche per l’Europa, dove è sempre meno chiaro quali siano le funzioni esercitate a livello europeo e quali quelle esercitate a livello nazionale. Questo è un classico esempio di incoerenza, di cui le élite possono facilmente approfittarsi per imporre la propria visione senza dover passare per il processo democratico. Nel medio termine una politica di questo tipo ha un effetto estremamente destabilizzante per i processi democratici, e nel caso specifico dell’Europa sta portando a una serie di spinte centrifughe (Scozia, Catalogna, ecc.) che rischiano seriamente di far implodere il processo di integrazione europeo.

Lei traccia una legame tra i processi di disgregazione europea in corso e l’involuzione autoritaria dell’Ue, a sua volta – sostiene – una conseguenza inevitabile del modello di capitalismo predatorio dominante.
Sì, il caso europeo è particolarmente preoccupante, perché assistiamo a un’involuzione autoritaria non solo a livello nazionale – poiché le élite politiche non sono più in grado di mediare tra gli interessi delle varie classi, come dicevo prima – ma anche a livello sovranazionale, in cui l’Ue è sempre più incapace di mediare tra gli interessi dei vari stati e si fa garante unicamente degli interessi degli stati dominanti e del grande capitale finanziario, assumendo dei tratti sempre più autoritari. Molto si è parlato, infatti, dell’apparato di sorveglianza estremamente pervasivo, facente capo all’Nsa statunitense, portato alla luce da Snowden. Ma la realtà è che tutti governi europei erano – e continuano senz’altro ad essere – complici del programma di sorveglianza americano. A questo poi bisogna aggiungere la crescente incapacità degli Stati Uniti di agire da “collante” e da stabilizzatore politico nel continente. Questo sta determinando una situazione in cui i cittadini si sentono sempre meno rappresentati dalle élite politiche nazionale, ma soprattutto dall’establishment politico europeo. L’acuirsi delle tendenze nazionaliste, regionaliste ed anti-europee e l’ascesa di movimenti populisti e neofascisti in tutta Europa si può in buona parte imputare a questa dinamica.

Che ruolo ha giocato la crisi economica e finanziaria in questo processo in Europa?
La crisi del 2007-8 ha drammaticamente accelerato queste tendenze già in corso. Mascherandosi dietro al mantra delle riforme strutturali, del consolidamento fiscale, ecc., le autorità politiche europee hanno di fatto implementato una serie di politiche finalizzate unicamente a perpetuare e a rafforzare l’attuale modello di capitalismo predatorio, che sta determinando un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza precedenti. Come dicevo prima, è un capitalismo che non punta più a rilanciare il processo di accumulazione. Il tasso di investimento è ai minimi storici. L’infrastruttura energetica di molti paesi europei è vicina al collasso. L’obbiettivo non è rimettere soldi nel sistema ma sottrarli ad esso, per esempio saccheggiando le infrastrutture pubbliche esistenti attraverso i processi di privatizzazione.

Questa forma estrema di capitalismo predatorio non rischia di mettere a rischio la tenuta stessa del sistema?
Il processo di concentrazione di ricchezza in corso determinerà tensioni sociali e politiche che il sistema politico farà sempre più fatica a gestire. La risposta iniziale sarà un’involuzione autoritaria e repressiva sempre più forte, un fenomeno a cui stiamo assistendo anche in Europa. Ma prima o poi il sistema – e con esso il processo di integrazione europea – è destinato a implodere. Questo potrebbe avvenire per cause endogene – l’elezione di un partito anti-europeo in un grande paese europeo (la Francia è il candidato più ovvio in questo momento), il moltiplicarsi delle spinte centrifughe, ecc. – o per cause esogene, come per esempio un’altra grande crisi finanziaria, che considero inevitabile. Nel breve termine questo darà luogo a una situazione di grande instabilità. Ma nel medio termine credo che assisteremo a una profonda riforma del capitalismo, in cui le autorità politiche si vedranno costrette a riprendere in mano le redini dell’economia per frenare gli eccessi dei mercati. Di fatto assisteremo a una ripubblicizzazione e ri-democratizzazione dell’economia. E forse alla ripresa del processo di integrazione europeo su basi radicalmente diverse.

Nokia, mobilitazione dei lavoratori contro i licenziamenti Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

I lavoratori della Nokia di Cassina de Pecchi si mobilitano contro i licenziamenti decisi dalla multinazionale finlandese Nokia nella sede nell’hinterland di Milano. Nokia, informa la Fiom Cgil di Milano, “non sente ragioni. Dopo aver distrutto, nell’arco di pochi anni, 2.500 posti di lavoro in Italia e aver comunicato nell’incontro che si è svolto al Ministero del Lavoro la propria indisponibilità a ricercare un accordo per scongiurare ulteriori esuberi, è passata ai fatti, inviando 115 lettere di licenziamento”.Per la Fiom “è sempre più evidente la volontà della multinazionale di dismettere qualunque attività nel nostro paese. Per rispondere
all’ennesimo atto unilaterale dell’impresa, questa mattina le lavoratrici e i lavoratori del sito di Cassina de Pecchi sono scesi in
sciopero e organizzato un presidio”.

Mercoledì i lavoratori Nokia apriranno il corteo di protesta contro il summit europeo che partirà alle nove e trenta da piazzale Lotto.