L’inasprimento dei contrasti interni dei paesi belligeranti da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 25-09-14 – n. 513


Accademia delle Scienze dell’URSS | Storia universale vol. VII, Teti Editore, Milano, 1975

Capitolo XXVII – [Parte prima] Parte seconda

2. Paesi coloniali e dipendenti

L’inasprirsi delle contraddizioni fra le colonie e le metropoli

Durante la guerra mondiale crebbe notevolmente l’importanza delle colonie e dei paesi dipendenti in qualità di retrovie dell’imperialismo. Le risorse umane e materiali dei paesi coloniali e dipendenti furono sfruttate da ambedue le coalizioni degli stati imperialistici, e in particolar modo dai paesi dell’Intesa. Notevole fu anche l’apporto delle “truppe di colore” alle operazioni militari in Europa: la Francia mobilitò nelle sue colonie circa 1 milione e 400 mila soldati, l’Inghilterra più di 4 milioni 500 mila. Su alcuni fronti la massa principale delle truppe era formata da soldati delle colonie.

A queste forze direttamente impegnate sui fronti di guerra vanno aggiunti alcuni milioni di indigeni dei paesi coloniali adibiti ai più svariati lavori sul fronte e nelle retrovie. In Egitto, la cui popolazione a quell’epoca superava di poco i 10 milioni di abitanti, vennero mobilitati nei cosiddetti “corpi di lavoro e dei cammellieri” 1 milione e mezzo di uomini. Un ufficiale inglese, che al tempo della guerra prestava servizio in Egitto, scriveva: “I contadini che arrivavano nei bazar venivano arrestati e inviati ai più vicini centri di mobilitazione. Quelli che fuggivano venivano catturati nei villaggi periferici e inviati sotto scotta alle caserme”.

Una parte rilevante dell’enorme quantità di equipaggiamenti, di derrate, di vestiario, di svariate materie prime richieste dalla guerra proveniva dalle colonie e dai paesi dipendenti. L’India venne trasformata in una base di rifornimento dell’esercito inglese per le vettovaglie e l’equipaggiamento; le colonie inglesi in Asia e in Africa rifornivano di materie prime i più importanti rami dell’economia nazionale della Gran Bretagna (metallurgia, industria dei macchinari eccetera).

In Francia s’importavano dalle colonie materie prime strategiche, che difettavano nel sottosuolo francese: le colonie del Nordafrica e la Nuova Caledonia inviavano minerali di ferro e di metalli non ferrosi, fosforiti e vettovaglie; l’Africa occidentale ed equatoriale e l’Indocina fornivano generi alimentari e materie prime per l’industria leggera; il Madagascar generi alimentari e grafite.

L’Inghilterra riceveva ogni anno dalle sue colonie, senza copertura di corrispondenti esportazioni, merci diverse per 140 milioni di sterline, contro i 12 milioni dell’anteguerra. Durante la guerra la Francia ricavò dalle sue colonie (esclusa l’Africa del nord) 2 milioni e 500 mila t. di materie prime e di vettovaglie.

Gli stati colonialisti scaricavano una notevole parte del gravame finanziario della guerra sulle colonie, mediante l’aumento delle tasse di ogni genere e delle esazioni. L’India, ad esempio, oltre alle tasse comuni e straordinarie, venne obbligata ad “offrire un dono” speciale all’Inghilterra del valore di 100 milioni di sterline. La Francia collocò nelle proprie colonie prestiti obbligatori per la somma di 1.113 milioni di franchi.

La guerra apportò un grave danno all’economia agricola delle colonie e dei paesi dipendenti. Alla fine della guerra nella maggioranza di essi si erano ridotti nettamente la superficie seminata ed il numero dei capi di bestiame. In alcuni paesi i prodotti dell’economia agricola, in seguito alla perdita dei precedenti sbocchi di mercato, venivano venduti sotto prezzo. Nelle colonie africane e in altri possedimenti i colonialisti inasprirono l’impiego del lavoro coatto. Sfruttati e crudelmente oppressi, decine di milioni di persone in Asia e in Africa, perirono per la fame e le malattie.

Seri spostamenti avvennero anche nella situazione economica di tutto il mondo coloniale, poiché vennero danneggiati i legami commerciali che si erano formati prima della guerra. Essendosi ridotta l’importazione di manufatti industriali dai paesi colonialisti, le colonie ed i paesi dipendenti ebbero la passibilità d’impiantare fabbriche per la produzione di molte merci che prima importavano dall’estero, con la conseguenza di uno sviluppo più accelerato del capitalismo nazionale.

In Cina il numero delle fabbriche e degli stabilimenti con più di 30 operai e forniti di motori meccanici aumentò negli anni della guerra di più di due volte. Particolarmente rapido fu lo sviluppo dell’industria tessile e molitoria: crebbe di una volta e mezzo il numero dei cotonifici, raddoppiò il numero dei mulini meccanici e delle fabbriche di fiammiferi appartenenti al capitale cinese. Nelle regioni interne del paese sorsero rami d’industria a domicilio, che rappresentavano forme iniziali di una produzione capitalista. Aumentò anche la produzione di carbone e d’acciaio, benché il volume totale della produzione fosse ancora molto limitato.

In India lo sviluppo più rapido si ebbe nell’industria tessile, ma s’accrebbe anche il potenziale dell’industria pesante, con l’ampliamento degli stabilimenti “Tata” per la lavorazione dei metalli e delle fabbriche della “Compagnia bengalese del ferro e dell’acciaio”, e con la costruzione di nuove imprese metallurgiche.

In Corea il capitale nazionale era quasi completamente assente nelle imprese industriali. I consorzi giapponesi costruirono alcuni stabilimenti metallurgici a Nampo, Norjancin, Sonnim e una ventina circa d’imprese, che producevano equipaggiamento militare.

In generale lo sviluppo capitalistico dei paesi coloniali e dipendenti avvenne anche durante la guerra in modo unilaterale, poiché si svilupparono soprattutto l’industria estrattiva e leggera. Questi paesi rimanevano, come per il passato, appendici agrarie e fonti di materie prime degli stati capitalistici dell’Occidente.

Però lo sviluppo del capitalismo provocò importanti conseguenze sociali: in Cina il numero degli operai industriali aumentò durante la guerra più di due volte, raggiungendo circa i 2 milioni e mezzo; altri 8-12 milioni di operai erano occupati nelle imprese di tipo artigiano e manifatturiero. Il numero degli operai dell’industria in India, includendo i ferrovieri, i lavoratori dei trasporti fluviali ed i minatori, raggiungeva alla fine della guerra i 2,5-2,6 milioni circa.

Il proletariato diveniva sempre più cosciente dei suoi interessi di classe e della necessità di creare proprie organizzazioni.
Nei paesi dell’Oriente maggiormente sviluppati sul piano industriale il proletariato divenne, alla fine della guerra, un’importante forza sociale. La guerra, che aveva rovinato i contadini dei paesi coloniali e dipendenti, aveva però causato indirettamente l’avvio a un’attiva partecipazione delle masse di molti milioni di contadini al movimento di liberazione nazionale.

Con lo sviluppo del capitalismo nazionale si rafforzò anche la borghesia dei paesi coloniali e dipendenti, che era adesso sempre più insofferente dell’oppressione straniera ed aspirava al potere.
La guerra aveva inasprito le contraddizioni tra la borghesia nazionale dei paesi coloniali ed il capitale monopolistico delle nazioni coloniali.

I milioni di soldati delle colonie arruolati dagli imperialisti nei loro eserciti avevano conosciuto paesi stranieri ed allargato il loro orizzonte visuale.
“La guerra imperialistica –  diceva V. I. Lenin – aiuterà la rivoluzione. La borghesia ha strappato dalle colonie e dai paesi arretrati i soldati per farli partecipare a questa guerra imperialista. La borghesia inglese ha persuaso i soldati dell’India che la causa dei contadini indù è la difesa della Gran Bretagna dalla Germania, la borghesia francese ha persuaso i soldati delle colonie francesi che la causa dei negri è la difesa della Francia. Essi hanno imparato a maneggiare con abilità le armi. Questa e una conoscenza straordinariamente utile… La guerra imperialista ha attirato i popoli dipendenti nella storia mondiale”. (V. I. Lenin: Secondo congresso dell’Internazionale comunista, 19 Iuglio-7 agosto 1920)

La Turchia

Dopo la sua entrata in guerra, la Turchia, da semi-colonia di varie potenze imperialistiche si trasformò di fatto in una colonia dell’imperialismo tedesco. L’esercito turco passò sotto il completo controllo del comando tedesco, con il compito di svolgere i piani strategici da esso approntati nel Vicino Oriente. Inoltre gli imperialisti tedeschi impiegavano i soldati turchi sui fronti europei, dove alla fine del 1916 combattevano sette divisioni turche.

Sotto i1 controllo tedesco passarono i più importanti rami dell’economia e della finanza della Turchia, nonché varie concessioni appartenute prima della guerra ai paesi capitalistici dell’Intesa. La Germania asportava senza riguardi dalla Turchia vettovaglie e materie prime.

I capi dei “Giovani Turchi” sfruttarono la guerra per arricchirsi senza ritegno. A Istanbul sorse un intero quartiere di case nuove, costruite con i redditi della speculazione sullo zucchero, il carbone e perfino i sacchi. Il popolo le chiamava con giusta ironia: “palazzo dello zucchero”, “palazzo del carbone” e “palazzo dei sacchi”.

Limiti estremi raggiunse la politica sciovinista condotta dai turchi nei confronti delle nazionalità oppresse. La popolazione armena della Turchia dovette subire prove particolarmente dure. Nel maggio del 1915 il governo turco promulgò una legge sul trasferimento degli armeni della fascia di frontiera, ma in realtà gli armeni furono scacciati da tutte le regioni dell’Anatolia. Il trasferimento fu accompagnato da pogrom feroci ed uccisioni singole; gli armeni furono privati di tutti i loro beni e perfino delle vettovaglie; un milione di armeni soccombettero per la fame e le malattie.

Nello stesso periodo fu distrutta la metà degli aissori, che vivevano in Turchia. Crudeli furono anche le repressioni contro la popolazione araba. Nel periodo 1915-1916 le autorità turche effettuarono dure rappresaglie sui partecipanti al movimento nazionale in Siria. Centinaia di personalità arabe furono giustiziate o gettate in prigione.

Il movimento di liberazione degli arabi venne utilizzato ai propri fini dalla Gran Bretagna. Dopo aver promesso di creare, dopo la guerra, uno Stato arabo indipendente, essa si accordò con i dirigenti degli arabi per operazioni in comune contro i turchi. Ma si trattò di doppio gioco, perché, mentre i rappresentanti inglesi negoziavano con i capi arabi, veniva firmato un accordo segreto fra la Gran Bretagna e la Francia per la spartizione delle popolazioni arabe e dei possessi asiatici della Turchia. Ignari di questo inganno, gli arabi delle tribù dell’Higiaz attuarono nel 1916 contro il dominio turco un’insurrezione, che si estese poi alla Giordania ed alla Siria.

Lo spadroneggiamento del capitale germanico e la politica antipopolare e avventuristica della cricca dei “Giovani Turchi” provocarono un profondo malcontento tra le larghe masse del popolo turco. Nonostante lo stato d’assedio, a Istanbul e in altre città scoppiarono sommosse per la fame. Non erano rare le uccisioni di soldati ed ufficiali tedeschi.

Incominciando dal 1915, a Istanbul vennero diffusi proclami antitedeschi. Il malcontento abbracciava anche la campagna. Alcuni gruppi del corpo degli ufficiali e singole personalità del partito di governo intendevano prevenire, mediante un colpo di stato, l’azione rivoluzionaria della masse popolari. Vi furono diversi tentativi di un colpo di stato, ma tutti terminarono con un insuccesso. La guerra aveva reso ineluttabile la disgregazione dell’impero ottomano.

La Persia

La trasformazione della Persia in un teatro di operazioni militari e l’intervento delle potenze imperialistiche nei suoi affari interni portarono all’ulteriore asservimento del paese. Già alla vigilia della guerra si era chiaramente rafforzata nella Persia l’attività del capitale tedesco. Nel commercio estero la Germania occupava prima della guerra il terzo posto dopo la Russia zarista e l’Inghilterra. Nelle città persiane agivano numerose filiali delle ditte tedesche. La propaganda tedesca presentava la Germania come amica della Persia e di tutti i musulmani.

Oltre che da alcuni rappresentanti della nobiltà di corte e dell’aristocrazia feudale, l’orientamento filo-tedesco era sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti del partito borghese-feudale dei democratici, perché i suoi leaders, temendo di appoggiarsi al popolo nella loro lotta contro l’oppressione coloniale dell’imperialismo inglese e dello zarismo russo, facevano affidamento sull’aiuto dei tedeschi. Nel dicembre 1914 il Parlamento si espresse per l’appoggio al blocco germano-austro-turco. Molti rappresentanti del partito dei democratici si trasformarono di fatto in agenti dell’imperialismo tedesco.

Alla fine del 1915, sotto la pressione degli ambasciatori russo ed inglese, lo shah sciolse il Parlamento perché troppo germanofilo e congedò il governo. Parte dei deputati del disciolto Parlamento, accompagnati dall’ambasciatore tedesco e dall’addetto turco, si recarono nella città di Kum, dove costituirono un “governo nazionale provvisorio”. In seguito all’attacco delle truppe russe, i membri del governo germanofilo fuggirono a Kermanshah, che era occupata dai turchi, e vi formarono il cosiddetto “governo nazionale”

Negli anni della guerra l’imperialismo inglese rafforzò notevolmente la sua posizione nella Persia. Crebbe l’attività della “Compagnia petrolifera anglo-persiana, che era divenuta un vero e proprio Stato nello Stato. Il corpo dei fucilieri, creato dagli inglesi, si trasformò in un importante strumento per l’asservimento del paese. Dopo la repressione dell’insurrezione delle tribù che erano state istigate da agenti tedeschi, la maggioranza dei capi feudali delle tribù nomadi della Persia meridionale passò al servizio degli inglesi.
Aumentò anche l’influenza della Gran Bretagna sul governo di Teheran. Dall’agosto 1916 il governo persiano fu diretto da una creatura degli inglesi: Wussug ad-Daula.

Le intromissioni degli imperialisti e la miseria crescente che gravava sui lavoratori della Persia provocarono l’aperta sommossa delle masse popolari. Il movimento partigiano dei contadini contro gli imperialisti stranieri abbracciò molte regioni del paese. In alcune regioni si ebbero attacchi armati contro i proprietari fondiari persiani. Il movimento partigiano fu particolarmente forte nel nord della Persia, nella provincia di Gilan, dove, in zone boscose difficilmente accessibili, si formarono dei reparti armati.

Essi erano in gran parte formati da contadini, artigiani, poveri della città, piccola borghesia; ad essi si unirono anche i kurdi che lavoravano come servi presso i proprietari fondiari del Gilan. La guida di questi movimenti era nelle mani dei rappresentanti della borghesia e dei piccoli proprietari, il cui leader era Mirzačec Ku Khan. I partigiani godevano del largo appoggio della popolazione e nonostante i tentativi del governo dello shah e delle truppe dello zar, non si riuscì a liquidare i loro reparti.

Dalla fine del 1916 il movimento antimperialista si rafforzò. In molte città e villaggi furono affissi manifesti, che invitavano alla lotta contro gli occupanti. Gli autori degli appelli invitavano a saccheggiare le proprietà dei feudatari, che si erano venduti ai conquistatori stranieri e ad uccidere i traditori della patria, i khan ed i pubblici funzionari.

Dopo la rivoluzione borghese democratica di febbraio in Russia, una grande influenza fu esercitata sui patrioti persiani dall’esempio dei soldati rivoluzionari russi. I comitati dei soldati ed i soviet, formati dalle truppe russe che si trovavano in Persia, stabilirono collegamenti con la popolazione locale. A Kerman-shah (ripresa a quel tempo alle truppe turcotedesche) venne creato un comitato unitario dei deputati dei soldati russi e di rivoluzionari persiani.

A Gilan i soldati rivoluzionari russi fraternizzavano con i partigiani. Nelle città dell’Azerbaigian persiano avvennero azioni unitarie di soldati russi e di democratici locali. Il 1° maggio 1917 a Tabriz ebbe luogo una dimostrazione di soldati russi e della popolazione locale. Il 2 giugno i soldati russi parteciparono alla manifestazione in memoria degli eroi della rivoluzione persiana del 1905-1911.

In modo particolarmente evidente si ravvivò nel 1917 il movimento democratico nell’Azerbaigian persiano, dove intensificarono la loro azione le organizzazioni locali del partito democratico, dirette da Mohammed Chiabani. La conferenza delle organizzazioni azerbaigiane del partito democratico, tenuta alla fine di agosto, stabilì di creare il partito democratico dell’Azerbaigian persiano; la conferenza inviò i suoi saluti alla rivoluzione russa e ai bolscevichi.

La Cina

Dopo la sconfitta della rivoluzione Sinhai in Cina si affermò la dittatura militare di Yuan Shih-kai, che si appoggiava sugli imperialisti stranieri, sui proprietari fondiari, sui compradores, sui generali militaristi e la classe dei funzionari. All’inizio del 1914 il presidente Yuan Shih-kai sciolse il Parlamento, chiuse tutti i giornali di opposizione e proibì molte società politiche. Il 1° maggio 1914 venne pubblicata una nuova costituzione, che concedeva poteri dittatoriali al presidente.

Con l’inizio della guerra mondiale si verificarono mutamenti nella posizione delle diverse potenze imperialistiche in Cina. Il Giappone si annetté i territori “affittati” alla Germania nello Shantung, l’Inghilterra, la Francia e la Russia erano distolte dalle operazioni militari in Europa e la lotta per la Cina fu temporaneamente accantonata.

Il grande attacco alla Cina venne portato dal Giappone e dagli, USA. La lotta nippo-americana per la Cina, che si era intensificata negli anni della guerra, esercitò una decisiva influenza sulla situazione politica del paese. Il 18 gennaio 1915 il Giappone presentò alla Cina ventun richieste che si suddividevano in cinque gruppi; i primi quattro chiedevano la cessione al Giappone dei “diritti” tedeschi nello Shantung e l’instaurazione di un completo controllo giapponese sopra questa provincia, l’ampliamento ed il rafforzamento del controllo giapponese sulla parte meridionale della provincia nord-orientale della Cina e sulla parte orientale della Mongolia interna.

Venne pure avanzata la richiesta del trasferimento sotto il controllo giapponese e della trasformazione in imprese “miste” nippo-cinesi delle imprese appartenenti al capitale cinese e dell’unico complesso metallurgico esistente allora in Cina di Han-yeh-p’ing, che riuniva le miniere, gli stabilimenti e le ferriere lungo il corso inferiore del fiume Yangtze.

In base al quinto gruppo delle richieste il governo cinese avrebbe dovuto impegnarsi a invitare consiglieri giapponesi per la riorganizzazione dell’esercito, delle finanze, dell’amministrazione politica del paese ed acquistare in Giappone non meno del 50 % dell’armamento necessario, consentendo inoltre ai giapponesi l’organizzazione di una polizia nippo-cinese nei punti più importanti del paese; la Cina doveva poi rivolgersi esclusivamente al capitale giapponese per lo sfruttamento delle miniere, la costruzione di strade, porti, docks eccetera nella provincia del Fukien.

Il Giappone esigeva inoltre varie concessioni per la costruzione di ferrovie in tutta la Cina.
Dovendo tener conto della minaccia d’interventi patriottici antigiapponesi del popolo cinese e dell’atteggiamento ostile della Russia, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti verso le sue pretese, il governo giapponese accantonò poco dopo il quinto gruppo delle sue richieste (esclusi i punti riguardanti il Fukien) dicendo che “sarebbero stati discussi in futuro”.
Il 9 maggio 1915 il governo di Yuan Shih-kai dichiarò di accettare la maggior parte delle richieste giapponesi.
Questa data entrò nella storia della Cina come “Il giorno della vergogna nazionale”.

Il movimento di protesta contro l’aggressione giapponese si rafforzò. L’indignazione del popolo trovò la sua espressione in tempestose assemblee e in decisi interventi di molti giornali cinesi. Il popolo boicottò le merci giapponesi e la loro esportazione in Cina si ridusse di oltre due volte.

Il governo di Yuan Shih-kai, estremamente allarmato dal corso degli avvenimenti, cercò con tutti i mezzi. di soffocare il movimento democratico. Politicamente ambizioso e venale, Yuan Shih-kai fantasticava di diventare un nuovo imperatore e i suoi piani monarchici ottenevano l’attivo appoggio della diplomazia americana. Uno dei principali ispiratori di questi piani era il consigliere di Yuan Shih-kai per le questioni costituzionali il professore americano F. Goodnow. Nel luglio del 1915 Goodnow pubblicò un memorandum sulle questioni riguardanti l’assetto statale della Cina, nel quale venivano esageratamente esaltati i “vantaggi” del sistema monarchico.

L’ambasciatore americano in Cina P. S. Reinsch ricevette l’ordine del suo governo di riconoscere il regime monarchico, in Cina. appena questo venisse creato. Per la guida del movimento monarchico i reazionari estremisti fondarono il “Comitato per l’insediamento della pace”. I governatori generali, secondo il suggerimento di Yuan Shih-kai inviarono nella capitale petizioni con la richiesta della restaurazione della monarchia. Nelle province furono organizzate assemblee dei “rappresentanti della popolazione” che “pregavano” Yuan Shih-kai di proclamarsi imperatore.
Nel dicembre egli “ascoltò queste preghiere” e dette il consenso ufficiale per diventare imperatore della Cina.

Le notizie sull’instaurazione della monarchia provocarono lo sdegno del paese. Agitazioni spontanee scoppiarono nell’Hunan, Hopei, Szechwan; a Shanghai si sollevarono i marinai di una nave da guerra; s’intensificò l’attività dei partigiani di Sun Yat-sen. In questa circostanza molti rappresentanti del campo governativo preferirono separarsi da Yuan Shih-kai.

Le province del sud dettero inizio alla “terza rivoluzione”, diretta contro l’instaurazione della monarchia. Il 25 dicembre 1915 il governatore e comandante delle truppe della provincia dello Yunnan proclamò la sua indipendenza da Pechino. In seguito proclamarono la propria indipendenza le province del Kweichow, del Kwangsi e del Kwantung. Le quattro province meridionali si unirono, formando la Federazione meridionale, con alla testa un consiglio militare.

Nel giugno 1916 tornò in Cina Sun Yat-sen, che invitò a combattere per la repubblica, chiedendo la condanna di Yuan Shih-kai. Quest’ultimo dovette dichiarare ufficialmente di rinunciare alla restaurazione della monarchia, e all’inizio di giugno improvvisamente morì. A suo successore venne nominate il vice-presidente Li Yuan-hung. Tenendo conto dello stato d’animo del paese, egli proclamò la restaurazione della costituzione del 1912.

Il 1° agosto 1916 il Parlamento, che era stato sciolto nel 1914, riprese i lavori. Il nuovo governo venne formalmente riconosciuto da tutti. Il consiglio militare della Cina meridionale decise il proprio scioglimento. Questi fatti però non portarono alla riunificazione del paese.

Gli imperialisti stranieri, i proprietari terrieri cinesi, i compradores sostenevano le diverse cricche militariste, vedendo in esse un appoggio contro il crescente movimento democratico delle masse popolari. A Pechino si rafforzava al potere il gruppo dei militaristi del nord, i cui rappresentanti erano il presidente Li Yuan-hung, il nuovo vice-presidente Feng Kuo-chang ed il primo ministro Tuan Ch’i-jui. I militaristi consideravano le istituzioni parlamentari come un docile strumento della loro dittatura.
Infatti il governatore militare della provincia dello Shantung, intervenendo all’apertura dell’assemblea provinciale locale, dichiarò rivolgendosi ai deputati: “Signori! Voi rassomigliate a degli uccelli, chiusi assieme in una grande gabbia. Se vi comporterete bene e canterete piacevoli canzoni, noi vi alimenteremo, in caso contrario, dovrete sbrigarvela senza cibo”.

La politica delle potenze imperialiste facilitava in Cina il rafforzamento del regime militaristico dei governatori. Il potere reale nelle diverse regioni del paese era passato alle cricche dei generali, che avevano eserciti propri, emettevano valuta, raccoglievano a proprio vantaggio numerose tasse dalla popolazione. Le cricche militariste si univano in alleanze e si facevano guerra tra di loro. Per un lungo periodo il predominio dei militaristi e le guerre intestine furono alla base della vita politica della Cina.

In breve riprese la lotta delle province meridionali contro Pechino. Molti militaristi del sud erano legati al Giappone e all’Inghilterra; nel sud, però, era forte anche il movimento democratico e proseguivano le azioni spontanee dei contadini. Largo seguito incontrava il movimento di Sun Yat-sen. I militaristi delle province meridionali dovettero fare i conti con questo movimento democratico, che dichiarava di voler difendere i diritti del Parlamento e di essere contrario alla revisione della costituzione del 1912.

Si acutizzavano anche le divergenze all’interno della cricca militarista del nord come riflesso alle contraddizioni nippo-americane che andavano rafforzandosi. Un’acuta lotta politica si sviluppò attorno alla questione dell’intervento della Cina nella guerra contro il blocco tedesco.

Gli imperialisti consideravano la partecipazione della Cina nella guerra come un mezzo per meglio asservire il paese e come un motivo per la concessione alla Cina di nuovi prestiti gravosi e per la conclusione di accordi militari su basi per essi vantaggiose. La reazione cinese (proprietari fondiari, compradores, militaristi) contava di esercitare rappresaglie sul movimento democratico con l’aiuto delle leggi eccezionali del tempo di guerra e di rafforzare la propria dittatura.

Il Giappone, all’inizio della guerra, temendo che l’unione della Cina all’Intesa frapponesse ostacoli alla sua occupazione dello Shantung, all’inizio era stato contrario all’intervento in guerra della Cina. Nel 1915 però, dopo essersi assicurato il consenso delle potenze dell’Intesa per trasferirsi i diritti tedeschi nello Shantung, mutò la sua posizione, perchè ora l’intervento della Cina in guerra prometteva di dargli nuove possibilità di rafforzare la sua influenza.

A loro volta gli Stati Uniti premevano perché la Cina entrasse in guerra sotto il controllo e la guide americana. Il 14 marzo 1917 il governo di Tuan Ch’ijui ruppe i rapporti diplomatici con la Germania. Ma l’intervento della Cina in guerra era particolarmente impopolare nel paese, soprattutto nelle province meridionali, e contro di esso prese posizione risolutamente Sun Yat-sen, dichiarando che l’unica guerra necessaria per la Cina sarebbe stata quella per la restaurazione dell’unità nazionale.
Il movimento popolare di protesta si manifestò anche nell’atteggiamento dei deputati al Parlamento, che il 10 maggio rigettò la proposta del governo di dichiarare guerra alla Germania. Tuan Ch’i-jui dovette dare le dimissioni.

La situazione politica diveniva sempre più tesa: i militaristi del nord chiedevano lo scioglimento del Parlamento. La lotta fra i seguaci di Tuan Ch’i-jui e Li Yuan-hung si acutizzava. Il monarchico governatore della provincia di Anhwei, generale Chang Hsün, invitato a Pechino in qualità di arbitro, decise di approfittare dell’occasione e alla testa di 5 mila uomini entrò a Pechino e chiese lo scioglimento del Parlamento.

Il 12 luglio Li Yuan-hung congedò il Parlamento. Il 1° luglio Chang Hsün, nel palazzo imperiale, proclamò imperatore P’u-i, l’ultimo rampollo della dinastia dei Manciù. La nuova avventura monarchica naufragò rapidamente. Il secondo “impero” di P’u-i durò solo dodici giorni.

Essendosi convinto che l’avventura di Chang Hsün provocava un generale malcontento nel paese, Tuan Ch’i-jui mosse le proprie truppe su Pechino e con il pretesto della “difesa della repubblica” ritornò al potere. Li Yuan-hung rinunciò al posto di presidente della repubblica e presidente divenne Feng Kuo-chang. Il 14 agosto 1917 Tuan Ch’i-jui dichiarò guerra alla Germania e inviò 130 mila uomini per lavori nelle retrovie della Francia e della Persia.

Sulle navi inglesi facevano servizio numerosi marinai cinesi e molti di essi perirono a seguito degli attacchi dei sottomarini germanici. Le autorità cinesi allestirono un corpo di spedizione di 100 mila uomini. La somma totale delle perdite materiali della Cina a causa della guerra superò i 220 milioni di dollari cinesi. La lotta intestina delle cricche militariste costò al popolo ulteriori sacrifici e sofferenze. In varie province i militaristi effettuavano l’esazione delle tasse con molti anni di anticipo, suscitando un grave malcontento fra i più larghi strati della popolazione cinese e preparando il terreno per l’ascesa del movimento rivoluzionario.

In molte province, particolarmente nel sud non cessavano le sommosse contadine. Con l’aumento numerico della classe operaia si ebbero i primi movimenti proletari, sebbene ancora a carattere spontaneo e non organizzato. Nel 1915 vi fu un grosso sciopero nelle miniere di carbone dell’Anshan, che fu schiacciato solo con l’intervento delle truppe: uno dei suoi dirigenti, un minatore, fu giustiziato. Nel 1916 si verificarono diciassette scioperi, nel 1917 ventuno.

Alcuni scioperi avevano un carattere apertamente antimperialista. Così, quando nel 1916 gli imperialisti francesi tentarono di unire al territorio della loro concessione a Tientsin un nuovo quartiere, gli operai del settore francese attuarono uno sciopero generale, che obbligò i francesi, che già si erano assicurati il consenso di Pechino, a rinunciare alle proprie intenzioni.

La guerra accelerò la formazione di quelle forze sociali che si levarono in lotta contro l’imperialismo e la reazione feudale. Il movimento fu particolarmente vivace fra gli intellettuali. Alla fine del 1915 i suoi rappresentanti d’avanguardia iniziarono il “Movimento per la nuova cultura”, contro i costumi e le abitudini feudali.

Sotto l’influenza della borghesia nazionale che si stava rafforzando, ed anche tenendo conto della crescita del movimento democratico nel paese, i governatori delle province meridionali invitarono nel settembre 1917 Sun Yat-sen a Canton, dove egli divenne capo del governo.

Il sud rimase diviso dal nord per lungo tempo. Sun Yat-sen proclamò che lo scopo del nuovo governo era la lotta per la difesa della costituzione repubblicana. Però il governo diretto da Sun Yat-sen a Canton non era autenticamente democratico.
A quell’epoca Sun Yat-sen non aveva ancora robusti legami con le masse e nel governo il ruolo principale era esercitato dai militaristi del sud, che limitavano in ogni modo i suoi provvedimenti progressisti.

L’India

Dall’inizio della guerra il governo britannico aveva proclamato l’India paese belligerante, con l’appoggio dei proprietari e della borghesia indiani. La guerra prometteva loro non pochi vantaggi materiali e inoltre, sostenendo gli sforzi militari dell’impero britannico, le classi possidenti indiane calcolavano di ricevere dall’Inghilterra determinate concessioni politiche ed economiche.

La guerra portò invece innumerevoli calamità e sofferenze alle masse popolari: la condizione, già di per sé straordinariamente grave, degli operai indiani peggiorò nettamente. La retribuzione reale si ridusse, fu portato fino agli estremi limiti il sovraffollamento nelle abitazioni, mentre le condizioni antigieniche causavano tra le masse operaie malattie epidemiche.

I colonialisti britannici imposero un nuovo duro peso ai contadini indiani, fissando prezzi irrisori per il grano e le derrate. La maggioranza dei contadini andava in rovina, la coltivazione della terra peggiorava continuamente, i raccolti si riducevano. Il malcontento crebbe particolarmente dopo che ritornarono in India i soldati feriti e mutilati. La situazione politica divenne così estremamente tesa.

Nel 1915 le autorità coloniali britanniche misero in vigore la “legge sulla difesa dell’India” che concedeva poteri illimitati alla polizia. Nonostante lo stato di guerra, nel 1915-1916 si verificarono parecchie azioni del proletariato e dei contadini. Le organizzazioni terroristiche piccolo-borghesi tentarono di suscitare una rivolta armata. Nel Pangiab operava l’organizzazione rivoluzionaria clandestina del partito “Gadr”. Sempre più spesso si verificavano ammutinamenti di soldati, come quando nel 1916 a Singapore si ribellò una brigata di truppe indiane. Le agitazioni abbracciarono reparti sikhs nel Pangiab.

La borghesia nazionale indiana, che si era rafforzata economicamente, aspirava a consolidarsi politicamente attraverso il suo partito del Congresso Nazionale Indiano. Nel 1916 Tilak ed i suoi seguaci rientrarono nel partito del Congresso. Nel 1916 a Lakhnau si riunirono contemporaneamente le assemblee del Congresso e della Lega musulmana.

Pur tenendo sedute separate, ambedue i congressi avanzarono uguali richieste: la concessione immediata all’India di una larga autonomia, l’ammissione degli indiani a posti di responsabilità nell’esercito, l’autonomia doganale ed il controllo sopra le finanze. Per la popolarizzazione di questo programma, su iniziativa di Tilak, venne creata la “Lega dell’autonomia indiana”.

Nello stesso tempo in India divennero popolari le idee di Mohandas Karamchand Gandhi, il quale era divenuto noto per la sua attività nel Sudafrica, dove aveva attivamente difeso gli interessi degli emigranti indiani. Nel Sudafrica Gandhi aveva elaborato ed impiegato per la prima volta la sua tattica chiamata della “resistenza passiva”. Come la maggioranza dei membri del congresso, Gandhi stimava necessario sostenere attivamente l’Inghilterra nel suo sforzo militare, ritenendo che grazie a questo l’India avrebbe potuto ottenere l’autonomia.

Al governo inglese era sempre più difficile mantenere la popolazione indiana in soggezione con i vecchi metodi. Nel 1917 esso pubblicò una dichiarazione nella quale veniva promessa all’India una costituzione sul tipo di quella dei dominions britannici. Tuttavia queste manovre non potevano indurre il popolo indiano a rassegnarsi al dominio imperialista britannico. L’epoca in cui i colonialisti si sentivano forti era ormai passata. Il movimento di liberazione nazionale divenne un importante fattore della vita politica indiana.

3. Le “manovre per la pace” delle potenze imperialiste

Le cause della “svolta verso la pace”

Alla fine del 1916 nella politica dei circoli governanti dei paesi belligeranti e neutrali si note una svolta. La borghesia era impaurita dal crescente malcontento e dalle agitazioni delle masse popolari. Le operazioni militari dell’anno non avevano dato un decisivo sopravvento a nessuna delle parti.
Le risorse di entrambi i blocchi si esaurivano: “Strappare, con l’aiuto dell’attuale guerra, ancora più pelle ai buoi del lavoro salariato, forse, non si può più ed è questa una delle più profonde ragioni economiche della svolta ora osservata nella politica mondiale” scriveva allora V. I. Lenin. (V. I. Lenin: “Una svolta nella politica mondiale”.)

Le necessità di finire la guerra il più presto possibile era comune ad ambedue i raggruppamenti, preoccupati dei gravi pericoli di un eccessivo prolungarsi del conflitto. Tuttavia nessuna delle due parti voleva rinunciare ai territori già conquistati all’avversario oppure ai suoi possessi coloniali. Queste erano le basi dei piani della pace imperialistica.

Le prospettive militari nel 1917 erano particolarmente sfavorevoli per le potenze centrali. La Germania aveva perso la sua superiorità tecnica; la conquista della Romania nel tardo autunno del 1916 non aveva mutato in meglio la situazione generale delle potenze centrali. Tuttavia l’occupazione di ampi territori del nemico dava loro la possibilità di condurre una lunga guerra sul territorio dell’avversario. Questo fatto rafforzava le posizioni di quei gruppi sociali dei paesi dell’Intesa che avevano perso la fiducia nella vittoria sulla Germania mediante la forza delle armi ed erano inclini ad una pace “senza vittoria”. La lotta fra i sostenitori di una pace del genere e quelli che intendevano assestare un colpo demolitore alla Germania con la forza delle armi durò per tutta la seconda meta del 1916.

Nell’autunno del 1916 il comando supremo tedesco dovette riconoscere che non si poteva porre termine alla guerra mediante gli attacchi militari degli eserciti di terra. Le grosse navi tedesche erano ferme nei porti. Prima di dare il via a quell’estremo mezzo di lotta (pericoloso per le sue conseguenze politiche per la stessa Germania) che era la guerra sottomarina senza limitazioni, il governo del kaiser tentò di provare un altro mezzo: raggiungere il proprio scopo per mezzo delle “manovre di pace”.

Le “proposte di pace” delle potenize centrali e degli Stati uniti

L'”iniziativa di pace” delle potenze centrali venne ponderata in tutti i suoi dettagli. Il 12 dicembre 1916, sei giorni dopo la presa di Bucarest, il governo tedesco si rivolse a nome proprio e a nome dei suoi alleati ai governi delle potenze nemiche con la proposta di intraprendere negoziati di pace. Il governo tedesco in questa occasione non disse neanche una parola sul futuro destino del Belgio, della Serbia e delle regioni occupate in Francia e in Russia. Esso invece sperava che i negoziati di pace gli avrebbero dato la possibilità di operare una rottura fra le potenze dell’Intesa, di firmare una pace separata con qualcuna di esse e di poter così ottenere la vittoria sopra le altre potenze. La “dichiarazione di pace” della Germania non aveva nulla in comune con autentiche intenzioni di pace.

Anche i governi dell’Intesa rimasero su posizioni imperialistiche e rigettarono la proposta della Quadruplice Alleanza come priva di soluzioni concrete. Nella nota collettiva di risposte del 30 dicembre gli alleati dichiaravano demagogicamente: “La pace è impossibile fino a quando non ci sarà la garanzia del ristabilimento dei diritti e delle libertà violate, il riconoscimento dei principi delle nazionalità e della libera esistenza dei piccoli stati”.

Il 18 dicembre il presidente degli Stati Uniti Wilson che a quell’epoca stava pianificando l’intervento del suo paese in guerra, ma si atteggiava a paciere, si rivolse a tutti i governi belligeranti con la proposta di dichiarare i propri scopi di guerra. Il 23 il Consiglio federale della repubblica svizzera sottoscrisse la stessa proposta. Il 26 il governo svedese appoggiò ufficialmente la proposta di Wilson, e il 29 analoghe dichiarazioni venivano fatte dai governi della Norvegia e della Danimarca.
Il governo tedesco rispose il 26 dicembre a Wilson che esso considerava uno scambio diretto di opinioni il metodo più conveniente per i negoziati e proponeva a questo scopo alle potenze belligeranti d’inviare propri delegati in un paese neutrale per un incontro.

Nella nota collettiva di risposta a Wilson del 12 gennaio 1917 i paesi dell’Intesa per la prima volta concretizzatono le loro “condizioni di pace”, che richiedevano alla Germania di rinunciate all’Alsazia ed alla Lorena, alle terre polacche e allo Schleswig e di evacuare le province russe e francesi. L’Intesa chiedeva inoltre la “riorganizzazione” dell’Europa sulla base del principio di nazionalità, e la spartizione dell’impero ottomano.

” Le frasi pacifiste, le frasi sulla pace democratica, sulla pace senza annessioni e così via – scriveva V. I. Lenin a proposito di questo torrente di proposte di pace – si smascherano in tutta la loro vacuità e falsità, tanto più rapidamente quanto più zelantemente le mettono in circolazione i governi dei paesi capitalistici, pacifisti borghesi e socialisti. La Germania soffoca varie piccole nazioni, tenendole sotto il tallone di ferro con l’assoluta ed evidente decisione di non lasciare la preda se non scambiando parte di essa con enormi possedimenti coloniali, e nasconde la sua premura di concludere immediatamente una pace imperialista con ipocrite frasi pacifiste. L’Inghilterra ed i suoi alleati, che tengono saldamente le colonie tedesche da loro prese, parte della Turchia eccetera, chiamano lotta per una giusta pace il proseguimento all’infinito della carneficina per la conquista di Costantinopoli, l’asservimento della Galizia, la divisione dell’Austria e la rovina della Germania”. (V. I. Lenin: “Agli operai che sostengono la lotta contro la guerre a contro i socialisti che sono passati dalla parte dei loro governi”.)

Ancora prima di aver ricevuto la risposta ufficiale dei governi alleati alla nota tedesca, il comando supremo convinse il kaiser e Bethmann Hollweg a essere d’accordo sulla dichiarazione della guerra sottomarina senza limiti. Così si concluse la manovra “di pace” delle potenze centrali.

La tendenza che si era manifestata verso una svolta della guerra imperialistica in una pace imperialistica trovò la sua espressione in una intensificazione dell’attività diplomatica segreta, diretta da parte della Germania al distacco della Russia dall’Intesa e da parte dell’Intesa al distacco dell’Austria-Ungheria dalla Germania per la conclusione di una pace separata. Il governo zarista, all’insaputa dei suoi alleati, cominciò a cercare la via dell’intesa con la Germania e con l’Austria-Ungheria.

4. La lotta dei bolscevichi per l’unione delle forze di sinistra nel movimento operaio internazionale

La teoria leninista della rivoluzione socialista

La guerra imperialista aveva recato ai lavoratori innumerevoli sciagure a aveva creato in tutti i paesi belligeranti i presupposti di una crisi rivoluzionaria. Davanti a masse di milioni di lavoratori, si poneva con un’acutezza senza precedenti il problema delle vie pratiche per la liberazione dalla schiavitù capitalista. Per tracciare giustamente questa via era necessario non soltanto valutare obiettivamente le condizioni del momento, ma anche abbracciare tutto il quadro dello sviluppo economico, sociale e politico mondiale nei decenni che avevano preceduto la guerra a chiarire i principali risultati e le prospettive di questo sviluppo.

La risoluzione di questo compito, dalle posizioni del marxismo creatore, fu data da V. I. Lenin nella sua opera “L’imperialismo, fase supreme del capitalismo” (1916) ed in altri scritti del periodo della guerra.
Dopo aver studiato un’enorme massa di dati bibliografici Lenin scoprì le radici obiettive ed il legame reciproco dei singoli fenomeni caratteristici dell’inizio del XX secolo, e mostrò che la loro presenza permette di parlare di passaggio del capitalismo al suo stadio supremo ed ultimo. L’esauriente descrizione dell’imperialismo che è contenuta nel lavoro di Lenin rappresenta il punto di partenza per l’analisi dei mutamenti di classe e politici per la valutazione generale dell’imperialismo come capitalismo morente, come vigilia della rivoluzione socialista.

Lenin smascherò gli apologeti, sia aperti che occulti, dell’imperialismo. Egli sottopose ad una critica particolarmente acuta le concezioni di Kautsky, il quale separava la politica aggressiva dell’imperialismo dalla sua base economica – il domino dei monopoli e del capitale finanziario – e seminava illusioni sulla possibilità dell'”ultra imperialismo”, cioè una economia capitalista organizzata su scala mondiale, che non avrebbe conosciuto né guerre né crisi.

Confutando la falsa teoria di Kautsky, mascherata da una fraseologia marxista, Lenin dimostrò che la nuova epoca era caratterizzata dalla violenta acutizzazione di tutte le contraddizioni: quella fra il lavoro ed il capitale, quella fra gli stati imperialisti e l’enorme maggioranza dell’umanità, che era venuta a trovarsi in stato di soggezione coloniale o di asservimento da parte del capitale finanziario, e per finire quella fra le stesse potenze imperialiste nella loro lotta per la spartizione del mondo.

La nuova epoca della storia universale, non solo portava alla rivoluzione il proletariato, ma aveva creato le condizioni oggettive per l’unione, sotto la guida del proletariato, delle più ampie masse dei contadini, della piccola borghesia, dei popoli delle colonie e delle semi-colonie e per la fusione dei movimenti di liberazione nazionale con la lotta generale per l’abbattimento dell’imperialismo.

In precedenza, fino all’epoca dell’imperialismo, i marxisti consideravano che il successo della rivoluzione socialista sarebbe stato assicurato soltanto mediante le azioni contemporanee e vittoriose del proletariato in tutti o nella maggioranza dei paesi capitalisti più sviluppati. Lenin riesaminò questa posizione e, partendo dalla legge dello sviluppo economico e politico ineguale dei singoli paesi, pervenne alla conclusione della passibilità della vittoria iniziale del socialismo in pochi o perfino in un singolo paese, vittoria che non doveva necessariamente verificarsi nel paese capitalista di maggior sviluppo a con una maggioranza proletaria (come ritenevano i dogmatici della II Internazionale).

Lenin partiva dal fatto che l’imperialismo è un sistema mondiale che in presenza dei presupposti generali per il passaggio al socialismo può essere spezzato in quel suo anello che in un dato momento risulta “Il più debole”, cioè là dove le contraddizioni si presentano nel modo più acuto e le forze rivoluzionarie con alla testa il proletariato ed il suo partito marxista siano le meglio preparate per l’assalto al capitalismo.

“Lo sviluppo del capitalismo – scriveva Lenin – avviene in modo estremamente ineguale nei diversi paesi. E non potrebbe essere altrimenti in presenza della produzione mercantile. Da qui l’inconfutabile conclusione: il socialismo non può vincere contemporaneamente in tutti i paesi. Esso vincerà inizialmente in uno od in alcuni paesi, ed i rimanenti rimarranno borghesi o pre-borghesi per un certo periodo di tempo. Questo fatto provocherà non soltanto attriti, ma anche l’aperta tendenza della borghesia degli altri paesi a sbaragliare il proletariato vittorioso dello Stato socialista. In questo caso una guerra da parte nostra sarebbe legittima e giusta”. (V. I. Lenin: “Il programma militare della rivoluzione proletaria”.)

Le opere di Lenin rappresentarono un audace passo nello sviluppo della teoria marxista, che ebbe un enorme significato rivoluzionario. Da allora in avanti il proletariato ed i suoi partiti marxisti ricevettero un nuovo orientamento sull’importantissimo problema del carattere e delle vie della rivoluzione socialista e sulle condizioni della sua vittoria. Definendo le leggi fondamentali della rivoluzione, Lenin tenne conto d’altra parte che esse avrebbero trovato diverse forme concrete per manifestarsi nelle condizioni dei diversi paesi e popoli, in funzione del loro livello economico, dei rapporti delle forze di classe e così via.

Lenin intervenne risolutamente contro le tendenze opportuniste di sinistra, che esaminavano le prospettive dello sviluppo rivoluzionario dalle posizioni dell’ “imperialismo puro”, non prendendo in considerazione la molteplicità di forme del sistema economico della Russia e degli altri paesi ed il ruolo importante delle forme pre-capitaliste nell’economia mondiale eccetera.
Smascherando i tentativi degli sciovinisti di presentare la guerra imperialista come una guerra nazionale, Lenin sottolineava contemporaneamente che nell’epoca dell’imperialismo sono possibili ed inevitabili le guerre di liberazione nazionale, le guerre progressiste contro il domino coloniale, per la trasformazione dei paesi oppressi e soggetti in stati nazionali indipendenti.

L’intensa opera teorica di Lenin servì da base ideologica per la lotta dei bolscevichi e per la stretta unione di tutti gli internazionalisti e degli elementi rivoluzionari nel movimento operaio internazionale.

Le conferenze degli internazionalisti a Zimmerwald e Kiental

Un’importante tappa in questa lotta fu la partecipazione dei bolscevichi alla conferenza socialista internazionale che si tenne nel settembre 1915 a Zimmerwald (in Svizzera) ed alla creazione della cosiddetta “sinistra di Zimmerwald”. Gli organizzatori della conferenza, membri dei partiti socialisti svizzero ed italiano, fecero il possibile per far partecipare ad essa, insieme alle sinistre, anche i kautskyani. Cionondimeno Lenin considerò necessario prendere parte ai suoi lavori, al fine di smascherare nel modo più rapido la politica dei social-sciovinisti e dei centristi ed unire gli elementi rivoluzionari.

In connessione con la preparazione della conferenza, Lenin condusse un grande lavoro per l’instaurazione ed il rafforzamento di legami con le sinistre in Germania, in Italia, Francia, Svizzera, Bulgaria, con la socialdemocrazia polacca e lettone. Lenin informò inoltre le sinistre tedesche sulla preparazione della conferenza e cercò di onenere che vi prendessero parte gli internazionalisti francesi ed i rappresentanti delle sinistre del movimento operaio nei paesi scandinavi.

Nel luglio 1915 Lenin pose i seguenti compiti agli internazionalisti: “Secondo la nostra opinione le sinistre devono intervenire con una dichiarazione ideologica collettiva contenente: 1) la condanna senza condizioni dei socialsciovinisti e degli opportunisti; 2) un programma di azione rivoluzionario; 3) Il rigetto della parola d’ordine della difesa della patria“.
Lenin compilò anche l’abbozzo di tale dichiarazione.

Per l’imminente conferenza vennero preparate traduzioni di vari importanti documenti del partito bolscevico, dal manifesto del Comitato Centrale del Partito Operaio Socialdemocratico Russo sulla guerra alla risoluzione della conferenza di Berna. Un grande significato ebbero le opere scritte da V. I. Lenin nell’estate del 1915, “Il crollo della II Internazionale” ed “Il socialismo e la guerra”, che furono tradotte in lingua tedesca.

Ai lavori della conferenza (che si prolungarono dal 5 all’8 settembre 1915 nel piccolo villaggio svizzero di Zimmerwald) presero parte 38 delegati. Alla sinistra della conferenza appartenevano otto delegati, ma tra di essi una posizione conseguentemente internazionalista fu assunta soltanto dai bolscevichi. La maggioranza centrista rigettò il progetto di risoluzione proposto dall’ala rivoluzionaria. Il manifesto accettato dalla conferenza aveva un’intonazione pacifista, ma alle sinistre riuscì tuttavia di introdurre in esso alcune posizioni proprie del marxismo rivoluzionario, in particolare il riconoscimento della guerra mondiale come imperialista e la condanna del social-sciovinismo.

I bolscevichi ed altri rivoluzionari internazionalisti considerarono conveniente aderire all’unione di Zimmerwald.
“Sarebbe stata una cattiva tattica militare rifiutarsi di marciare insieme col crescente movimento internazionale di protesta contro il social-sciovinismo, a causa del fatto che questo movimento è lento, che esso fa soltanto un passo avanti…” scriveva Lenin. (V. I. Lenin: “Primo passo”.)

Il gruppo di sinistra creato nel corso della conferenza di Zimmerwald, creò un organo di stampa in lingua tedesca, il “Vorboten” (Il precursore).
L’attività dei bolscevichi per un’unione compatta delle forze internazionaliste di sinistra si fece sentire poco tempo dopo nella seconda conferenza internazionale socialista, che si riunì nell’aprile del 1916 a Kiental (Svizzera), dove erano rappresentati i socialisti di dieci paesi: Russia, Polonia, Germania, Austria, Gran Bretagna, Francia, Italia, Serbia, Portogallo e Svizzera.
I rappresentanti degli “stretti” bulgari, che erano stati delegati alla conferenza di Kiental, non furono lasciati entrare in Svizzera dalle autorità austriache e svizzere.
Dei 43 delegati alla conferenza, 12 appartenevano all’ala sinistra zimmerwaldiana, ma su alcune questioni assieme ad essi si schierarono anche molti altri delegati.

La conferenza di Kiental segnò un passo avanti in confronto di quella di Zimmerwald. Essa rese possibile l’ulteriore delimitazione degli opportunisti e dei centristi e la stretta unione degli elementi internazionalisti di sinistra.
Lenin nelle proposte da lui formulate a nome del Comitato Centrale del partito bolscevico, smascherò il pericolo particolare rappresentato dalle ipocrite frasi dei pacifisti. Egli affermava che ammettere la possibilità di una pace senza annessioni né indennità da parte degli stati imperialisti significava in pratica ingannare le masse popolari, nascondere loro che una pace autenticamente democratica era impossibile senza lotta di classe e senza un’azione rivoluzionaria.

Dopo la conferenza di Kiental apparve chiaro che i centristi, i rappresentanti della destra di Zimmerwald, non avevano l’intenzione di condurre la lotta contro i social-sciovinisti e si avvicinavano ad essi. In Germania i kautskyani presero posizione nel gennaio 1917 con un manifesto pacifista. In Francia i centristi, assieme con i social-sciovinisti Leon Jouhaux e Pierre Renaudel sostenevano le parole d’ordine pacifiste borghesi. In Svizzera uno dei dirigenti del partito socialista, Robert Grimm, presidente della conferenza di Zimmerwald e di Kiental e presidente della commissione internazionale socialista eletta a Zimmerwald, passò al fianco dei social-sciovinisti.

Nel frattempo, sempre più evidente si faceva lo spostamento a sinistra delle masse e dei soldati. In tutto il mondo si sviluppava una gigantesca ondata di malcontento. Ma soltanto in Russia esisteva un partito autenticamente rivoluzionario e marxista, capace di dirigere il movimento e di condurlo alla vittoria.

Nell’Europa occidentale, ed in particolare nella Germania, un tale partito non c’era. In queste condizioni la tattica centrista degli indugi che veniva attuata dai leaders dell’unione di Zimmerwald si rifletteva negativamente anche sullo stato d’animo delle sinistre in Germania, in Italia, in Svizzera eccetera, trasformandosi in un serio impedimento alla creazione di partiti autenticamente rivoluzionari e marxisti.

Il movimento di Zimmerwald cessò di esercitare un ruolo positivo. Lenin gia all’inizio del 1917 si espresse risolutamente per la rottura con esso. Lenin appoggio i gruppi rivoluzionari internazionalisti che si andavano rafforzando e, contemporaneamente, sottopose a critica i loro errori e le loro inconseguenze nella lotta con gli opportunisti. Egli sottolineò la necessità della risoluta rottura ideologica ed organizzativa con i social-sciovinisti ed i centristi, da parte delle sinistre, in Germania e negli altri paesi.

Lenin vedeva in questo la condizione decisiva per la creazione di partiti rivoluzionari marxisti e di una nuova Internazionale libera dall’opportunismo.

 

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