Hong Kong. Chi protesta e perché nelle strade del “porto profumato” da: www.resistenze.org – popoli resistenti – cina – 30-09-14 – n. 513


Walter Ceccotti | contropiano.org

30/09/2014

I media mainstream di tutto il mondo stanno dando ampia copertura alle proteste di “Occupy Central e Scholarism” nell’ex colonia britannica, la versione adulta e quella giovanile di un movimento che si oppone ai criteri di elezione del governatore della regione amministrativa speciale cinese che si dovranno tenere non prima del 2017 e che prevedono la selezione preventiva dei candidati da parte del governo centrale di Pechino.

Che cosa significa questo? Che il suffragio diretto è previsto venga attuato, ma il governatore potrà essere eletto a suffragio diretto dagli elettori solo scegliendo tra una rosa di nomi preventivamente concordata con il governo centrale.

Questo perché? Come ha funzionato fino ad ora?

Strappata alla Cina dai britannici come trofeo della prima guerra dell’Oppio(1839-1842), per 150 anni, e anche dopo che la Gran Bretagna ebbe attuato il suffragio universale nel ventesimo secolo, a Hong Kong non vi è mai stata alcuna forma di democrazia. Il governatore veniva nominato direttamente da Londra. Punto. Ce ne sono stati 28 in 150 anni nel corso della storia dell’Impero Britannico finché la colonia è stata restituita alla Cina nel 1997. L’ultimo è stato Chris Patten.

Dal 1997 Hong Kong è retta da una Legge Fondamentale frutto dell’accordo tra Cina e Regno Unito per la restituzione della colonia. Secondo questa legge il Governatore o Capo dell’Esecutivo è eletto da un Concilio i cui membri(circa 800)devono avere l’approvazione di Pechino e questi a loro volta eleggono il Governatore. Così è come funziona attualmente(1997-2017). L’attuale governatore è Leung Chun Ying. Negli accordi era anche previsto che Hong Kong dovesse muoversi verso il suffragio universale e dunque nel 2017 la carica di Governatore verrà eletta non solo da un’oligarchia ristretta come adesso, ma da tutti i residenti con diritto di voto(circa 5 milioni di persone). Tuttavia è anche previsto come atto fondativo dell’attuale status di Hong Kong, che il governo centrale attuerà un controllo preventivo dei candidati, cosa che chi oggi scende in strada vuole mettere in discussione insieme alla Legge Fondamentale. Inoltre nel 2047 lo status di Hong Kong come “città capitalista”nell’ambito della formula “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping cesserà di esistere e la città verrà completamente integrata nella Cina continentale e nel suo sistema politico-economico.

Il problema è che nel corso di questi 17 anni dal 1997 ad oggi, Hong Kong ha beneficiato di una grande libertà nella gestione degli affari locali mantenendo il suo sistema iperliberista sfrenato che è tra i più ingiusti al mondo e che è ulteriormente peggiorato. L’ineguaglianza ad Hong Kong è più alta che nella Cina continentale e Hong Kong è prima nell’indice stilato dall’Economist sui paesi “più capitalisti” al mondo. Non esistono pensioni pubbliche, il che crea incertezza per la vita degli anziani. Non esiste salario minimo, e solo nel 2010, sulla spinta della legge sul lavoro della Cina continentale, è stato istituito il salario minimo nonostante le forti resistenze dei capitalisti autoctoni, peraltro a soli 28 dollari di hong/kong all’ora(circa 3.60 dollari americani).  Inoltre non esisteva fino ad allora nessuna forma di contrattazione collettiva, e attualmente quasi il 20 percento della forza lavoro vive sotto la soglia di povertà.  Negli anni ’70 e ’80 i salari crescevano e la prospettiva era quella del miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ora crescere un figlio costa 700.000 dollari e comprare casa è praticamente impossibile in uno dei mercati immobiliari più cari al mondo, dove vivono stipati 7 milioni di persone e i prezzi sono schizzati da quando sono arrivate richieste per acquisto di uffici per il business dalla Cina continentale. Quasi un terzo degli abitanti di Hong Kong vive attualmente in case popolari quando gli va bene e quando invece gli va male mette i suoi averi nelle famose “gabbie” di ferro o case portatili che sono diventate ormai l’icona dei nostri giorni nella città.

Come mai quest’inversione di tendenza e questa polarizzazione sociale? In breve è avvenuto che Hong Kong non è più un’isola industriale, commerciale e finanziaria circondata dalla campagna cinese come negli anni ’60-70-80, e con la crescita della Cina continentale il suo ruolo è stato via via ridimensionato. Le industrie sono state sviluppate nell’entroterra del Guandong e di tutte le altre province costiere e alla città è rimasto più che altro il ruolo di centro finanziario(il che spiega la bolla immobiliare). Il proletariato industriale di un tempo oggi vede dunque il suo futuro fortemente a rischio così com’è la città ora, ipercapitalista e senza la necessaria rete di protezione sociale.

Il che spiega in ultima istanza le ragioni di tale protesta o comunque i settori sociali cui essa guarda e che fanno dell’ostilità a Pechino e al Partito Comunista cinese la loro bandiera. Tale è la ragione per cui si chiede l’elezione diretta, per eleggere un Governatore ostile a Pechino. Altrimenti si cercherebbe un accordo nell’ambito di una rosa di nomi bene o male graditi anche all’ “opposizione”.

Si tratta dunque di “proletariato decaduto” da uno status privilegiato (concesso grazie al liberismo della “polis” in una prima fase) che dunque identifica in Pechino la causa di tutti i suoi mali? Non si tratta solo di questo. In realtà sia Londra (apertamente) che altre forze e gli Usa secondo Pechino, stanno utilizzando questi due movimenti per crearle un problema interferendo negli affari interni, aggiungiamo noi – nell’ambito della terza guerra mondiale non dichiarata e della lotta per l’egemonia mondiale in corso dell’Occidente contro Cina e Russia.

Inoltre nella stessa Hong Kong è in corso un forte braccio di ferro tra attivisti pro-democrazia  e pro-Pechino, sia in maniera indiretta, sia grazie a dei propri bracci politici. Dopo che lo scorso giugno il governo centrale cinese ha pubblicato un libro bianco, che dopo 17 anni chiarisce lo status di Hong Kong affermando che la regione speciale non gode di una piena autonomia o di un governo decentralizzato, ma solo di condurre gli affari locali nei limiti stabiliti dal governo centrale. Nei mesi precedenti c’era stata anche una forte stretta sulla stampa a chiarire che i limiti di cui la regione aveva goduto in passato si stavano assottigliando . Gli attivisti pro democrazia hanno risposto addirittura convocando un referendum consultivo non riconosciuto dalle autorità per decidere tra tre proposte di elezione del governatore che tuttavia avevano come base comune l’elezione diretta senza filtri. Come se non avessero capito nulla di quanto sta avvenendo nel medio periodo in termini di integrazione con Pechino e di dove sta tirando il vento. In questi 17 anni troppi ad Hong Kong hanno sperato di mantenere lo stesso modello indefinitamente mentre Pechino ha dettato dei tempi molto chiari sull’integrazione da qui al 2047. Qualcuno pensava che nel frattempo la Cina sarebbe diventata come Hong Kong e avrebbe istituito una democrazia pluripartitica occidentale e restaurato il capitalismo eliminando le aziende pubbliche, di stato, cooperative, ecc… e che quindi il problema non si sarebbe posto. Ora è invece evidente che è Hong Kong che è destinata ad essere assorbita(vedi le leggi sul salario minimo) e che il capitalismo nella città ha raggiunto il suo limite, e sta fallendo nel creare ulteriore sviluppo ed evitare la polarizzazione sociale. Un ulteriore sviluppo della città non potrà che avvenire espandendo la rete sociale e integrandosi ulteriormente con Pechino e il suo sistema economico che è molto diverso da quello di Hong Kong. Ma questo la popolazione di Hong Kong, così come la sua classe dirigente, fino ad ora non l’ha capito o non lo ha messo in conto come uno dei possibili scenari.

Tuttavia, sul piano tattico, il fatto che in questi anni il Pcc abbia trovato un accordo con quel pugno di capitalisti che possiede un potere enorme nella città e che abbia concesso loro il “business as usual”in cambio dell’appoggio alle politiche del governo centrale, fa sì che paradossalmente la borghesia locale sia a favore di Pechino e osteggi il movimento pro democrazia, cosa che è garanzia nel lungo periodo del fatto che le elezioni si faranno e si faranno come ha deciso Pechino. Qualunque accelerazione verso il confronto diretto sul piano militare da parte di questo movimento in stile Tian An Men verrà stroncata dalla forze locali e se non fosse sufficiente direttamente dall’Esercito Popolare di Liberazione. Il fatto che la Cina abbia già detto all’Occidente di non immischiarsi è un chiaro avvertimento di quello che potrebbe succedere.

La fase due dell’integrazione di Hong Kong prosegue, dunque. In mandarino Hong Kong si pronuncia Xiang Gang, che vuol dire la stessa cosa, ovvero “porto profumato”. Il nome con cui la conosciamo oggi è frutto di un’errata romanizzazione del termine cantonese “heung gong” che ha lo stesso significato. Come al solito nei sistemi capitalisti, in questo caso Hong Kong, dove regna l’anarchia della produzione, non si sa nemmeno cosa succederà domani. I cinesi invece hanno già pianificato tutto fino al 2047 e stanno semplicemente dispiegando il loro piano.

C’è un proverbio cinese che dice che se il vecchio non se ne va il nuovo non può venire.

Bisognerà capire se chi si oppone al cambiamento e all’integrazione è anche disposto a pagare un prezzo altissimo per ottenere alla fine solo una sconfitta o accetterà di buon grado un’integrazione maggiore che gradualmente risolverà gli attuali problemi e migliorerà la situazione sociale come sta avvenendo nel resto della Cina. Addio Hong Kong, benvenuta Xiang Gang.

 

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