Mafia: identificato 007 che contattò pentito Flamia da: antimafia duemila

agente-sicurezzadi AMDuemila – 1° ottobre 2014

Palermo. E’ stato identificato uno dei due agenti 007 che incontrava in carcere il pentito Sergio Flamia. I pubblici ministeri di Palermo che indagano sul fatto che all’ex boss mafioso, usato insieme al figlio dai Servizi come confidente, veniva consegnato del denaro stanno cercando di scoprire se ci sia stato un tentativo di controllare la collaborazione con la giustizia di Flamia, le cui dichiarazioni smontano l’impianto accusatorio della Procura nel processo d’appello per favoreggiamento alla mafia a carico dell’ex generale del Ros Mario Mori.
Flamia sostiene che il boss Bernardo Provenzano non avrebbe mai incontrato Luigi Ilardo (perno dell’accusa e confidente ucciso da un commando mafioso prima di diventare a tutti gli effetti collaboratore di giustizia) il giorno in cui Mori avrebbe stoppato il blitz che avrebbe potuto portare all’arresto del padrino perché riteneva lo stesso Ilardo uno “spione”. In una conversazione intercettata in carcere tra Flamia e il figlio, il nome dell’agente – Enzo – viene fuori più volte. Il ragazzo si lamenta di non avere ricevuto più la visita degli 007 e il padre gli risponde che “Enzo”, visto il momento, ha timore perché è sempre sui giornali. I pm hanno controllato i media del periodo, siamo nel 2011, accertando che sulla stampa si parlava del fantomatico signor Franco, 007 che, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe stato al corrente della trattativa Stato-mafia e di un misterioso personaggio visto dal pentito Gaspare Spatuzza mentre veniva imbottita di tritolo la 126 usata per la strage di via D’Amelio. “Enzo” è collegato a una delle due vicende? si chiedono gli inquirenti. Dall’inchiesta dei pm su Flamia è venuto fuori, inoltre, il carteggio, noto come Protocollo Farfalla, intercorso, nel 2003-2004 tra l’allora capo del Sisde Mario Mori e altri funzionari dei Servizi che attesta l’esistenza di un accordo con il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. L’accordo avrebbe vincolato al segreto il Dap sulle visite degli 007 a detenuti al 41 bis. Sarebbero 8 i boss che avrebbero ricevuto visite e denaro su conti segreti dei padrini. A quale scopo? si chiedono i pm. I Servizi cercavano informazioni – commettendo comunque illeciti visto che il Dap ha l’obbligo di riferire alla magistratura – o pilotavano collaborazioni? Sul Protocollo Farfalla, però, la Procura di Palermo potrà indagare relativamente visto che si tratta di fatti avvenuti fuori dal capoluogo e comunque in molti casi prescritti.

Fonte ANSA

I precedenti storici dell’indipendenza del Donbass da: www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 28-09-14 – n. 513


Cultura Bolchevique | culturabolchevique.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

24/09/2014

Il colpo di Stato in Ucraina ha dato luogo a una maggiore contestazione nelle regioni orientali che in quelle occidentali. Questo si deve alle grandi differenze che vi sono tra le “due Ucraine” […]. Ma dove maggiormente vi è stata la resistenza al governo di Kiev è stato nelle province di Donetsk e Lugansk, dove la lotta è passata da politica a scontro armato. Queste due province formano il bacino del Donbass che insieme ad altre regioni orientali formano quella che viene definita la Novorossiya. Ma la Repubblica Popolare di Donetsk e Lugansk o l’indipendenza del Donbass hanno i loro precedenti nei tempi rivoluzionari della Rivoluzione d’Ottobre.

L’idea dell’unificazione amministrativa del Donbass ebbe origine nel XIX secolo, quando era uno dei centri industriali dell’impero russo. Le sue miniere di carbone, le fabbriche di acciaio e per la costruzione di macchinari rappresentavano quasi un terzo dell’economia russa di quegli anni. Fu il Congresso dei minatori del sud della Russia a promuovere questa idea.

Nemmeno la tradizione rivoluzionaria del bacino è nuova. Fu uno dei principali nuclei della rivoluzione del 1905. Il 6 dicembre di quell’anno, nella città di Gorlovka, la polizia aprì il fuoco contro i lavoratori in sciopero, assassinando decine di persone. Il giorno seguente, circa 4.000 lavoratori delle miniere e fabbriche nelle vicinanze della città riuscirono a sottomettere la polizia e prendere le loro armi. Come un esercito omogeneo, furono capaci di resistere per ore al reggimento zarista incaricato di fermare la ribellione. Furono centinaia coloro che morirono difendendo la dignità della classe operaia.

Dopo la Rivoluzione di febbraio del 1917, l’idea di creare una Repubblica nel margine destro del fiume Dniéper prese forza. In aprile si riunì a Kharkov il primo Congresso dei Soviet delle regioni di Krivoy Rog e Donetsk. Kharkov era stata considerata in forma ufficiosa e negli anni come la capitale di quelle regioni che ritenevano di avere poco in comune con il resto dell’Ucraina. Approssimativamente un centinaio di delagati eletti nelle fabbriche e nelle miniere accorsero al Congresso. Il tessuto industriale e le condizioni materiali di queste regioni erano molto simili tra loro e allo stesso tempo molto distanti dal resto dell’Ucraina. Questo Congresso approvò la creazione di un area territoriale con capitale Kharkov, che comprendeva il bacino di Donetsk (economicamente dipendente dal carbone) e il bacino di Krivoy Rog (dipendente dall’estrazione del ferro).

Nel novembre del 1917, i bolscevichi ucraini si trovano totalmente divisi. A Kiev si celebrò il Congresso dei bolscevichi ucraini mentre che a Kharkov si riunirono in forma separata i bolscevichi di Krivov Rog e Donetsk. In questi congressi cruciali si produsse un intenso dibattito tra i bolscevichi incentrato sul fatto che Donetsk dovesse o no far parte dell’Ucraina. Nel dicembre del 1917, di fronte all’avanzamento delle truppe tedesche e dell’Esercito Bianco, si creò a Kharkov la Repubblica Popolare Ucraina.

Nel febbraio 1918, e dopo un accalorato dibattito si decise di proclamare la Repubblica Sovietica di Donetsk e Krivoy Rog o semplicemente Repubblica del Donbass, presieduta da Fiodor Sergeyev (compagno Artiom), il principale promotore dell’idea. Con quasi tutto il territorio ucraino occupato dalle truppe tedesche e austriache, si decise la formazione dell’Esercito Popolare del Donbass, composto principalmente da minatori e operai delle fabbriche. Questo esercito contenne l’avanzamento tedesco, senza però riuscire a bloccarlo. Prima cadde Kharkov, poi Donetsk e per ultima Lugansk.

Dopo la pace di Brest, la decisione sull’Ucraina fu presa a Mosca. Così, si riunirono le parti discordanti e sotto la presidenza di Lenin, il governo sovietico decise la creazione di una grande Ucraina, senza indipendenza per Donetsk. Questo venne fatto per rispetto della minoranza ucraina alla quale si concesse l’opportunità di creare una grande Ucraina, all’interno del quadro della questione nazionale.

Quella Repubblica del Donbass durò appena 11 mesi. Le discordanze tra i bolscevichi dovevano esser sepolte per affrontare la grande sfida dell’edificazione del socialismo e vincere le minacce degli eserciti stranieri. Si decise di integrare il Donbass alla Repubblica Sovietica d’Ucraina per far fronte a un nemico maggiore. I bolscevichi del Donbass rinunciarono alle loro aspirazioni indipendentiste per difendere il socialismo di fronte al nemico esterno.

Oggi il Donbass reclama l’indipendenza per mera sopravvivenza. Non riconosce il governo illegittimo di Kiev. Nel 1918, l’esercito del Donbass lottò contro l’invasione tedesca; oggi i loro discendenti lottano per una causa simile. Non avrebbero problemi ad unirsi al resto dell’Ucraina a condizione che si rispetti il loro modo di vivere e la loro integrità. Hanno già dimostrato che se è necessario lottare, lotteranno.

 

Hong Kong. Chi protesta e perché nelle strade del “porto profumato” da: www.resistenze.org – popoli resistenti – cina – 30-09-14 – n. 513


Walter Ceccotti | contropiano.org

30/09/2014

I media mainstream di tutto il mondo stanno dando ampia copertura alle proteste di “Occupy Central e Scholarism” nell’ex colonia britannica, la versione adulta e quella giovanile di un movimento che si oppone ai criteri di elezione del governatore della regione amministrativa speciale cinese che si dovranno tenere non prima del 2017 e che prevedono la selezione preventiva dei candidati da parte del governo centrale di Pechino.

Che cosa significa questo? Che il suffragio diretto è previsto venga attuato, ma il governatore potrà essere eletto a suffragio diretto dagli elettori solo scegliendo tra una rosa di nomi preventivamente concordata con il governo centrale.

Questo perché? Come ha funzionato fino ad ora?

Strappata alla Cina dai britannici come trofeo della prima guerra dell’Oppio(1839-1842), per 150 anni, e anche dopo che la Gran Bretagna ebbe attuato il suffragio universale nel ventesimo secolo, a Hong Kong non vi è mai stata alcuna forma di democrazia. Il governatore veniva nominato direttamente da Londra. Punto. Ce ne sono stati 28 in 150 anni nel corso della storia dell’Impero Britannico finché la colonia è stata restituita alla Cina nel 1997. L’ultimo è stato Chris Patten.

Dal 1997 Hong Kong è retta da una Legge Fondamentale frutto dell’accordo tra Cina e Regno Unito per la restituzione della colonia. Secondo questa legge il Governatore o Capo dell’Esecutivo è eletto da un Concilio i cui membri(circa 800)devono avere l’approvazione di Pechino e questi a loro volta eleggono il Governatore. Così è come funziona attualmente(1997-2017). L’attuale governatore è Leung Chun Ying. Negli accordi era anche previsto che Hong Kong dovesse muoversi verso il suffragio universale e dunque nel 2017 la carica di Governatore verrà eletta non solo da un’oligarchia ristretta come adesso, ma da tutti i residenti con diritto di voto(circa 5 milioni di persone). Tuttavia è anche previsto come atto fondativo dell’attuale status di Hong Kong, che il governo centrale attuerà un controllo preventivo dei candidati, cosa che chi oggi scende in strada vuole mettere in discussione insieme alla Legge Fondamentale. Inoltre nel 2047 lo status di Hong Kong come “città capitalista”nell’ambito della formula “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping cesserà di esistere e la città verrà completamente integrata nella Cina continentale e nel suo sistema politico-economico.

Il problema è che nel corso di questi 17 anni dal 1997 ad oggi, Hong Kong ha beneficiato di una grande libertà nella gestione degli affari locali mantenendo il suo sistema iperliberista sfrenato che è tra i più ingiusti al mondo e che è ulteriormente peggiorato. L’ineguaglianza ad Hong Kong è più alta che nella Cina continentale e Hong Kong è prima nell’indice stilato dall’Economist sui paesi “più capitalisti” al mondo. Non esistono pensioni pubbliche, il che crea incertezza per la vita degli anziani. Non esiste salario minimo, e solo nel 2010, sulla spinta della legge sul lavoro della Cina continentale, è stato istituito il salario minimo nonostante le forti resistenze dei capitalisti autoctoni, peraltro a soli 28 dollari di hong/kong all’ora(circa 3.60 dollari americani).  Inoltre non esisteva fino ad allora nessuna forma di contrattazione collettiva, e attualmente quasi il 20 percento della forza lavoro vive sotto la soglia di povertà.  Negli anni ’70 e ’80 i salari crescevano e la prospettiva era quella del miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ora crescere un figlio costa 700.000 dollari e comprare casa è praticamente impossibile in uno dei mercati immobiliari più cari al mondo, dove vivono stipati 7 milioni di persone e i prezzi sono schizzati da quando sono arrivate richieste per acquisto di uffici per il business dalla Cina continentale. Quasi un terzo degli abitanti di Hong Kong vive attualmente in case popolari quando gli va bene e quando invece gli va male mette i suoi averi nelle famose “gabbie” di ferro o case portatili che sono diventate ormai l’icona dei nostri giorni nella città.

Come mai quest’inversione di tendenza e questa polarizzazione sociale? In breve è avvenuto che Hong Kong non è più un’isola industriale, commerciale e finanziaria circondata dalla campagna cinese come negli anni ’60-70-80, e con la crescita della Cina continentale il suo ruolo è stato via via ridimensionato. Le industrie sono state sviluppate nell’entroterra del Guandong e di tutte le altre province costiere e alla città è rimasto più che altro il ruolo di centro finanziario(il che spiega la bolla immobiliare). Il proletariato industriale di un tempo oggi vede dunque il suo futuro fortemente a rischio così com’è la città ora, ipercapitalista e senza la necessaria rete di protezione sociale.

Il che spiega in ultima istanza le ragioni di tale protesta o comunque i settori sociali cui essa guarda e che fanno dell’ostilità a Pechino e al Partito Comunista cinese la loro bandiera. Tale è la ragione per cui si chiede l’elezione diretta, per eleggere un Governatore ostile a Pechino. Altrimenti si cercherebbe un accordo nell’ambito di una rosa di nomi bene o male graditi anche all’ “opposizione”.

Si tratta dunque di “proletariato decaduto” da uno status privilegiato (concesso grazie al liberismo della “polis” in una prima fase) che dunque identifica in Pechino la causa di tutti i suoi mali? Non si tratta solo di questo. In realtà sia Londra (apertamente) che altre forze e gli Usa secondo Pechino, stanno utilizzando questi due movimenti per crearle un problema interferendo negli affari interni, aggiungiamo noi – nell’ambito della terza guerra mondiale non dichiarata e della lotta per l’egemonia mondiale in corso dell’Occidente contro Cina e Russia.

Inoltre nella stessa Hong Kong è in corso un forte braccio di ferro tra attivisti pro-democrazia  e pro-Pechino, sia in maniera indiretta, sia grazie a dei propri bracci politici. Dopo che lo scorso giugno il governo centrale cinese ha pubblicato un libro bianco, che dopo 17 anni chiarisce lo status di Hong Kong affermando che la regione speciale non gode di una piena autonomia o di un governo decentralizzato, ma solo di condurre gli affari locali nei limiti stabiliti dal governo centrale. Nei mesi precedenti c’era stata anche una forte stretta sulla stampa a chiarire che i limiti di cui la regione aveva goduto in passato si stavano assottigliando . Gli attivisti pro democrazia hanno risposto addirittura convocando un referendum consultivo non riconosciuto dalle autorità per decidere tra tre proposte di elezione del governatore che tuttavia avevano come base comune l’elezione diretta senza filtri. Come se non avessero capito nulla di quanto sta avvenendo nel medio periodo in termini di integrazione con Pechino e di dove sta tirando il vento. In questi 17 anni troppi ad Hong Kong hanno sperato di mantenere lo stesso modello indefinitamente mentre Pechino ha dettato dei tempi molto chiari sull’integrazione da qui al 2047. Qualcuno pensava che nel frattempo la Cina sarebbe diventata come Hong Kong e avrebbe istituito una democrazia pluripartitica occidentale e restaurato il capitalismo eliminando le aziende pubbliche, di stato, cooperative, ecc… e che quindi il problema non si sarebbe posto. Ora è invece evidente che è Hong Kong che è destinata ad essere assorbita(vedi le leggi sul salario minimo) e che il capitalismo nella città ha raggiunto il suo limite, e sta fallendo nel creare ulteriore sviluppo ed evitare la polarizzazione sociale. Un ulteriore sviluppo della città non potrà che avvenire espandendo la rete sociale e integrandosi ulteriormente con Pechino e il suo sistema economico che è molto diverso da quello di Hong Kong. Ma questo la popolazione di Hong Kong, così come la sua classe dirigente, fino ad ora non l’ha capito o non lo ha messo in conto come uno dei possibili scenari.

Tuttavia, sul piano tattico, il fatto che in questi anni il Pcc abbia trovato un accordo con quel pugno di capitalisti che possiede un potere enorme nella città e che abbia concesso loro il “business as usual”in cambio dell’appoggio alle politiche del governo centrale, fa sì che paradossalmente la borghesia locale sia a favore di Pechino e osteggi il movimento pro democrazia, cosa che è garanzia nel lungo periodo del fatto che le elezioni si faranno e si faranno come ha deciso Pechino. Qualunque accelerazione verso il confronto diretto sul piano militare da parte di questo movimento in stile Tian An Men verrà stroncata dalla forze locali e se non fosse sufficiente direttamente dall’Esercito Popolare di Liberazione. Il fatto che la Cina abbia già detto all’Occidente di non immischiarsi è un chiaro avvertimento di quello che potrebbe succedere.

La fase due dell’integrazione di Hong Kong prosegue, dunque. In mandarino Hong Kong si pronuncia Xiang Gang, che vuol dire la stessa cosa, ovvero “porto profumato”. Il nome con cui la conosciamo oggi è frutto di un’errata romanizzazione del termine cantonese “heung gong” che ha lo stesso significato. Come al solito nei sistemi capitalisti, in questo caso Hong Kong, dove regna l’anarchia della produzione, non si sa nemmeno cosa succederà domani. I cinesi invece hanno già pianificato tutto fino al 2047 e stanno semplicemente dispiegando il loro piano.

C’è un proverbio cinese che dice che se il vecchio non se ne va il nuovo non può venire.

Bisognerà capire se chi si oppone al cambiamento e all’integrazione è anche disposto a pagare un prezzo altissimo per ottenere alla fine solo una sconfitta o accetterà di buon grado un’integrazione maggiore che gradualmente risolverà gli attuali problemi e migliorerà la situazione sociale come sta avvenendo nel resto della Cina. Addio Hong Kong, benvenuta Xiang Gang.

 

ISIS e Stati Uniti: La propaganda delle decapitazioni da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – linguaggio e comunicazione – 30-09-14 – n. 513


James Petras | petras.lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

26/09/2014

Introduzione: Per superare la massiccia opposizione pubblica statunitense e mondiale a nuove guerre in Medio Oriente, Obama si è affidato ai raccapriccianti video su internet della macellazione di due ostaggi americani, i giornalisti James Foley e Steve Sotloff, mediante decapitazione. Questi brutali omicidi sono stati il principale strumento di propaganda di Obama per stabilire una nuova agenda di guerra in Medio Oriente: una manna per il suo casus belli!

Questo spiega le minacce del governo USA di procedimento penale contro le famiglie di Foley e Stoloff quando hanno cercato di riscattare i loro figli prigionieri dell’ISIS.

Con i mass media americani che mostravano ripetutamente le teste mozzate di questi due uomini indifesi, l’indignazione pubblica e il disgusto hanno suscitato appelli ad un coinvolgimento militare Usa per fermare il terrore. Leader politici Usa e dell’UE hanno presentato le decapitazioni di ostaggi occidentali da parte del cosiddetto Stato islamico (ISIS) come una minaccia diretta e mortale per la sicurezza dei civili negli Stati Uniti e in Europa. L’immaginario evocato è stato quello di terroristi senza volto vestiti di nero, armati fino ai denti, che invadevano l’Europa e gli Stati Uniti e che giustiziavano famiglie innocenti, imploranti salvezza e pietà.

Il problema con questo schema di propaganda non è la malvagità e i crimini brutali compiuti dall’ISIS, ma il fatto che il più stretto alleato di Obama nella sua settima guerra in sei anni è l’Arabia Saudita, un regno ripugnante che decapita abitualmente i suoi prigionieri in pubblico senza alcun processo giudiziario riconoscibile come equo secondo gli standard civili: a meno che “confessioni” ottenute sotto tortura non siano adesso una norma occidentale. Nel mese di agosto 2014, quando l’ISIS ha decapitato due prigionieri americani, Riyadh decapitava quattordici prigionieri. Dall’inizio dell’anno, la monarchia saudita ha staccato la testa dal collo a 46 prigionieri e ha mozzato braccia e membra a molti altri. Durante la recente visita di Obama e Kerry in Arabia Saudita, orrende decapitazioni sono state mostrate pubblicamente. Queste atrocità non hanno offuscato il luminoso sorriso sul volto di Barak Obama mentre passeggiava con i suoi gioviali carnefici reali sauditi, in netto contrasto col volto severo e arrabbiato del presidente degli Stati Uniti mentre presentava l’uccisione dei due americani da parte dell’ISIS come pretesto per bombardare la Siria.

I mass media occidentali tacciono di fronte alla pratica comune nel regno saudita della decapitazione pubblica. Non una tra le principali reti d’informazione, la BBC, il Financial Times, il New York Times, il Washington Post, NBC, CBS e NPR, ha messo in discussione l’autorità morale di un presidente degli Stati Uniti che si pronunzia nella condanna selettiva dell’ISIS mentre ignora le decapitazioni e le amputazioni ufficiali dello stato saudita.

Decapitazione e smembramento: con le spade e con i droni

I video su internet dell’ISIS che mostrano desolati prigionieri occidentali vestiti di arancione e le loro teste mozze hanno evocato un diffuso sgomento e paura. Viene ripetutamente detto: “L’ISIS ci sta venendo a prendere!” Ma le azioni criminali dell’ISIS contro ostaggi indifesi sono pubblicamente accessibili. Non possiamo dire lo stesso per le decapitazioni e gli smembramenti delle centinaia di vittime degli attacchi dei droni statunitensi. Quando un drone spara i suoi missili su una casa, una scuola, su un bacchetto di matrimonio o un veicolo, i corpi delle persone vengono smembrati, dissolti, decapitati e bruciati rendendoli irriconoscibili: tutto tramite telecomando. La carneficina non viene videoregistrata o diffusa per il consumo di massa da sua eccellenza Obama. In effetti, le morti di civili, anche se riconosciute, sono derubricate a “danno collaterale” mentre i resti vaporizzati di uomini, donne e bambini vengono descritti dalle truppe americane come “schiuma rosa”.

Se la brutale decapitazione e lo smembramento di civili innocenti è un crimine capitale che dovrebbe essere punito, come credo che sia, allora sia l’ISIS che il regime di Obama e i suoi leader alleati dovrebbero andare davanti ad un tribunale popolare per crimini di guerra nei paesi in cui si sono verificati i crimini.

Ci sono buone ragioni per considerare lo stretto rapporto di Washington con i reali sauditi tagliatori di teste, come parte di un’alleanza molto più ampia con spaventose brutalità. Per decenni, le agenzie anti-droga e le banche Usa hanno lavorato a stretto contatto con i criminali cartelli della droga in Messico sorvolando sulle loro famigerate pratiche di decapitare, smembrare ed esibire le loro vittime, fossero esse civili locali, giornalisti coraggiosi, poliziotti catturati o migranti in fuga dal terrore del Centro-America. I famigerati Zetas e i Cavalieri Templari si sono introdotti nei più alti livelli dei governi federali e locali messicani, trasformando i funzionari statali e delle istituzioni in clienti sottomessi e obbedienti. Oltre 100.000 messicani hanno perso la vita a causa di questo “Stato nello Stato”, un “ISIS” in Messico, solo “a sud del confine”. E proprio come l’ISIS in Medio Oriente, i cartelli ottengono le loro armi dagli Usa importandole proprio attraverso i confini del Texas e dell’Arizona. Nonostante questo raccapricciante terrore sul versante sud degli Usa, le principali banche del paese, tra cui Bank of America, Citibank, Wells Fargo e molte altre hanno riciclato miliardi di dollari di profitti della droga per i cartelli. Ad esempio, la scoperta di 49 corpi decapitati collettivamente nel maggio 2014 non ha spinto Washington a formare una coalizione mondiale per bombardare il Messico, né l’ha indotto ad arrestare i banchieri di Wall Street per aver riciclato il “sanguinoso bottino dei tagliatori di teste”.

Conclusione

L’isterica e quanto mai selettiva rappresentazione dei crimini dell’ISIS fatta da Obama costituisce il pretesto per lanciare un’altra guerra contro un paese a maggioranza musulmana, la Siria, tenendo al riparo il suo stretto alleato, il real tagliatore di teste saudita dallo sdegno dell’opinione pubblica Usa. I crimini dell’ISIS sono diventati un’altra scusa per lanciare una campagna di “decapitazione di massa con droni e bombardieri”. La propaganda contro un crimine ai danni dell’umanità diventa la base per perpetrare crimini contro l’umanità ancora più gravi. Molte centinaia di civili innocenti in Siria e in Iraq saranno smembrati dalle bombe “antiterrorismo” e dai droni sguinzagliati da un’altra delle “coalizioni” di Obama.

La ferocia localizzata dell’ISIS sarà moltiplicata, amplificata e diffusa dalla “coalizione dei volenterosi decapitatori” diretta dagli Usa. Al terrore dei tagliatori di teste incappucciati sul terreno si risponderà con il moltiplicato terrore aereo delle controparti senza volto, mentre si nascondono con cura le teste che rotolano sulle pubbliche piazze di Riyadh o i corpi senza testa esposti lungo le strade del Messico… e soprattutto ignorando le vittime nascoste dell’aggressione statunitense-saudita nelle città e nei villaggi della Siria.

 

L’inasprimento dei contrasti interni dei paesi belligeranti da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 25-09-14 – n. 513


Accademia delle Scienze dell’URSS | Storia universale vol. VII, Teti Editore, Milano, 1975

Capitolo XXVII – [Parte prima] Parte seconda

2. Paesi coloniali e dipendenti

L’inasprirsi delle contraddizioni fra le colonie e le metropoli

Durante la guerra mondiale crebbe notevolmente l’importanza delle colonie e dei paesi dipendenti in qualità di retrovie dell’imperialismo. Le risorse umane e materiali dei paesi coloniali e dipendenti furono sfruttate da ambedue le coalizioni degli stati imperialistici, e in particolar modo dai paesi dell’Intesa. Notevole fu anche l’apporto delle “truppe di colore” alle operazioni militari in Europa: la Francia mobilitò nelle sue colonie circa 1 milione e 400 mila soldati, l’Inghilterra più di 4 milioni 500 mila. Su alcuni fronti la massa principale delle truppe era formata da soldati delle colonie.

A queste forze direttamente impegnate sui fronti di guerra vanno aggiunti alcuni milioni di indigeni dei paesi coloniali adibiti ai più svariati lavori sul fronte e nelle retrovie. In Egitto, la cui popolazione a quell’epoca superava di poco i 10 milioni di abitanti, vennero mobilitati nei cosiddetti “corpi di lavoro e dei cammellieri” 1 milione e mezzo di uomini. Un ufficiale inglese, che al tempo della guerra prestava servizio in Egitto, scriveva: “I contadini che arrivavano nei bazar venivano arrestati e inviati ai più vicini centri di mobilitazione. Quelli che fuggivano venivano catturati nei villaggi periferici e inviati sotto scotta alle caserme”.

Una parte rilevante dell’enorme quantità di equipaggiamenti, di derrate, di vestiario, di svariate materie prime richieste dalla guerra proveniva dalle colonie e dai paesi dipendenti. L’India venne trasformata in una base di rifornimento dell’esercito inglese per le vettovaglie e l’equipaggiamento; le colonie inglesi in Asia e in Africa rifornivano di materie prime i più importanti rami dell’economia nazionale della Gran Bretagna (metallurgia, industria dei macchinari eccetera).

In Francia s’importavano dalle colonie materie prime strategiche, che difettavano nel sottosuolo francese: le colonie del Nordafrica e la Nuova Caledonia inviavano minerali di ferro e di metalli non ferrosi, fosforiti e vettovaglie; l’Africa occidentale ed equatoriale e l’Indocina fornivano generi alimentari e materie prime per l’industria leggera; il Madagascar generi alimentari e grafite.

L’Inghilterra riceveva ogni anno dalle sue colonie, senza copertura di corrispondenti esportazioni, merci diverse per 140 milioni di sterline, contro i 12 milioni dell’anteguerra. Durante la guerra la Francia ricavò dalle sue colonie (esclusa l’Africa del nord) 2 milioni e 500 mila t. di materie prime e di vettovaglie.

Gli stati colonialisti scaricavano una notevole parte del gravame finanziario della guerra sulle colonie, mediante l’aumento delle tasse di ogni genere e delle esazioni. L’India, ad esempio, oltre alle tasse comuni e straordinarie, venne obbligata ad “offrire un dono” speciale all’Inghilterra del valore di 100 milioni di sterline. La Francia collocò nelle proprie colonie prestiti obbligatori per la somma di 1.113 milioni di franchi.

La guerra apportò un grave danno all’economia agricola delle colonie e dei paesi dipendenti. Alla fine della guerra nella maggioranza di essi si erano ridotti nettamente la superficie seminata ed il numero dei capi di bestiame. In alcuni paesi i prodotti dell’economia agricola, in seguito alla perdita dei precedenti sbocchi di mercato, venivano venduti sotto prezzo. Nelle colonie africane e in altri possedimenti i colonialisti inasprirono l’impiego del lavoro coatto. Sfruttati e crudelmente oppressi, decine di milioni di persone in Asia e in Africa, perirono per la fame e le malattie.

Seri spostamenti avvennero anche nella situazione economica di tutto il mondo coloniale, poiché vennero danneggiati i legami commerciali che si erano formati prima della guerra. Essendosi ridotta l’importazione di manufatti industriali dai paesi colonialisti, le colonie ed i paesi dipendenti ebbero la passibilità d’impiantare fabbriche per la produzione di molte merci che prima importavano dall’estero, con la conseguenza di uno sviluppo più accelerato del capitalismo nazionale.

In Cina il numero delle fabbriche e degli stabilimenti con più di 30 operai e forniti di motori meccanici aumentò negli anni della guerra di più di due volte. Particolarmente rapido fu lo sviluppo dell’industria tessile e molitoria: crebbe di una volta e mezzo il numero dei cotonifici, raddoppiò il numero dei mulini meccanici e delle fabbriche di fiammiferi appartenenti al capitale cinese. Nelle regioni interne del paese sorsero rami d’industria a domicilio, che rappresentavano forme iniziali di una produzione capitalista. Aumentò anche la produzione di carbone e d’acciaio, benché il volume totale della produzione fosse ancora molto limitato.

In India lo sviluppo più rapido si ebbe nell’industria tessile, ma s’accrebbe anche il potenziale dell’industria pesante, con l’ampliamento degli stabilimenti “Tata” per la lavorazione dei metalli e delle fabbriche della “Compagnia bengalese del ferro e dell’acciaio”, e con la costruzione di nuove imprese metallurgiche.

In Corea il capitale nazionale era quasi completamente assente nelle imprese industriali. I consorzi giapponesi costruirono alcuni stabilimenti metallurgici a Nampo, Norjancin, Sonnim e una ventina circa d’imprese, che producevano equipaggiamento militare.

In generale lo sviluppo capitalistico dei paesi coloniali e dipendenti avvenne anche durante la guerra in modo unilaterale, poiché si svilupparono soprattutto l’industria estrattiva e leggera. Questi paesi rimanevano, come per il passato, appendici agrarie e fonti di materie prime degli stati capitalistici dell’Occidente.

Però lo sviluppo del capitalismo provocò importanti conseguenze sociali: in Cina il numero degli operai industriali aumentò durante la guerra più di due volte, raggiungendo circa i 2 milioni e mezzo; altri 8-12 milioni di operai erano occupati nelle imprese di tipo artigiano e manifatturiero. Il numero degli operai dell’industria in India, includendo i ferrovieri, i lavoratori dei trasporti fluviali ed i minatori, raggiungeva alla fine della guerra i 2,5-2,6 milioni circa.

Il proletariato diveniva sempre più cosciente dei suoi interessi di classe e della necessità di creare proprie organizzazioni.
Nei paesi dell’Oriente maggiormente sviluppati sul piano industriale il proletariato divenne, alla fine della guerra, un’importante forza sociale. La guerra, che aveva rovinato i contadini dei paesi coloniali e dipendenti, aveva però causato indirettamente l’avvio a un’attiva partecipazione delle masse di molti milioni di contadini al movimento di liberazione nazionale.

Con lo sviluppo del capitalismo nazionale si rafforzò anche la borghesia dei paesi coloniali e dipendenti, che era adesso sempre più insofferente dell’oppressione straniera ed aspirava al potere.
La guerra aveva inasprito le contraddizioni tra la borghesia nazionale dei paesi coloniali ed il capitale monopolistico delle nazioni coloniali.

I milioni di soldati delle colonie arruolati dagli imperialisti nei loro eserciti avevano conosciuto paesi stranieri ed allargato il loro orizzonte visuale.
“La guerra imperialistica –  diceva V. I. Lenin – aiuterà la rivoluzione. La borghesia ha strappato dalle colonie e dai paesi arretrati i soldati per farli partecipare a questa guerra imperialista. La borghesia inglese ha persuaso i soldati dell’India che la causa dei contadini indù è la difesa della Gran Bretagna dalla Germania, la borghesia francese ha persuaso i soldati delle colonie francesi che la causa dei negri è la difesa della Francia. Essi hanno imparato a maneggiare con abilità le armi. Questa e una conoscenza straordinariamente utile… La guerra imperialista ha attirato i popoli dipendenti nella storia mondiale”. (V. I. Lenin: Secondo congresso dell’Internazionale comunista, 19 Iuglio-7 agosto 1920)

La Turchia

Dopo la sua entrata in guerra, la Turchia, da semi-colonia di varie potenze imperialistiche si trasformò di fatto in una colonia dell’imperialismo tedesco. L’esercito turco passò sotto il completo controllo del comando tedesco, con il compito di svolgere i piani strategici da esso approntati nel Vicino Oriente. Inoltre gli imperialisti tedeschi impiegavano i soldati turchi sui fronti europei, dove alla fine del 1916 combattevano sette divisioni turche.

Sotto i1 controllo tedesco passarono i più importanti rami dell’economia e della finanza della Turchia, nonché varie concessioni appartenute prima della guerra ai paesi capitalistici dell’Intesa. La Germania asportava senza riguardi dalla Turchia vettovaglie e materie prime.

I capi dei “Giovani Turchi” sfruttarono la guerra per arricchirsi senza ritegno. A Istanbul sorse un intero quartiere di case nuove, costruite con i redditi della speculazione sullo zucchero, il carbone e perfino i sacchi. Il popolo le chiamava con giusta ironia: “palazzo dello zucchero”, “palazzo del carbone” e “palazzo dei sacchi”.

Limiti estremi raggiunse la politica sciovinista condotta dai turchi nei confronti delle nazionalità oppresse. La popolazione armena della Turchia dovette subire prove particolarmente dure. Nel maggio del 1915 il governo turco promulgò una legge sul trasferimento degli armeni della fascia di frontiera, ma in realtà gli armeni furono scacciati da tutte le regioni dell’Anatolia. Il trasferimento fu accompagnato da pogrom feroci ed uccisioni singole; gli armeni furono privati di tutti i loro beni e perfino delle vettovaglie; un milione di armeni soccombettero per la fame e le malattie.

Nello stesso periodo fu distrutta la metà degli aissori, che vivevano in Turchia. Crudeli furono anche le repressioni contro la popolazione araba. Nel periodo 1915-1916 le autorità turche effettuarono dure rappresaglie sui partecipanti al movimento nazionale in Siria. Centinaia di personalità arabe furono giustiziate o gettate in prigione.

Il movimento di liberazione degli arabi venne utilizzato ai propri fini dalla Gran Bretagna. Dopo aver promesso di creare, dopo la guerra, uno Stato arabo indipendente, essa si accordò con i dirigenti degli arabi per operazioni in comune contro i turchi. Ma si trattò di doppio gioco, perché, mentre i rappresentanti inglesi negoziavano con i capi arabi, veniva firmato un accordo segreto fra la Gran Bretagna e la Francia per la spartizione delle popolazioni arabe e dei possessi asiatici della Turchia. Ignari di questo inganno, gli arabi delle tribù dell’Higiaz attuarono nel 1916 contro il dominio turco un’insurrezione, che si estese poi alla Giordania ed alla Siria.

Lo spadroneggiamento del capitale germanico e la politica antipopolare e avventuristica della cricca dei “Giovani Turchi” provocarono un profondo malcontento tra le larghe masse del popolo turco. Nonostante lo stato d’assedio, a Istanbul e in altre città scoppiarono sommosse per la fame. Non erano rare le uccisioni di soldati ed ufficiali tedeschi.

Incominciando dal 1915, a Istanbul vennero diffusi proclami antitedeschi. Il malcontento abbracciava anche la campagna. Alcuni gruppi del corpo degli ufficiali e singole personalità del partito di governo intendevano prevenire, mediante un colpo di stato, l’azione rivoluzionaria della masse popolari. Vi furono diversi tentativi di un colpo di stato, ma tutti terminarono con un insuccesso. La guerra aveva reso ineluttabile la disgregazione dell’impero ottomano.

La Persia

La trasformazione della Persia in un teatro di operazioni militari e l’intervento delle potenze imperialistiche nei suoi affari interni portarono all’ulteriore asservimento del paese. Già alla vigilia della guerra si era chiaramente rafforzata nella Persia l’attività del capitale tedesco. Nel commercio estero la Germania occupava prima della guerra il terzo posto dopo la Russia zarista e l’Inghilterra. Nelle città persiane agivano numerose filiali delle ditte tedesche. La propaganda tedesca presentava la Germania come amica della Persia e di tutti i musulmani.

Oltre che da alcuni rappresentanti della nobiltà di corte e dell’aristocrazia feudale, l’orientamento filo-tedesco era sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti del partito borghese-feudale dei democratici, perché i suoi leaders, temendo di appoggiarsi al popolo nella loro lotta contro l’oppressione coloniale dell’imperialismo inglese e dello zarismo russo, facevano affidamento sull’aiuto dei tedeschi. Nel dicembre 1914 il Parlamento si espresse per l’appoggio al blocco germano-austro-turco. Molti rappresentanti del partito dei democratici si trasformarono di fatto in agenti dell’imperialismo tedesco.

Alla fine del 1915, sotto la pressione degli ambasciatori russo ed inglese, lo shah sciolse il Parlamento perché troppo germanofilo e congedò il governo. Parte dei deputati del disciolto Parlamento, accompagnati dall’ambasciatore tedesco e dall’addetto turco, si recarono nella città di Kum, dove costituirono un “governo nazionale provvisorio”. In seguito all’attacco delle truppe russe, i membri del governo germanofilo fuggirono a Kermanshah, che era occupata dai turchi, e vi formarono il cosiddetto “governo nazionale”

Negli anni della guerra l’imperialismo inglese rafforzò notevolmente la sua posizione nella Persia. Crebbe l’attività della “Compagnia petrolifera anglo-persiana, che era divenuta un vero e proprio Stato nello Stato. Il corpo dei fucilieri, creato dagli inglesi, si trasformò in un importante strumento per l’asservimento del paese. Dopo la repressione dell’insurrezione delle tribù che erano state istigate da agenti tedeschi, la maggioranza dei capi feudali delle tribù nomadi della Persia meridionale passò al servizio degli inglesi.
Aumentò anche l’influenza della Gran Bretagna sul governo di Teheran. Dall’agosto 1916 il governo persiano fu diretto da una creatura degli inglesi: Wussug ad-Daula.

Le intromissioni degli imperialisti e la miseria crescente che gravava sui lavoratori della Persia provocarono l’aperta sommossa delle masse popolari. Il movimento partigiano dei contadini contro gli imperialisti stranieri abbracciò molte regioni del paese. In alcune regioni si ebbero attacchi armati contro i proprietari fondiari persiani. Il movimento partigiano fu particolarmente forte nel nord della Persia, nella provincia di Gilan, dove, in zone boscose difficilmente accessibili, si formarono dei reparti armati.

Essi erano in gran parte formati da contadini, artigiani, poveri della città, piccola borghesia; ad essi si unirono anche i kurdi che lavoravano come servi presso i proprietari fondiari del Gilan. La guida di questi movimenti era nelle mani dei rappresentanti della borghesia e dei piccoli proprietari, il cui leader era Mirzačec Ku Khan. I partigiani godevano del largo appoggio della popolazione e nonostante i tentativi del governo dello shah e delle truppe dello zar, non si riuscì a liquidare i loro reparti.

Dalla fine del 1916 il movimento antimperialista si rafforzò. In molte città e villaggi furono affissi manifesti, che invitavano alla lotta contro gli occupanti. Gli autori degli appelli invitavano a saccheggiare le proprietà dei feudatari, che si erano venduti ai conquistatori stranieri e ad uccidere i traditori della patria, i khan ed i pubblici funzionari.

Dopo la rivoluzione borghese democratica di febbraio in Russia, una grande influenza fu esercitata sui patrioti persiani dall’esempio dei soldati rivoluzionari russi. I comitati dei soldati ed i soviet, formati dalle truppe russe che si trovavano in Persia, stabilirono collegamenti con la popolazione locale. A Kerman-shah (ripresa a quel tempo alle truppe turcotedesche) venne creato un comitato unitario dei deputati dei soldati russi e di rivoluzionari persiani.

A Gilan i soldati rivoluzionari russi fraternizzavano con i partigiani. Nelle città dell’Azerbaigian persiano avvennero azioni unitarie di soldati russi e di democratici locali. Il 1° maggio 1917 a Tabriz ebbe luogo una dimostrazione di soldati russi e della popolazione locale. Il 2 giugno i soldati russi parteciparono alla manifestazione in memoria degli eroi della rivoluzione persiana del 1905-1911.

In modo particolarmente evidente si ravvivò nel 1917 il movimento democratico nell’Azerbaigian persiano, dove intensificarono la loro azione le organizzazioni locali del partito democratico, dirette da Mohammed Chiabani. La conferenza delle organizzazioni azerbaigiane del partito democratico, tenuta alla fine di agosto, stabilì di creare il partito democratico dell’Azerbaigian persiano; la conferenza inviò i suoi saluti alla rivoluzione russa e ai bolscevichi.

La Cina

Dopo la sconfitta della rivoluzione Sinhai in Cina si affermò la dittatura militare di Yuan Shih-kai, che si appoggiava sugli imperialisti stranieri, sui proprietari fondiari, sui compradores, sui generali militaristi e la classe dei funzionari. All’inizio del 1914 il presidente Yuan Shih-kai sciolse il Parlamento, chiuse tutti i giornali di opposizione e proibì molte società politiche. Il 1° maggio 1914 venne pubblicata una nuova costituzione, che concedeva poteri dittatoriali al presidente.

Con l’inizio della guerra mondiale si verificarono mutamenti nella posizione delle diverse potenze imperialistiche in Cina. Il Giappone si annetté i territori “affittati” alla Germania nello Shantung, l’Inghilterra, la Francia e la Russia erano distolte dalle operazioni militari in Europa e la lotta per la Cina fu temporaneamente accantonata.

Il grande attacco alla Cina venne portato dal Giappone e dagli, USA. La lotta nippo-americana per la Cina, che si era intensificata negli anni della guerra, esercitò una decisiva influenza sulla situazione politica del paese. Il 18 gennaio 1915 il Giappone presentò alla Cina ventun richieste che si suddividevano in cinque gruppi; i primi quattro chiedevano la cessione al Giappone dei “diritti” tedeschi nello Shantung e l’instaurazione di un completo controllo giapponese sopra questa provincia, l’ampliamento ed il rafforzamento del controllo giapponese sulla parte meridionale della provincia nord-orientale della Cina e sulla parte orientale della Mongolia interna.

Venne pure avanzata la richiesta del trasferimento sotto il controllo giapponese e della trasformazione in imprese “miste” nippo-cinesi delle imprese appartenenti al capitale cinese e dell’unico complesso metallurgico esistente allora in Cina di Han-yeh-p’ing, che riuniva le miniere, gli stabilimenti e le ferriere lungo il corso inferiore del fiume Yangtze.

In base al quinto gruppo delle richieste il governo cinese avrebbe dovuto impegnarsi a invitare consiglieri giapponesi per la riorganizzazione dell’esercito, delle finanze, dell’amministrazione politica del paese ed acquistare in Giappone non meno del 50 % dell’armamento necessario, consentendo inoltre ai giapponesi l’organizzazione di una polizia nippo-cinese nei punti più importanti del paese; la Cina doveva poi rivolgersi esclusivamente al capitale giapponese per lo sfruttamento delle miniere, la costruzione di strade, porti, docks eccetera nella provincia del Fukien.

Il Giappone esigeva inoltre varie concessioni per la costruzione di ferrovie in tutta la Cina.
Dovendo tener conto della minaccia d’interventi patriottici antigiapponesi del popolo cinese e dell’atteggiamento ostile della Russia, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti verso le sue pretese, il governo giapponese accantonò poco dopo il quinto gruppo delle sue richieste (esclusi i punti riguardanti il Fukien) dicendo che “sarebbero stati discussi in futuro”.
Il 9 maggio 1915 il governo di Yuan Shih-kai dichiarò di accettare la maggior parte delle richieste giapponesi.
Questa data entrò nella storia della Cina come “Il giorno della vergogna nazionale”.

Il movimento di protesta contro l’aggressione giapponese si rafforzò. L’indignazione del popolo trovò la sua espressione in tempestose assemblee e in decisi interventi di molti giornali cinesi. Il popolo boicottò le merci giapponesi e la loro esportazione in Cina si ridusse di oltre due volte.

Il governo di Yuan Shih-kai, estremamente allarmato dal corso degli avvenimenti, cercò con tutti i mezzi. di soffocare il movimento democratico. Politicamente ambizioso e venale, Yuan Shih-kai fantasticava di diventare un nuovo imperatore e i suoi piani monarchici ottenevano l’attivo appoggio della diplomazia americana. Uno dei principali ispiratori di questi piani era il consigliere di Yuan Shih-kai per le questioni costituzionali il professore americano F. Goodnow. Nel luglio del 1915 Goodnow pubblicò un memorandum sulle questioni riguardanti l’assetto statale della Cina, nel quale venivano esageratamente esaltati i “vantaggi” del sistema monarchico.

L’ambasciatore americano in Cina P. S. Reinsch ricevette l’ordine del suo governo di riconoscere il regime monarchico, in Cina. appena questo venisse creato. Per la guida del movimento monarchico i reazionari estremisti fondarono il “Comitato per l’insediamento della pace”. I governatori generali, secondo il suggerimento di Yuan Shih-kai inviarono nella capitale petizioni con la richiesta della restaurazione della monarchia. Nelle province furono organizzate assemblee dei “rappresentanti della popolazione” che “pregavano” Yuan Shih-kai di proclamarsi imperatore.
Nel dicembre egli “ascoltò queste preghiere” e dette il consenso ufficiale per diventare imperatore della Cina.

Le notizie sull’instaurazione della monarchia provocarono lo sdegno del paese. Agitazioni spontanee scoppiarono nell’Hunan, Hopei, Szechwan; a Shanghai si sollevarono i marinai di una nave da guerra; s’intensificò l’attività dei partigiani di Sun Yat-sen. In questa circostanza molti rappresentanti del campo governativo preferirono separarsi da Yuan Shih-kai.

Le province del sud dettero inizio alla “terza rivoluzione”, diretta contro l’instaurazione della monarchia. Il 25 dicembre 1915 il governatore e comandante delle truppe della provincia dello Yunnan proclamò la sua indipendenza da Pechino. In seguito proclamarono la propria indipendenza le province del Kweichow, del Kwangsi e del Kwantung. Le quattro province meridionali si unirono, formando la Federazione meridionale, con alla testa un consiglio militare.

Nel giugno 1916 tornò in Cina Sun Yat-sen, che invitò a combattere per la repubblica, chiedendo la condanna di Yuan Shih-kai. Quest’ultimo dovette dichiarare ufficialmente di rinunciare alla restaurazione della monarchia, e all’inizio di giugno improvvisamente morì. A suo successore venne nominate il vice-presidente Li Yuan-hung. Tenendo conto dello stato d’animo del paese, egli proclamò la restaurazione della costituzione del 1912.

Il 1° agosto 1916 il Parlamento, che era stato sciolto nel 1914, riprese i lavori. Il nuovo governo venne formalmente riconosciuto da tutti. Il consiglio militare della Cina meridionale decise il proprio scioglimento. Questi fatti però non portarono alla riunificazione del paese.

Gli imperialisti stranieri, i proprietari terrieri cinesi, i compradores sostenevano le diverse cricche militariste, vedendo in esse un appoggio contro il crescente movimento democratico delle masse popolari. A Pechino si rafforzava al potere il gruppo dei militaristi del nord, i cui rappresentanti erano il presidente Li Yuan-hung, il nuovo vice-presidente Feng Kuo-chang ed il primo ministro Tuan Ch’i-jui. I militaristi consideravano le istituzioni parlamentari come un docile strumento della loro dittatura.
Infatti il governatore militare della provincia dello Shantung, intervenendo all’apertura dell’assemblea provinciale locale, dichiarò rivolgendosi ai deputati: “Signori! Voi rassomigliate a degli uccelli, chiusi assieme in una grande gabbia. Se vi comporterete bene e canterete piacevoli canzoni, noi vi alimenteremo, in caso contrario, dovrete sbrigarvela senza cibo”.

La politica delle potenze imperialiste facilitava in Cina il rafforzamento del regime militaristico dei governatori. Il potere reale nelle diverse regioni del paese era passato alle cricche dei generali, che avevano eserciti propri, emettevano valuta, raccoglievano a proprio vantaggio numerose tasse dalla popolazione. Le cricche militariste si univano in alleanze e si facevano guerra tra di loro. Per un lungo periodo il predominio dei militaristi e le guerre intestine furono alla base della vita politica della Cina.

In breve riprese la lotta delle province meridionali contro Pechino. Molti militaristi del sud erano legati al Giappone e all’Inghilterra; nel sud, però, era forte anche il movimento democratico e proseguivano le azioni spontanee dei contadini. Largo seguito incontrava il movimento di Sun Yat-sen. I militaristi delle province meridionali dovettero fare i conti con questo movimento democratico, che dichiarava di voler difendere i diritti del Parlamento e di essere contrario alla revisione della costituzione del 1912.

Si acutizzavano anche le divergenze all’interno della cricca militarista del nord come riflesso alle contraddizioni nippo-americane che andavano rafforzandosi. Un’acuta lotta politica si sviluppò attorno alla questione dell’intervento della Cina nella guerra contro il blocco tedesco.

Gli imperialisti consideravano la partecipazione della Cina nella guerra come un mezzo per meglio asservire il paese e come un motivo per la concessione alla Cina di nuovi prestiti gravosi e per la conclusione di accordi militari su basi per essi vantaggiose. La reazione cinese (proprietari fondiari, compradores, militaristi) contava di esercitare rappresaglie sul movimento democratico con l’aiuto delle leggi eccezionali del tempo di guerra e di rafforzare la propria dittatura.

Il Giappone, all’inizio della guerra, temendo che l’unione della Cina all’Intesa frapponesse ostacoli alla sua occupazione dello Shantung, all’inizio era stato contrario all’intervento in guerra della Cina. Nel 1915 però, dopo essersi assicurato il consenso delle potenze dell’Intesa per trasferirsi i diritti tedeschi nello Shantung, mutò la sua posizione, perchè ora l’intervento della Cina in guerra prometteva di dargli nuove possibilità di rafforzare la sua influenza.

A loro volta gli Stati Uniti premevano perché la Cina entrasse in guerra sotto il controllo e la guide americana. Il 14 marzo 1917 il governo di Tuan Ch’ijui ruppe i rapporti diplomatici con la Germania. Ma l’intervento della Cina in guerra era particolarmente impopolare nel paese, soprattutto nelle province meridionali, e contro di esso prese posizione risolutamente Sun Yat-sen, dichiarando che l’unica guerra necessaria per la Cina sarebbe stata quella per la restaurazione dell’unità nazionale.
Il movimento popolare di protesta si manifestò anche nell’atteggiamento dei deputati al Parlamento, che il 10 maggio rigettò la proposta del governo di dichiarare guerra alla Germania. Tuan Ch’i-jui dovette dare le dimissioni.

La situazione politica diveniva sempre più tesa: i militaristi del nord chiedevano lo scioglimento del Parlamento. La lotta fra i seguaci di Tuan Ch’i-jui e Li Yuan-hung si acutizzava. Il monarchico governatore della provincia di Anhwei, generale Chang Hsün, invitato a Pechino in qualità di arbitro, decise di approfittare dell’occasione e alla testa di 5 mila uomini entrò a Pechino e chiese lo scioglimento del Parlamento.

Il 12 luglio Li Yuan-hung congedò il Parlamento. Il 1° luglio Chang Hsün, nel palazzo imperiale, proclamò imperatore P’u-i, l’ultimo rampollo della dinastia dei Manciù. La nuova avventura monarchica naufragò rapidamente. Il secondo “impero” di P’u-i durò solo dodici giorni.

Essendosi convinto che l’avventura di Chang Hsün provocava un generale malcontento nel paese, Tuan Ch’i-jui mosse le proprie truppe su Pechino e con il pretesto della “difesa della repubblica” ritornò al potere. Li Yuan-hung rinunciò al posto di presidente della repubblica e presidente divenne Feng Kuo-chang. Il 14 agosto 1917 Tuan Ch’i-jui dichiarò guerra alla Germania e inviò 130 mila uomini per lavori nelle retrovie della Francia e della Persia.

Sulle navi inglesi facevano servizio numerosi marinai cinesi e molti di essi perirono a seguito degli attacchi dei sottomarini germanici. Le autorità cinesi allestirono un corpo di spedizione di 100 mila uomini. La somma totale delle perdite materiali della Cina a causa della guerra superò i 220 milioni di dollari cinesi. La lotta intestina delle cricche militariste costò al popolo ulteriori sacrifici e sofferenze. In varie province i militaristi effettuavano l’esazione delle tasse con molti anni di anticipo, suscitando un grave malcontento fra i più larghi strati della popolazione cinese e preparando il terreno per l’ascesa del movimento rivoluzionario.

In molte province, particolarmente nel sud non cessavano le sommosse contadine. Con l’aumento numerico della classe operaia si ebbero i primi movimenti proletari, sebbene ancora a carattere spontaneo e non organizzato. Nel 1915 vi fu un grosso sciopero nelle miniere di carbone dell’Anshan, che fu schiacciato solo con l’intervento delle truppe: uno dei suoi dirigenti, un minatore, fu giustiziato. Nel 1916 si verificarono diciassette scioperi, nel 1917 ventuno.

Alcuni scioperi avevano un carattere apertamente antimperialista. Così, quando nel 1916 gli imperialisti francesi tentarono di unire al territorio della loro concessione a Tientsin un nuovo quartiere, gli operai del settore francese attuarono uno sciopero generale, che obbligò i francesi, che già si erano assicurati il consenso di Pechino, a rinunciare alle proprie intenzioni.

La guerra accelerò la formazione di quelle forze sociali che si levarono in lotta contro l’imperialismo e la reazione feudale. Il movimento fu particolarmente vivace fra gli intellettuali. Alla fine del 1915 i suoi rappresentanti d’avanguardia iniziarono il “Movimento per la nuova cultura”, contro i costumi e le abitudini feudali.

Sotto l’influenza della borghesia nazionale che si stava rafforzando, ed anche tenendo conto della crescita del movimento democratico nel paese, i governatori delle province meridionali invitarono nel settembre 1917 Sun Yat-sen a Canton, dove egli divenne capo del governo.

Il sud rimase diviso dal nord per lungo tempo. Sun Yat-sen proclamò che lo scopo del nuovo governo era la lotta per la difesa della costituzione repubblicana. Però il governo diretto da Sun Yat-sen a Canton non era autenticamente democratico.
A quell’epoca Sun Yat-sen non aveva ancora robusti legami con le masse e nel governo il ruolo principale era esercitato dai militaristi del sud, che limitavano in ogni modo i suoi provvedimenti progressisti.

L’India

Dall’inizio della guerra il governo britannico aveva proclamato l’India paese belligerante, con l’appoggio dei proprietari e della borghesia indiani. La guerra prometteva loro non pochi vantaggi materiali e inoltre, sostenendo gli sforzi militari dell’impero britannico, le classi possidenti indiane calcolavano di ricevere dall’Inghilterra determinate concessioni politiche ed economiche.

La guerra portò invece innumerevoli calamità e sofferenze alle masse popolari: la condizione, già di per sé straordinariamente grave, degli operai indiani peggiorò nettamente. La retribuzione reale si ridusse, fu portato fino agli estremi limiti il sovraffollamento nelle abitazioni, mentre le condizioni antigieniche causavano tra le masse operaie malattie epidemiche.

I colonialisti britannici imposero un nuovo duro peso ai contadini indiani, fissando prezzi irrisori per il grano e le derrate. La maggioranza dei contadini andava in rovina, la coltivazione della terra peggiorava continuamente, i raccolti si riducevano. Il malcontento crebbe particolarmente dopo che ritornarono in India i soldati feriti e mutilati. La situazione politica divenne così estremamente tesa.

Nel 1915 le autorità coloniali britanniche misero in vigore la “legge sulla difesa dell’India” che concedeva poteri illimitati alla polizia. Nonostante lo stato di guerra, nel 1915-1916 si verificarono parecchie azioni del proletariato e dei contadini. Le organizzazioni terroristiche piccolo-borghesi tentarono di suscitare una rivolta armata. Nel Pangiab operava l’organizzazione rivoluzionaria clandestina del partito “Gadr”. Sempre più spesso si verificavano ammutinamenti di soldati, come quando nel 1916 a Singapore si ribellò una brigata di truppe indiane. Le agitazioni abbracciarono reparti sikhs nel Pangiab.

La borghesia nazionale indiana, che si era rafforzata economicamente, aspirava a consolidarsi politicamente attraverso il suo partito del Congresso Nazionale Indiano. Nel 1916 Tilak ed i suoi seguaci rientrarono nel partito del Congresso. Nel 1916 a Lakhnau si riunirono contemporaneamente le assemblee del Congresso e della Lega musulmana.

Pur tenendo sedute separate, ambedue i congressi avanzarono uguali richieste: la concessione immediata all’India di una larga autonomia, l’ammissione degli indiani a posti di responsabilità nell’esercito, l’autonomia doganale ed il controllo sopra le finanze. Per la popolarizzazione di questo programma, su iniziativa di Tilak, venne creata la “Lega dell’autonomia indiana”.

Nello stesso tempo in India divennero popolari le idee di Mohandas Karamchand Gandhi, il quale era divenuto noto per la sua attività nel Sudafrica, dove aveva attivamente difeso gli interessi degli emigranti indiani. Nel Sudafrica Gandhi aveva elaborato ed impiegato per la prima volta la sua tattica chiamata della “resistenza passiva”. Come la maggioranza dei membri del congresso, Gandhi stimava necessario sostenere attivamente l’Inghilterra nel suo sforzo militare, ritenendo che grazie a questo l’India avrebbe potuto ottenere l’autonomia.

Al governo inglese era sempre più difficile mantenere la popolazione indiana in soggezione con i vecchi metodi. Nel 1917 esso pubblicò una dichiarazione nella quale veniva promessa all’India una costituzione sul tipo di quella dei dominions britannici. Tuttavia queste manovre non potevano indurre il popolo indiano a rassegnarsi al dominio imperialista britannico. L’epoca in cui i colonialisti si sentivano forti era ormai passata. Il movimento di liberazione nazionale divenne un importante fattore della vita politica indiana.

3. Le “manovre per la pace” delle potenze imperialiste

Le cause della “svolta verso la pace”

Alla fine del 1916 nella politica dei circoli governanti dei paesi belligeranti e neutrali si note una svolta. La borghesia era impaurita dal crescente malcontento e dalle agitazioni delle masse popolari. Le operazioni militari dell’anno non avevano dato un decisivo sopravvento a nessuna delle parti.
Le risorse di entrambi i blocchi si esaurivano: “Strappare, con l’aiuto dell’attuale guerra, ancora più pelle ai buoi del lavoro salariato, forse, non si può più ed è questa una delle più profonde ragioni economiche della svolta ora osservata nella politica mondiale” scriveva allora V. I. Lenin. (V. I. Lenin: “Una svolta nella politica mondiale”.)

Le necessità di finire la guerra il più presto possibile era comune ad ambedue i raggruppamenti, preoccupati dei gravi pericoli di un eccessivo prolungarsi del conflitto. Tuttavia nessuna delle due parti voleva rinunciare ai territori già conquistati all’avversario oppure ai suoi possessi coloniali. Queste erano le basi dei piani della pace imperialistica.

Le prospettive militari nel 1917 erano particolarmente sfavorevoli per le potenze centrali. La Germania aveva perso la sua superiorità tecnica; la conquista della Romania nel tardo autunno del 1916 non aveva mutato in meglio la situazione generale delle potenze centrali. Tuttavia l’occupazione di ampi territori del nemico dava loro la possibilità di condurre una lunga guerra sul territorio dell’avversario. Questo fatto rafforzava le posizioni di quei gruppi sociali dei paesi dell’Intesa che avevano perso la fiducia nella vittoria sulla Germania mediante la forza delle armi ed erano inclini ad una pace “senza vittoria”. La lotta fra i sostenitori di una pace del genere e quelli che intendevano assestare un colpo demolitore alla Germania con la forza delle armi durò per tutta la seconda meta del 1916.

Nell’autunno del 1916 il comando supremo tedesco dovette riconoscere che non si poteva porre termine alla guerra mediante gli attacchi militari degli eserciti di terra. Le grosse navi tedesche erano ferme nei porti. Prima di dare il via a quell’estremo mezzo di lotta (pericoloso per le sue conseguenze politiche per la stessa Germania) che era la guerra sottomarina senza limitazioni, il governo del kaiser tentò di provare un altro mezzo: raggiungere il proprio scopo per mezzo delle “manovre di pace”.

Le “proposte di pace” delle potenize centrali e degli Stati uniti

L'”iniziativa di pace” delle potenze centrali venne ponderata in tutti i suoi dettagli. Il 12 dicembre 1916, sei giorni dopo la presa di Bucarest, il governo tedesco si rivolse a nome proprio e a nome dei suoi alleati ai governi delle potenze nemiche con la proposta di intraprendere negoziati di pace. Il governo tedesco in questa occasione non disse neanche una parola sul futuro destino del Belgio, della Serbia e delle regioni occupate in Francia e in Russia. Esso invece sperava che i negoziati di pace gli avrebbero dato la possibilità di operare una rottura fra le potenze dell’Intesa, di firmare una pace separata con qualcuna di esse e di poter così ottenere la vittoria sopra le altre potenze. La “dichiarazione di pace” della Germania non aveva nulla in comune con autentiche intenzioni di pace.

Anche i governi dell’Intesa rimasero su posizioni imperialistiche e rigettarono la proposta della Quadruplice Alleanza come priva di soluzioni concrete. Nella nota collettiva di risposte del 30 dicembre gli alleati dichiaravano demagogicamente: “La pace è impossibile fino a quando non ci sarà la garanzia del ristabilimento dei diritti e delle libertà violate, il riconoscimento dei principi delle nazionalità e della libera esistenza dei piccoli stati”.

Il 18 dicembre il presidente degli Stati Uniti Wilson che a quell’epoca stava pianificando l’intervento del suo paese in guerra, ma si atteggiava a paciere, si rivolse a tutti i governi belligeranti con la proposta di dichiarare i propri scopi di guerra. Il 23 il Consiglio federale della repubblica svizzera sottoscrisse la stessa proposta. Il 26 il governo svedese appoggiò ufficialmente la proposta di Wilson, e il 29 analoghe dichiarazioni venivano fatte dai governi della Norvegia e della Danimarca.
Il governo tedesco rispose il 26 dicembre a Wilson che esso considerava uno scambio diretto di opinioni il metodo più conveniente per i negoziati e proponeva a questo scopo alle potenze belligeranti d’inviare propri delegati in un paese neutrale per un incontro.

Nella nota collettiva di risposta a Wilson del 12 gennaio 1917 i paesi dell’Intesa per la prima volta concretizzatono le loro “condizioni di pace”, che richiedevano alla Germania di rinunciate all’Alsazia ed alla Lorena, alle terre polacche e allo Schleswig e di evacuare le province russe e francesi. L’Intesa chiedeva inoltre la “riorganizzazione” dell’Europa sulla base del principio di nazionalità, e la spartizione dell’impero ottomano.

” Le frasi pacifiste, le frasi sulla pace democratica, sulla pace senza annessioni e così via – scriveva V. I. Lenin a proposito di questo torrente di proposte di pace – si smascherano in tutta la loro vacuità e falsità, tanto più rapidamente quanto più zelantemente le mettono in circolazione i governi dei paesi capitalistici, pacifisti borghesi e socialisti. La Germania soffoca varie piccole nazioni, tenendole sotto il tallone di ferro con l’assoluta ed evidente decisione di non lasciare la preda se non scambiando parte di essa con enormi possedimenti coloniali, e nasconde la sua premura di concludere immediatamente una pace imperialista con ipocrite frasi pacifiste. L’Inghilterra ed i suoi alleati, che tengono saldamente le colonie tedesche da loro prese, parte della Turchia eccetera, chiamano lotta per una giusta pace il proseguimento all’infinito della carneficina per la conquista di Costantinopoli, l’asservimento della Galizia, la divisione dell’Austria e la rovina della Germania”. (V. I. Lenin: “Agli operai che sostengono la lotta contro la guerre a contro i socialisti che sono passati dalla parte dei loro governi”.)

Ancora prima di aver ricevuto la risposta ufficiale dei governi alleati alla nota tedesca, il comando supremo convinse il kaiser e Bethmann Hollweg a essere d’accordo sulla dichiarazione della guerra sottomarina senza limiti. Così si concluse la manovra “di pace” delle potenze centrali.

La tendenza che si era manifestata verso una svolta della guerra imperialistica in una pace imperialistica trovò la sua espressione in una intensificazione dell’attività diplomatica segreta, diretta da parte della Germania al distacco della Russia dall’Intesa e da parte dell’Intesa al distacco dell’Austria-Ungheria dalla Germania per la conclusione di una pace separata. Il governo zarista, all’insaputa dei suoi alleati, cominciò a cercare la via dell’intesa con la Germania e con l’Austria-Ungheria.

4. La lotta dei bolscevichi per l’unione delle forze di sinistra nel movimento operaio internazionale

La teoria leninista della rivoluzione socialista

La guerra imperialista aveva recato ai lavoratori innumerevoli sciagure a aveva creato in tutti i paesi belligeranti i presupposti di una crisi rivoluzionaria. Davanti a masse di milioni di lavoratori, si poneva con un’acutezza senza precedenti il problema delle vie pratiche per la liberazione dalla schiavitù capitalista. Per tracciare giustamente questa via era necessario non soltanto valutare obiettivamente le condizioni del momento, ma anche abbracciare tutto il quadro dello sviluppo economico, sociale e politico mondiale nei decenni che avevano preceduto la guerra a chiarire i principali risultati e le prospettive di questo sviluppo.

La risoluzione di questo compito, dalle posizioni del marxismo creatore, fu data da V. I. Lenin nella sua opera “L’imperialismo, fase supreme del capitalismo” (1916) ed in altri scritti del periodo della guerra.
Dopo aver studiato un’enorme massa di dati bibliografici Lenin scoprì le radici obiettive ed il legame reciproco dei singoli fenomeni caratteristici dell’inizio del XX secolo, e mostrò che la loro presenza permette di parlare di passaggio del capitalismo al suo stadio supremo ed ultimo. L’esauriente descrizione dell’imperialismo che è contenuta nel lavoro di Lenin rappresenta il punto di partenza per l’analisi dei mutamenti di classe e politici per la valutazione generale dell’imperialismo come capitalismo morente, come vigilia della rivoluzione socialista.

Lenin smascherò gli apologeti, sia aperti che occulti, dell’imperialismo. Egli sottopose ad una critica particolarmente acuta le concezioni di Kautsky, il quale separava la politica aggressiva dell’imperialismo dalla sua base economica – il domino dei monopoli e del capitale finanziario – e seminava illusioni sulla possibilità dell'”ultra imperialismo”, cioè una economia capitalista organizzata su scala mondiale, che non avrebbe conosciuto né guerre né crisi.

Confutando la falsa teoria di Kautsky, mascherata da una fraseologia marxista, Lenin dimostrò che la nuova epoca era caratterizzata dalla violenta acutizzazione di tutte le contraddizioni: quella fra il lavoro ed il capitale, quella fra gli stati imperialisti e l’enorme maggioranza dell’umanità, che era venuta a trovarsi in stato di soggezione coloniale o di asservimento da parte del capitale finanziario, e per finire quella fra le stesse potenze imperialiste nella loro lotta per la spartizione del mondo.

La nuova epoca della storia universale, non solo portava alla rivoluzione il proletariato, ma aveva creato le condizioni oggettive per l’unione, sotto la guida del proletariato, delle più ampie masse dei contadini, della piccola borghesia, dei popoli delle colonie e delle semi-colonie e per la fusione dei movimenti di liberazione nazionale con la lotta generale per l’abbattimento dell’imperialismo.

In precedenza, fino all’epoca dell’imperialismo, i marxisti consideravano che il successo della rivoluzione socialista sarebbe stato assicurato soltanto mediante le azioni contemporanee e vittoriose del proletariato in tutti o nella maggioranza dei paesi capitalisti più sviluppati. Lenin riesaminò questa posizione e, partendo dalla legge dello sviluppo economico e politico ineguale dei singoli paesi, pervenne alla conclusione della passibilità della vittoria iniziale del socialismo in pochi o perfino in un singolo paese, vittoria che non doveva necessariamente verificarsi nel paese capitalista di maggior sviluppo a con una maggioranza proletaria (come ritenevano i dogmatici della II Internazionale).

Lenin partiva dal fatto che l’imperialismo è un sistema mondiale che in presenza dei presupposti generali per il passaggio al socialismo può essere spezzato in quel suo anello che in un dato momento risulta “Il più debole”, cioè là dove le contraddizioni si presentano nel modo più acuto e le forze rivoluzionarie con alla testa il proletariato ed il suo partito marxista siano le meglio preparate per l’assalto al capitalismo.

“Lo sviluppo del capitalismo – scriveva Lenin – avviene in modo estremamente ineguale nei diversi paesi. E non potrebbe essere altrimenti in presenza della produzione mercantile. Da qui l’inconfutabile conclusione: il socialismo non può vincere contemporaneamente in tutti i paesi. Esso vincerà inizialmente in uno od in alcuni paesi, ed i rimanenti rimarranno borghesi o pre-borghesi per un certo periodo di tempo. Questo fatto provocherà non soltanto attriti, ma anche l’aperta tendenza della borghesia degli altri paesi a sbaragliare il proletariato vittorioso dello Stato socialista. In questo caso una guerra da parte nostra sarebbe legittima e giusta”. (V. I. Lenin: “Il programma militare della rivoluzione proletaria”.)

Le opere di Lenin rappresentarono un audace passo nello sviluppo della teoria marxista, che ebbe un enorme significato rivoluzionario. Da allora in avanti il proletariato ed i suoi partiti marxisti ricevettero un nuovo orientamento sull’importantissimo problema del carattere e delle vie della rivoluzione socialista e sulle condizioni della sua vittoria. Definendo le leggi fondamentali della rivoluzione, Lenin tenne conto d’altra parte che esse avrebbero trovato diverse forme concrete per manifestarsi nelle condizioni dei diversi paesi e popoli, in funzione del loro livello economico, dei rapporti delle forze di classe e così via.

Lenin intervenne risolutamente contro le tendenze opportuniste di sinistra, che esaminavano le prospettive dello sviluppo rivoluzionario dalle posizioni dell’ “imperialismo puro”, non prendendo in considerazione la molteplicità di forme del sistema economico della Russia e degli altri paesi ed il ruolo importante delle forme pre-capitaliste nell’economia mondiale eccetera.
Smascherando i tentativi degli sciovinisti di presentare la guerra imperialista come una guerra nazionale, Lenin sottolineava contemporaneamente che nell’epoca dell’imperialismo sono possibili ed inevitabili le guerre di liberazione nazionale, le guerre progressiste contro il domino coloniale, per la trasformazione dei paesi oppressi e soggetti in stati nazionali indipendenti.

L’intensa opera teorica di Lenin servì da base ideologica per la lotta dei bolscevichi e per la stretta unione di tutti gli internazionalisti e degli elementi rivoluzionari nel movimento operaio internazionale.

Le conferenze degli internazionalisti a Zimmerwald e Kiental

Un’importante tappa in questa lotta fu la partecipazione dei bolscevichi alla conferenza socialista internazionale che si tenne nel settembre 1915 a Zimmerwald (in Svizzera) ed alla creazione della cosiddetta “sinistra di Zimmerwald”. Gli organizzatori della conferenza, membri dei partiti socialisti svizzero ed italiano, fecero il possibile per far partecipare ad essa, insieme alle sinistre, anche i kautskyani. Cionondimeno Lenin considerò necessario prendere parte ai suoi lavori, al fine di smascherare nel modo più rapido la politica dei social-sciovinisti e dei centristi ed unire gli elementi rivoluzionari.

In connessione con la preparazione della conferenza, Lenin condusse un grande lavoro per l’instaurazione ed il rafforzamento di legami con le sinistre in Germania, in Italia, Francia, Svizzera, Bulgaria, con la socialdemocrazia polacca e lettone. Lenin informò inoltre le sinistre tedesche sulla preparazione della conferenza e cercò di onenere che vi prendessero parte gli internazionalisti francesi ed i rappresentanti delle sinistre del movimento operaio nei paesi scandinavi.

Nel luglio 1915 Lenin pose i seguenti compiti agli internazionalisti: “Secondo la nostra opinione le sinistre devono intervenire con una dichiarazione ideologica collettiva contenente: 1) la condanna senza condizioni dei socialsciovinisti e degli opportunisti; 2) un programma di azione rivoluzionario; 3) Il rigetto della parola d’ordine della difesa della patria“.
Lenin compilò anche l’abbozzo di tale dichiarazione.

Per l’imminente conferenza vennero preparate traduzioni di vari importanti documenti del partito bolscevico, dal manifesto del Comitato Centrale del Partito Operaio Socialdemocratico Russo sulla guerra alla risoluzione della conferenza di Berna. Un grande significato ebbero le opere scritte da V. I. Lenin nell’estate del 1915, “Il crollo della II Internazionale” ed “Il socialismo e la guerra”, che furono tradotte in lingua tedesca.

Ai lavori della conferenza (che si prolungarono dal 5 all’8 settembre 1915 nel piccolo villaggio svizzero di Zimmerwald) presero parte 38 delegati. Alla sinistra della conferenza appartenevano otto delegati, ma tra di essi una posizione conseguentemente internazionalista fu assunta soltanto dai bolscevichi. La maggioranza centrista rigettò il progetto di risoluzione proposto dall’ala rivoluzionaria. Il manifesto accettato dalla conferenza aveva un’intonazione pacifista, ma alle sinistre riuscì tuttavia di introdurre in esso alcune posizioni proprie del marxismo rivoluzionario, in particolare il riconoscimento della guerra mondiale come imperialista e la condanna del social-sciovinismo.

I bolscevichi ed altri rivoluzionari internazionalisti considerarono conveniente aderire all’unione di Zimmerwald.
“Sarebbe stata una cattiva tattica militare rifiutarsi di marciare insieme col crescente movimento internazionale di protesta contro il social-sciovinismo, a causa del fatto che questo movimento è lento, che esso fa soltanto un passo avanti…” scriveva Lenin. (V. I. Lenin: “Primo passo”.)

Il gruppo di sinistra creato nel corso della conferenza di Zimmerwald, creò un organo di stampa in lingua tedesca, il “Vorboten” (Il precursore).
L’attività dei bolscevichi per un’unione compatta delle forze internazionaliste di sinistra si fece sentire poco tempo dopo nella seconda conferenza internazionale socialista, che si riunì nell’aprile del 1916 a Kiental (Svizzera), dove erano rappresentati i socialisti di dieci paesi: Russia, Polonia, Germania, Austria, Gran Bretagna, Francia, Italia, Serbia, Portogallo e Svizzera.
I rappresentanti degli “stretti” bulgari, che erano stati delegati alla conferenza di Kiental, non furono lasciati entrare in Svizzera dalle autorità austriache e svizzere.
Dei 43 delegati alla conferenza, 12 appartenevano all’ala sinistra zimmerwaldiana, ma su alcune questioni assieme ad essi si schierarono anche molti altri delegati.

La conferenza di Kiental segnò un passo avanti in confronto di quella di Zimmerwald. Essa rese possibile l’ulteriore delimitazione degli opportunisti e dei centristi e la stretta unione degli elementi internazionalisti di sinistra.
Lenin nelle proposte da lui formulate a nome del Comitato Centrale del partito bolscevico, smascherò il pericolo particolare rappresentato dalle ipocrite frasi dei pacifisti. Egli affermava che ammettere la possibilità di una pace senza annessioni né indennità da parte degli stati imperialisti significava in pratica ingannare le masse popolari, nascondere loro che una pace autenticamente democratica era impossibile senza lotta di classe e senza un’azione rivoluzionaria.

Dopo la conferenza di Kiental apparve chiaro che i centristi, i rappresentanti della destra di Zimmerwald, non avevano l’intenzione di condurre la lotta contro i social-sciovinisti e si avvicinavano ad essi. In Germania i kautskyani presero posizione nel gennaio 1917 con un manifesto pacifista. In Francia i centristi, assieme con i social-sciovinisti Leon Jouhaux e Pierre Renaudel sostenevano le parole d’ordine pacifiste borghesi. In Svizzera uno dei dirigenti del partito socialista, Robert Grimm, presidente della conferenza di Zimmerwald e di Kiental e presidente della commissione internazionale socialista eletta a Zimmerwald, passò al fianco dei social-sciovinisti.

Nel frattempo, sempre più evidente si faceva lo spostamento a sinistra delle masse e dei soldati. In tutto il mondo si sviluppava una gigantesca ondata di malcontento. Ma soltanto in Russia esisteva un partito autenticamente rivoluzionario e marxista, capace di dirigere il movimento e di condurlo alla vittoria.

Nell’Europa occidentale, ed in particolare nella Germania, un tale partito non c’era. In queste condizioni la tattica centrista degli indugi che veniva attuata dai leaders dell’unione di Zimmerwald si rifletteva negativamente anche sullo stato d’animo delle sinistre in Germania, in Italia, in Svizzera eccetera, trasformandosi in un serio impedimento alla creazione di partiti autenticamente rivoluzionari e marxisti.

Il movimento di Zimmerwald cessò di esercitare un ruolo positivo. Lenin gia all’inizio del 1917 si espresse risolutamente per la rottura con esso. Lenin appoggio i gruppi rivoluzionari internazionalisti che si andavano rafforzando e, contemporaneamente, sottopose a critica i loro errori e le loro inconseguenze nella lotta con gli opportunisti. Egli sottolineò la necessità della risoluta rottura ideologica ed organizzativa con i social-sciovinisti ed i centristi, da parte delle sinistre, in Germania e negli altri paesi.

Lenin vedeva in questo la condizione decisiva per la creazione di partiti rivoluzionari marxisti e di una nuova Internazionale libera dall’opportunismo.

 

“Un Sud molto più simile alla Grecia che all’Europa”. Conferenza a Napoli per il Controsemestre popolare Autore: rosario marra*da: controlacrisi.org

A Napoli, il prossimo 4 ottobre, in una sala dell’ Hotel Caracciolo di Via San Giovanni a Carbonara, si svolgerà, all’ interno delle iniziative per il CONTROSEMESTRE POPOLARE, un Convegno sul nesso tra le politiche liberiste europee e i previsti tagli – già in atto – sulle Società Partecipate.
I contenuti dell’ iniziativa – di cui esistono anche materiali preparatori – operativamente sono stati stabiliti dopo la manifestazione nazionale del 28 giugno ma raccolgono l’ attività di quasi un anno di un Gruppo di lavoro “misto” fatto da delegati del sindacalismo conflittuale presenti nelle Società Partecipate comunali, provinciali, regionali di Napoli e della Campania e da militanti della sinistra d’ alternativa in base alla convinzione che essendo l’ attacco alle Partecipate essenzialmente politico non può avere una risposta soltanto sul piano sindacale.

Un altra considerazione da cui nasce l’ iniziativa in questione è che se vogliamo dare una caratteristica realmente “popolare” al CONTROSEMESTRE occorre sempre più preparare anche piattaforme settoriali e territoriali, l’ unico modo per aggredire le forme specifiche con cui si manifesta la crisi dell’ eurozona nei vari Paesi e all’ interno degli stessi.
Ad es., per quest’ ultimo aspetto, in Italia questa crisi sta portando anche ad un aumento della forbice tra il Sud e il Centro-Nord.
Dalle “Anticipazioni sui principali andamenti economici” del Rapporto SVIMEZ 2014, lo scorso anno il calo del P.I.L. al Centro-Nord è stato dell’ 1,4%, al Sud del 3,5, ossia un differenziale del 2,1% tra le due macro-aree che, per il Sud, trova un riscontro soltanto in Paesi come la Grecia che, nel medesimo anno, ha avuto un calo del 3,9.

Quindi, la situazione meridionale è molto più vicina a quella greca – differenziale soltanto dello 0,4 – che a quella delle Regioni centro-settentrionali. Sulla gravità delle recessione nelle Regioni meridionali hanno dato una spinta proprio le imprese pubbliche: quelle “nazionali” – sappiamo l’ ormai elevato livello d’ internazionalizzazione delle stesse – hanno dedicato al Mezzogiorno soltanto il 26,3% del totale delle spese in conto capitale; quelle locali appena il 14,8%. In termini assoluti, a livello d’ imprese “nazionali” si tratta di 4 miliardi di euro e 372 milioni nel Mezzogiorno contro 12 miliardi di euro e 273 milioni al Centro-Nord.

Insomma, siamo ben lontani dalla riserva del 40% degli investimenti al Sud della vecchia legislazione meridionalistica ai tempi delle Partecipazioni Statali – di cui, comunque, non sentiamo la nostalgia – che, seppur quasi mai raggiunta, era ben aldisopra del 26,3%.
Questa è un’ altra conseguenza di quella finanziarizzazione delle imprese pseudo-pubbliche che ha portato ad una privatizzazione sostanziale delle stesse destinata ad intensificarsi col passaggio dalla “golden share” al “golden power”, con la prevista possibilità di voto maggiorato nei Consigli d’ Amministrazione e la vendita di altri pacchetti azionari di ENI, ENEL, Poste, Ferrovie, Fincantieri, SNAM.

Per le imprese pubbliche locali, in termini assoluti, gli investimenti sono stati di 1 miliardo e 259 milioni nel Mezzogiorno contro 7 miliardi e 249 milioni al Centro-Nord, il forte divario si spiega anche con la situazione della finanza locale che al Sud vede una maggior diffusione di Enti in dissesto e pre-dissesto (tra cui, com’ è noto, anche Napoli). Pertanto, Piani come quello di Cottarelli basati su fusioni, aggregazioni, scioglimenti, messe in liquidazione, fallimenti, esuberi e mobilità coatta, ancora una volta, hanno una logica sostanzialmente recessiva che si preoccupa di tagliare la spesa corrente ma di non potenziare la spesa per investimenti destinata, invece, a cadere ulteriormente per le dismissioni di pacchetti azionari da parte degli Enti Locali che, tra l’ altro, cercano di fare cassa proprio con la vendita dei capitali azionari delle Società maggiormente in attivo e, quindi, più appetibili al “Dio-mercato”.
Inoltre, si cerca di ripetere il “giochino” demagogico sui costi della politica per giustificare tagli che, invece, si riflettono soprattutto su quantità e qualità dei servizi erogati.

In realtà, siamo alle solite: quelli che hanno creato i carrozzoni clientelari, oggi si ergono a paladini dell’ efficienza e della trasparenza. E’ la stessa impostazione che viene adoperata, a livello internazionale, dalle potenze imperialistiche: loro creano i vari Saddam Hussein, talebani, ISIS e, poi, quando i “servi sciocchi” non sono più funzionali agli interessi economici e geo-politici capitalistici diventano il “male assoluto”.

La campagna mediatica sul sostanziale smantellamento delle Partecipate per favorire la privatizzazione dei servizi è stata ed è molto intensa ed anche in questo caso ha un carattere regressivo, di ulteriore arretramento dell’ intervento pubblico in economia attraverso la riduzione delle aree d’ intervento delle Aziende comunali per portarci ad un’ epoca pre-giolittiana quando lo Stato interveniva soltanto nel campo dell’ ordine pubblico, della giustizia e della difesa.
Perciò, di fronte all’ imminente presentazione del disegno di legge di stabilità 2015 che renderà operativo il citato Piano del Commissario alla spending review, occorre costruire una piattaforma nazionale del sindacalismo conflittuale articolata a livello territoriale e regionale.

Con il Convegno del 4 ottobre cercheremo di dare il nostro contributo in proposito insieme a tutti i compagni che vi vorranno intervenire o che vorranno mandare contributi sulle varie esperienze che stanno portando avanti.

*Gruppo di lavoro sulle Società Partecipate di Napoli

Europarlamentari Gue/Ngl in visita a Lampedusa, per capire gli effetti della ‘Fortezza Europa’ nel Mediterraneo

Cinque eurodeputati GUE / NGL saranno in Sicilia e Lampedusa, per una missione di quattro giorni, con l’obiettivo di indagare le conseguenze della politica migratoria dell’UE nel Mediterraneo. Su questa pagina http://www.guengl.eu/policy/action/lampedusa ci saranno aggiornamenti e maggiori dettagli sulla missione.

I deputati Malin Björk (Svezia), Cornelia Ernst (Germania), Eleonora Forenza (Italia), Barbara Spinelli (Italia) e Marie-Christine Vergiat (Francia) prenderanno parte alla delegazione che visiterà i centri per i migranti, incontreranno le ONG, partecipano a workshop e dibattiti sulla sorveglianza delle frontiere, sui diritti dei migranti, parteciperanno al Festival Sabir delle culture mediterranee, incontreranno l’agenzia delle frontiere esterne dell’UE Frontex, e assisteranno alla commemorazione simbolica del naufragio del 3 ottobre in cui 368 persone in cerca di asilo sono morte.

Il gruppo GUE / NGL si è a lungo opposto alla costruzione della ‘Fortezza Europa’ e ha lavorato in prima linea della campagna No-Fortress Europe, per evidenziare gli aspetti positivi dell’immigrazione e proporre politiche basate sulla libera circolazione delle persone e sulla promozione dei diritti umani. I deputati GUE / NGL sono stati in prima linea nel denunciare la disumanità della detenzione dei migranti e le persistenti violazioni dei diritti fondamentali che si registrano purtroppo in molti centri di detenzione in tutta Europa.

I deputati della delegazione saranno: Eleonora Forenza, Barbara Spinelli, Cornelia Ernst, Marie-Christine Vergiat e Malin Björk.

Meridiana conferma i 1.634 licenziamenti Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Piano industriale di Meridiana conferma i 1.634 licenziamenti. Dopo la revoca della procedura di mobilita’, per consentire il confronto come chiesto dalla mediazione del Governo, la compagnia dell’Aga Khan nell’incontro al ministero del Lavoro con i sindacati ha confermato in pieno i suoi progetti. Per l’azienda i tagli sono il presupposto per mantenere in vita l’impresa. Ma i sindacati insorgono e chiedono parallelamente un piano anche per il lavoro.
A questo punto il confronto prosegue con quattro incontri fino alla verifica fissata per il 14 ottobre: il prossimo appuntamento gia’ venerdi’ 3 ottobre.
Il Piano industriale che prevede il ritorno all’utile nel 2016, passando attraverso la ristrutturazione di Meridiana Fly e Meridiana Maintenance, lo sviluppo della controllata Air Italy, il rinnovo della flotta e la graduale apertura di nuove rotte.
“E’ accettabile che la dirigenza della compagnia abbia in mente un piano industriale che prevede la continuita’ dell’azienda ma non possiamo accettare che questo piano preveda l’espulsione della maggior parte dei lavoratori”, afferma il segretario nazionale della Filt Cgil Nino Cortorillo, che chiede “contestualmente un piano per il lavoro”. E il coordinatore nazionale della Fit Cisl Emiliano Fiorentino esprime “forte preoccupazione” oltre che per “l’improponibile numero di tagli”, anche perche’ e’ “emerso chiaramente che l’azienda ha preso come modello la compagnia aerea Ryanair”. Dello stesso tenore le dichiarazioni di Francesco Staccioli (Usb) secondo il quale, al di la’ di qualche “timida apertura sulla revisione dei numeri” riguardanti i licenziamenti, si va “verso la distruzione dell’azienda piu’ che verso una sua ristrutturazione”.
Staccioli ha riferito che l’amministratore delegato Roberto Scaramella ha ribadito “un piano industriale che prevede 14 aerei, tre basi (Olbia, Milano e Napoli), la riduzione del personale a 400 unita’ e l’affidamento all’esterno della manutenzione. Intanto non si ferma la protesta dei lavoratori. Al sit-in permanente avviato da giorni nell’aeroporto Costa Smeralda, a Olbia, da ieri sono attivi un presidio a Roma, davanti alla sede del ministero del Lavoro in via Fornovo e un sit-in nell’aeroporto di Cagliari-Elmas.

Sblocca Italia, la Cgil lancia l’allarme: in decreto rischi corruzione e infiltrazioni mafiose Fonte: rassegna

“Molte delle norme contenute nel decreto ‘Sblocca Italia’ aprono a rischi seri di corruzione e di infiltrazioni mafiose, in particolare all’articolo 9 con il quale si allunga a dismisura l’elenco delle deroghe al Codice degli Appalti”. E’ quanto sostenuto dalla Cgil in occasione dell’audizione alla Camera sul decreto ‘Sblocca Italia’, nello spiegare che: “Dopo i casi dell’Expo e di Pompei, è la volta dei piani straordinari di edilizia scolastica, dissesto idrogeologico, prevenzione sismica, tutela dell’ambiente e dei beni culturali. Per beneficiare delle procedure in deroga basterà, secondo l’articolo, che l’ente interessato autocertifichi una situazione di estrema urgenza, individuando come indifferibili gli interventi relativi anche ad impianti, arredi e dotazioni funzionali”.

L’articolo in questione del decreto, spiega la Cgil, “rende possibile e facile il ricorso a trattativa privata, utilizzando a piene mani gli articoli del Codice sui quali è concessa la deroga. Innanzitutto viene elevata fino alla soglia comunitaria (5,186 milioni) la possibilità di affidare i contratti a trattativa privata attraverso la procedura negoziata senza bandi di gara, invitando un numero minimo di tre imprese. Viene elevato dal 20% al 30% l’importo dei lavori che l’impresa scelta senza gara potrà affidare in subappalto. Per le scuole, dove nella maggioranza dei casi sono in ballo lavori di piccola manutenzione, il Rup potrà affidare in via fiduciaria diretta, dopo aver invitato almeno 5 operatori, lavori fino a 200.000 euro”.

Il sindacato di corso d’Italia sottolinea quindi come l’articolo 9 sia “in contro tendenza con l’asserzione di procedere attraverso una pratica improntata alla trasparenza, alla legalità e alla concorrenza. Non da meno è l’Articolo 34 con il quale si consente, nei casi urgenti di bonifica e messa in sicurezza, di usare la procedura negoziata senza bando di gara e la possibilità di derogare alle varianti in corso d’opera, con il rischio evidente di stravolgere il progetto originario e di far lievitare i costi finali. Questo testo è incomprensibile e va modificato, togliendo le deroghe in contraddizione palese con gli stessi propositi del Governo in tema di lotta alla corruzione”, conclude la Cgil.

“Università popolare per uscire insieme dalla crisi della sinistra”. Intervista a Valerio Strinati Autore: alba vastano da: controlacrisi.org

Perché un’università popolare “Antonio Gramsci”?
A poter leggere il documento, Gramsci tirerebbe un sospiro di sollievo e adeguerebbe il suo mesto sorriso un po’ leonardesco a un’espressione sicuramente più gioiosa. Nel documento programmatico stilato dai promotori dell’università popolare “Antonio Gramsci” s’intendono presentare le finalità del progetto, in base al pensiero del massimo esponente della nascita del partito comunista italiano, cercando di cogliere il senso più sostanziale della sua lezione.Tenere duro nella sconfitta e, al tempo stesso, interrogarsi senza remore sulle ragioni vere e profonde del l’attuale crisi della sinistra in Italia. A parlarne, esponendo le motivazioni della nascita e del percorso attuale, é Valerio Strinati, uno dei fondatori del progetto, insieme al giornalista Eugenio Cirese e Raul Mordenti, docente universitario e scrittore

Quali le finalità che vi proponete in una realtà sociale e politica che si contrappone al mutuo soccorso, alla solidarietà, all’impegno per ricostruire una società a misura d’uomo e per restituire dignità al mondo del lavoro e alle persone?
Una delle caratteristiche della crisi globale che si prolunga ormai da sei anni è costituita da una radicale tendenza al logoramento dei rapporti sociali di tipo “orizzontale” e all’isolamento delle persone le une dalle altre. Di fatto, l’impoverimento di consistenti fasce di popolazione e la perdita di status conseguente a disoccupazione e sottoccupazione ha accentuato tutte le pulsioni più marcatamente individualiste, per non dire egoistiche, mettendo a dura prova, specularmente, lo spirito di condivisione e di solidarietà. In tempo di avanzata dell’ideologia liberista, negli anni ’90, questa tendenza ha potuto rivestire la forma dell’apologia dello spirito di intrapresa, del libero dispiegarsi delle facoltà umane a fronte dell’irreggimentazione collettivistica dei sistemi totalitari. Oggi, con l’adozione di politiche di austerity soprattutto nell’Eurozona, queste bardature ideologiche sono miseramente crollate, e l’individualismo liberista ha mostrato di essere la copertura di un darwinismo sociale più feroce che dà per ineluttabile (ed in una certa misura auspicabile) l’accentuazione della natura gerarchica dell’assetto sociale e l’emarginazione dei più deboli. Non solo in Italia, la sinistra non ha saputo trovare risposte all’altezza della nuova situazione determinatasi con la fine del mondo bipolare, subendo l’offensiva materiale e culturale della destra economica e culturale, ma non ha neanche trovato la forza per riaffermare i propri valori e le proprie idee nel momento in cui la crisi ha confermato la natura inevitabilmente contraddittoria della formazione socioeconomica capitalistica, anche nell’epoca della globalizzazione. Mi permetto, a questo proposito, di citare il documento programmatico dell’Università popolare: “[…] l’esito devastante della crisi esplosa nel 2008 non ha avuto l’effetto di fare emergere una linea alternativa di direzione dell’economia e delle istituzioni, né di avviare una riflessione organica sulle conseguenza di una liberalizzazione che ha considerato come eresia qualsiasi riflessione sul controllo democratico del ciclo economico e su forme di intervento pubblico sull’economia. In altri termini, la “lunga durata” ideale del successo neoliberista ha messo in ombra il declino economico reale”.
Ripartiamo da questa considerazione, non per dare vita a una formazione politica, ma per proporre un punto di riferimento a tutti coloro che ritengono necessario e possibile interrogarsi sulla sconfitta della sinistra, sui limiti che non sono stati affrontati e tanto meno superati, sugli errori sui quali non ci si è voluti interrogare fino in fondo; e al tempo stesso vogliamo essere noi stessi un fattore di aggregazione, di inclusione, a partire dallo studio, dalla formazione, dalla ricerca. “Abbiamo l’ambizione – afferma il nostro documento programmatico – di contribuire anche noi a “fare società”, così come un orto sociale o una società di mutuo soccorso, abbiamo la speranza di dare una mano a ricucire o creare un tessuto umano e sociale dentro e contro la crisi. Rivendichiamo il valore di un percorso di ricerca critica anche per il “qui e ora” proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di “inseguire le scadenze”, tantomeno elettorali, ma vogliamo tentare di costruire percorsi di ricerca senza farci prendere dall’ansia dell’attualizzazione o della riduzione di temi complessi a formule facilmente assimilabili ma, alla fine, poco nutrienti.” Tutti noi che abbiamo dato vita all’Università popolare Antonio Gramsci, provenendo da percorsi culturali e personali molto differenti, siamo convinti che questa strada sia praticabile e, in una certa misura, necessaria, perché è praticabile e necessaria una uscita da sinistra dalla crisi che ci attanaglia.Perché Antonio Gramsci dovrebbe ancora essere letto, il suo pensiero studiato e perseguito? Perché riattualizzare Gramsci e da dove si riparte?
Nella figura di Antonio Gramsci si compendiano molti aspetti, nessuno dei quali può essere trascurato, ma forse oggi assume un particolare rilievo la sua instancabile vocazione critica. II fatto di non essersi mai adagiato su una formula o su una analisi ma di avere considerato qualsiasi approdo come un punto di passaggio verso una ricerca dominata da un senso profondo della realtà e della sua complessità. Le principali categorie gramsciane non risentono affatto del dogmatismo dominante del marxismo negli anni ’30, ma si prestano anzi ad una lettura dinamica dei rapporti tra classi, ceti e gruppi e dell’evoluzione culturale delle società complesse. D’altra parte, non si tratta di “riattualizzare” Gramsci: in molti paesi, forse più che in Italia, ed in particolare negli USA e in America Latina, Gramsci è studiato e considerato uno dei più eminenti pensatori politici del ‘900, anche da studiosi che non si rifanno ad una impostazione marxista.

Cosa può insegnare oggi la storia del movimento operaio a chi é fuori dal mondo del lavoro e a una sinistra ormai sconfitta?
La storia del movimento operaio è storia di emancipazione, di liberazione della donna e dell’uomo. Eguaglianza, cittadinanza, libertà dalla paura e dal bisogno, solidarietà, pluralismo e multiculturalità sono oggi le parole chiave di un percorso che è stato avviato secoli fa, del quale le lotte operaie e popolari hanno costituito e costituiscono un passaggio essenziale. In molte parti del mondo, la tutela dei minori dallo sfruttamento, la libertà della donna, la difesa dei lavoratori delle città e delle campagne da condizioni di sfruttamento inumano sono questioni attuali, e costituiscono la premessa di ogni sviluppo democratico, molto più che la fittizia creazione di istituzioni formalmente democratiche, pronte a prestare orecchio alle ricette economiche fallimentari del FMI.
Per tornare in Europa e al nostro paese in particolare, non è un caso che il conservatorismo politico che si è voluto autodefinire “riformista” (in modo per la verità non molto credibile) quando affronta il tema delle politiche del lavoro, propone ricette fondate sulla rimozione di tutte le conquiste realizzate negli ultimi cento anni: dai limiti legali all’orario di lavoro, alla contrattazione collettiva, alla tutela dai licenziamenti. E’ mai possibili, o meglio tollerabile, che si continui a parlare dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (totem ideologico, si, ma della destra!) in un paese in cui ogni giorno si verificano tre incidenti mortali sul lavoro? Non mi sembra difficile individuare la priorità!

Come si realizza praticamente l’organizzazione dell’Università popolare? Quali sono i seminari attualmente attivi , chi i relatori e come vi si può accedere? Quali i canali di diffusione e in quali sedi si tengono i corsi?
Siamo nati da poco, e siamo ancora nella fase di avvio. In estrema sintesi, si può dire che didattica, ricerca ed autoformazione sono un impegno di tutti i soci e non solo dei docenti. Ovviamente ci sono compagne e compagni che assumono una funzione di coordinamento dell’attività didattica, e tra questi docenti universitari, ricercatori indipendenti e cultori di diverse discipline. Il quadro non è completo anche perché – e sono lieto di poterlo affermare – ci pervengono con una certa continuità proposte di collaborazione. La fase attuale, di preparazione dei corsi, si struttura in gruppi aperti, che definiamo seminari permanenti tematici e che dovrebbero essere embrioni di future strutture di tipo dipartimentale. Teniamo molto realizzare proposte di elevata qualità culturale, e per questa ragione siamo intenzionati a dare vita, a fianco ad un organo direttivo eletto democraticamente dai soci, ad un Comitato scientifico, composto da studiosi ed esperti, che valuti ciascun corso e ne “certifichi” appunto la qualità. Al momento sono in fase di predisposizione corsi: di introduzione allo studio del pensiero di Antonio Gramsci; sulla storia orale dei movimenti in Italia dagli anni ’50 in avanti; sulle origini del movimento operaio e popolare dopo l’Unità d’Italia e fino allo scoppio della prima guerra mondiale; sull’economia politica, con particolare attenzione all’approccio marxista. E’ altresì previsto un corso su alimentazione e salute. Ma ci sono molti altri progetti sui quali è ancora aperta la discussione.
Per quanto riguarda i canali di diffusione del nostro lavoro, direi che al momento i risultati migliori vengono dall’impegno delle compagne e dei compagni che hanno aderito al progetto, impegno che si traduce nella creazione di una rete informale che cresce in modo davvero confortante. E sempre a proposito di rete, nei prossimi mesi sarà attivo il sito web dell’Università popolare Antonio Gramsci, che avrà una sezione particolare dedicata all’informazione su un lavoro che vorremmo pensare sempre più vario e partecipato.

Qual é il suo pensiero sull’impegno culturale di Antonio Gramsci jr che, a suo dire, ha conosciuto l’importanza del pensiero del nonno solo da pochi anni. E per chiudere, quanto ha inciso, secondo lei, la famiglia Schucht nella vita di Gramsci uomo?
Antonio Gramsci jr. ha compiuto un percorso individuale esemplare, di ricerca delle proprie radici attraverso una scavo che è stato insieme emotivo e di studio. Un lavoro che forse dovrebbe essere intrapreso anche da quanti hanno in passato militato a sinistra e oggi si interrogano sulle ragioni e sulle radici di una sconfitta e sono animati da una spinta soggettiva che non può non trarre le proprie motivazioni anche dal vissuto individuale. Quanto all’ultima domanda, le lettere dimostrano quanto delicato e complesso sia stato il rapporto di Antonio Gramsci con la moglie Giulia, e quanta importanza abbia avuto, per il prigioniero, la dedizione della cognata Tatiana. Su questo, come è noto, si è scritto e detto molto negli ultimi anni, e non basterebbe un’altra intervista per parlarne. Di certo, esistono interrogativi che gravano anche sugli affetti familiari di Gramsci, soprattutto se inquadrati nel contesto della storia italiana e sovietica degli anni ’30. Interrogativi che, peraltro, possono essere affrontati tenendo presente l’insieme della figura intellettuale e morale di Gramsci, ed astenendosi da un certo sensazionalismo, non del tutto assente in alcuni studi recenti, che non giova mai ad una interpretazione equilibrata della realtà storica.