I fasciomafiosi alla conquista di Roma da. l’espresso

Ex terroristi e colletti bianchi uniti dall’ideologia e dal denaro. E ormai più forti dei tradizionali clan. Ecco l’inedita rete di potere che oggi controlla la Capitale. E l’arresto per l’omicidio Fanella legato al caso Mokbel è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande

di Lirio Abbate – foto di Alessandro Cosmelli

09 settembre 2014

I fasciomafiosi alla conquista di Roma

Non è una città, ma un intreccio di traffici e intrallazzi, delitti e truffe, su cui si è imposta una cupola nera. Invisibile ma potentissima, ha preso il controllo di Roma. Trasformando la metropoli nel laboratorio di una nuova forma di mafia, comandata da estremisti di destra di due generazioni.

Al vertice ci sono vecchi nomi, veterani degli anni di piombo, abituati a trattare con le istituzioni e con i padrini, abili a muoversi nel palazzo e sulla strada. Ai loro ordini c’è un’armata bifronte, che unisce banditi e narcos, manager nostalgici e giovani neofascisti.

vedi anche:

L’ideologia garantisce compattezza, il credo nell’azione e nella sfida. I soldi, tanti e subito, premiano la fedeltà. E la componente borghese, dai maturi colletti bianchi ai ragazzi in camicia nera, gli permette di arrivare ovunque. Con le buone o con le cattive. Per comprendere bene cosa accade oggi nella Capitale, in questo grande spazio circoscritto dal Grande raccordo anulare, occorre mettere da parte quello che accade a Napoli, a Palermo o a Reggio Calabria. È nella Capitale che ha messo radici un sistema criminale senza precedenti, con fiumi di cocaina e cascate di diamanti, ma anche tanto piombo.

Una fascio-mafia, che sintetizza la forza perversa di due tradizioni in un’efficacia che gli ha consegnato anni di dominio incontrastato. Persino gli investigatori hanno fatto appello alla sociologia per spiegare il modello romano. Qui si incarna la microfisica del potere teorizzata da Paul Michel Foucault: il potere criminale-mafioso si esercita, si infiltra, «non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un’organizzazione reticolare». Si estende in tutte le strutture sociali ed economiche, con dinamiche che cambiano continuamente e costruiscono altri patti e altri affari. Si infiltra, entra nei ministeri, nelle finanziarie, nelle grandi società pubbliche come nei covi dei rapinatori e nelle piazze di spaccio.

vedi anche:

A Roma non ci sono zone in cui commercianti e imprenditori sono obbligati a pagare il pizzo. Non c’è l’oppressione del boss di quartiere. E gli omicidi sono calibrati con estrema attenzione. Luglio si è aperto con l’assassinio di un pezzo da novanta di questo sistema, Silvio Fanella, nei condomini bene. Agosto si è chiuso con l’esecuzione di un’autista della nettezza urbana, Pietro Pace, nella periferia estrema: il padre ha offerto una taglia di 100 mila euro sui killer. Delitti miratissimi, perché quello che conta è far girare i soldi, che si tratti di gestire immobili, licenze, investimenti o di vendere droga. Gli architetti di questo sistema non si sporcano le mani con il sangue. Sanno a chi affidare il lavoro sporco. E quando devono colpire duro, hanno a disposizione una centuria nera compattata dall’estremismo di destra.

IL NERO
Uno dei componenti di questa cupola rivoluzionaria è Massimo Carminati, che sembra avere trasformato il suo personale romanzo criminale in una marcia trionfale. È stato nella banda della Magliana e nelle squadre terroriste dei Nar, con amicizie di rango in Cosa nostra e negli apparati deviati dello Stato. Coinvolto in processi importanti, come quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ne è sempre uscito assolto. Ha scontato pochi anni di carcere per episodi minori. Nella Roma nera è un mito: un leader da seguire e ascoltare. E lui da leader si comporta e agisce. Si mostra, a chi non lo conosce, con modi felpati ed educati. Ma quando vuole sa imporsi con la forza, tanto che sodali e rivali lo rispettano con timore. È lui “l’ultimo re di Roma”.

I suoi avvocati Ippolita Naso e Rosa Conti respingono questa ricostruzione: «Se tutto ciò rispondesse a verità, più che un uomo di potere sarebbe corretto definirlo uomo dai super poteri, che ha in mano le redini dell’imprenditoria capitolina, in grado di condizionare le vicende della politica romana, capace di passare dal traffico di droga ai vertici degli affari economici controllando, già che c’è, anche il territorio. E il tutto con un occhio solo!». Un riferimento a quella ferita vecchia di trent’anni, l’eredità di un conflitto a fuoco con i carabinieri che gli ha fruttato il soprannome di “er Cecato”. Per i legali però, come scrivono in un atto di citazione per difendere il loro cliente: «Siamo all’apoteosi dei luoghi comuni cinematografici. E di questo strabordare di informazioni neanche l’ombra di un elemento, un indizio, una circostanza oggettiva, una testimonianza, un riscontro, una indicazione di massima, una traccia, un segno che si sforzi di dare una parvenza di verità a quanto riferito».

Per gli avvocati, «Carminati non ha più alcun conto in sospeso con la giustizia, è attualmente privo di pendenze penali e soprattutto re-inserito in un contesto sociale e familiare del tutto lecito, nel quale lodevolmente egli sta cercando di recuperare» e poi «si prende cura costantemente del figlio ventenne e convive stabilmente con la compagna, Alessia Marini, con la quale gestisce il negozio di abbigliamento “Blue Marlin”».

VILLA CONNECTION
Le parole degli avvocati sono un punto di partenza per decifrare la pista nera. Il negozio fa capo alla “Amc Industry srl” di cui è amministratore unico Alessia Marini e Carminati non compare come socio. La “Amc industry” dal primo gennaio 2011 ha preso in affitto una villa a Sacrofano, alle porte di Roma, su una collinetta che domina tutta la zona.

Si tratta di una bella abitazione, ben rifinita, su due piani, con grande piscina circondata da prato all’inglese e un lungo viale che separa dal cancello. Qui vive Massimo Carminati. La villa risulta di proprietà del commercialista Marco Iannilli, un professionista dalle alte relazioni che negli ultimi quattro anni è diventato protagonista della cronaca giudiziaria. È stato arrestato e condannato in primo grado per la colossale truffa su Fastweb e Telecom Sparkle, che ha fatto girare centinaia di milioni di euro. Ma ha anche un ruolo chiave nelle istruttorie su Enav, l’azienda pubblica che gestisce il traffico aereo, su Digint e su Arc Trade: procedimenti che ruotano intorno a Finmeccanica, il gigante statale degli armamenti hi-tech. È nei guai anche per la vicenda della mazzetta pagata da Breda Menarini, sempre del gruppo Finmeccanica, per aggiudicarsi la fornitura di autobus da Roma Metropolitane, in cui sono indagati anche l’ex sindaco Gianni Alemanno e Riccardo Mancini. Che in passato avevano avuto rapporti con Carminati: un passato forse non così remoto.

Solo coincidenze? Quando nel febbraio 2010 i carabinieri del Ros arrestano Iannilli, lo trovano in possesso di una Smart intestata a Carminati. E quando il commercialista a novembre 2011 finisce ancora in cella, i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Roma e i militari del Ros annotano che «immediatamente dopo l’arresto di Iannilli, si recava presso la sua abitazione Massimo Carminati, allertato a tal proposito dalla moglie del commercialista». Perché tanto interesse? Negli atti non c’è risposta. Ma Iannilli per gli inquirenti era un esperto «nell’utilizzo di prestanome» e «per la costituzione o la rilevazione di società italiane ed estere, e la conseguente apertura dei relativi conti correnti, allo scopo di veicolare i profitti illeciti provenienti da operazioni di frode fiscale di notevole entità». Un professionista insomma che gestisce decine di milioni di euro e che sarebbe stato capace di dare copertura pulita ad attività in tutto il mondo, «il tutto per agevolare altri soggetti o organizzazioni criminali, in attività di riciclaggio di denaro».

Il commercialista sembra pendere dalle labbra del “Cecato”. E non pare essere l’unico. C’è un altro uomo introdotto nei salotti buoni e di manifesta fede fascista che avrebbe subito il carisma dell’ex terrorista: Lorenzo Cola, tra i principali collaboratori di Pierfrancesco Guarguaglini, fino al 2011 numero uno di Finmeccanica. Per gli investigatori ha controllato un sistema illegale «in grado di influenzare le scelte societarie e commerciali dell’Enav». In questo modo ha creato operazioni di sovrafatturazione fra le aziende di Finmeccanica e società subappaltanti riconducibili a Iannilli: somme trasferite all’estero grazie alla rete del commercialista.

Iannilli e Cola erano in affari con un altro estremista duro e puro: Gennaro Mokbel, condannato in primo grado come regista della truffa Fastweb con un riciclaggio da due miliardi. Ma è anche l’uomo che con l’aiuto, da una parte degli amici di Carminati e dall’altra della ’ndrangheta, è riuscito a far eleggere al Senato Nicola Di Girolamo, oggi detenuto ai domiciliari. In ogni indagine condotta dalla magistratura romana che riguardi grandi operazioni finanziarie spunta sempre qualcuno legato all’estrema destra, alla ’ndrangheta, agli 007 deviati, e a boss napoletani trapiantati nella Capitale. E su tutto si allunga l’ombra del “Cecato”. Perché lui vive in una terra di mezzo, perché sa come risolvere i problemi di chi abita negli attici dei Parioli e sa a chi chiedere nei meandri delle periferie più malfamate.

CACCIA AL TESORO
L’intreccio di business e crimine, di manager e fasci, è esploso con i proiettili che il 3 luglio scorso in un condominio elegante della Camilluccia hanno ucciso Silvio Fanella. Gli inquirenti lo definiscono “il cassiere di Mokbel” e stava scontando ai domiciliari la condanna a nove anni proprio per l’affaire Fastweb-Telecom Sparkle. Uno degli aggressori è rimasto ferito ed è stato arrestato: Giovanni Battista Ceniti, ex dirigente piemontese di Casa Pound. Non doveva essere un omicidio. In tre, fingendosi militari delle Fiamme Gialle, volevano rapire Fanella e farsi rivelare il nascondiglio di un tesoro da sessanta milioni di euro. Solo una parte è stata poi ritrovata dal Ros: mazzete di denaro e sacchetti pieni di diamanti, sepolti in un casale ciociaro.

La caccia a quel forziere è stata un’ossessione, che potrebbe avere incrinato antichi accordi tra i nuovi re di Roma. Già due anni fa avevano provato a rapire Fanella. E proprio le indagini sul primo raid hanno aperto un altro spaccato sui poteri occulti della Capitale. Per quel blitz la procura ha ordinato l’arresto di tre persone. Uno è Roberto Macori, 40 anni, fino al 2011 factotum di Mokbel che poi si è legato ad un altro dei senatori della Roma criminale: Michele Senese, detto “o Pazzo”, il padrone della periferia a Sud del raccordo anulare, dove domina lo spaccio. Anche lui passato dalla banda della Magliana, ma soprattutto boss legato alla camorra e ai casalesi: da un anno è in cella per omicidio. Anche lui abituato a pensare in grande e muoversi nell’imprenditoria, sempre in accordo con Carminati. Prima dell’arresto, assieme a Macori voleva mettere in piedi una truffa da 60 milioni, rilevando un deposito di carburante a Fiumicino. Entrambi erano in stretto contatto e Macori al telefono parlava dell’interesse «dei napoletani» per il tesoro custodito da Fanella.

Non sarà un caso se a casa di Macori, dopo l’arresto, i carabinieri hanno sequestrato sei diamanti purissimi che sembrano essere uguali a quelli trovati nel caveau di Fanella. E gli investigatori non credono più alle coincidenze. Stanno ricostruendo un mosaico in cui tanti delitti, tante acrobazie finanziarie in cui compaiono gli stessi nomi e gli stessi metodi. I reduci dei Nar, gli emissari di ’ndrangheta e camorra, la manovalanza a mano armata reclutata tra i neofascisti: l’organigramma della nuova fascio-mafia romana.

Di Matteo: “Le minacce ai pm hanno anche origine apparente e dichiarata istituzionale o para-istituzionale” da: antimafia duemila

di-matteo-nino-c-paolo-bassanidi AMDuemila – 22 settembre 2014

Palermo. “Sono convinto che ci sia una sola mano dietro le ripetute minacce ai danni di diversi magistrati palermitani.” Lo ha detto il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo, ai microfoni di Radiouno Rai, eliminando l’ipotesi che le varie minacce ricevute da alcuni magistrati del Palazzo di Giustizia di Palermo possano provenire da ambienti diversi tra loro.  Le ultime minacce risalgono ai primi giorni di settembre quando qualcuno introducendosi indisturbato nell’ufficio del Pg Scarpinato, ha lasciato una missiva dai toni intimidatori: “Lei sta esorbitando dai suoi compiti e dal suo ruolo, lasci che le cose seguano il loro corso, ogni pazienza ha un limite”. E poi ancora: “Noi non facciamo eroi…”. A riguardo il Procuratore generale Vittorio Teresi, aveva espresso lo stesso pensiero che oggi ha sottolineato Di Matteo. Il pg Teresi aveva detto di non avere dubbi sull’autore (o autori) della missiva “E’ firmata”, aveva affermato. Un messaggio inequivocabile per i registi della strategia della tensione.

Questa matrice unica, avrebbe come obiettivo quello di “destabilizzare la nostra serenita’ e attivita’ – ha spiegato il pm Di Matteo -generando in noi una percezione di vulnerabilita’ della nostra sicurezza personale e perfino familiare.”. Vulnerabilità che renderebbe ancora più difficile il delicato lavoro dei magistrati impegnati in indagini e processi delicati come quello della trattativa stato-mafia o del processo Mori-Obinu (di cui è stata chiesta la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, ndr). Infatti, il comune denominatore degli atti intimidatori succedutosi in questi ultimi due anni è che “Hanno riguardato me e altri magistrati che si occupano di indagini e processi importanti che toccano i rapporti tra Cosa nostra e apparati dello Stato- ha specificato Di Matteo-Non credo che sia una coincidenza”.
Cosa ancora più preoccupante è la particolarità di tutte queste minacce avvenute negli ultimi due anni in quanto “Assistiamo a una saldatura in tali minacce e avvertimenti – ha continuato il pm che rappresenta parte dell’accusa al processo sulla trattativa stato-mafia – che da una parte hanno provenienza e modalita’ tipicamente mafiose, dall’altra una origine apparente e dichiarata istituzionale o para-istituzionale”.
Sembrerebbe quindi che coloro i quali si sono sentiti minacciati dalle indagini e processi sui rapporti tra apparati dello Stato e mafia si siano mobilitati per destabilizzare chi sta indagando con tanta determinazione su questi possibili legami.
“Credo che nel Paese manchi la consapevolezza diffusa di quanto sia importante continuare a indagare su questi fatti che si sono verificati nel periodo delle stragi di mafia – ha sottolineato il pm di Palermo – proprio per far di tutto per evitare che ora e in futuro l’organizzazione mafiosa possa avere delle armi di ricatto nei confronti dello Stato”. “Chiunque abbia un minimo di conoscenza e consapevolezza dell’argomento – ha osservato – sa quanto in questi casi contino i segnali che si mandano all’esterno e quanto sia pericoloso e dannoso rischiare di diffondere la sensazione di isolamento dei bersagli delle minacce”.

Foto © Paolo Bassani

Mafia, estorsioni e usura: otto arresti nel Catanese da: antimafia duemila

ragaglia-claudioFoto

di AMDuemila – 22 settembre 2014
Catania. Estorsioni, soprattutto con la tecnica del ‘cavallo di ritorno’, il ‘pizzo’ per la restituzione delle refurtiva al legittimo proprietario. Sono le attività dell’associazione criminale che operava a Randazzo, sgominata dai carabinieri della locale compagnia e del comando provinciale di Catania (otto gli arrestati). Il gruppo al centro dell’inchiesta, denominata Trinacium, dall’antico nome di Randazzo, della Direzione distrettuale antimafia della Procura del capoluogo etneo è quello dei Ragaglia, legato alla ‘famiglia’ Laudani, che prende il nome dal suo capo, Claudio Ragaglia (in foto), 45 anni, chiamato dai suoi affiliati il ‘direttore’ e affiancato dal fratello Antonino Salvatore, di 52 anni. Arrestati anche Giuseppe Cartillone, di 42 anni, Giuseppe Minissale, di 51, e Luigi Virgilio, di 33. Il Gip ha disposto gli arresti domiciliari per Samuele Rosario Lo Castro, di 29 anni, già detenuto a Palermo per altra causa, Paolo Rombes, di 57 anni, e Antonio Salvatore Sapiente, di 48, ma altri due indagati sono attualmente irreperibili.

I Ravaglia si erano riorganizzati in poco tempo. Molti degli affiliati sono stati già condannati per associazione mafiosa con operazioni degli anni ’90 e dei primi anni 2000, e usciti dal carcere solo nel 2009. Il gruppo aveva dimostrato notevoli capacità “diplomatiche”, in quanto per detenere il pieno controllo di Randazzo era riuscito a mantenere “accordi” anche con i clan attivi nelle zone limitrofe.

20140922-op-nel-catanese

“Le indagini dei carabinieri – ha dichiarato il procuratore Giovanni Salvi – hanno permesso di evidenziare il tentativo della cosca di assumere il controllo del territorio, oltre che col controllo di ogni attività illecita anche mediante l’accurata gestione dei rapporti con altri gruppi criminali limitrofi. Ma l’operazione ha posto fine a tutto questo”. “E’ importante dire – ha quindi aggiunto – che questa operazione dimostra la nostra capacità di intervento anche nei clan che operano nelle zone della provincia di Catania e non solo in città”. Operazioni che, secondo il comandante provinciale dei carabinieri di Catania, il colonnello Alessandro Casarsa, “depotenziano la mafia e danno fiducia ai cittadini che sanno di potere contare sulle Istituzioni”.
Particolare violenza contraddistingueva il gruppo, che ricorreva alla forza intimidatrice del clan, specie in occasione del recupero delle somme concesse ad usura, tanto che, in uno degli episodi contestati, la vittima è stata sequestrata, obbligata a salire in auto e, una volta condotta in un casolare, legata, picchiata e minacciata di morte con una pistola.

Fonte ANSA

“Podemos è il miracolo per una Europa dei popoli antifascista”. Intervista a Miguel Urban Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Miguel Urban, uno degli esponenti di punta di Podemos, è in Italia per un giro illustrativo dell’esperienza di questa formazione politica di “Unità popolare”, come la definisce lui stesso. In Europa, Podemos è riuscita a mandare ben cinque rappresentanti. E questo è noto. Quel che è meno noto è che se si dovessero fare delle elezioni in Spagna Podemos potrebbe piazzarsi come il secondo partito. Ha 150mila iscritti e più di 1.400 circoli in tutto il paese iberico. Un fenomeno che nemmeno Miguel riesce a spiegare chiaramente. Per farlo ci racconta delle numerose assemblee e del fatto che quando chiedeva di alzare la mano a quanti avessero già fatto politica o avessero partecipato ad un corteo quasi nessuno alzava la mano. “Podemos – dice Miguel – nasce proprio nel momento di massima crisi della politica e rappresenta il più grande atto di insubordinazione a chi pensava di ricattare il Paese con la paura della crisi. “Non è né anticapitalista né antiliberista – aggiunge – ma rappresenta la risposta alla crisi e alla crisi della politica in Spagna”. Il Partito popolare, al governo in Spagna, e anche i vertici di alcune banche internazionali come il signor Botin di Santander, temono Podemos perché ormai è diventato un polo di attrazione immediata del consenso popolare. Ma la filosofia di Podemos non è quella della rappresentanza, ovviamente. L’idea è quella dell’enpowerment del popolo, ovvero dell’azione diretta nella realtà concreta allla ricerca di soluzioni e per la costruzione di forza sociale in grado di pesare nei rapporti di froza. In due parole: autorganizzazione e autoapprendimento. La capacità di Podemos è stata quella di aver messo in collegamento attraverso il semplice slogan del “no alla paura”, migliaia di realtà di base di vario genere. Ogni realtà è in grado di intervenire nelle questioni dicendo la propria attraverso un complesso sistema di formazione del giudizio che passa anche attraverso internet. Controlacrisi ha intervistato Miguel Urban presso Communia di Roma sabato 20 settembre.Che problemi state incontrando nella costruzione di una organizzazione lontana dagli schemi del partito come state tentando di risolverli?
Potrei stare ore a parlare dei problemi che stiamo incontrando. Ma questo è ovvio per una esperienza che ha mobilitato centinaia di migliaia di persone, molte delle quali alla primissima esprienza politica. In realtà non abbiamo inventato niente. Abbiamo cercato di recuperare cose che già c’erano. In sostanza il principio di base è che se la gente non fa politica la politica finisce per occuparsi della gente. Stiamo sperimentando un mix equilibrato tra base assembleare e reti sociali. E, soprattutto una questione per noi è importante, l’autorganizzaazione e l’autoapprendimento attraverso l’intelligenza collettiva. E fare in modo che sia sempre la gente che decida e non la direzione, come in genere succedenei partiti politici. La democrazia è la parola chiave. Ed è anche quella che ci consente di combattere chi nella crisi vuole fare i suoi affari, perché non ci può essere democrazia senza uguaglianza sociale.

Che bilancio fate di questa prima fase, che vi ha portato al Parlamento europeo?
Per il momento abbiamo capito che il Parlamento europeo decide meno cose di quanto pensassimo perché è un vero e proprio mostro burocratico, più di quanto pensassimo. E’ costruito per fare in modo che qualsiasi persona che entri non riesca poi ad uscirne. Noi andiamo a denunciare questo mostro burocratico e quello che fa l’Unione europea ma non da un punto di vista euroscettico ma da un punto di vista della necessità di un’altra Europa e di più Europa. Recuperiamo una certa idea di una Europa antifascista e partigiana. L’Europa dei popoli, insomma, che è necessario recuperare per opporlo all’attacco del neoliberismo.

Riusciremo a portare a Bruxelles una mobilitazione reale?
Noi diciamo che siamo andati in Europa a cercare alleati e amici perché ne abbiamo bisogno. E soli non possiamo. Innanzitutto bisogna costruire una alleanza tra i popoli del Sud Europa perché sono quelli più interessati che non passi la politica dell’austerità. Gli audit cittadini sul debito pubblico e il non pagamento del debito pubblico sono obiettivi che possiamo ottenere insieme. L’idea è di costruire un processo di unità popolare per confrontarsi con questa Europa.

Movimento per la pace, ieri a Firenze in migliaia. Prc: “Usa minaccia per la pace”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Un minuto di silenzio per la pace e decine di aeroplanini di carta lanciati dal palco per dire ‘No agli F35’. A piazzale Michelangelo, ieri, a Firenze, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci e Tavolo interventi civili di pace hanno organizzato il presidio ‘Facciamo insieme un passo di pace’. Sulla piazza con vista Firenze e’ stata stesa anche una bandiera arcobaleno di 15 metri per 30.
Alcune migliaia di persone – 5 mila secondo gli organizzatori – si sono alternate in piazzale Michelangelo durante la manifestazione, iniziata alle 11 e terminata alle 16. Fra gli ospiti, il leader della Cgil Susanna Camusso e il segretario di Sel Nichi Vendola, oltre ai parlamentari del tavolo interparlamentare della pace: Giulio Marcon, Alessia Petraglia, Marisa Nicchi di Sel, Roberto Cotti del Movimento 5 stelle, Filippo Fossati e Paolo Beni del Pd. Per tutta la giornata, sul palco si sono alternati gli interventi, fra gli altri, di Alex Zanotelli, dell’ambasciatrice palestinese in Italia Mai Al Kaila e di Cecilia Strada, oltre a testimonianze video da Palestina, Afghanistan, Israele, Siria, Iraq, Libia, Congo.
All’iniziativa è intervenuto anche il segretario del Prc Paolo Ferrero: “Gli Stati Uniti sono oggi una vera minaccia per la pace- ha scritto in una nota Ferrero – e agiscono al fine di ricostruire blocchi contrapposti politici, economici e militari. Questa Europa – guidata dal Commissario Mogherini – sta completamente sbagliando la politica estera, alimentando conflitti invece che lavorare per la pace, a cominciare dall’Ucraina, dove, anche attraverso le sanzioni, fomenta la guerra e sostiene un governo guerrafondaio e di cui sono parte costituente forze naziste. Diciamo No alle guerre e chiediamo al governo di rispettare la Costituzione”.

Dopo Firenze. I prossimi passi per la Pace | Fonte: www.disarmo.org

L’evento di Firenze del 21 settembre “Un Passo di Pace” è stato un momento importante per molte realtà, organizzazioni e persone (a partire da quelle delle 4 Reti promotrici) per ritrovarsi e dimostrare la propria volontà di lavoro per la Pace. Un lavoro ed un’azione che deve essere quotidiano e non limitato ai momenti di crisi (comunque da affrontare e ricordare, come fatto per tutta questa lunga estate “calda”).Ma proprio in questa ottica il risultato più importante dell’incontro di Firenze è stata la stesura di una piattaforma comune su molte delle “questioni aperte” più rilevanti per il mondo del pacifismo e della nonviolenza. E’ su questa agenda che ci si ritroverà insieme nei prossimi mesi, ciascuno con la propria specificità e le proprie forze. Ma con obiettivo comune, che fa tutta la differenza del mondo.

Buoni passi di Pace! E buona lettura delle proposte tematiche delle Reti promotrici di “Un passo di Pace”: Sbilanciamoci, Tavolo Interventi Civili di Pace, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo.

SCARICA QUI LA PIATTAFORMA “UN PASSO DI PACE” IN PDF