LA GUERRA DELL’ART.18 di Fabrizio Casari da: tutti i colori del rosso

L’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori è una porcata peggiore di quella della legge elettorale. Che il decreto che vorrebbe abolirlo parli di “tutele crescenti” è poi un paradosso verbale simile a quello delle guerre umanitarie. Le tutele non s’intravedono e, a fare attenzione, si scopre che manca completamente il riferimento al numero di anni d’impiego oltre le quali scatterebbero. C’è una rappresentazione paradossale in tutta la vicenda che recita come la generazione di lavoro passi per la facilità a perderlo. E, non bastasse, i nuovi rapaci del renzismo vorrebbero convincerci che l’articolo 18 impedisce la piena uguaglianza dei lavoratori. E’ falso, ovviamente. Renzi, da parte sua, ne fa una ragione di sopravvivenza. Se vuole evitare l’offensiva decisa di Bruxelles sui conti pubblici italiani (che da quando lui è a Palazzo Chigi peggiorano vorticosamente) deve dare qualcosa ai teorici della fine della civiltà del lavoro. D’altra parte, il senso di Renzi è qui: non solo annuncia ciò che non realizza, ma realizza quello che negava di voler fare.

Cosa prevede l’articolo 18, che a sentire i cantori del comando padronale impedirebbe un meraviglioso destino per il mondo del lavoro? Prevede che nelle imprese con più di 15 dipendenti a tempo indeterminato, il lavoratore che venisse ingiustamente licenziato possa rivolgersi al giudice che, se lo ritiene vittima di una misura vessatoria, può annullare il provvedimento e ordinarne il reintegro al posto di lavoro. Attenzione: non sono considerati in questa fattispecie i licenziamenti dovuti a stato di crisi, comportamento illegale o sleale del lavoratore, ristrutturazioni aziendali, cessioni di ramo d’azienda, dismissione o cessione della stessa. L’articolo 18 si applica solo quando un licenziamento viene comminato con arbitrarietà, con spirito vendicativo o ricattatorio; insomma quando è privo di ragioni corrette, quando cioè è ingiusto e discriminatorio. Abolirlo, quindi, significa in primo luogo voler azzerare la dialettica interna alle aziende tra padroni e lavoratori, abolire il confronto anche quando è ormai tra cannoni e campane, inserire l’arbitrarietà, l’ingiustizia e la discriminazione nel novero dei comportamenti leciti per il datore di lavoro (possibili lo sono sempre stati).

Infine si dice che in un paese con svariati milioni di partite Iva, essendo l’art.18 applicabile solo alle medie e grandi imprese, la sua abolizione non costituirebbe un danno poi così rilevante per l’insieme della forza lavoro impiegata. E’ vero, molte delle piccole imprese sono a carattere familiare e dunque lì il problema nemmeno si pone. Ma se davvero così fosse, se davvero la sua abolizione non avrebbe ripercussioni sostanziali, perché allora tanta pervicacia nel volerlo cancellare?

Denunciare le diverse condizioni di chi può appellarsi all’articolo 18 e chi no, è la scoperta dell’acqua calda. Non solo perché ormai il contratto a tempo indeterminato è una chimera o quasi, ma anche perché in buona parte il governo Monti (la cui agenda è stata copiata e incollata da Renzi) ha già parzialmente modificato la norma, dal momento che in diversi casi l’indennizzo con 12-24 mesi di salario può sostituire il reintegro. Ma perché allora, se il fine è quello di equiparare le sorti di tutti i lavoratori proprio per quel senso di giustizia con cui Renzi si addormenta e si sveglia insieme al tweet d’ordinanza, non lo estende a tutti?

Si afferma poi che l’abolizione dell’articolo 18 potrà finalmente riaprire il mercato del lavoro, giacché le aziende, liberate dall’incubo dell’art.18, potranno riprendere ad assumere a tempo indeterminato. E come mai, se la sostanziale abolizione del diritto al reintegro è già vigente da due anni la disoccupazione cresce? Mettere in relazione diretta la crisi occupazionale con la fine delle tutele per i lavoratori è operazione di pure propaganda ideologica. Le aziende non assumono perché non investono, non hanno idee, non hanno liquidità, non fanno ricerca, non costruiscono innovazione di prodotto, non ottengono accesso al credito, non riescono a riscuotere i crediti che vantano dalla Pubblica Amministrazione, subiscono una tassazione del lavoro insopportabile, vengono vessate da una burocrazia onnivora e dall’assenza d’interlocuzione politica sul territorio dove operano. Non c’entra niente o quasi l’articolo 18.

E non è nemmeno vero che il datore di lavoro non ha interesse ad avere la libertà di licenziamento, perché “se il lavoratore produce è interesse dell’imprenditore tenerlo”. E’ un altro luogo comune fondato sulla falsità. Il padrone è alla ricerca continua di migliorare i margini operativi e, in assenza di qualità del prodotto, prova ad erodere i diritti dei lavoratori e i costi che li accompagnano. Il lavoratore, pur se capace, rischia comunque di essere licenziato non appena il padrone individua la possibilità di pagare il suo stesso lavoro ad un costo più basso, sia attraverso l’assunzione di una persona diversa al posto di chi c’era prima, sia con l’introduzione di nuove tipologie di contratto ancor meno costose. Il lavoratore, a quel punto, se legalmente indifeso davanti all’ingordigia e all’arroganza padronale, avrà solo due strade: accettare riduzioni di salario e aumento dei carichi di lavoro oppure andarsene senza nessun indennizzo. La competizione vera diventa solo quella tra chi ha niente e chi solo la disperazione. La giungla è servita.

Non c’è solo, come dice la Camusso, lo “scalpo” da consegnare ai tecnocrati europei. E’ molto di più e anche senza le pressioni della Commissione europea il tormentone della destra vera e di quella travestita da sinistra sarebbe comunque in scena. Quello che si vuole cancellare è l’idea stessa dei lavoratori come detentori di diritti, delle aziende come luogo della società e ad essa soggette per leggi e norme. Il sogno è quello delle “zone franche”, dove la legge non entra per legge. Si vuole abolire la possibilità che di fronte ad una ingiustizia ci si ribelli, che si possa ricorrere alla giustizia; c’è dietro l’idea non confessata (ma basta aver pazienza e l’ascolteremo) della sostanziale inutilità di tutto lo Statuto dei lavoratori in quanto anacronistico. Perché frutto dei rapporti di forza tra le classi di quando esistevano sinistra e sindacati, dunque inutile oggi che le due entità sono rispettivamente scomparse o in crisi profonda.

Questo è il momento della rivincita storica dei padroni e dei politici a loro libro paga: approfittare delle definitiva scomparsa delle idee, dei progetti e dei sogni d’uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale seppelliti sotto il cadavere della sinistra per rimettere il lavoro sotto il tallone del padronato, unico delle componenti sociali a poter disporre di scelte, diritti e privilegi. Del resto, è quanto già successo con il welfare: una costruzione di sistema di garanzie individuali e diritti sociali a carattere universale che il padronato dovette ingoiare solo per fermare le spinte progressiste e rivoluzionarie che dal dopoguerra alla fine degli anni ’70 correvano per l’Europa. Il welfare era concepito dal padronato come un obbligatorio strumento di battaglia ideologica contro la minaccia dell’estensione sempre più ampia dell’idea di un socialismo possibile. Venuto meno il mondo bipolare, scomparsa dall’orizzonte “la grande minaccia” e scomparsa la sinistra, di quel sistema universale di garanzie si fa volentieri a meno smontandolo progressivamente.

Anzi, proprio sulle ceneri del sistema di garanzie pubbliche s’innesta nei servizi l’irruzione delle nuove forme di accumulazione per aziende private: istruzione, trasporti, salute, pensioni, assistenza, sono ogni giorno meno pubbliche e più private, meno universali e più di censo. Ma togliendo dai diritti pubblici le prestazioni, non viene meno l’esigenza delle stesse, solo le si appaltano ai privati che vi lucrano. Il principio di accumulazione, nella crisi determinata dalla guerra del capitale contro il lavoro, ha proprio nella privatizzazione dei servizi una delle leve maggiormente significative per i profitti. E’ questo il fulcro su cui si regge il nuovo patto sociale.

Non sarà comunque, se passerà, l’abolizione dell’articolo 18 a riuscire a trasformare un capitalismo senza capitali in imprenditoria capace di generare lavoro. Non sarà l’italico capitalismo di relazione (così si chiama quello degli squattrinati che si sentono signori) a poter ricollocare l’economia italiana sotto il segno della crescita. Solo un grande piano d’investimenti pubblici e un’inversione brusca della pressione fiscale tra attività finanziaria e produzione industriale potrebbe innescare la marcia giusta. Quello sull’articolo 18 non è altro che odio di classe

Dopo il voto scozzese, una profonda crisi è alle porte Fonte: il manifesto | Autore: Leonardo Clausi

Intervista allo storico Donald Sassoon : «Il guaio più grosso sarà per i laburisti». Archiviato il referendum, «di fatto la Scozia è sovrana, a differenza dell’Inghilterra. È un assurdo istituzionale che non esiste altrove»

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Nel giorno in cui la mag­gio­ranza silen­ziosa scoz­zese ha fatto sen­tire il suo peso nelle urne, pas­sata l’euforia per il sal­va­tag­gio in extre­mis dell’Unione, rag­giun­giamo Donald Sas­soon, pro­fes­sore eme­rito di sto­ria euro­pea com­pa­rata presso il Queen Mary Col­lege dell’università di Lon­dra e autore del recente Quo Vadis Europa , edito da Castelvecchi.

Pro­fes­sore, la cita­zione del giorno è «bit­ter toge­ther», a evi­den­ziare che la crisi del set­te­cen­te­simo anno sarà anche pas­sata, ma que­sto matri­mo­nio resta travagliato…
Non male la bat­tuta, e niente affatto fuori luogo. Ma le riper­cus­sioni ora sono più in Inghil­terra che non in Sco­zia. Se nel refe­ren­dum fosse stata inse­rita la domanda sulla devo-max, avreb­bero tutti votato per quella. Sulla scia del panico per i son­daggi, i tre lea­der (Came­ron, Mili­band e Clegg, ndr) ave­vano pro­messo un incre­mento dei poteri per Edin­burgo pur di ridi­men­sio­nare i «sì» e ora dovranno man­te­nere la pro­messa. In que­sto momento a West­min­ster ci sono circa una ses­san­tina di depu­tati scoz­zesi ripar­titi più o meno come segue: i libe­rali sono 11, i nazio­na­li­sti 6, i labu­ri­sti 40 e i con­ser­va­tori sono… uno. Ora, è inim­ma­gi­na­bile che que­sti ses­santa depu­tati scoz­zesi con­ti­nuino ad avere potere deci­sio­nale su inte­ressi spe­ci­fi­ca­mente inglesi come le tasse quando, com’è noto, West­min­ster non ha le stesse pre­ro­ga­tive in Sco­zia. Biso­gnerà tro­vare una via di mezzo, evi­tando lo squi­li­brio. Ma que­sto dan­neg­ge­rebbe i labu­ri­sti inglesi: se vin­ces­sero le ele­zioni gra­zie anche ai 40 depu­tati scoz­zesi e poi costoro venis­sero “isti­tu­zio­nal­mente” meno, come farebbe a governare?

Que­sto spiega l’atteggiamento in parte distac­cato dei con­ser­va­tori rispetto alla que­stione indipendenza.
Il motivo per cui i Tories erano un po’ schi­zo­fre­nici è che da un lato a loro con­viene che gli scoz­zesi non esi­stano nella Camera dei Comuni per­ché loro stessi non esi­stono in Sco­zia: un po’ come se la destra in Ita­lia potesse fare a meno di Toscana ed Emi­lia. Per que­sto la devo-max è una minac­cia enorme per un futuro governo Labour.

Quella dell’Unione è dun­que una vit­to­ria di Pirro?
È una situa­zione strana. Sal­mond è scon­fitto e con lui almeno per una gene­ra­zione l’idea d’indipendenza. D’altro canto, ha otte­nuto il mas­simo che potesse spe­rare. Pren­diamo la for­mula Bar­nett, che prende il nome dall’omonimo Lord labu­ri­sta che la con­cepì negli tardi anni Set­tanta: sta­bi­li­sce la spesa pub­blica pro capite per Sco­zia, Irlanda del Nord e Gal­les. È con­tro­versa per­ché per la Sco­zia è circa del 20% più alta che per Inghil­terra. Ora la Sco­zia non si può defi­nire con­ven­zio­nal­mente povera. Di certo lo è meno di Gal­les e Nord Irlanda. È chiaro che i Tories a destra di Came­ron cer­che­ranno di abro­garla. Né vor­ranno più che i depu­tati scoz­zesi inter­fe­ri­scano negli affari inglesi. Ma il guaio più grosso sarà per i labu­ri­sti, che rischiano di per­dere ben 40 depu­tati in una loro pos­si­bile futura mag­gio­ranza. Tenendo conto che Came­ron ha anche pro­messo un refe­ren­dum sull’Europa nel 2017, qua­lora rivinca le ele­zioni, siamo alle porte di una grossa crisi costituzionale.

In un Paese che non ha costituzione.
Non avendo una costi­tu­zione scritta si può fare di tutto. La si sta­bi­li­sce facen­dola man mano.

E la deci­sione di omet­tere il que­sito stesso sulla devo-max nella for­mu­la­zione ori­gi­na­ria del referendum?
Sal­mond era pes­si­mi­sta, pen­sava di per­derlo, com’è poi stato. Dun­que la sua idea era pro­vare almeno a por­tare a casa un amplia­mento della devo­lu­zione, giac­ché era chiaro che tutti avreb­bero votato per­ché la Sco­zia otte­nesse almeno mag­giori poteri. Per que­sto Came­ron ha voluto evi­tare di inclu­derlo. Ma i son­daggi hanno aumen­tato il panico. Ora che la coa­li­zione e il Labour si sono in parte ras­si­cu­rati, faranno di tutto per ridi­men­sio­nare le pro­messe fatte. Resta il pro­blema che la Sco­zia ora ha un par­la­mento, ha un governo, ha tutte le pre­ro­ga­tive isti­tu­zio­nali di uno Stato sovrano, men­tre l’Inghilterra non le ha. È un assurdo isti­tu­zio­nale che non esi­ste altrove.

Quando la precarietà distrugge gli affetti: c’è lo sportello “Sos crisi”Fonte: redattoresociale.it

La psicologia e la sociologia ci avevano già messo in allerta: a lungo andare, la crisi economica rischia di trasformarsi in crisi degli affetti. Nel mirino, oltre al reddito, ci sono i legami più profondi, che faticano a contenere il peso di tanta sfiducia . Ma, almeno in questo senso, qualcosa può essere fatto; ne sono convinti gli operatori di “Sos crisi”, uno sportello di ascolto e sostegno psicologico che a Torino si occupa di assistere cittadini e famiglie in difficoltà. Con un bilancio che, dopo appena sei mesi di attività, parrebbe essere piuttosto positivo.  “In realtà –  spiega Alberto Quattrocolo, psicoterapeuta e presidente dell’associazione MeDiaRe, responsabile del progetto – siamo attivi da 11 anni, con dei servizi gratuiti di ascolto, mediazione di conflitti e supporto psicologico. Nello scorso marzo abbiamo iniziato a lavorare in partnership con il Comune, grazie a un bando della fondazione Crt. A Torino abbiamo in tutto cinque sportelli, ma siamo attivi anche in provincia, a Collegno e Moncalieri”.

Ad oggi, sono più di 150 le persone assistite dallo sportello. “Di queste – continua Quattrocolo –  la metà è composta da individui trai 28 e i 35 anni, con le donne in numero leggermente maggiore rispetto agli uomini. In questa fascia d’età, il vissuto è caratterizzato soprattutto da senso di precarietà e paura del futuro, che, in alcuni casi, può sfociare in autentico terrore. C’è soprattutto un diffuso senso di colpa per non riuscire a garantire ai figli le certezze che si sono avute dai genitori” .  Secondo Quattrocolo, pensieri di questo genere “tendono in molti casi a risultare perfino eccessivi rispetto all’oggettiva realtà delle cose; e senza un adeguato intervento, possono permanere anche quando la situazione economica è in via di risoluzione” .

Viene dunque da chiedersi se esista una componente psicologica nel permanere della crisi, quasi si trattasse di un circolo vizioso. “In effetti – precisa lo psicoterapeuta – in gran parte della popolazione colpita dalla congiuntura economica si riscontra un forte elemento di matrice emotiva; che, il più delle volte, si traduce in una forma molto nociva di rabbia. Le stesse persone che si rivolgono a noi non arrivano mogie e con la testa bassa; è molto più frequente che siano pervase da una forte collera. E non si tratta purtroppo di una rabbia di tipo creativo, ma autodistruttivo o eterodistruttivo”. Vale a dire che, più che fornire una spinta risolutrice, questo genere di rabbia finisce per essere rivolta verso se stessi e gli altri. Ed è qui che entrano in ballo gli affetti: “Per molti – precisa Quattrocolo – la ricaduta più immediata si traduce nello sviluppo di tensioni molto forti all’interno della famiglia o degli ambiti relazionali più prossimi : dunque con il partner, gli amici o addirittura i vicini”.

Il permanere della crisi, dunque, rischia di piantare i semi per una società sempre più ostile, arrabiata, atomizzata: una situazione, questa, che si presenta invariabilmente anche tra gli over 35. “In questi casi – continua Quattrocolo – più che di precarietà, bisogna parlare di un vero e proprio senso di fallimento. Le situazioni più frequenti riguardano uomini e donne che, arrivati a 40 o addirittura a 50 anni, si ritrovano disoccupati o con un lavoro precario e un reddito sensibilmente inferiore. Bisogna considerare che, in questi casi, si è di fronte alla ragion d’essere di una vita che evapora; e che, peggio ancora, tende a farlo lentamente, perché nessuno perde il lavoro o chiude l’azienda da un giorno all’altro”.

Anche in questo caso, le tensioni accumulate “finiscono per riverberare nelle relazioni più significative. Paradossalmente, ad esempio, capita spesso che gli imprenditori, in preda al senso di colpa per l’eventualità di dover licenziare dei dipendenti, se la prendano proprio con loro. Ma, ancora una volta, sono soprattutto le tensioni famigliari che rischiano di diventare esplosive”. Secondo Quattrocolo, però, un supporto di tipo psicologico può incidere in maniera molto positiva, quantomeno nell’ambito relazionale. “Il primo scoglio da superare – spiega – è sempre quello relativo al diffuso pregiudizio che vede la psicologia come la ‘scienza che cura i matti’; ed è per questo che nei nostri sportelli si parla in primo luogo di ‘ascoltare’ le persone. Si tratta, comunque, di un ostacolo che può essere facilmente superato: tra quanti si sono rivolti a noi, finora, soltanto otto persone hanno deciso di fermarsi ai colloqui preliminari”.

Per chi ha deciso di proseguire, invece, “è stato fondamentale imparare a dare espressione verbale al senso di rabbia, di frustrazione e di impotenza accumulato nel tempo. Si tratta semplicemente di trasformare il vissuto in parole, che non vengano più usate come armi per ferire il prossimo. Non è detto che questa espressione riesca a trasformare il vissuto individuale, perché questo resta comunque legato a un oggettivo dato di realtà; ma di certo può smorzare moltissimo le tensioni in famiglia e negli ambiti relazionali”.

“In altri termini, – conclude Quattrocolo – spesso è sufficiente spiegare al coniuge: ‘non ce l’ho con te, ma sto male e ho bisogno di essere lasciato perdere’. In questo modo è possibile invertire un processo che altrimenti rischia di spezzare legami importanti. Legami che, al contrario, potrebbero svolgere un ruolo positivo anche nei momenti di crisi”.  Chi volesse rivolgersi a Sos Crisi, può chiamare lo 011/8390942 o il 345/7350229. Per informazioni: www.soscrisi.it

Tar: troppi 4 alunni disabili per classe, anche in presenza di accorpamenti Fonte: www.dirittoscolastico.it

La sentenza del Tar Palermo è stata divulgata dal portale DirittoScolastico.it e affronta una disciplina molto delicata, il numero di alunni con grave disabilità in una classe:

Il TAR Sicilia con la sentenza n. 2250/2014 riconosce quanto da noi sempre sostenuto: l’eccessivo numero di alunni per classe, oltre a aggravare i rischi relativi alla sicurezza, incide negativamente sulla qualità della didattica pregiudicando la formazione degli alunni e, in particolar modo, non consentendo la piena integrazione dei disabili.I Cobas Scuola di Palermo hanno sostenuto i genitori e gli studenti, rappresentati dall’avv. Chiara Garacci, che hanno impugnato il decreto con cui il dirigente di un liceo palermitano decideva l’accorpamento di due classi quarte, con la conseguente costituzione di una sola classe con 24 alunni dei quali 4 disabili gravi.

L’accorpamento pretendeva di giustificarsi con quanto contenuto nell’art. 17, comma 1, del d.P.R. n. 81/2009, secondo il quale, “le classi intermedie sono costituite in numero pari a quello delle classi di provenienza degli alunni, purché siano formate con un numero medio di alunni non inferiore a 22; diversamente si procede alla ricomposizione delle classi secondo i criteri indicati all’articolo 16”.

La sentenza accoglie invece la tesi, da noi sostenuta, che in casi del genere, il numero di alunni per ciascuna classe (iniziale, intermedia o finale) non può superare il tetto di venti unità.

Significativo il passaggio in cui il TAR sottolinea la circostanza che il d.P.R. n. 81/2009, contempli l’ipotesi della presenza di disabili unicamente per le prime classi e non anche per quelle intermedie e ciò “impone un’interpretazione dello stesso dato normativo in linea con le esigenze di inclusione dell’alunno disabile così come tracciate dalla legislazione interna di riferimento e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità”.

La sentenza sostiene la necessità che “una lettura improntata a parametri di logicità impone di ritenere che il limite dei venti alunni previsto per le «classi iniziali» debba considerarsi valido per tutte le classi. D’altronde, in tema di classi intermedie (e terminali), il rinvio dell’art. 17 al precedente art 16 (che riguarda le classi iniziali diverse da quelle dell’art. 5, queste ultime inerenti alla presenza di alunni con disabilità), impone di differenziare dette classi intermedie in ragione della presenza o meno di disabili, se non a pena di giungere al risultato, totalmente contrario allo spirito, alla logica e alla ratio della disciplina, di consentire, astrattamente, per le classi intermedie, un aumento del numero di allievi rispetto a quelli di provenienza (da 20 a 22) in ipotesi di presenza di disabili, e, per altro verso, una riduzione (da 27 a 22) per tutte le altre classi in cui non è contemplata la presenza di disabili”.

Proprio quanto abbiamo sempre sostenuto: una diversa lettura della norma porterebbe alla paradossale conclusione che le classi maggiormente bisognose di tutela da parte dell’ordinamento, perché accolgono alunni con grave disabilità, subirebbero un trattamento deteriore perché dopo essere state costituite con 20 alunni (o meno) sarebbero destinate a sicura scomparsa in quanto non permetterebbero il rispetto del limite dei 22 alunni indicato dall’art. 17 del d.P.R. n. 81/2009.

La sentenza affronta poi la questione se l’esito positivo dello scrutinio finale per gli alunni disabili dimostrerebbe da sé l’assenza di un danno, chiarendo che “al di là dell’esito dello scrutinio del corpo docente è indubbio che l’allocazione in una classe con un numero di alunni di gran lunga inferiore avrebbe certamente garantito per tutti un servizio quantomeno migliore oltre che in linea con le previsioni normative”.

Continueremo a sostenere i diritti degli alunni e invitiamo l’Amministrazione e i dirigenti scolastici a garantire che in tutte le scuole siano rispettate almeno le condizioni essenziali di vivibilità: numero di alunni per classe, capienza delle aule, piena integrazione dei disabili.

L’autunno della Lista Tsipras Fonte: Il Manifesto | Autore: Riccardo Chiari

In piazza il 18 ottobre con la Fiom. A novembre una manifestazione nazionale. Ma alle regionali, in Calabria e in Emilia Romagna, ‘rispetto’ per le condizioni peculiari. In attesa che la base di Sel decida se correre con l’Altra europa o con il centrosinistraLa cam­pa­gna d’autunno dell’Altra Europa per Tsi­pras pog­gia su un documento-manifesto da pre­pa­rare, discu­tere e appro­vare nei pros­simi 60–90 giorni, per avviare il pro­prio svi­luppo orga­niz­za­tivo. Anche in vista delle future ele­zioni nazio­nali, dove pre­sen­tarsi come forza alter­na­tiva al Pd di Mat­teo Renzi. Poi una mani­fe­sta­zione fis­sata per il 29 novem­bre e da orga­niz­zare sul tri­no­mio diritti-reddito-lavoro, in totale con­tra­sto con le poli­ti­che della Com­mis­sione Ue e di un governo ita­liano «che al di là degli slo­gan sta docil­mente seguendo le diret­tive di Bruxelles».

Infine un veloce pas­sag­gio sulle sca­denze elet­to­rali più vicine, regio­nali in pri­mis, con una sin­te­tica «presa d’atto» della pecu­liare realtà cala­brese e dell’attivismo dei comi­tati ter­ri­to­riali emiliano-romagnoli. Che sul punto, ricorda Cor­rado Oddi, «pre­sen­te­ranno can­di­dati che erano sulla lista dell’Altra Europa, con un pro­gramma che si richiama a quello con­ti­nen­tale». Lasciando al tempo stesso a Sel, alle prese con il refe­ren­dum fra gli iscritti per deci­dere o meno il soste­gno al can­di­dato vin­ci­tore delle pri­ma­rie Pd, l’elementare diritto alla con­sul­ta­zione della pro­pria base.

Dal comi­tato ope­ra­tivo dell’Altra Europa, una sorta di ese­cu­tivo prov­vi­so­rio che si ritrova a Firenze per sti­lare un pro­gramma di lavoro per i mesi a venire, escono più volti sod­di­sfatti di quanto ci si aspet­tasse, in una vigi­lia che era stata segnata dalle ten­sioni elet­to­ra­li­sti­che. Alla prova dei fatti invece la riu­nione viene giu­di­cata posi­ti­va­mente, sia dai rap­pre­sen­tanti delle forze poli­ti­che (Deiana e Cento di Sel, Fan­tozzi e Acerbo di Rifon­da­zione), che dagli altri pro­ta­go­ni­sti dell’Altra Europa, da Marco Revelli a Roberto Musac­chio e Mas­simo Torelli, fino agli espo­nenti dei tanti comi­tati locali per Tsi­pras che hanno lavo­rato pan­cia a terra nella scorsa pri­ma­vera, per sen­si­bi­liz­zare l’elettorato e far supe­rare alla lista il quo­rum del 4% con l’elezione di tre europarlamentari.

A que­sto punto, osserva Revelli intro­du­cendo la discus­sione, occorre però un nuovo documento-manifesto, che da un lato con­fermi il radi­ca­mento con l’esperienza euro­pea, e dall’altro avvii una fase di con­so­li­da­mento orga­niz­za­tivo. La stra­te­gia d’azione è quella di costi­tuire un’associazione che rac­colga ade­sioni indi­vi­duali, e che quindi non si trovi in con­trad­di­zione con l’appartenenza a que­sta o quella forza già orga­niz­zata. Va da sé peral­tro che, in pro­spet­tiva, le deci­sioni che saranno prese, in par­ti­co­lare sulle deli­cate que­stioni elet­to­rali, dovreb­bero com­por­tare una ces­sione di sovra­nità. Un pro­cesso aiu­tato dai tempi medio-lunghi che l’esecutivo di Renzi si è dato – i «mille giorni» — per l’attuale legi­sla­tura. E dalla pro­gres­siva con­sta­ta­zione da parte dell’elettorato, come osserva fra gli altri anche Paolo Cento, che «il cen­tro­si­ni­stra è morto».

A Revelli viene affi­dato il com­pito di ini­ziare l’elaborazione del documento-manifesto, e di coor­di­nare un lavoro di gruppo per la ste­sura defi­ni­tiva. Il comi­tato ope­ra­tivo decide inol­tre di soste­nere la cam­pa­gna per la revi­sione dell’articolo 81, e ade­ri­sce alla mobi­li­ta­zione Fiom, e alle altre ini­zia­tive di lotta dei comi­tati ter­ri­to­riali. «L’Altra Europa con Tsi­pras – dice il docu­mento con­clu­sivo — lavora per costruire l’opposizione sociale e poli­tica alle poli­ti­che di Renzi e della Com­mis­sione Euro­pea. Il pro­cesso pro­se­gue den­tro le lotte e le mobi­li­ta­zioni: l’Altra Europa ade­ri­sce alla mani­fe­sta­zione della Fiom del 18 otto­bre, e pro­pone per il 29 novem­bre una mani­fe­sta­zione nazio­nale a Roma con­tro Renzi e la Com­mis­sione Euro­pea di Junc­ker e Katai­nen. E’ fon­da­men­tale che, men­tre Renzi gioca a divi­dere e con­trap­porre i sog­getti sociali col­piti dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, l’Altra Europa pro­pone di unire i mille ‘No’ a quelle poli­ti­che: una mani­fe­sta­zione per dire no al Jobs Act e alla can­cel­la­zione di quel che è rima­sto dell’articolo 18, e al tempo stesso per riven­di­care l’introduzione di un red­dito minimo garantito».