Comunicato stampa cobas palermo: Sabato 6 il nostro Esecutivo Nazionale deciderà le forme di lotta in difesa della scuola pubblica e dei suoi lavoratori/trici

Comunicato-stampa

Il furbone Renzi promette assunzioni di massa on-line ma non in Consiglio di Ministri. Altro che consultazione democratica! Non sa dove trovare i soldi e non osava dirlo a Padoan
E intanto rilancia la scuola dei presidi-padroni, liberi di assumere e di licenziare, e la concorrenza tra docenti ed Ata per qualche spicciolo, con i contratti bloccati per l’eternità
Sabato 6 il nostro Esecutivo Nazionale deciderà le forme di lotta in difesa della scuola pubblica e dei suoi lavoratori/trici
Ma che gran furbone il Renzi, che colossale venditore di fumo, altro che il Berlusca! Cancella il CdM strombazzato da settimane che doveva decidere provvedimenti “epocali” per la scuola e mischia, on-line tanto non costa niente, promesse mirabolanti a ignobili proposte per scuole dominate da presidi-padroni liberi di assumere e licenziare e per scatenare lotte concorrenziali tra docenti ed Ata per qualche spicciolo in più, mentre i contratti restano bloccati a vita. Il furbone pensa che, grazie alla promessa di assunzioni di massa di precari, tutto il resto passerà in cavalleria. Le assunzioni di tutti i precari (che non sono i 150 mila delle GAE, ma molti di più) sarebbero la compensazione doverosa per tanti anni di discriminazioni e aleatorietà di vita, tanto più che nel prossimo triennio circa centomila docenti ed Ata andranno in pensione. Perché, invece di nascondersi dietro una fantomatica  discussione per due mesi, Renzi non è andato in CdM, rendendo realtà la promessa e richiedendo i circa 4 miliardi annui necessari per attuarla (un precario costa in media un 30% in meno di uno “stabile”) nella Finanziaria di novembre? Perché avrebbe dovuto avere il via libera di Padoan e di Draghi, nonché subire l’assalto degli altri ministri che avrebbero richiesto somme analoghe. Così, invece, potrà a gennaio fare marcia indietro, dando la colpa alle ristrettezze finanziarie. Ma, coperte da questo fumo, le 130 pagine nascondono le seguenti “chicche”, citando solo quelle che risaltano di più ad una prima rapida lettura:
1) In futuro le assunzioni avverranno solo per concorso, quel meccanismo corrompente che nessuna garanzia dà veramente sulle competenze; e solo per gli abilitati mediante una sorta di laurea abilitante che andrebbe anche bene (almeno sulla carta) se non fosse a numero chiuso e se non servisse anche ad accorpare enormemente cattedre e competenze, mischiando materie “affini”.
2) Finalmente i presidi otterrebbero il potere assoluto mediante l’assunzione diretta (e conseguenti licenziamenti) di docenti ed Ata). E’ scritto che, per realizzare, la “piena autonomia” scolastica, serve “schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”, cioè chiamare a scuola i docenti e gli Ata che il preside-padrone, dopo “consultazione collegiale”, riterrà più adatti.
3) Riparte la geremiade sul presunto “merito”, quel quid che nessun ministro o governo è mai riuscito a spiegare cosa sia esattamente per i docenti e gli Ata. Avvio dal prossimo anno del Sistema di valutazione nazionale, con la sedicente autovalutazione delle scuole che in realtà significherà l’imposizione dei criteri degli Invalsiani, quelli della scuola-quiz, nonché l’intervento assillante degli ispettori ministeriali. E in aggiunta, verrà imposto dal 2015-6 il Registro nazionale del personale, che farà lo screening delle sedicenti “abilità” di ognuno/a, fissandole in un Portfolio individuale su cui verranno conteggiati i presunti “crediti” professionali dei singoli. E sulla base del Portfolio e dei crediti i presidi assumeranno ma anche premieranno, perché per gli scatti stipendiali si procederebbe in parte per anzianità ed in parte per presunto merito con graduatorie di istituto, in base alle quali il 66% dei “migliori” (data l’aleatorietà dei criteri, sarà il preside ad avere la parola decisiva) avrà uno scatto ogni 3 anni (sempre con il permesso di Padoan e di Draghi).
4) In questo quadro finisce per preoccupare persino l’annunciata “eliminazione della burocrazia scolastica” (un’altra “rottamazione”?) se significherà, come scritto, lasciare carta bianca alla decisionalità dei “presidi in rete”, trasformati in Amministratori delegati alla Marchionne, possessori delle scuole e del personale.
5) C’è poi un’accorata sollecitazione agli investimenti privati, in un quadro di potenziamento “dei rapporti con le imprese”, non solo alle aziende vere e proprie, a cui si promettono forti sconti fiscali, ma anche al “microcredito” dei cittadini, con raccolte “popolari” di soldi, visto che il finanziamento pubblico da solo “non ce la fa”. E toccherebbe ai genitori farsi avanti con altri quattrini. E la fuoriuscita per stages lavorativi (gratuiti) in azienda dovrà divenire la regola alle superiori. La “didattica lavorativa” sarà resa “sistemica”, verso una scuola-fabbrica.
5) Per incentivare al massimo la concorrenza tra docenti, si torna ai “formatori” contro cui nacquero i Cobas. Si chiameranno “innovatori naturali” coloro che invece di insegnare si occuperanno della formazione e dell’aggiornamento, che diverrà obbligatorio e conterà molto per i “crediti”. Ovviamente i tizi otterranno meriti e soldi in più. Cosa che accadrà anche per il “docente mentor” un supervisore della valutazione della scuola e del singolo, nonché per le attività di “formazione”.
Insomma, in attesa che, sull’unico punto potenzialmente positivo del programma -, e cioè l’assunzione al 1 settembre 2015 di 150 mila precari – un CdM prenda un preciso impegno legislativo a investire nella imminente Finanziaria i 4 miliardi annui necessari, ci apprestiamo a respingere al mittente il resto, con l’aiuto dei tanti docenti, Ata, studenti e cittadini che non si lasceranno ingannare dal novello Berlusconi. Quindi, sabato 6 settembre riuniremo il nostro Esecutivo nazionale per decidere le iniziative di protesta e di lotta in difesa della scuola pubblica e dei suoi lavoratori/trici, anche tenendo conto della decisione già presa da molte organizzazioni studentesche che hanno convocato per il 10 ottobre uno sciopero nazionale degli studenti.
3 settembre 2014
Cobas scuola

“Renzi nella scuola sta facendo quello che Marchionne ha fatto con la Fiat”. Intervista a Battista, di Usb Fonte: www.usb.it | Autore: rossella lamina

Renzi ha presentato le sue linee guida sulla scuola e promette l’assunzione di 150.000 precari: finalmente tornano i conti nelle aule?
Un principio basilare della matematica, della logica e anche del buon senso è che per stabilire se una qualsiasi quantità è “tanta” o “poca” vada messa in relazione ad un’altra quantità. Sicuramente per il singolo precario che aspetta da decenni la stabilizzazione, o per la classe che non ha mai lo stesso insegnate di matematica o italiano perché quel posto è “vacante”, 150mila assunzioni possono apparire come un traguardo. Se invece rapportiamo grandezze dello stesso tipo, in questo caso dobbiamo prendere i dati nazionali, cioè contare tutte le classi senza professore e tutti i precari. Dobbiamo allora, nel nostro raffronto, riferirci ad un periodo più lungo dell’anno scolastico perché si tratta di un sistema fatto di esseri umani e del loro sviluppo. Sulla base dei dati del 2005, il risultato è che 150mila stabilizzazioni nel 2015 sono il minimo dovuto, ma non ancora l’essenziale. E non si parla del personale ATA, ridotto all’osso e sottopagato come e più dei docenti.Perché soltanto un “minimo dovuto”?
Perché ci sono montagne di sentenze contro il Ministero dell’Istruzione che riconoscono ai precari risarcimenti per la mancata stabilizzazione; perché c’è un procedimento di infrazione da parte dell’Unione Europea per la mancata stabilizzazione del personale che ha già avuto tre contratti a tempo determinato; perché è un lavoro immane – e costoso – gestire ogni anno tutta questa partita delle assunzioni per tappare i buchi strutturali di organico; perché, in fondo, grazie alle modifiche contrattuali intervenute in questi anni (senza contrattazione, ma accettate dai sindacati collaborazionisti) stabilizzare un precario, alla fine dei conti, non costa poi tanto di più che mantenerlo precario.

Ma allora quali saranno a vostro avviso gli effetti concreti delle assunzioni?
Con 150 mila assunzioni finalmente lasciamo che molti nostri colleghi vadano in pensione, con un assegno da fame ma non da precari: avranno un contratto a tempo indeterminato in tasca. Tante classi avranno finalmente il loro docente, ma saranno composte dallo stesso numero spropositato di studenti, con meno ore di lezione, meno sostegno per i ragazzi diversamente abili o semplicemente provenienti da altri paesi; meno pulizie, meno sicurezza e vigilanza, meno “punti di erogazione”, cioè scuole o plessi distribuiti sul territorio nazionale. Insomma, saranno le stesse classi che ha composto la Ministra Gelmini. (vedi tabella 1). Un altro dato da tenere in mente è la disoccupazione galoppante: con questo piano non c’è un posto di lavoro in più! Anzi, decine di migliaia di posti di lavoro verranno eliminati dall’idea dell’organico funzionale, cioè con personale non più legato ad una scuola ma ad una “rete” (che può comprendere scuole distanti anche fino a 50 km) il quale dovrà tappare le supplenze “brevi”. Saranno dunque gli stessi docenti di ruolo a curare la malattia della “supplentite”, e tutto per lo stesso stipendio. Idea preoccupante, proveniente da “testa” sindacale e già approvata e sottoscritta nell’Accordo per la provincia di Trento (Flc-CGIL e CISL), con un aumento di orario a parità di salario.

Tabella 1

In che modo si è già risparmiato sulla pelle della scuola e dei suoi lavoratori?

Col blocco del Contratto Collettivo Nazionale dal 2009, la cancellazione degli scatti di anzianità dal 2010 e oggi sappiamo dalla Madia che il blocco proseguirà almeno fino al prossimo anno, mentre già nei vari decreti legge è fino al 2020. Col taglio del salario accessorio, l’aumento dell’orario di lavoro de facto e del carico di lavoro e, soprattutto, dell’età pensionabile per le donne (oltre il 70% del personale) a 65 anni e la legge Fornero per tutti; col ritardo del pagamento della liquidazione pure decurtata; con la mobilità e gli esuberi che crescono in modo vertiginoso. Considerando poi che i lavoratori della scuola sono cittadini di questo Paese, il taglio di tutti gli altri servizi – dalla sanità ai trasporti – con l’aumento costante dei prezzi di prodotti come il cibo o le utenze domestiche (per chi una casa ce l’ha), è oramai palpabile l’impoverimento dei 950 mila lavoratori della scuola.

Ma questi scatti per “merito”, non potrebbero migliorare la situazione?

Volendo al momento sorvolare sul termine “merito”, si tratta di 60 euro mensili per meno della metà del personale. Vi sottopongo un’altra tabella:

Tabella 2

Si tratta di un calcolo fatto su un sistema che, a come descritto nelle linee guida del documento del governo, è molto rigido: prende lo scatto solo il “bravo” che rientra nella finestra triennale che dovrebbe aver inizio dal 2018; se nel 2018 si è già in servizio da 2 anni, si deve comunque aspettare il 2021. La “variazione stipendiale annua lorda media” è dunque calcolata sul caso migliore del docente assunto nel 2015, non un anno prima né un anno dopo. Bisogna ricordare che già nel 2011 per i neo assunti fu tagliato (con accordo firmato dai sindacati complici) lo scatto al terzo anno di anzianità, con una perdita che allora calcolammo del 6%, e dunque si tratterebbe di un parzialissimo recupero. Il discorso si complica, e gli incrementi diventano decurtazioni stipendiali, per i lavoratori con una anzianità di servizio più alta. Solo per esempio, un docente che nel 2018 avrà 21 anni di servizio perderà fino a fine carriera quasi mille euro ogni anno. Insomma, una parte dei lavoratori della scuola che ad oggi NON hanno preso i famosi 80 “renzini” mensili, avranno dal 2018 tra i 500 e i 900 euro lordi all’anno. Gli altri, tutti insieme, regaleranno ancora qualche miliardo di euro allo Stato! Finalmente Brunetta vedrà il suo sistema “meritocratico” applicato, con i nuovi docenti “premiati” proprio come i clienti fedeli di un supermercato…

Quanto costano gli scatti dei docenti?
Fino al 2018 tutti gli scatti sono bloccati per tutti. Come lo stipendio, sul quale già ad oggi dall’ultimo rinnovo abbiamo perso almeno 7.000 euro, o le ferie, che in questi anni sono state cancellate per il personale precario più o meno per un ammontare proprio di 1.000 euro! Non possiamo dimenticare che chi verrà “scritto sulla lavagna” perderà 3.400 euro e se si è un docente con già 21 anni di servizio non conviene neanche essere bravo! Insomma, con quello che stiamo perdendo complessivamente non conviene proprio a nessuno fare il primo della classe con il Dirigente di turno.

Un altro esempio di come una bugia ripetuta 100 volte diventa realtà per l’opinione pubblica…
Questo “nuovo” sistema in realtà è molto vecchio: taglia gli stipendi, non restituisce il maltolto e reintroduce un sistema di relazioni all’interno della Scuola pre-Gentiliane (prefasciste). Son previste modifiche importanti agli organi collegiali (la cosiddetta legge “Aprea”), già combattute con decine di scioperi e manifestazioni, che sono troppo spesso costate la reazione violenta contro gli studenti in piazza. Organi Collegiali che a vari gradi coinvolgono tutti – dai genitori ai collaboratori scolastici, alla vita della scuola – vengono svuotanti cancellandone la loro funzione di controllo o eliminati, come il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, che ha avuto il “torto” di aver espresso pareri contro la Riforma Gelmini e “causato” la condanna del Ministero – ma il Governo non dà seguito alle sentenze oramai definitive. D’altro lato i Dirigenti vengono trasformati definitivamente in Kapò ai quali si vuole dare il potere di “scegliersi la squadra”, cioè la libertà di assumere e licenziare. Per questo abbiamo indetto lo sciopero proprio il primo giorno del Collegio Docenti, uno sciopero che coinvolge tutte le scuole e durerà almeno una settimana. L’USB ha conquistato un nuovo strumento di lotta, a vent’anni della legge antisciopero superandone le pesanti imposizioni.

…E il ruolo dei soggetti privati?
Il senso più profondo della riforma Renzi sta nell’ingresso e nel controllo che i privati eserciteranno – e invero già esercitano – sulle scelte didattiche e gli obiettivi finali dell’istruzione. La trasformazione di interi pezzi del processo formativo in Fondazioni Private è già in atto, grazie alla bella intuizione di Bersani-Fioroni e la realizzazione della Gelmini, con fondi fuori controllo di Fondazioni che ricevono finanziamenti pubblici, personale, e sgravi fiscali per i privati che fanno “beneficenza”. Quello che è successo in Sanità con le Fondazioni sta davanti a tutti: lo sfascio economico l’eliminazione del diritto alla salute, la stessa strada perdente la stanno percorrendo con la Scuola.

Qual è la proposta dell’USB?
Per riassumere, la rivoluzione annunciata di Renzi è l’applicazione del modello Marchionne alla Scuola: ricattare i lavoratori con lo scambio posto di lavoro-diritti. D’altra parte già questa estate avevamo detto che per “rivoluzionare” la scuola mantenendo il Paese nel quadro delle compatibilità imposte dalla Trojka per il pagamento del debito, Renzi avrebbe dovuto “fare Tarzan”. Ma nelle sue acrobazie ha mancato la liana: invece della rivoluzione abbiamo una riforma Gelmini.2.0

Per iniziare a parlare di ripresa della Scuola, riconquista di occupazione vera e sana ad oggi, sono necessari altri 250 mila lavoratori tra docenti e personale ATA per far fronte all’aumento degli studenti e il recupero dei posti tagliati e i futuri pensionati, oltre la stabilizzazione degli attuali precari; il rinnovo del contratto di lavoro e la reinternalizzazione dei servizi e dei lavoratori delle ditte che lavorano nella scuola; la cacciata dei privati e la cancellazione della legge Fornero.

Tutta la Riforma della Pubblica Amministrazione sta strozzando i lavoratori e piegando agli interessi privati la macchina statale. Per farlo devono calpestare la libertà – di pensiero, di espressione – a partire dai luoghi di lavoro, a partire dal restringimento dei diritti sindacali. La complicità di CGIL, CISL e UIL non può essere più sottaciuta e consentita, nella scuola come in tutto il resto del mondo del lavoro. Dopo la firma di accordi come quello sulla Rappresentanza Sindacale o come nella Scuola, con le firme su Accordi che anticipano e suggeriscono le “riforme” dei Governi, non si può più parlare genericamente di “unità”. L’unità, per noi, è tra le organizzazioni che lottano con coerenza, dei lavoratori che non si arrendono, con chi non nasconde la testa sotto la propaganda renziana.

La mobilitazione necessaria è quella di tutti i lavoratori contro il Job act, gli accordi liberticidi dei diritti sindacali e democratici, contro la riforma della P.A. e per la cancellazione della Legge Fornero, fino allo sciopero confederale generale nazionale, e la giornata del 10 ottobre indetta dagli studenti può essere per la scuola una tappa importante. È necessario riconquistare la scuola di massa, laica e statale. I figli dei lavoratori, i precari, immigrati e non, i disoccupati, hanno il diritto e il dovere di partecipare alla vita del Paese e non permetteremo che venga tolta loro la possibilità di un riscatto, perché noi siamo i figli dei lavoratori, degli sfruttati che in questo Paese hanno lottato per farci studiare e non lasceremo la nostra scuola allo sbaraglio senza lottare.

Anche medici e dirigenti sanitari si uniscono alla protesta contro il blocco della contrattazione | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Contro il prolungamento al 2015 del blocco dei contratti del pubblico impiego protestano anche i medici e i dirigenti sanitari dipendenti del SSN compresi, e ricordano la reazione stizzita del ministero della Economia che negava il blocco sine die, rinviando ogni decisione alla legge di stabilità, anche perché questo significherebbe uno stop fino al 2018. Dichiarano in una nota di volersi unire alla protesta che sta montando, “per non essere bersaglio immobile e per il rispetto che devono alla loro dignità professionale ed al servizio civile che continuano a svolgere nei confronti dei cittadini”.

L’Anao Assomed in un lungo comunicato riporta i termini della questione sottolineando che il Governo sceglie “la strada più semplice, non quella più utile, dopo aver dichiarato, nei mesi scorsi, il proprio impegno nel rilanciare meritocrazia, sviluppo di carriera e competenze avanzate, pur non potendo garantire adeguate risorse, con l’ennesimo taglio lineare, proprio quello che aveva promesso di non fare”. Il danno economico di un blocco contrattuale lungo 6 anni per medici e dirigenti sanitari “è più profondo di quanto si immagini, specie per quei giovani che il governo dice di volere privilegiare, per il sommarsi anche della decurtazione dei fondi contrattuali periferici e del blocco della retribuzione individuale, e delle conseguenti ricadute in termini pensionistici. Intanto il precariato medico continua ad aspettare, come se avesse meno diritto alla stabilizzazione rispetto ad altri”, proseguono i medici, per i quali non è solo questione di soldi, ovvero “se il Governo può decidere, in qualità di datore di lavoro, di quanto finanziare il contratto dei suoi 3 milioni di dipendenti, non può fuggire il confronto su regole ed organizzazione, con una serrata che lo esonera anche dall’intervenire sui presupposti, quali la definizione delle aree contrattuali. Usare i contratti come strumento di innovazione e di governo è possibile anche con disponibilità nulle del bilancio pubblico per il 2015, eliminando le altre angherie previste dal DL 78/10, peraltro già derogate per magistratura, scuola e sicurezza, come da tempo andiamo chiedendo, testimone il Ministro della salute. E consentendo di trovare le risorse necessarie all’interno del sistema, nelle classiche logiche di scambio”.

“Non è equo né accettabile che subiamo penalizzazioni plurime – si legge ancora nella nota dell’Anaoo-Assomed -. Nel calderone del pubblico impiego anche la sanità, al pari della scuola, merita di ritrovare le ragioni della complessità e della specificità di una funzione svolta a tutela di un diritto delle persone. Umiliare le risorse umane che tengono aperti i cancelli della fabbrica sanità garantendo la salvaguardia di un bene prezioso come la salute, con un lavoro gravoso e rischioso che, come quello delle forze di polizia, non conosce giorni e notti di pausa, contribuisce ad un impoverimento della sanità pubblica che gli 80 euro non basteranno a compensare.
Il premier ha ragione ad investire sulla scuola sostenendo che gli italiani di domani saranno quelli che faranno i professori e le scuole di oggi. Ma non dimentichi che il loro stato di salute, fattore non marginale nella vita degli individui, dipenderà dai medici e dalla sanità che oggi governa”.

«Lo Stato quando c’è ci uccide» | Fonte: Il Manifesto | Autore: Adriana Pollice

Napoli. Grande folla, in piazza, con la famiglia di Davide, il 17enne ucciso da un carabiniere.Tensione e rabbia: «Giustizia e verità, no alla violenza». Ma le istituzioni non si fanno vedereAlle tre del pome­rig­gio all’ingresso del parco dove vive la fami­glia di Davide Bifolco c’era già una pic­cola folla. La gente del Rione Tra­iano non si è mai allon­ta­nata del tutto. «Era amico nostro, un nostro fra­tello, il cara­bi­niere è come se avesse spa­rato a tutti noi. Non lo dimen­ti­che­remo mai», rac­conta un gruppo di coe­ta­nei, lacrime e rab­bia, intorno al pic­colo altare orga­niz­zato sulla strada: un car­ton­cino giallo su cui hanno incol­lato una foto di Davide, in basso una com­po­si­zione di fiori e, tra il volto e i petali, la scritta «lo Stato non ci difende. Difendiamoci».

Alle 16 arriva la fami­glia cir­con­data dagli amici del ragazzo ucciso da un cara­bi­niere gio­vedì notte a via Cin­thia. La ver­sione uffi­ciale è che in tre su un moto­rino non si sareb­bero fer­mati all’alt, i mili­tari avreb­bero rico­no­sciuto nel gruppo Arturo Equa­bile, ven­ti­treenne accu­sato di furto, lati­tante dallo scorso feb­braio. Li hanno inse­guiti e rag­giunti, Equa­bile sarebbe riu­scito a scap­pare (tut­tora non si trova), Davide e l’amico diciot­tenne Sal­va­tore Triunfo sono stati immo­bi­liz­zati. Durante il fermo sarebbe par­tito «acci­den­tal­mente» un colpo che ha rag­giunto il ragazzo al cuore.

Secondo amici e testi­moni non c’è stato nes­sun acci­dente: il cara­bi­niere ha mirato al cuore e, quando era a terra in fin di vita, ha amma­net­tato Davide pre­men­do­gli il viso in un’aiuola. Ieri poi si è dif­fusa la noti­zia che il respon­sa­bile dello sparo sarebbe tren­tenne e non un ven­tenne, come dif­fuso venerdì. Cioè un mili­tare esperto e non una recluta. A que­sto si aggiunge la testi­mo­nianza di un altro ragazzo, Enzo, che sostiene di essere il terzo che gui­dava lo scoo­ter: «Il lati­tante non c’è. Sono io che sono scap­pato. Ci hanno rin­corso da die­tro, ci hanno tam­po­nato e but­tato in aria. Per paura sono scap­pato. Non ci siamo fer­mati per­ché non ave­vamo la patente». Que­sto è quello che cre­dono tutti nel rione: «Non c’è nes­sun lati­tante rico­no­sciuto dalla pat­tu­glia – urla­vano ieri -, sono tutte fes­se­rie. Devono dire la verità!». Per capire cosa pensa il quar­tiere basta leg­gere le scritte apparse nella notte. A terra sull’asfalto c’è segnato «Acab. Davide vive». Sui muri «Cara­bi­niere assassino».

Una folla di circa tre­cento per­sone si mette in mar­cia intorno alle 16, ad aprire il cor­teo lo stri­scione «Verità e giu­sti­zia per Davide». La madre regge la foto del figlio, il fra­tello Tom­maso è scon­volto: «I delin­quenti sono loro, dovreb­bero tute­larci. Quel cara­bi­niere deve pagare». I parenti, le mamme del quar­tiere cer­cano di cal­marlo men­tre la mani­fe­sta­zione per­corre strade e viali del Rione Tra­iano. È come una chia­mata a rac­colta, la gente scende per strada, si mette in mar­cia o si ferma sul ciglio a urlare: «Giu­sti­zia, giu­sti­zia». Dai bal­coni applau­dono, tutti hanno gli occhi rossi dal pianto. Il cor­teo ormai è un fiume umano che decide di pun­tare alla sta­zione dei cara­bi­niere di zona, in piazza Gio­vanni XXIII.

La mani­fe­sta­zione è ormai una rivolta di quar­tiere, scor­tata da gruppi in moto­rino che suo­nano il clac­son come una com­pa­gnia che si pre­senta a chie­dere conto. La mamma di Davide, in testa al cor­teo, riba­di­sce: «Deve mar­cire in car­cere. Non deve avere un’ombra di pace per tutta la vita». Tom­maso urla: «Cosa hai pro­vato quando lo hai ucciso? La notte ti sei addor­men­tato?». La folla si stringe intorno alla fami­glia, la signora Flora si sente male, sviene anche la cugina di Davide. Una donna del folto gruppo che apre la mani­fe­sta­zione ce l’ha con i gior­na­li­sti: «L’hanno ammaz­zato come un cane. Non vogliamo ven­detta ma giu­sti­zia, scri­ve­telo!». L’intero quar­tiere scan­di­sce: «Davide vive». Un’auto azzurra viene assal­tata, «è della Digos» urlano, prima che rie­sca a scap­pare alla folla.

L’autopsia e l’esame bali­stico domani dovreb­bero chia­rire la dina­mica della morte. Ele­menti signi­fi­ca­tivi potreb­bero arri­vare dalle imma­gini regi­strate dalle tele­ca­mere col­lo­cate lungo il per­corso, dal Rione Tra­iano fino a via Cin­thia, dove si è con­su­mata la tra­ge­dia. I cara­bi­nieri del Nucleo inve­sti­ga­tivo di Napoli, ai quali i magi­strati hanno affi­dato le inda­gini, hanno veri­fi­cato che le video­ca­mere del comune sono tutte fuori uso. Ma nes­suno ha fidu­cia nelle isti­tu­zioni, del resto nes­sun rap­pre­sen­tante dello Stato si è pre­sen­tato. Per­sino le forze dell’ordine si ten­gono lon­ta­nis­sime dalla rab­bia popo­lare. Tre blin­dati della poli­zia cir­con­dano l’ingresso della sta­zione dei cara­bi­nieri come fos­sero indiani asse­diati dalle truppe yan­kee.
Un ter­ri­bile acquaz­zone si abbatte sul cor­teo, c’è chi torna a casa e chi arriva lo stesso in piazza. Una pre­senza minac­ciosa ma silen­ziosa, sfi­dando i mili­tari a uscire.

Quando final­mente il cielo si rischiara, in circa tre­cento deci­dono di tor­nare a via Cin­thia, dove Davide è morto, per bloc­care l’ingresso della tan­gen­ziale. La poli­zia prova a discu­tere ma non è il pome­rig­gio per le media­zioni. Ma non è nep­pure è la gior­nata giu­sta per cari­care. Così parte il lan­cio di lacri­mo­geni evi­tando qual­siasi con­tatto con i mani­fe­stanti che, intorno alle 19, deci­dono di libe­rare la strada. «Non ci fer­me­remo qui e non rimar­remo chiusi nel Rione Tra­iano – assi­cura Pie­tro Ioia, zio del ragazzo -, vogliamo por­tare la bat­ta­glia per la verità e la giu­sti­zia nei palazzi del potere, al tri­bu­nale, in regione. Dove sono gli asses­sori alle poli­ti­che sociali? Qui le fami­glie si arran­giano, magari lavo­rano tutti e due i geni­tori, i ragazzi cre­scono senza essere gui­dati, per neces­sità. Lo Stato o ti scheda per una fes­se­ria, e ti rovina la vita, oppure addi­rit­tura di uccide e poi non vuole nep­pure fare chia­rezza. Non ci fer­me­remo qui».

La gior­nata fini­sce con i geni­tori che fanno un appello: «Nostro figlio deve essere ancora sep­pel­lito, nes­suno, e dico nes­suno, deve sen­tirsi auto­riz­zato a com­piere atti di vio­lenza anche ver­bale in suo nome. Chi vuole bene a Davide deve rispet­tarlo. Noi chie­diamo sol­tanto giu­sti­zia — aggiun­gono — chi usa la vio­lenza in suo nome non sa quanto danno fa a lui e alla nostra famiglia».

L’Italia è in guerra. E aumenta la spesa militare Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Difesa. Il governo Renzi, scavalcando il Parlamento ma di sicuro in accordo col Presidente della Repubblica, si è solennemente impegnato al Summit Nato nel Galles ad aumentare la spesa militare italianaLa Dichia­ra­zione finale del Sum­mit – arti­co­lata in 113 punti redatti a Washing­ton dopo aver con­sul­tato al mas­simo i prin­ci­pali alleati (Gran Bre­ta­gna, Ger­ma­nia, Fran­cia) – impe­gna i 28 mem­bri della Nato, ai punti 14/15, a «inver­tire la ten­denza al declino dei bilanci della difesa».

Ciò per­ché «la nostra sicu­rezza e difesa dipen­dono com­ples­si­va­mente sia da quanto che da come vi spen­diamo». Occor­rono «accre­sciuti inve­sti­menti» per rea­liz­zare «i nostri obiet­tivi prio­ri­tari in ter­mini di capa­cità»: a tal fine «gli Alleati devono dimo­strare la volontà poli­tica di for­nire le capa­cità richie­ste e dispie­gare le forze che sono necessarie».

Per for­nire le capa­cità richie­ste resta «indi­spen­sa­bile una forte indu­stria della difesa in tutta l’Alleanza», soprat­tutto «una più forte indu­stria della difesa in Europa e una accre­scita coo­pe­ra­zione indu­striale attra­verso l’Atlantico: gli sforzi della Nato e della Eu per raf­for­zare le capa­cità della dofesa sono infatti com­ple­men­tari».
Il docu­mento ricorda quindi agli alleati che essi si sono impe­gnati a desti­nare al bilan­cio della difesa come minimo il 2% del loro pro­dotto interno lordo. Finora, oltre agli Usa che inve­stono nel mili­tare il 4,5% del loro pil, hanno rag­giunto la soglia del 2% solo Gran Bre­ta­gna, Gre­cia ed Esto­nia. L’Italia vi destina l’1,2%. Una per­cen­tuale appa­ren­te­mente ridotta, fal­sata dall’ingannevole para­me­tro spesa militare/pil: in realtà, trat­tan­dosi di denaro pub­blico, quella mili­tare va rap­por­tata alla spesa pubblica.

Secondo di dati uffi­ciali rela­tivi al 2013, pub­bli­cati dalla Nato nel feb­braio 2014, l’Italia spende per la «difesa» in media 52 milioni di euro al giorno (avete letto bene!). Tale cifra però, pre­cisa la Nato, non com­prende diverse altre voci.

In realtà, cal­cola il Sipri, la spesa mili­tare ita­liana (all’undicesimo posto su scala mon­diale) ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno.

Impe­gnan­dosi a por­tare la spesa mili­tare ita­liana al 2% del pil, il governo Renzi si è impe­gnato a farla salire a oltre 100 milioni al giorno. Qual­cuno potrebbe dire «verba volant».

L’impegno non è però for­male: la Dichia­ra­zione del Sum­mit pre­vede infatti che «gli Alleati veri­fi­che­ranno annual­mente i pro­gressi com­piuti sul piano nazio­nale» in appo­site riu­nioni dei mini­stri della difesa e nei futuri sum­mit dei capi di stato e di governo.

Tutti gli alleati, infatti, dovranno «assi­cu­rare che le loro forze ter­re­stri, aeree e navali siano con­formi alle diret­tive Nato in mate­ria di dispie­ga­bi­lità e soste­ni­bi­lità» e pos­sano «ope­rare insieme in maniera effi­cace secondo gli stan­dard e le dot­trine Nato».

Ad esem­pio, poi­ché il governo Renzi ha impe­gnato l’Italia (anche qui sca­val­cando il Par­la­mento) a par­te­ci­pare sia allo schie­ra­mento di forze mili­tari nell’Est euro­peo in fun­zione anti-Russia, sia alla coa­li­zione dei dieci paesi che, uffi­cial­mente per com­bat­tere l’Isis, inter­ver­ranno mili­tar­mente in Iraq e Siria, dovrà ovvia­mente essere l’Italia ad assi­cu­rare con ade­guati inve­sti­menti aggiun­tivi la «dispie­ga­bi­lità e soste­ni­bi­lità» delle forze aeree ed altre inviate in quel tea­tro bellico.

Oltre ad aumen­tare la spesa mili­tare, il governo Renzi (sem­pre sca­val­cando il Par­la­mento) si è impe­gnato a man­te­nere forze mili­tari in Afgha­ni­stan e a far parte dei «dona­tori» che for­ni­ranno a Kabul (leggi alla casta domi­nante) un aiuto eco­no­mico di 4 miliardi di dol­lari annui.

Si è impe­gnato allo stesso tempo a par­te­ci­pare a uno spe­ciale fondo di soste­gno per il governo di Kiev, can­di­dato a entrare nella Nato insieme a Geor­gia, Bosnia-Erzegovina, Mon­te­ne­gro e Mace­do­nia, allar­gando ulte­rior­mente l’Alleanza «atlan­tica» ad est.

Que­sti e altri impe­gni, assunti dal governo Renzi al Sum­mit Nato, non solo tra­sci­nano l’Italia in nuove guerre e in un sem­pre più peri­co­loso con­fronto mili­tare con la Rus­sia, ma pro­vo­cano un aumento della spesa mili­tare diretta e indi­retta che sot­trae ulte­riori risorse alla spesa sociale e alla lotta con­tro la disoccupazione.

Che cosa si aspetta a fare di que­sta mate­ria un fronte di lotta poli­tico e sin­da­cale? Che scen­dano in piazza i girotondini?