Mafia, Beppe Montana e Pippo Giordano a caccia di armi e droga nei bunker di Cosa Nostra

Ucraina, nonostante l’accordo Mosca-Kiev, la Nato fa partire le esercitazioni Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La Nato ottiene l’obiettivo di piazzare le proprie truppe a due passi dalla Russia. Proprio nel giorno in cui sembra aprirsi un piccolo spiraglio per la soluzione diplomatica con i “sette punti” dell’accordo raggiunto da Putin e Poroshenko, i nazisti al potere a Kiev annunciano di aver aperto le porte a un’esercitazione militare congiunta nella regione occidentale ucraina di Lvov a metà settembre. A ‘Rapid Trident’, oltre agli Stati Uniti, parteciperanno altri Paesi tra cui l’Italia. L’esercitazione, spiegano le fonti ufficiali ucraine su Twitter, si terrà all’interno del programma Nato ‘Partnership for Peace’ e coinvolgerà 1.200 militari di 11 Paesi. L’esercitazione ‘Rapid Trident’ si tiene in Ucraina dal 2006 per promuovere la stabilità nella regione e rafforzare la comunicazione tra la Nato e i membri della Partnership for Peace.

La vicenda Ucraina, dovesse sfuggire di mano, potrebbe incendiare tutta la regione. Un segnale preciso in questa direzione è arrivato da Dalia Grybauskaite, presidente della Lituania che, a nome dei paesi baltici, ha rivolto una a Barack Obama in cui dice di considerare l’Ucraina una sorta di fronte. Obama ha fatto una tappa in Estonia per un significativo summit con i leader delle repubbliche ex sovietiche che si sentono direttamente “minacciate dalle mire espansionistiche russe”.

Il Pentagono ha precisato che il suo contingente sarà preso dalla 173/ma Brigata aerotrasportata di base a Vicenza. Tutto questo, ovviamente, al netto delle decisioni che verranno prese oggi al vertice Nato in Galles (a cui parteciperà Obama), che dovrà decidere con molta probabilità di una forza di intervento rapida. La “de-escalation” così tanto cara all’Italia viene quindi messa da parte. Patetica la dichiarazione del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che di fronte alle commissioni Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato, ha detto che le esercitazioni non devono essere intese come un elemento di pressione verso la Russia.

Intanto, il premier ucraino, il ‘filo-occidentale’ Arseni Iatseniuk, che ha stigmatizzato i “sette punti” raggiunti tra Mosca e Kiev, intende costruire un nuovo muro nel cuore dell’Europa, “una vera frontiera con la Russia”. L’idea, dal forte sapore di propaganda elettorale, non e’ nuova in Ucraina. Il primo a proporla, lo scorso giugno, e’ stato il controverso oligarca ucraino Igor Kolomoiski, nominato pochi mesi prima governatore della regione di Dnipropetrovsk dalla nuova leadership europeista di Kiev. Il magnate, considerato il quarto uomo piu’ ricco del Paese con una fortuna stimata in 1,8 mld di dollari, aveva presentato alla presidenza ucraina un progetto per realizzare una recinzione metallica con filo spinato lunga 1920 km e alta 2, lungo la frontiera tra la Russia e le regioni ucraine di Donetsk, Lugansk e Kharkiv. La ‘Grande muraglia’ ucraina, nelle sue intenzioni, doveva essere dotata in alcune zone anche di alta tensione, campi minati e trincee. Un’opera “da 100 milioni di dollari”, “realizzabile in sei mesi”, “efficace contro l’ingresso di uomini e mezzi militari dalla Russia”.

Renzi pronto a cancellare l’articolo 18 | Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Jobs Act. Il premier al «Sole 24 Ore»: via la reintegra obbligatoria. No di Camusso (Cgil): «Basta slogan». Landini (Fiom) è pronto alla piazza: «Conflitto pesante». Sacconi (Ncd): «La delega sia ampia e senza inibizioni». Damiano (Pd): «Fino a tre anni di prova e poi la tutela piena»Ci siamo. Mat­teo Renzi ha sve­lato i pro­grammi del governo sull’articolo 18, finora coperti da dichia­ra­zioni vaghe o con­trad­dit­to­rie sul Jobs Act. Un’altalena che dura da mesi, sul cosid­detto «con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti»: una volta pare pre­do­mi­nare la “ver­sione Ichino” (dopo i 3 anni non si matura l’articolo 18 pieno, con la rein­te­gra, ma si ha diritto solo a un inden­nizzo eco­no­mico) e un’altra quella di Boeri-Garibaldi (il per­corso si con­clude con un 18 com­pleto). Il pre­si­dente del con­si­glio pro­pende per la prima ipo­tesi, che can­cella l’articolo 18 così come lo cono­sciamo, per sem­pre e per tutti: e lo ha rive­lato ieri nella “tana del lupo”, in un’intervista al diret­tore del Sole 24 Ore, quo­ti­diano della Confindustria.

Ecco le parole di Renzi, pre­ce­dute dalla domanda del diret­tore Roberto Napo­le­tano (l’intervista era ieri in aper­tura del gior­nale, e occu­pava le intere pagine 2 e 3). Domanda: «Con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato fles­si­bile vuol dire anche supe­ra­mento dell’articolo 18 e della rein­te­gra obbli­ga­to­ria?». La rispo­sta del pre­mier: «Quella è la dire­zione di mar­cia, mi sem­bra ovvio. Sarà pos­si­bile solo se si cam­bierà il sistema di tutele».

Se il ter­mine «supe­ra­mento» vuol dire tutto e niente, e non avrebbe in sé carat­te­riz­zato la domanda, è invece asso­lu­ta­mente indi­ca­tiva l’espressione «rein­te­gra obbli­ga­to­ria», che rap­pre­senta il “cuore” dell’articolo 18. A meno di una cat­tiva tra­scri­zione del diret­tore del Sole 24 Ore (ma lì Renzi dovrebbe pre­ten­dere una qual­che ret­ti­fica), le inten­zioni del governo sem­brano insomma chiare.

Senza stare ad appen­dersi alle sin­gole dichia­ra­zioni (che come inse­gna la neo­nata «annun­cite» pos­sono essere smen­tite dai fatti), emerge però chia­ra­mente che l’attuale ese­cu­tivo minac­cia molto pesan­te­mente la tutela con­tro i licen­zia­menti indi­scri­mi­nati: spinto dalla pres­sione dell’Ncd – certo – ma soste­nuto anche da una grossa fetta di “ren­ziani” a cui que­sta garan­zia non sta a cuore. Diver­sa­mente la vede il campo “ber­sa­niano” – più vicino alla Cgil – ma sap­piamo quanto facil­mente esso possa venire zit­tito dai timo­nieri del partito.

Lo stesso pre­mier nelle ultime set­ti­mane ha ripe­tuto che «l’articolo 18 non è il vero pro­blema», e lunedì scorso aveva aggiunto che riguarda «solo 3000 per­sone» in Ita­lia, quasi a fare inten­dere che non sarebbe stato toc­cato (a parte il met­terlo alla fine del nuovo con­tratto trien­nale, accet­tato ormai anche dai più “riot­tosi”, come la Cgil e la Fiom). E lo stesso mini­stro del Lavoro Giu­liano Poletti, poco dopo Fer­ra­go­sto, aveva fatto capire che sì, l’intero Sta­tuto dei lavo­ra­tori sarebbe stato riscritto (come dice anche Renzi), ma senza andare a modi­fi­care in modo trau­ma­tico la “tutela delle tutele”.

Ieri, invece, una bella doc­cia fredda, un Ice Buc­ket Chal­lenge rove­sciato sulla testa di Susanna Camusso. Che infatti ha rea­gito, inter­vi­stata dall’Unità on line: «Non è vero che riguarda 3 mila per­sone – ha detto la segre­ta­ria della Cgil – Que­sto è un modo di smi­nuire. Quell’articolo riguarda i diritti fon­da­men­tali dei cit­ta­dini, e dei lavo­ra­tori, diritti che non pos­sono essere sop­pressi». La lea­der sin­da­cale invita quindi Renzi ad «abban­do­nare gli slo­gan», e a pren­dere «dal modello tede­sco gli ele­menti che miglio­rano le con­di­zioni dei lavo­ra­tori, e non quello che precarizza».

Duris­sima anche la rea­zione del segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, che annun­cia un autunno rovente: se il governo pensa di can­cel­lare l’articolo 18, «si aprirà un con­flitto molto pesante non solo con la Fiom ma con tutti i lavo­ra­tori». «Come dicono a Napoli, accà nisciuno è fesso», ha poi aggiunto.

Intanto oggi pro­prio il Jobs Act approda in Senato, nella Com­mis­sione Lavoro pre­sie­duta da Mau­ri­zio Sac­coni, che da anni vor­rebbe abo­lirlo. Ieri Sac­coni ha chie­sto una «delega al governo ampia e senza ini­bi­zioni, tale da con­sen­tire di rifor­mare le tutele».

Tenta di fre­narlo Cesare Damiano (Pd), pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera: «Ser­vono obiet­tivi sele­zio­nati, dele­ghe in bianco non sareb­bero pos­si­bili. C’è una pro­po­sta di legge del Pd pre­sen­tata già nella pas­sata legi­sla­tura: periodo di prova non supe­riore a tre anni, minor costo rispetto a tutti gli altri con­tratti, e matu­ra­zione alla fine dell’articolo 18».

Caro Renzi, serve un piano per il lavoro | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giorgio Airaudo

Anche la riforma del lavoro è finita nel car­retto dei gelati di Palazzo Chigi. Grandi pro­messe, mira­bo­lanti annunci di una nuova era libera dalla pre­ca­rietà, poi tutto è rima­sto (per ora) nel free­zer, men­tre cam­pa­gne di stampa costrui­scono un nuovo senso comune in cui i diritti sono un impic­cio, pre­pa­rano il «modello spa­gnolo» e indu­cono la cer­tezza che l’Ue voglia libertà di licen­ziare in Ita­lia. Dicono che que­sta è la via per uscire dalla crisi, che appena libe­rati dell’impiccio dello Sta­tuto fioc­che­ranno i posti di lavoro, che la fine del con­tratto nazio­nale pre­mierà i più bravi. Dicono.

Nella mia espe­rienza nel mondo del lavoro ho visto spesso lavo­ra­tori pre­sen­tarsi con le dimis­sioni all’ufficio del per­so­nale delle pro­prie aziende e uscirne non con l’addio ma con un aumento di sala­rio, un pas­sag­gio di cate­go­ria o un posto di lavoro migliore. Erano ope­rai di mestiere o tec­nici spe­cia­liz­zati e uti­liz­za­vano la loro pro­fes­sio­na­lità e la loro espe­rienza come arma di potere e di con­trat­ta­zione. Le imprese accet­ta­vano que­sti «rilanci» per non per­dere la qua­lità del lavoro. Il lavoro di qua­lità richiede rela­zioni fon­date sul rispetto e sulle regole. E non è un caso che la cre­scita della qua­lità e del con­te­nuto tec­no­lo­gico di molti pro­dotti ita­liani sia andato di pari passo con l’espansione dei diritti e della demo­cra­tiz­za­zione dei rap­porti sociali.

Anche nel lavoro ripe­ti­tivo e povero, come è quello di una catena di mon­tag­gio, dove ogni pochi secondi o minuti si deve ripe­tere la stessa ope­ra­zione, esi­ste un accu­mulo di espe­rienza che in ter­mini di velo­cità, destrezza e capa­cità di recu­pero dei molti errori di pro­get­ta­zione che si sca­ri­cano sui lavo­ra­tori garan­ti­sce alte pro­dut­ti­vità alle imprese. Ana­logo ragio­na­mento si può fare per le pre­sta­zioni di sor­ve­glianza e con­trollo all’attività delle mac­chine. Di que­sta com­ples­sità di rela­zioni sociali che fon­dano la pro­du­zione di valore in una impresa non c’è trac­cia né nei ragio­na­menti del pre­mier e dei suoi mini­stri, né negli ese­geti della can­cel­la­zione di ciò che resta dell’art. 18.

Ho una strana impres­sione che acco­muna gli ultimi pre­mier che hanno abi­tato Palazzo Chigi (e anche l’ultimo): sem­brano non cono­scere il lavoro visto dalla parte di chi lavora. L’idea che si possa licen­ziare con un cenno met­tendo sul tavolo un po’ di inden­nizzo, oltre a sod­di­sfare il nar­ci­si­smo acca­de­mico di qual­che tec­nico, dice che si pensa a imprese povere con pro­dotti fra­gili, con qua­lità e con­te­nuti tec­no­lo­gici irri­le­vanti desti­nate a ristrut­tu­ra­zioni continue.

Si inse­guono le richie­ste di una Con­fin­du­stria che non sa andare oltre la sva­lu­ta­zione del lavoro non potendo più godere della sva­lu­ta­zione della moneta. Renzi accenna (lode­vol­mente, in que­sto caso) a inve­sti­tori esteri che dovreb­bero sosti­tuire i «salotti buoni» dell’imprenditoria nostrana. Que­sti salotti — che un tempo ave­vano l’ambizione di essere il cuore delle eli­tés — ci paiono oggi in disarmo, e vedono i loro sofi­sti­cati fre­quen­ta­tori da tempo ben rifu­giati nelle nomine delle imprese a par­te­ci­pa­zione pub­blica e nelle pri­va­tiz­za­zioni senza mer­cato. Anche il governo Renzi — forse dimen­ti­cando gli annunci di rot­ta­ma­zione — ha garan­tito la con­ti­nuità di que­sta prassi: basti pen­sare, tra gli altri, ai casi Mar­ce­ga­glia e Todini.

La poli­tica indu­striale non si fa con i tweet: sarebbe impor­tante cono­scere i nomi e le inten­zioni di que­sti nuovi inve­sti­tori per il nostro paese e le rica­dute occu­pa­zio­nali da Terni a Taranto, dal Sul­cis a Mar­ghera, da Ter­mini Ime­rese a Valle Ufita. Pec­cato che per ora Renzi non sem­bri pre­oc­cu­parsi troppo degli inve­sti­menti delle imprese e dei loro mana­ger ex ita­liani, penso a quelli che in que­sti mesi sono diven­tati «apo­lidi», con il cda e le tasse all’estero. Magari come la Fiat Chry­sler che con­ti­nua ad uti­liz­zare la cassa inte­gra­zione di quelle lavo­ra­trici e di quei lavo­ra­tori ita­liani che ha garan­tito a Mar­chionne un rispar­mio di quasi 2 miliardi di euro lordi (1,7 netti) dal 2004 al 2014 (come ha dimo­strato in un arti­colo mai smen­tito Andrea Mal­lan sul Sole24Ore).

È un rispar­mio che oggi si imple­menta con l’ulteriore anno di cassa inte­gra­zione annun­ciato per Mira­fiori, uno sta­bi­li­mento — cioè — che avrebbe dovuto rien­trare al lavoro, dopo il refe­ren­dum non libero del 2011, con i nuovi pro­dotti alla fine del 2012.

Ve lo ricor­date? Se vince la Fiom sarà una cata­strofe, se vince il sì lavoro per tutti: beh, quella pro­messa è disat­tesa da ormai quat­tro anni. Sono stati 30.000 i lavo­ra­tori inte­res­sati alla cig dal 2004 ad oggi (su 86.200). Non male per un mana­ger «nuovo».

Quei lavo­ra­tori, caro primo mini­stro, meri­te­reb­bero una schiena più dritta con l’ Ammi­ni­stra­tore dele­gato dei due mondi e con le imprese ita­liane e stra­niere, più inve­sti­menti veri e subito! Non fra anni. Quei lavo­ra­tori meri­tano un «piano per il lavoro»: azze­ra­mento dei con­tratti pre­cari e un con­tratto di sta­bi­liz­za­zione vero dopo una prova con­grua e tutele sog­get­tive, a par­tire dall’art. 18, che garan­ti­scano a tutti i lavo­ra­tori rispetto e rela­zioni sociali, sti­mo­lando inno­va­zione e qua­lità capace di aumen­tare il valore del lavoro e dell’impresa.

E se pro­prio vuole con­tri­buire al rin­no­va­mento del sin­da­cato, Renzi con­ceda ai lavo­ra­tori il diritto alle loro «pri­ma­rie»: la pos­si­bi­lità di sce­gliersi i rap­pre­sen­tanti varando una legge sulla rappresentanza.