Sulla intitolazione di strade a Giorgio Almirante di Rosario Mangiameli

 

E’ in corso una campagna per la intitolazione di vie cittadine a Giorgio Almirante, leader storico del Movimento sociale italiano, con l’inevitabile strascico di polemiche. Pur volendo mettere da parte giudizi precostituiti, sorge spontanea la domanda sul perché di questa iniziativa. E non è una domanda retorica, poiché i promotori motivano con scarsa chiarezza la loro richiesta, al più fanno riferimento a un ruolo di “pacificatore” che Almirante avrebbe svolto alla fine della sua carriera politica.
E’ opportuno ricordare che la vita politica di Almirante ebbe molti risvolti, il più impegnativo dei quali è quello di antesignano delle leggi razziali sul giornale “Tevere”, che ne perorava l’adozione ben prima del 1938. Fu pertanto tra i firmatari del “Manifesto della razza” e capo redattore della rivista “La difesa della razza”. Nessun ripensamento successivo è noto, e tanto meno rispetto alla adesione alla Repubblica sociale italiana (1943 – ’45), che inasprì la persecuzione razziale e politica. Almirante nella Rsi ricoprì l’incarico di sottosegretario e in quella veste firmò un bando che minacciava di fucilazione i giovani che non si fossero presentati alla leva. E’ indubitabilmente un segno della zelante partecipazione a quella esperienza.
Nel dopoguerra Almirante fu tra i continuatori del neofascismo e fondatore del Msi. Nel suo partito incarnò l’ala “movimentista e antisistema”, minoritaria negli anni ’50, quando il Msi svolse un ruolo di soccorso alla parte più conservatrice della Democrazia cristiana. Tornò segretario nel 1969 in un clima di aspro scontro sociale, come di mediatore tra un’ala radicale e una più moderata; più di altri si rendeva conto della necessità di svolgere un ruolo politico non subordinato alla Dc, specialmente dopo l’affermazione elettorale siciliana del 1971. Le strategie adottate non furono certo lineari: auspicare soluzione autoritarie e golpiste (Grecia e Cile), possibili nel clima della guerra fredda? O raccogliere la domanda politica di una destra moderata e non più antisistema? La seconda ipotesi appariva più realistica ma non facile da fare accettare a un partito la cui base era fortemente nostalgica del fascismo. Da qui la difficoltà a prendere distanza da certe pratiche squadriste e da alcuni episodi di terrorismo (strage di Peteano).
Nel 1972 l’unificazione del Msi con il Partito monarchico colmò il fossato esistente (dal 1943) tra due forze egualmente nemiche tra loro e della Repubblica: i neofascisti e i monarchici. L’operazione però riaffermava una logica minoritaria e antisistema inadeguata a creare un vasto movimento conservatore. A distanza di tempo, 1984, si pone l’omaggio di Almirante alla camera ardente di Berlinguer, certamente da leggere come un segno (apprezzato e ricambiato) di apertura e di dialogo nei confronti del sistema politico creato dalla Costituzione. La prosecuzione di un simile progetto fu però un lascito al nuovo segretario Fini, che, com’è noto, ebbe difficoltà su questo terreno: parlò di “pacificazione”, una formula inefficace, che mostrava l’isolamento culturale nel quale il Msi si era rifugiato per anni. Era come prendere atto improvvisamente di una lunga storia, quella dei provvedimenti di amnistia del ’46 e del ’47, quella della stessa Costituzione del ’48 che aveva consentito ai suoi nemici il pieno godimento di ogni diritto.
Dopo avere imboccato la scorciatoia dello sdoganamento grazie all’appoggio di Forza Italia, una sorta di reiterata politica di servizio degli anni cinquanta, finalmente Fini ritornò a tentare la carta dell’autonomia. Nonostante la favorevole congiuntura che lo vedeva Presidente della Camera e compartecipe alla maggioranza governativa, l’operazione non può dirsi riuscita. Gran parte del suo antico partito non lo ha seguito in questa scommessa preferendo restare nella più sicura area berlusconiana. Che c’entra tutto ciò con Almirante e con l’intitolazione della strade? Con Almirante, poco, dato che non di lui si sta parlando, ma della sua presunta eredità. C’entra invece con quelli che rivendicano eredità e intitolazioni di strade; che, se non mi sbaglio, non sono tra quanti hanno tentato di prendere pur timidamente le distanze da quel passato razzista che pesava come un macigno sul vecchio leader. Sono piuttosto tra quelli che hanno glissato sull’argomento mimetizzandosi davanti all’elettorato e rifugiandosi nelle accoglienti file berlusconiane. La domanda dunque resta inevasa: a quale Almirante si riferiscono questi signori? Fanno una distinzione tra quello razzista e quello aperturista? E’ curioso e sospetto il fatto che in un tempo così poco attento agli aspetti ideologici e di valore, si affidi al passato la scelta di campo, come una suggestione sfumata, non meglio motivata e spiegata, con una operazione che si può agevolmente definire di scarsa chiarezza. Temo che la stessa storia politica di Almirante non consenta una distinzione. Oggi quel motto “non rinnegare, non restaurare” dietro cui si trinceravano Almirante e i suoi sodali ha un senso diverso rispetto al passato: le emergenze internazionali, la stessa precisazione del ruolo attivo avuto dalla Rsi nelle politiche di persecuzione razziale e stragiste, nascosto per molti anni all’opinione pubblica in un provvidenziale armadio (delle vergogne), richiedono una maggiore chiarezza, poiché non rinnegare può voler dire davvero restaurare.
Rosario Mangiameli

 

articolo pubblicato sun “LA SICILIA” del 3 settembre 2014

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