Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni da: antimafia duemila

riina-lodato-okdi Saverio Lodato – 1° settembre 2014
A noi questo Totò Riina che torna a parlare per gli eterni aggiornamenti delle vicende di Cosa Nostra e dintorni, raccontando che a suo tempo Berlusconi, ogni sei mesi, gli faceva avere duecentocinquanta milioni delle vecchie lire perché negozi Standa e tralicci televisivi potessero vivere serenamente in Sicilia, ricorda tanto da vicino quelle escort che, armate di rossetto, cipria e vistose scollature, sfilavano a frotte negli studi televisivi alla page,  per raccontare le bravate notturne di Silvio, o di “papi”, se si preferisce, alla corte di Palazzo Grazioli. Quella era una fase in cui fra tanti, a sinistra, si era diffusa la folgorante convinzione che ogni puttana in più che finiva in prima serata rappresentava una picconata al robusto e ritorto albero del potere berlusconiano che, dai oggi e dai domani, sarebbe venuto giù per sempre. Sappiamo come andò a finire. L’albero è lì, con qualche ramo ormai seccato, tante foglie ingiallite, ma le radici non sono state particolarmente scalfite. In tanti si esercitano nello sport di chiedersi cosa farebbe o direbbe Giovanni Falcone, se oggi fosse ancora vivo, ogni qual volta la cronaca giudiziaria presenta casi spinosi e tempestosi. E noi, sommessamente, ce lo siamo chiesti a proposito del processo di Milano scaturito dall’ “affaire Ruby-Mubarak”, senza nulla voler togliere al puntiglio del pubblico ministero Boccassini… Ognuno si dia la risposta che vuole.

Ma poiché la “via del buoncostume al socialismo” non l’ha ancora inventata nessuno, l’effetto boomerang è stato che oggi Berlusconi, grazie all’ editto renziano, vidimato dal capo dello Stato, è stato cooptato fra i padri della patria, gli viene riconosciuto un ruolo  di “inter pares”, e, se proprio vogliamo dirla tutta, si è definitivamente consacrato il principio che, ammesso che scopasse, scopava a sua insaputa. Ora il paragone potrà sembrare ardito, ma, a ben vedere, non lo é. Partiamo da lontano.
Da Giulio Andreotti, per esempio. Oggi Riina fa sapere che per incontrarlo in Sicilia lo incontrò, ma “bacio” niente, solo languidi sospiri…  E’ toccato all’attuale procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, tenere il punto in un’intervista al “Corriere della Sera” in cui, chi intervistava, insisteva petulantemente che Andreotti fu “assolto” dalla Cassazione per quelle viscide frequentazioni che riguardavano un sette volte presidente del consiglio. Andreotti infatti, con buona pace di Bruno Vespa e della stragrande maggioranza dei media italiani, fu “prescritto” dalla Cassazione per quegli incontri, ci si perdoni la rozzezza stilistica, e persino “condannato” a pagare le spese processuali. Il grande Ciccio Ingrassia, intervistato nei tempi che furono dal TG1, alla domanda,  che allora teneva banco perché si trattava di buttare in caciara il processo di Palermo, “ma secondo lei, è possibile che Riina e Andreotti si siano baciati?”, diede una risposta di rara finezza: “non lo so se si sono incontrati. Ma stia tranquillo che se si sono incontrati si sono baciati …”. In Italia spesso sono solo i comici e i vignettisti ad avere il dono innato di essere lapalissiani, ma così cogliendo il vero; tutti gli altri attaccano il carro dove vuole il padrone. I politici italiani, con stomaco più capiente dello struzzo, hanno tranquillamente sorvolato su quei decenni di “andreottismo” perché hanno imparato l’arte di edificare “politicamente” sulle macerie evitando l’incombenza di rimuoverle.
Ora occupiamoci di Berlusconi e dei 250 milioni che “u zu Totò” riceveva semestralmente, a suo dire, in quanto rappresentante della ditta Cosa Nostra, da quello che sarebbe diventato il leader di Forza Italia. Per avere una verifica della “notizia” basterebbe bussare a una cella di Rebibbia, chiedere a Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, vita parallela la sua a quella di Silvio e che avrebbe fatto sbizzarrire la penna di un Vasari. Dell’Utri, purtroppo, come uno stoico, si ispira al motto “acqua in bocca”, ma se decidesse di raccontare perché un assassino patentato come Vittorio Mangano finì alla corte di Arcore, perché ci finì, e qual era il suo effettivo mandato, che tutto era tranne che un “mandato equino”, ne sentiremmo delle belle. Ma è così l’Italia. Ci sono in circolazione, spesso con tutti i timbri della carta bollata, “mezze verità” che devono accontentare tutti. Una verità “sola”, “solare”, “unica”, su nessuna delle miriadi di storie nere, criminali, economiche e politiche, che hanno insanguinato la Repubblica, è lusso che non ci possiamo permettere. Torniamo a Riina.
Giova ricordare che gli “aggiornamenti”, di cui parlavamo all’inizio, risalgono sempre a quel colloquio “live”, grazie alle registrazioni carcerarie, avvenuto nel carcere di Opera a Milano, fra Riina e un ceffo della Sacra Corona Unita che qualcuno pensò bene di affiancargli durante l’ora d’aria. Il “fatto” risale all’agosto dello scorso anno. Ma viene fuori a ondate successive. E questo non è bello. Non è rispettoso nei confronti dell’opinione pubblica. Anche il “format” della telenovela più seguita deve avere una sua fine. Insomma, questa storia del colloquio di Opera, sa di giochino che, tirato troppo alla lunga, rischia di diventare sporco. Cerchiamo di metterci d’accordo. Qual è la posizione di Riina? Fino a prova contraria è un pluriergastolano per delitti e stragi. Non è mai stato, non ha mai voluto esserlo, un “collaboratore di Giustizia”. Allora cos’ è? E’ la gran “voce” che parla dal di dentro dei poteri criminali? Può farlo in assenza di contraddittorio? Senza filtri? Può abbattersi come un meteorite sulla testa di milioni di italiani a reti unificate? Pare proprio di sì.
A questo proposito è davvero curioso che almeno una volta al mese, in Italia, scoppia la polemica perché qualcuno ha parlato da qualche parte, spesso capita nelle facoltà universitarie, senza avere gli adeguati requisiti morali. Oddio ci fosse qualcuno che si levasse indignato al cospetto degli sproloqui del Riina! Tutti in adulazione. In venerazione. Proni alla gran “voce” che parla dal di dentro. Non lo straccio di un editoriale di Eugenio Scalfari o di Giuliano Ferrara. Non il balbettio dell’opinionista, Emanuele Macaluso. Non un monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Certo. Riina sta al gabbio. Per fortuna di tutti noi. E non ha grandi possibilità di spostamenti.
Ma se per assurdo qualche conduttore di talk show riuscisse ad accaparrarselo in prima serata, sai che share, sai che ascolti, sai che poltrone girevoli e che fondali, e che luci… Ammetterete che neanche questo è bello. Insomma, è come se qualcuno stesse utilizzando una vecchia escort del calibro di Totò Riina, che indubbiamente di segreti, e non segreti di camera da letto, ne conosce tanti, per un eterno aggiustamento di quelle “mezze” verità, di cui parlavamo prima, che si danno in pasto agli italiani. Perché Riina si presta, modestamente crediamo di averlo capito. Riina ormai lo fa, l’abbiamo scritto cento volte, perché conosce benissimo l’esistenza dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato, e sa che la contrapposizione fra Stato e mafia è stata una bella favoletta che per decenni ha tenuto banco. Al punto in cui è, con famiglia ed eredi a cui pensare, e soldi a palate, che forse nessuno gli cerca più, che gli costa fare qualche “favorino” a quello Stato-Mafia con il quale in fondo è sempre andato d’accordo, lui e tutta Cosa Nostra, nei secoli e nei secoli? A tal proposito sarebbe interessante che il sito “Dagospia”, diretto dal collega Roberto D’Agostino, che per definizione si occupa, fra l’altro, di “retroscena”, adoperasse l’arma dell’inchiesta per scoprire come è possibile che a un anno esatto dal colloquio di Opera si continui ancora – giornalisticamente, s’intende – a mungere latte fresco. Ci sovvengono – infatti – le parole tratte da “La Baronessa di Carini” dal compianto Vincenzo Consolo: “O gran manu di Dio, ca tantu pisi, cala, manu di Dio, fatti palisi”.

“O grande mano di Dio, che tanto pesi, cala, mano di Dio, fatti palese”.

Ma Riina non è Dio. E’, scusate la volgarità, un semplice pezzo di m…

saverio.lodato@virgilio.it

“Nazione curda, il salto di qualità contro l’Isis”. Intervista a Yilmaz Orkan del Congresso nazionale Kurdo | Autore: vittorio bonanni da: controlacrisi.org

Yilmaz Orkan è rappresentante in Italia, a Roma, del Congresso Nazionale Kurdo, dentro il quale è presente anche il Pkk, l’organizzazione armata che da decenni si batte per i diritti del popolo kurdo in Turchia e che ora non si sta risparmiando per combattere contro l’esercito integralista dell’Isis. Dopo aver lavorato per alcuni anni in Belgio, Yilmaz si occupa delle relazioni internazionali qui in Italia.

Mi accoglie nella storica sede romana dove fanno bella mostra di sé le foto di Abdullah Ocalan e del nostro Dino Frisullo. Con lui facciamo il punto della drammatica situazione in Medio Oriente e sul ruolo che sta giocando il suo popolo. “Prima di tutto dobbiamo esporre con chiarezza – sottolinea Orkan – come è cominciata quella crisi nel Kurdistan del Sud. Sono quasi due anni che nella regione kurdo-siriana del Rojava c’è un conflitto tra l’Isis e l’Ypg, l’esercito che si batte per l’autonomia in Siria e che sta difendendo i tre cantoni kurdi, Cizîre, Kobanê e Efrîn, dall’attacco degli estremisti islamici. Poi, il 10 giugno scorso, Isis è passato direttamente in Iraq, e ha occupato Mosul, Falluja, Tigri, Anbar. Tutta la regione popolata dai sunniti. E’ importante ricordare come l’Isis rappresenti una vera minaccia per l’area e si connoti come una forza particolarmente negativa. Da quando è diventato un protagonista in Medio Oriente si è distinto solo per tagliare la gola agli altri popoli, alle minoranze religiose e via dicendo. Non fa altro che uccidere e basta. Il 3 agosto la città kurda di Sengal, popolata da una comunità zoroastra, da sciiti turcomanni e da assiri cristiani, è stata occupata da loro, con tanto di massacri e rapimenti delle donne”.Come hanno reagito le forze kurde?
L’Ypg ha occupato le montagne per creare un corridoio umanitario al fine di trasferire oltre centomila civili verso Rojava dove è stato creato un campo che si chiama “Newroz”. Una parte di questi kurdi sono andati in Turchia, anche nel Kurdistan del Sud e pian, piano stanno arrivando purtroppo anche in Europa. Sono arrivati in questa regione anche i guerriglieri del Pkk. Adesso possiamo dire che da Jalallah fino ad Efrin, una linea lunga quasi 1200 chilometri, sono presenti appunto il Pkk, l’Ypg, i Peshmerga del Kurdistan del Sud, sia il Partito democratico che l’Unione Patriottica, tutti insieme schierati a difesa dei civili. L’Isis infatti ha questa particolarità: non attacca i guerriglieri ma interviene là dove questi non sono presenti prendendo di mira soprattutto le persone per cambiare la demografia della regione. La loro idea è infatti quella di realizzare un califfato che da Damasco fino ad Amman ponga le basi per un grande Paese, popolato solo da musulmani sunniti. Con il resto della popolazione costretta ad accettare quella religione o a pagare una tassa, come si faceva ai tempi della Conquista araba o dell’Impero ottomano.

In che misura è presente il Pkk?
Nel Sud del Kurdistan ci sono migliaia di combattenti del Pkk che si battono contro l’Isis. Si tratta di uno scontro difficile perché dobbiamo considerare che questo esercito è sostenuto dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e precedentemente anche dalle potenze occidentali.

Perché l’Isis è diventato così forte? Che idea vi siete fatti?
Non abbiamo ancora capito bene perché l’Isis è stato creato, fomentato. Certamente perché quando l’Occidente sosteneva di voler esportare la democrazia in Medio Oriente ha scelto male l’interlocutore viste le caratteristiche dell’Isis. E dietro il sostegno che hanno avuto ci sono sicuramente altri interessi. Questo conflitto possiamo interpretarlo in due modi diversi: o semplicemente uno scontro tra sciiti e sunniti; oppure come uno scontro che si estende in tutta quell’area geografica e che rischia di sconfinare anche in Turchia e in Giordania con il fine di creare qualcosa di nuovo. Le caratteristiche di questa espansione non lascia adito a dubbi: sono a rischio i diritti delle minoranze, delle donne, rapite a migliaia per essere vendute. Per mettere fine a tutto questo abbiamo fatto appello fin da subito alle Nazioni Unite con la richiesta esplicita di fermare i Paesi che appoggiano gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, compresi ovviamente quelli occidentali. Se non sarà così rischiamo di ritrovarceli anche in Europa.

Quali sono in questo momento i rapporti tra voi e i kurdi iracheni?
Quando parliamo di politica e di idee il tema cambia. Nell’universo kurdo ci sono partiti comunisti, partiti liberali, partiti socialdemocratici. In Kurdistan ci sono più di cinquanta partiti, tanto per rendere l’idea. Però in questo momento non possiamo discutere e scontrarci su questo terreno. C’è una priorità: come possiamo difendere i civili kurdi dagli attacchi dell’Isis e anche le altre minoranze religiose con le quali i kurdi hanno sempre convissuto pacificamente. Per questo, come ho già detto prima, nel Sud del Kurdistan tutte le forze kurde stanno operando insieme. Partiti kurdi iraniani, turchi, siriani più il governo regionale del Kurdistan iracheno. Ed impedire loro di conquistare le zone ricche di petrolio, un altro loro obiettivo che permetterebbe al califfato di vivere tranquillamente. Come i Paesi del Golfo per intenderci.

Proprio questa vostra pluralità spaventa l’Isis…
Certo. Queste bande attaccano la nostra regione proprio per questa ragione: perché vogliamo creare lì una democrazia con tutte le minoranze esistenti, siano esse religiose che etniche. Possiamo creare anche qui dei cantoni, come già successo in Siria, che tutelino assiri, turcomanni e tutte le altre minoranze. Collegati con la Federazione del Kurdistan in modo tale da poterli difendere più facilmente. Tutto questo anche considerando che non possiamo contare sul governo centrale iracheno dell’ex primo ministro Nuri al-Maliki si era subito tirato indietro e non aveva messo a disposizione il suo esercito. E anche il nuovo governo che si insedierà a settembre potrebbe fare la stessa scelta.

Chiedete un sostegno internazionale per questo vostro progetto?
Certamente. Chiediamo che anche gli Stati Uniti lo sostengano per introdurre veramente la democrazia in Medio Oriente. Per esempio nel cantone di Cizîre ci sono tre lingue ufficiali, l’arabo, il kurdo e l’assiro. E questo perché lì vivono tre diverse etnie e dunque non possiamo imporre il kurdo. Il presidente del governo cantonale è un kurdo ed i vicepresidenti sono una donna cristiana assira e un uomo arabo. Anche la difesa è gestita insieme. Tutto è incentrato sulla necessità di vivere insieme. E questo sistema può essere esteso anche in tutte quelle aree che sono fuori dalla Federazione del Kurdistan.

Che cosa pensate dell’opposizione di Rifondazione comunista e di Sel all’invio di armi ai kurdi? E’ un punto delicato che fa discutere…
Secondo alcune leggi internazionali non si possono consegnare direttamente delle armi al governo regionale del Kurdistan o a dei movimenti. Legalmente non si può fare. Ci deve essere un’autorizzazione del governo centrale iracheno. Il governo di Maliki si era opposto giuridicamente alla possibilità che il governo kurdo autonomo potesse ricevere armamenti attraverso dei contratti che aveva già stipulato. E questo vale sicuramente fino al 10 settembre quando si insedierà il nuovo governo iracheno che non sappiamo ancora come si muoverà su questo terreno. Per quanto ci riguarda noi abbiamo sempre detto che in Medio Oriente la difesa resta un punto importante. E quando ci troviamo di fronte una forza con Isis non possiamo non interrogarci sul fatto che le armi che maneggiano sono occidentali. Armi americane, italiane, francesi. E quando hanno tentato l’attacco alla diga di Mosul tutti hanno potuto vedere che non erano in possesso di armamenti convenzionali. E chi glieli ha dati? Con questo non vogliamo dire che gli Usa hanno fornito attrezzatura bellica ad Isis. Ma all’esercito iracheno sì. Ovvero l’esercito di un Paese tutt’altro che stabilizzato. E’ facile capire quindi come siano arrivate in mano a loro. Per tornare alla domanda noi fin dal primo giorno abbiamo chiesto di non inviare armi ma aiuti umanitari. Appoggiateci politicamente perché conoscete l’autonomia democratica di Rojava, e sostenete il progetto che prima avevo descritto per collegare tra loro le varie regioni kurde. Detto questo è necessario che gli Stati Uniti, l’Europa, le Nazioni Unite, facciano pressione perché nessuno più sostenga l’Isis. Insomma, togliamo armi ad Isis. Se si agisce in questo modo altre armi non servono. E anche adesso pensiamo la stessa cosa.

Parliamo un momento del Pkk, che, paradossalmente, si trova ancora in una lista nera composta da organizzazioni terroristiche stilata dagli Stati Uniti con il sostegno in questo caso della Turchia. Ed è di questi giorni il fatto che la procura di Milano ha nel mirino una quarantina di kurdi che vivono in Italia accusati di terrorismo. Come si esce da questo scenario paradossale?
Quella lista che conosciamo è tutta politica, senza alcuna valenza giuridica. Realizzata dopo l’11 settembre dagli Usa, vi hanno trovato posto in realtà tutti i movimenti che combattono per la libertà dei propri popoli. Successivamente l’Unione Europea l’ha fatta sua senza neanche discuterla. Il Pkk dal canto suo non ha mai agito con finalità terroristiche. Ha sempre lottato contro il fascismo, contro il sistema oligarchico turco per avere riconosciuti i nostri diritti, Come sapete nel Kurdistan turco vivono più di 25 milioni di persone di etnia kurda. Tutte queste persone ancora non hanno diritto a parlare la loro lingua o ad insegnarla. Negli ultimi anni, grazie alla lotta del Pkk, le cose sono in parte cambiate, e ci sono state delle trattative tra il governo turco e l’Unione Europea, finalizzate all’ingresso di Ankara in Europa, che hanno affrontato questo problema. Ma la questione nel suo complesso è ancora ben lungi dall’essere risolta completamente. Sono in corso dei negoziati tra Ankara e il Pkk. Potrebbe esserci il primo settembre un invito del presidente Ocalan rivolto a tutti i militanti del suo partito ad uscire dalla Turchia. E da parte turca ci potrebbero essere nuove leggi favorevoli ai kurdi. Tornando invece al nostro ruolo ho letto invece sui giornali che a Sengal sono stati gli americani a salvare la vita a tutte quelle persone. Ma questo non corrisponde alla realtà: è stato il Pkk a mettere in salvo migliaia di uomini, donne e bambini. Anche qui, da Rojava, è stato creato grazie ai guerriglieri di Ocalan un corridoio di circa 70-80 chilometri. Questo lo sanno bene anche gli americani e l’Unione Europea e la stessa Turchia lo sa. Con lo scenario di oggi quella lista “nera” è dunque ancor meno significativa. Tra l’altra il Pkk combatte in questo momento prevalentemente per ragioni umanitarie. Questo stato di cose sta influenzando positivamente l’opinione pubblica internazionale – politici,intellettuali,accademici – i quali sostengono che definire questo partito terrorista mentre combatte per salvare in quell’area l’umanità sia un grosso errore. Chi invece sostiene ancora questo ha evidentemente determinati progetti nella zona che dobbiamo studiare molto bene. E dovremmo capire anche che idee hanno per risolvere la questione kurda. Sarebbe interessante. L’indagine della procura di Milano, aperta tre anni fa, che dovrebbe dare luogo ad una causa contro i kurdi per ragioni di terrorismo, diventa così una cosa incredibile. Da un lato le Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato discutono se inviare armi ai kurdi. Dall’altro la magistratura sospetta che gli stessi soggetti sostengano il terrorismo. Chiamiamo a questo punto a testimoniare anche il primo ministro italiano, che, secondo la proprietà transitiva, potrebbe essere accusato di sostenere il terrorismo anche lui. Si tratta di un paradosso che le autorità italiane devono risolvere. Altrimenti siamo nel ridicolo.

Sgrena: Come lottare contro il terrorismo Fonte: Il Manifesto | Autore: Giuliana Sgrena

Allerta in Occidente. Bombardare Siria e Iraq per proteggere le proprie sedi o il proprio personale interesse e non la popolazione civile è un’infamia. Dopo le guerre di Bush, dovremmo riconoscere che ogni intervento occidentale alimenta la forza e l’agenda del terrorismo islamico. L’unica soluzione è una forza di interposizione, come fatto in Libano. E aiutare davvero i profughi nel MediterraneoL’Isil (Stato isla­mico in Iraq e nel Levante) è innan­zi­tutto un peri­colo per l’Iraq e la Siria, soprat­tutto per la popo­la­zione che non si assog­getta alle sue regole e per coloro che lo com­bat­tono (pesh­merga). Soste­nere invece che l’Isil è un peri­colo per l’occidente (Came­ron alza l’allerta) e man­dare i pro­pri cac­cia a bom­bar­dare le pre­sunte basi dei ter­ro­ri­sti in Siria e Iraq per pro­teg­gere le pro­prie sedi e il pro­prio per­so­nale come ha detto Obama è un’infamia.
Non porsi il pro­blema della popo­la­zione minac­ciata, di tutta la popo­la­zione ira­chena e siriana, adesso e non in futuro, è sem­pli­ce­mente disu­mano; se invece si tratta di una moti­va­zione ipo­crita per non ammet­tere il vero motivo per cui si lan­ciano bombe (per pro­teg­gere i pro­pri inte­ressi) è altret­tanto igno­bile. In ogni caso la deci­sione di andare a bom­bar­dare non risol­verà il pro­blema né a casa nostra né a casa loro.

Il ter­ro­ri­smo, come abbiamo già visto nelle guerre, quelle com­bat­tute sul campo, in Afgha­ni­stan e in Iraq, ha tratto ali­mento ideo­lo­gico dall’intervento occi­den­tale che ne ha favo­rito l’allargamento a paesi fino ad allora non con­ta­giati (Iraq e Siria). Con­ti­nuare su que­sta strada, pur non inviando truppe sul ter­reno per evi­tare un bagno di san­gue, non evi­terà il con­ta­gio che può pas­sare attra­verso i nume­rosi jiha­di­sti occi­den­tali che com­bat­tono con i più tru­cidi soste­ni­tori dello stato islamico.

Al Qaeda è sem­pre stata più inte­res­sata all’uso degli ostaggi per la pro­pa­ganda media­tica che ai soldi otte­ni­bili con un riscatto, lo ha già dimo­strato in pas­sato. Penso che pur­troppo la morte di Bal­doni sia rien­trata in que­sto tre­mendo gioco.
A mag­gior ragione oggi il Calif­fato di al Bagh­dadi, che gode di altre fonti di finan­zia­mento che gli hanno già per­messo di costi­tuire un fondo con­si­de­re­vole (si parla di 875 milioni di dol­lari), spara cifre per il riscatto inso­ste­ni­bili ben sapendo che gli ame­ri­cani – almeno uffi­cial­mente – non trat­tano, e così sfida il governo di Obama: una falsa pro­po­sta per lan­ciare la sua pro­pa­ganda ter­ri­fi­cante. Uno sgoz­za­mento tut­ta­via non pro­voca, come dovrebbe, orrore in tutti gli esseri umani, anzi c’è chi plaude e si arruola. E anche fra coloro che gene­ral­mente si appel­lano alla giu­sti­zia, in que­sto caso si cerca di «giu­sti­fi­care» l’orrore facendo ricorso alla causa del male.

Inol­tre, non per tutti la vita umana ha lo stesso valore, né per se stessi né per gli altri.

Le con­se­guenze di logi­che con­trap­po­ste per cui le vite hanno un diverso valore a seconda dell’appartenenza (geo­gra­fica, poli­tica, ideo­lo­gica, reli­giosa) rende dif­fi­cile la solu­zione, il dia­logo, la tre­gua. Soprat­tutto se le parti in campo non hanno nes­suna inten­zione di tro­vare una solu­zione negoziata.

In que­sto qua­dro, in cui o si vince o si muore, perde qual­siasi forza la comu­nità inter­na­zio­nale, la voce di chi si oppone alla guerra e alla vio­lenza, di chi potrebbe avan­zare pro­po­ste alter­na­tive. Per­ché nes­suno vuole accet­tare l’idea di schie­rare delle forze d’interposizione che non par­te­ci­pino all’esca­la­tion mili­tare, ma che iso­lino le parti in con­flitto, come è stato fatto in Libano.

Ma innan­zi­tutto ci sono bam­bini, donne, uomini da sal­vare dal mas­sa­cro, siano essi yazidi, cri­stiani o musul­mani, con un cor­ri­doio uma­ni­ta­rio, immediato.

Non c’è tempo da per­dere. E invece si pensa a come raf­for­zare Fron­tex o sospen­dere Mare nostrum per non inter­ve­nire più in sal­va­taggi nelle acque inter­na­zio­nali! Se non faremo que­sto, allora sì, forse, diven­te­remo noi i ber­sa­gli del ter­ro­ri­smo, allora sì dovremo alzare l’allarme in tutto l’occidente. Ma non ser­virà a molto.

Don Ciotti: Le minacce di Riina rivolte al tutto il popolo di Libera, solo un “noi” può vincere la mafia | Autore: Don Luigi Ciotti

-Le minacce di Totò Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivolte solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent’anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza.-Solo un “noi” – non mi stancherò di dirlo – può opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilità, per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile.

-Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l’insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio.

-Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei famigliari delle vittime, di chi attende giustizia e verità, ma anche di chi, caduto nelle reti criminali, vuole voltare pagina, collaborare con la giustizia, scegliere la via dell’onestà e della dignità. Molti famigliari vanno nelle carceri minorili dove sono rinchiusi anche ragazzi affiliati alle cosche.

-La politica deve però sostenere di più questo cammino. La mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi. Ad esempio sulla confisca dei beni, che è un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie.

-Lo stesso vale per la corruzione, che è l’incubatrice delle mafie. C’è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità,dei patti sottobanco, dall’intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno man forte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un’azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c’è, eccome: è la società, siamo tutti noi.

-Per me l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Al suo richiamarci a una “fame e sete di giustizia” che va vissuta a partire da qui, da questo mondo. Riguardo don Puglisi – che Riina cita e a cui non oso paragonarmi perché sono un uomo piccolo e fragile – un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlò di “sacerdoti che interferiscono”. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che “interferisce”, che non smette di ritornare – perché è lì che si rinnova la speranza – al Vangelo, alla sua essenzialità spirituale e alla sua intransigenza etica.
Una Chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, è mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione.
Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perché, come ha scritto il Papa Francesco: «Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo».

Da Caltagirone all’Oltrepò Pavese “Diego”eroico partigiano. Settant’anni dalla sua fucilazione. da: il sette e mezzo magazine

aliotta

Da Caltagirone all’Oltrepò Pavese “Diego”eroico partigiano. Settant’anni dalla sua fucilazione.

Venne fucilato il 29 agosto del 1944, esattamente settanta anni fa a Cerreto di Zerba in provincia di Piacenza, Angelo Aliotta nato a Caltagirone il 22 aprile 1905, emigrato a Milano come molti dal sud e dalle isole in cerca di riscatto.

Ed è a Milano, mentre lavora come operaio, che contribuisce a fondare il Partito Comunista Italiano. Sono gli anni del Congresso di Livorno, la scissione del partito socialista, il 1921. Anno in cui a Milano alle elezioni politiche vincono socialisti e popolari e Benito Mussolini viene eletto tra le file del Blocco moderato.

Già giovanissimo Angelo Aliotta partecipò alle azioni degli Arditi del Popolo, una organizzazione antifascista nata nell’estate del 1921 da una scissione all’interno della A.N.A.I. Associazione nazionale Arditi d’Italia, l’obiettivo degli Arditi del Popolo era contrastare i fascisti e opporsi alle loro violenze, erano gli anni dello squadrismo, delle intimidazioni politiche. Assieme ad Aliotta nell’organizzazione degli arditi molti uomini che ebbero importanti ruoli politici e sindacali, tra questi anche Giuseppe Di Vittorio, uno tra gli esponenti più autorevoli del sindacato italiano del secondo dopoguerra. Nel novembre del 1921 veniva ufficializzata a Roma la fondazione del Partito Nazionale Fascista.

Aliotta esule in Francia ed in Svizzera rientrato nel 1927 in Italia venne incarcerato come antifascista, 3 anni di reclusione inflittigli dal Tribunale speciale. Quando uscì dal carcere riprese la sua attività antifascista in clandestinità e nel 1943 fu tra gli organizzatori degli scioperi contro la guerra e contro il fascismo che durante marzo si tennero a Milano, sulla linea di quel primo sciopero che partì da Mirafiori a Torino quando, si racconta, di Leo Lanfranco un manutentore specializzato, assunto, nonostante il suo curriculum che tracciava la sua appartenenza comunista, poiché “sapeva dominare il ferro”, tornato dal confino, e che il 5 marzo del `43, data passata alla storia come “del risveglio operaio”, decise di interrompere di lavorare, lasciò la macchina, fece un cenno con le mani e in poco tutto il reparto dell’officina si fermò. Da quel momento gli scioperi a catena si moltiplicarono da Torino in tutta l’Italia del nord, Milano compresa. La lotta di classe si intrecciava con quella antifascista.

Angelo Aliotta, nome di battaglia Diego, fu gappista a Milano ed assunse il comando di un distaccamento della 3a GAP. Gappisti erano coloro che appartenevano ai gruppi di azione patriottica, coloro che erano incaricati nelle azioni di sabotaggio e disturbo contro i tedeschi ed i fascisti.

aliotta1

Uomo di coraggio che si era distinto per intraprendenza militare e sicurezza gli fu affidato il comando della 51A brigata Garibaldi Arturo Capettini nell’Oltrepò Pavese. Erano in corso rastrellamenti nazifascisti, fu ferito e catturato dai nazisti nei pressi di Artana, nel piacentino, lo consegnarono ad una Brigata Nera genovese, questi dopo averlo seviziato lo fucilarono barbaramente il 29 agosto del 1944 assieme a Virginio Arzani ed altri due partigiani. Qualche giorno dopo mentre i rastrellamenti si perpetravano ai danni delle popolazioni civili, atte anche a scovare i partigiani, nella zona dell’Oltrepò Pavese in cui il calatino “Diego” aveva perso la vita, fu costituita una Divisione Garibaldi battezzata col nome di “Diego Aliotta”,  ne facevano parte circa 800 uomini, delle Brigate 51a,  87a e 88a. La perdita di compagni valorosi e distinti era una perdita per tutto il gruppo ogni volta, così come da tradizione il nome di Diego Aliotta servì a rinsaldare lo spirito tra i combattenti partigiani, la loro identità e il sentimento di solidarietà tra loro. La Divisione Aliotta dopo tre settimane si sarebbe resa protagonista della vittoriosa battaglia di Varzi.

Ad Angelo Aliotta alias Diego è stata  attribuita la medaglia d’oro al Valore militare.

Un monumento è posto nel luogo dell’uccisione in località Cerreto nel comune di Zerba (Piacenza)per ricordare lui, Virginio Arzani  e due Sconosciuti, individuati poi come Andrea Busi detto Silurino e il polacco Sasin Mieczyslaw detto “Cencio”, come riporta la dispensa a cura di Giovanni Giorgi titolata: I Luoghi del Ricordo nell’Oltrepò Pavese. Monumenti, lapidi, cippi e targhe in ricordo dei caduti nel periodo della guerra di Liberazione (08 settembre 1943 – 25 aprile 1945). Una lapide invece in memoria di “Diego” Aliotta è posta all’interno del cortile del Circolo ARCI di via Bellezza 16 a Milano.

La lapide apposta il 14 dicembre del 2012 dalla Sezione A.N.P.I. Vigentina riporta questa scritta:

ORGANIZZATORE DELLA LOTTA ANTIFASCISTA A MILANO,

NELLA RESISTENZA, NELL’OLTREPO’ PAVESE,

EROICO COMANDANTE DELLA 51A BRIGATA GARIBALDI,

IN UNA IMMANE BATTAGLIA CONTRO LE FORZE

NAZIFASCISTE CADE GRAVEMENTE FERITO E CON

ALTRI TRE COMPAGNI VIENE VILMENTE ASSASSINATO

DAGLI SGHERRI REPUBBLICHINI.

Giuliana Buzzone

– See more at: http://www.ilsettemezzomagazine.it/da-caltagirone-alloltrepo-pavese-diegoeroico-partigiano-settantanni-dalla-sua-fucilazione/#sthash.PKN1YyVu.dpuf