Sotto la cappa del nuovo potere | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Siamo pro­prio sicuri che lo stato (deso­lante) dell’informazione poli­tica in Ita­lia rien­tri nella nor­ma­lità, che asse­gna alla «strut­tura mate­riale dell’ideologia» la fun­zione di pro­teg­gere e con­so­li­dare l’esta­blishment? Fosse così, non ci ras­se­gne­remmo, ma nem­meno avremmo la per­ce­zione di una situa­zione patologica.

In tutti i paesi del mondo, sotto qual­siasi regime, la «grande stampa» aiuta il potere. Rico­no­scerlo non implica equi­pa­rare sistemi tota­li­tari e plu­ra­li­stici. Né igno­rare la rile­vanza dei diritti di libertà e l’importanza della fun­zione svolta, nei sistemi plu­ra­li­stici, dalla stampa indi­pen­dente e di oppo­si­zione. Resta che ovun­que tra stampa e potere inter­cor­rono rap­porti di mutuo soc­corso. Che il mondo dell’informazione è dap­per­tutto con­ti­guo ai luo­ghi del potere eco­no­mico e poli­tico. Che spesso il con­fine tra infor­ma­zione e pro­pa­ganda è labile e di dif­fi­cile demar­ca­zione. Ma c’è un ma.

O un limite, se si pre­fe­ri­sce. Di norma la coo­pe­ra­zione tra stampa e potere non impe­di­sce agli organi di infor­ma­zione di ope­rare anche come fat­tori costi­tu­tivi dell’opinione pub­blica e suoi por­ta­voce. Né pre­clude alla grande stampa una fun­zione di con­trollo e di sti­molo – talora di denun­cia – nei con­fronti delle altre istanze del potere. Si pensi, per esem­pio, al gior­na­li­smo d’inchiesta, ancora vivo in Ger­ma­nia e nel mondo anglo­sas­sone, e non appan­nag­gio delle testate di opposizione.

Coo­pe­ra­zione e cri­tica: in que­sto bino­mio con­trad­dit­to­rio si con­densa la rela­zione tra­di­zio­nale tra stampa e potere in demo­cra­zia. Il che vale a pre­ser­vare una qual­che fun­zione terza dell’informazione anche in tempi di pen­siero unico impe­rante. Accade lo stesso oggi in Ita­lia? Si può dire che anche nel nostro paese le mag­giori testate della carta stam­pata e del gior­na­li­smo tele­vi­sivo pub­blico e pri­vato man­ten­gono un equi­li­brio tra pros­si­mità e alte­rità al potere che per­metta loro di assol­vere almeno in parte il com­pito di infor­mare senza troppo deformare?

Deci­sa­mente no. Da tempo – almeno dall’inizio dell’infausta sta­gione delle lar­ghe intese, più pro­ba­bil­mente da quando la crisi eco­no­mica imper­versa – la stampa ita­liana (fatte le debite ecce­zioni) ha cam­biato regi­stro. Se ancora all’epoca della rissa bipo­lare tra cen­tro­si­ni­stra e destra era pos­si­bile imbat­tersi in qual­che ana­lisi spre­giu­di­cata e cogliere fram­menti di verità tra le righe di com­menti o reso­conti (pur­ché, benin­teso, non si trat­tasse della santa alleanza con gli Stati uniti e delle guerre sca­te­nate nel nome della demo­cra­ziae dei diritti umani), oggi regna invece un’asfissiante con­cor­dia. Intorno ai feticci della gover­nance neo­li­be­rale – le “riforme” in pri­mis, evo­cate osses­si­va­mente come una pana­cea per tutti i mali. Intorno alle figure che la incar­nano – dal capo dello Stato al pre­si­dente del Con­si­glio in carica, pas­sando per il pre­si­dente della Bce. Intorno alle poli­ti­che per mezzo delle quali viene com­pien­dosi la meta­mor­fosi ame­ri­ca­ni­sta della società, il suo rapido regre­dire verso assetti post­de­mo­cra­tici, auto­ri­tari e oligarchici.

Docu­men­tarlo sarebbe sin troppo age­vole. Basti un banale espe­ri­mento. L’attuale pre­mier si è accre­di­tato come l’uomo del cam­bia­mento e, appunto, delle riforme. È un ruolo che sta a pen­nello a un yup­pie della poli­tica, venuto su col logo del rot­ta­ma­tore. Ma que­sta è una scelta d’immagine, è la sua auto­rap­pre­sen­ta­zione. Non dovrebbe costi­tuire il con­te­nuto dell’informazione, la quale avrebbe invece il dovere di entrare nel merito delle sedi­centi riforme, parola magica che da vent’anni desi­gna i misfatti dei governi nel nome del risa­na­mento. Bene, pro­vate a vedere che suc­cede in pro­po­sito, se mai un gior­na­li­sta, inter­vi­stando Renzi o com­men­tan­done le debor­danti dichia­ra­zioni in schietto stile nien­ta­li­sta, si prende la briga di discu­tere il cri­te­rio in base al quale un prov­ve­di­mento può defi­nirsi “riforma” e si distin­gue da un altro che non ne è degno.

Riforme erano dette anche quelle del fasci­smo, che di cose ne cam­biò effet­ti­va­mente molte e in pro­fon­dità. Non sarebbe allora il caso di costrin­gere chi governa a uscire dalla pro­pa­ganda e a dichia­rare i pro­pri reali inten­di­menti? Non sarebbe un gesto di rispetto verso let­tori e tele­spet­ta­tori incal­zarlo, far­gli pre­senti i costi sociali delle sue deci­sioni oltre che i loro van­tati bene­fici? Non sarebbe que­sta un’elementare clau­sola di dignità per chi, facendo il gior­na­li­sta, non dovrebbe accet­tare di degra­darsi a veli­naro, a supino ampli­fi­ca­tore della voce del padrone di turno?

Ma, parole magi­che a parte, il discorso ha una por­tata ben più vasta. E i pos­si­bili esempi si sprecano.

È mai pos­si­bile che nes­suno trovi da ridire quando un mem­bro del governo o del Pd recita la gia­cu­la­to­ria del «40 per cento degli ita­liani che ci chie­dono le riforme»? È decente fin­gere di non ricor­dare che in mag­gio si votò per le euro­pee con la fon­data paura della marea fasci­sta, e che a nes­sun elet­tore ita­liano venne in mente allora di con­ce­dere al governo cam­biali in bianco per sfa­sciare la Costi­tu­zione, fare nuo­va­mente cassa con le pen­sioni o stra­vol­gere lo stato giu­ri­dico del pub­blico impiego?

Un caso para­dig­ma­tico è l’evasione fiscale. Gior­nali e tele­gior­nali ne par­lano, ine­vi­ta­bil­mente, quando la Corte dei conti o l’Agenzia delle entrate dirama le solite scan­da­lose cifre che non hanno eguali al mondo. Per la cro­naca siamo poco sotto i 190 miliardi di euro sot­tratti ogni anno alle finanze pub­bli­che. Visto che i numeri hanno una loro ogget­ti­vità, il dato dovrebbe domi­nare la pagina eco­no­mica. All’opinione pub­blica – ammesso che in Ita­lia ne esi­sta ancora una – sarebbe dove­roso spie­gare quali nessi sus­si­stono tra que­sto gigan­te­sco ammanco e la dram­ma­tica fame di risorse nei bilanci delle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni e delle fami­glie dei lavo­ra­tori dipen­denti. Si dovrebbe chia­rire come non sia casuale che, van­tando que­sto record, l’Italia sia anche in cima alle clas­si­fi­che del debito pub­blico, della disoc­cu­pa­zione e della pres­sione fiscale sul lavoro. Niente di niente, invece. Il tema è tabù. I cit­ta­dini deb­bono restare inerti sotto il bom­bar­da­mento della nar­ra­zione uffi­ciale della crisi.
E così via esem­pli­fi­cando. Nel Medi­ter­ra­neo si con­suma ogni giorno la strage dei migranti.

C’è mai qual­cuno che, com­men­tando gli spro­po­siti di un mini­stro o del leghi­sta di turno, ram­menti che i migranti non chie­dono bene­vo­lenza: eser­ci­tano un diritto invio­la­bile? Che a quanti di loro fug­gono da guerre e per­se­cu­zioni nes­suno può legit­ti­ma­mente rifiu­tare asilo? E che gli Stati che non li accol­gono vio­lano norme fon­da­men­tali del diritto inter­na­zio­nale? Quanto al ter­ro­ri­smo, largo alle stru­men­ta­liz­za­zioni di chi blocca sul nascere ogni discus­sione al riguardo. Non sia mai che ci si inter­ro­ghi sulle respon­sa­bi­lità occi­den­tali nella cata­strofe medio­rien­tale. E che, di ter­ro­ri­sta in ter­ro­ri­sta, a qual­cuno venga in mente di chie­dere conto anche a Neta­nyahu. Fran­ca­mente dispiace che la recente pole­mica tra Grillo e il Tg1 sia stata liqui­data anche a sini­stra come l’ennesima aggres­sione di un ener­gu­meno. I modi offen­dono, ma la sostanza resta e meri­te­rebbe ben altra considerazione.

Sotto la cappa del potere finan­zia­rio trans­na­zio­nale, ammi­ni­strato dalla tecno-burocrazia euro­pea e dai suoi pro­con­soli nostrani, il gior­na­li­smo ita­liano ha per­lo­più mutato pelle, accon­cian­dosi alla fun­zione assai poco ono­re­vole del por­ta­voce zelante. Che divulga e accre­dita le verità dispen­sate dall’alto, e con ciò impe­di­sce la for­ma­zione di un’opinione pub­blica docu­men­tata e cri­tica. E non si creda che il rife­ri­mento al qua­dro dei poteri domi­nanti atte­sti un nesso cogente. Non vi è alcuna neces­sità in tale con­nes­sione, né vi opera una forza incoer­ci­bile. Sono in gioco, al con­tra­rio, la libera scelta di cia­scuno e la sua respon­sa­bi­lità intel­let­tuale e morale. La pato­lo­gia di un gior­na­li­smo asser­vito è parte inte­grante della più grave que­stione all’ordine del giorno, quella del pro­li­fe­rare delle caste e della cor­ru­zione in esse dilagante.

La scuola è una «grande» opera Fonte: Il Manifesto | Autore: Alba Sasso*

Per chi suona la campanella. La «sorpresa» di Renzi-Giannini non può calcare le orme delle troppe «rivoluzioni» fallite negli ultimi decenni. Investire nell’istruzione, non solo «riformarla», è la chiave del futuroSono con­vinta che le poli­ti­che dell’istruzione non pos­sano essere sle­gate da un pro­getto di svi­luppo eco­no­mico, cul­tu­rale e civile com­ples­sivo del paese, da una rifles­sione sui modelli cul­tu­rali, sulle forme odierne di pro­du­zione e dif­fu­sione del sapere, sulla neces­sità di intro­durre nella scuola sapere tec­no­lo­gico — che è rifles­sione pra­tica e teo­rica sugli stru­menti tec­no­lo­gici, esplo­ra­zione di un modello pos­si­bile di cono­scenza -, sul fatto che la scuola debba diven­tare sem­pre di più una fine­stra aperta sul mondo (del lavoro e non solo).

SCUOLA E PAESE DESTINI INCROCIATI

Insomma che esse deb­bano fon­darsi su una idea di società e su un’idea di futuro, pro­prio per­ché una riforma del «sistema scuola» pro­duce i suoi effetti in tempi lun­ghi. Altri­menti ci si affi­derà di volta in volta alla tro­vata pro­po­sta come geniale e sal­vi­fica, che poi risul­terà insieme pre­ten­ziosa quanto inef­fi­cace, sem­pli­ce­mente inu­tile: dai tablet, al regi­stro elet­tro­nico, (e la banda larga?), alle ridi­cole «tre i», alle pre­oc­cu­panti recenti pro­po­ste di ridu­zione dell’ultimo anno delle supe­riori (senza alcuna moti­va­zione cul­tu­rale e didattica).

In que­sti ultimi anni la scuola, e in qual­che modo anche l’università, hanno sof­ferto di disat­ten­zione sociale e cul­tu­rale. E se il «sistema scuola» ha retto, nono­stante tutto, lo si deve a quel popolo affa­ti­cato ma indo­mito di inse­gnanti, stu­denti, diri­genti, che con­ti­nua a lavo­rare con pas­sione, insomma a «cre­derci» , nono­stante il vuoto pneu­ma­tico che lo circonda.

Per­ciò tremo quando sento par­lare di «rivo­lu­zioni» in arrivo e mi auguro che la mini­stra Gian­nini abbia accen­tuato, all’ultimo mee­ting di Rimini, i carat­teri neo­li­be­ri­sti della pro­po­sta sulla scuola, forse spinta dal genius loci. Per­ché se tutto si ridu­cesse alla vec­chia e ricor­rente pro­po­sta — chi ricorda Leti­zia Moratti? — «meri­to­cra­zia e aper­tura ai pri­vati», come tito­lava ieri l’altro la Repub­blica, dav­vero non avremmo affron­tato nes­suno dei pro­blemi veri della scuola. E soprat­tutto ver­remmo meno a quel det­tato costi­tu­zio­nale che affida alla Repub­blica il com­pito di garan­tire diritti e libertà anche e soprat­tutto su que­sto terreno.

Mi chiedo anche per­ché in que­sto paese riforme, o cam­bia­menti del «sistema scuola» — un mondo che coin­volge circa 10 milioni di per­sone — devono sem­pre essere calati dall’alto e con la logica del «vi stu­pi­remo con effetti spe­ciali». Pos­si­bile che non si possa fare un’ ana­lisi (che non deve ovvia­mente durare anni) dei punti di forza e di debo­lezza del sistema, magari ascol­tando i diretti pro­ta­go­ni­sti — in Fran­cia lo hanno fatto alcuni anni fa — per inter­ve­nire con mag­giore efficacia?

CHE SUC­CE­DERÀ IL 29 AGOSTO?

Nelle anti­ci­pa­zioni gior­na­li­sti­che di que­sti giorni alcune cose con­vin­cono: l’eliminazione del pre­ca­riato (penso che vogliano dire que­sto Gian­nini e Renzi quando par­lano di eli­mi­na­zione delle sup­plenze e lasciano intra­ve­dere l’inizio della sta­bi­liz­za­zione dei pre­cari) e la crea­zione di un «orga­nico fun­zio­nale», sup­porto neces­sa­rio e indi­spen­sa­bile per una vera auto­no­mia sco­la­stica: quella quota di inse­gnanti che pos­sono fare sup­plenze o sup­por­tare l’attività didat­tica per raf­for­zarla o arric­chirla. Per­ché le scuole siano in grado di affron­tare insieme il disa­gio e l’eccellenza. E per­ché la con­ti­nuità didat­tica torni ad essere la regola e non l’eccezione.
Ma que­sto vuol dire inve­stire seria­mente sugli inse­gnanti, tro­vare le risorse. Quelle che ad esem­pio il Mini­stero dell’Economia ha negato per la vicenda degli inse­gnanti eso­dati («quota 96»).

E ancora meglio se que­sto volesse dire che la sta­bi­liz­za­zione degli inse­gnanti pre­cari deve avve­nire su tutti i posti vacanti e dispo­ni­bili ( cosa che non è stata fatta negli ultimi anni). È dimo­strato tra l’altro che sta­bi­liz­zare i pre­cari non avrebbe costi molto supe­riori rispetto al man­te­nerli pre­cari, licen­zian­doli e giu­gno e rias­su­men­doli a settembre.

Ma anche per que­sto ci vuole un inve­sti­mento serio e una poli­tica meno con­trad­dit­to­ria e ondi­vaga come quella degli ultimi anni sia per il reclu­ta­mento, (ripri­stino dei con­corsi dopo aver chiuso le scuole di spe­cia­liz­za­zione e crea­zione del tiro­ci­nio for­ma­tivo attivo che ne è la brutta copia), sia per la for­ma­zione in ser­vi­zio che, curio­sa­mente, non esi­ste più da anni in un mestiere che richiede, soprat­tutto oggi, una for­ma­zione e un aggior­na­mento continui.

Infine, la valu­ta­zione. Ben venga se serve a moni­to­rare il sistema, ad indi­care i punti di sof­fe­renza e quelli di forza. Ma non se, come spesso capita, viene bran­dita come un’arma per distin­guere i buoni dai cat­tivi e ten­tare di intro­durre nuove dif­fe­ren­zia­zioni sala­riali, ma sem­pre al ribasso. Mi pare vadano in que­sta logica le ultime pro­po­ste sulla car­riera degli inse­gnanti. Vec­chio man­tra che non risolve il pro­blema della qua­lità del sistema. Men­tre, e anche que­sto è dimo­strato, le scuole che hanno migliori risul­tati sono quelle in cui fun­ziona la coo­pe­ra­zione e il lavoro collettivo.

LA NECES­SITÀ DEL CAMBIAMENTO

È inne­ga­bile: il «sistema scuola» in Ita­lia ha biso­gno di cam­bia­menti pro­fondi. E per­ciò occorre met­tere a fon­da­mento di ogni pro­po­sta l’idea che l’istruzione non è un costo ma un inve­sti­mento deci­sivo e lun­gi­mi­rante. Infine, ogni pro­fonda e seria pro­po­sta di cam­bia­mento non può essere fatta a colpi di decreto, ma deve nascere dall’incontro e dal con­fronto tra tutte quelle risorse e quelle intel­li­genze che sono patri­mo­nio della scuola ita­liana, inse­gnanti e stu­denti in primo luogo. Negli anni ’90 l’allora mini­stro Mat­ta­rella con­vocò gli «Stati gene­rali della scuola» e la stessa Moratti tentò qual­cosa di ana­logo prima di pre­sen­tare la sua riforma.

Met­te­rei da parte l’idea di grandi e pic­cole inge­gne­rie isti­tu­zio­nali (anni in più o in meno) a van­tag­gio di leggi di prin­ci­pio, che garan­ti­scano il carat­tere nazio­nale e uni­ta­rio del sistema, anche alla luce delle norme costi­tu­zio­nali sull’autonomia e ruolo degli enti locali. Riflet­tendo anche sulla pro­po­sta di modi­fi­che al titolo V della Costi­tu­zione nella con­vin­zione che, come dice Bene­detto Ver­tec­chi ne La scuola disfatta: «L’educazione sco­la­stica costi­tui­sce un fat­tore posi­tivo nella sto­ria dei popoli quando si fonda sul pre­sup­po­sto uto­pi­stico che sia pos­si­bile rea­liz­zare ciò che non è».

Oggi c’è biso­gno di più scuola, di più sapere per tutte e tutti. Per navi­gare e non nau­fra­gare in soli­tu­dine nel mare di infor­ma­zioni a cui ognuna e ognuno può acce­dere. Dob­biamo dav­vero ras­se­gnarci a pen­sare che la scuola sia un luogo da attra­ver­sare sbri­ga­ti­va­mente, un po’ di inglese, un po’ di infor­ma­tica, l’Università un esa­mi­fi­cio. Oppure si tratta di garan­tire quella coscienza cri­tica e quella capa­cità di appren­dere e di orien­tarsi nel mondo, e soprat­tutto di aggior­nare le pro­prie cono­scenze nel corso della pro­pria vita, indi­spen­sa­bili per evi­tare esclu­sione e mar­gi­na­liz­za­zione? Non è pos­si­bile che si con­ti­nuino a pian­gere lacrime di coc­co­drillo sulla dimi­nu­zione delle imma­tri­co­la­zioni all’Università, e non si fac­cia una rifles­sione molto ma molto seria sul numero chiuso e sulla neces­sità di aumen­tare le risorse per il diritto allo studio.

Per­ché dob­biamo far cre­scere il numero dei lau­reati, non rin­chiu­derci nel for­tino delle «5 migliori università».

CAM­BIARE VERSO SI PUÒ

E allora dob­biamo dav­vero «cam­biar verso». Per­ché le poli­ti­che sco­la­sti­che degli ultimi, ormai decenni, sono state tutte all’insegna della ridu­zione e del rispar­mio. Una scuola minima che non ha risorse per tutte e tutti e che fini­sce con l’essere, come diceva don Milani, un ospe­dale che cura i sani ed espelle i malati.

Rico­min­ciamo allora a par­lare di gene­ra­liz­za­zione della scuola dell’infanzia – è in quella fascia di età che si pos­sono supe­rare i gap cul­tu­rali di par­tenza tra bam­bine e bam­bini ed è esten­dendo la scuola dell’infanzia sta­tale che si pos­sono garan­tire uguali diritti a bam­bine e bam­bini su tutto il ter­ri­to­rio nazionale.

E cer­chiamo di ripa­rare i danni che la cosid­detta «riforma Gel­mini» ha pro­vo­cato nella scuola ele­men­tare — sem­pre nella logica del rispar­mio — scom­pa­gi­nando un modello con­so­li­dato, otti­ma­mente valu­tato nelle clas­si­fi­che inter­na­zio­nali, quello del team di inse­gnanti, e lasciando l’organizzazione didat­tica al caso e alla buona volontà degli insegnanti.

Ripren­diamo a par­lare di con­ti­nuità cur­ri­co­lare fra scuola ele­men­tare e scuola media, di pari qua­lità dei per­corsi della secon­da­ria. Di inter­venti per con­tra­stare la disper­sione sco­la­stica, anche a par­tire dalla con­sa­pe­vo­lezza che i paesi che meglio stanno resi­stendo alla crisi sono quelli che sul ter­reno della for­ma­zione hanno allar­gato la pla­tea degli aventi diritto.

In Puglia, ad esem­pio, il pro­getto «Diritti a scuola» rea­liz­zato dalla Regione per con­tra­stare la disper­sione ha otte­nuto ottimi risul­tati, cer­ti­fi­cati anche dalle rile­va­zioni Ocse Pisa. Sem­pli­ce­mente facendo lavo­rare nella scuola gio­vani pre­cari in fun­zione di sup­porto — circa 6.500 in 4 anni — aumen­tando il tempo scuola per bam­bini e ragazzi e impe­gnando signi­fi­ca­tive risorse. Di misure sem­plici per garan­tire momenti di ascolto e di soste­gno per stu­denti e fami­glie, come gli spor­telli psi­co­lo­gici finan­ziati da molti enti locali.

Ripren­diamo il ragio­na­mento sull’aumento dell’obbligo sco­la­stico fino a diciotto anni, sul nodo della qua­lità e dell’efficacia dei per­corsi di qua­li­fica trien­nale, sulla crea­zione di un vero e pro­prio sistema di for­ma­zione degli adulti. Par­liamo di un rap­porto serio e signi­fi­ca­tivo tra scuola e mondo del lavoro, a par­tire dalla con­vin­zione che è il sapere a pro­durre van­tag­gio eco­no­mico, sociale e civile e dalla capa­cità di creare col­le­ga­menti e siner­gie tra istru­zione, for­ma­zione e lavoro , anche e soprat­tutto attra­verso incen­tivi alla ricerca e all’innovazione rivolti alle imprese. Per­ché chi più innova, più crea lavoro.

E soprat­tutto eli­mi­niamo il pre­ca­riato e rico­no­sciamo alle e agli inse­gnanti il valore della loro fun­zione. «Paga­teli come mini­stri», scrisse anni fa Nata­lia Gin­sburg su Repub­blica.

Per fare tutto que­sto deve essere com­piuta una scelta decisa sulla desti­na­zione delle risorse pub­bli­che. Mi pare che sulle mace­rie degli ultimi anni, anche in que­sto campo, si debba aspi­rare ad una vera tra­sfor­ma­zione, in una linea di decisa discontinuità.

Ci vogliono risorse straor­di­na­rie. La scuola è «una grande opera».

* Asses­sora scuola, uni­ver­sità, for­ma­zione pro­fes­sio­nale e diritto allo stu­dio della regione Puglia