RAGALNA DEMOCRATICA DICE NO! ad una Via intitolata a Giorgio Almirante

Ragalna democratica dice no ad una via intitolata a Giorgio Almirante.
Dice no a Giorgio Almirante, fondatore del Movimento Sociale Italiano,
Dice no a Giorgio Almirante che durante il ventennio FASCISTA aderì al “Manifesto della Razza”; collaborò alla rivista di regime che teorizzò le politiche razziste e antisemite che significarono la deportazione di migliaia di italiani nei lager nazisti.
Dice no a Giorgio Almirante che partecipò alla Repubblica Sociale Italiana e nel 1944 firmò il bando che decretava la fucilazione dei partigiani.
Riteniamo un’inaccettabile provocazione l’atto politico che si è consumato nella nostra Città, che suo malgrado, viene ancora una volta strumentalmente utilizzata come palcoscenico di rappresentazioni di folkloristiche da parte di ex potentati politici ormai in declino.
In questa “goliardica” vicenda, si ritrovano tutti gli ingredienti di un intollerabile tentativo di revisionismo storico, fatto attraverso l’uso attento dell’omissione degli aspetti meno utili allo scopo prefissato ed il richiamo strumentale a valori quali la “pacificazione nazionale”, la memoria condivisa e, non in ultimo, alle recentissime parole del Capo dello Stato di sostanziale “riabilitazione” del ruolo svolto da Almirante nella storia della Repubblica.
Nella proposta avanzata dalla “consigliera comunale” di cui sfugge il nome, così come il contributo che la “stessa” ha dato alla comunità ragalnese nel lungo periodo in cui ha ricoperto l’importante ruolo di “Assessore” ; si ricorda la figura di Almirante senza mai utilizzare il termine fascista. Cosa che, riferita a tale biografia appare un’imperdonabile dimenticanza o, per l’appunto, un’astuta omissione, utile a conformare l’opinione pubblica più distratta o meno edotta.
Mai si ricorda la posizione, non certo secondaria, di Almirante durante il ventennio:
 Aderente al Manifesto della Razza, collaborò alla rivista “La difesa della razza” sostenendo le politiche razziste e antisemite del regime a seguito delle quali migliaia di italiani ebrei e non, furono deportati e perirono nei campi di sterminio.
 Obbediente e silenzioso sul ruolo avuto nella Repubblica Sociale Italiana alleata-serva dei nazisti.
 Capo manipolo e poi tenente di brigata nera firmò nel 1944 un bando che decretava la fucilazione dei partigiani. Sulla base di questo bando 83 “sbandati” furono fucilati in Toscana
Nell’Italia libera, democratica nata dalla “liberazione”, conquistata grazie ai partigiani che egli avrebbe fucilato e ai quali non avrebbe certo concesso i diritti civili e politici dei quali ebbe a godere, fu tra i fondatori e segretario storico del Movimento Sociale Italiano.
In queste vesti istituzionali, non mancò di frequentare ambienti neofascisti e stragisti . E’ del 1970, alla vigilia del Golpe dell’Immacolata, l’incontro con Junio Valerio Borghese in cui affermava “Comandante, se parliamo di politica, e tu sei dei nostri, devi seguire le mie direttive, ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni”.
Politico amnistiato a seguito del rinvio a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato agli autori della strage di Peteano del 1972 in cui persero la vita tre carabinieri.
Nella lettera del 1986 alla deputata Muscardini, Almirante scrive “in tema di presunto, e più ancora presuntuoso superamento del fascismo (…) Puoi stare certa che il mio ultimo respiro sarà fascista, nel nostro senso del termine, perché per me, per noi, si tratta della battaglia di tutta la nostra vita. Sei autorizzata a sbattere in faccia a chicchessia questa mia lettera, che non è confidenziale”.
Crediamo fermamente che la toponomastica cittadina sia cosa seria e concorra alla memoria collettiva di una comunità. Perciò essa deve rendere omaggio a figure che rappresentano esempi cui mirare, caratterizzate, oltre che da specchiata onestà, dalla totale adesione ai principi costituzionali e repubblicani.
Per tutto questo diciamo no ad una via intitolata a Giorgio Almirante.
Invitiamo vivamente il Sindaco, l’ Amministrazione ed il Consiglio Comunale a respingere con fermezza la sciagurata proposta di intitolare una via del nostro Comune a Giorgio Almirante. Ben altre, più nobili ed elevate sono le personalità di riferimento a cui rendere omaggio.

NICOLOSI: martedì 2 settembre 2014 ore 20.00 serata per ricordare il 70° anniversario della morte di due partigiani ALFIO RAGONESI E FILIPPO MAZZAGLIA.

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Tagli ai permessi sindacali, nessun risparmio per lo Stato Fonte: rassegna

“Non c’è nessun risparmio. Anzi, c’è un aumento della spesa pubblica perché, a parte per la scuola, per tutti gli altri lavoratori c’è anche il salario accessorio che prima era a carico dei sindacati”. A dirlo è Rossana Dettori, segretario generale della Funzione pubblica Cgil, parlando ai microfoni di RadioArticolo1 della ormai famosa circolare sui distacchi sindacali che fissa al 1 settembre il rientro nei luoghi di lavoro di 1.500 sindacalisti. “Stupisce il fatto che oggi ne parlino tutti i giornali e i telegiornali – aggiunge Dettori – la notizia era nota dallo scorso 13 giugno. E’ una circolare dovuta, perché il ministero ha l’obbligo di comunicare alle amministrazioni le modalità con cui i lavoratori che erano in distacco tornano sul luogo di lavoro”.

Nessuna novità, dunque, ma restano in piedi le critiche all’operato del governo su questo fronte. “C’è la volontà di Renzi – osserva l’esponente della Fp – di attaccare il sindacato e la Confindustria, in generale i corpi intermedi. Da questa riduzione dei distacchi non c’è risparmio e non c’è novità, e siccome bisogna attaccare i sindacati, non c’è stata discussione. Noi pensiamo che sia sbagliato – aggiunge – perché quei distacchi non ci erano stati regalati, erano all’interno della contrattazione. Se poi non è stata ridotta l’agibilità delle Rsu, non è stata una benevolenza di questo governo, c’è una legge che impediva di farlo”.

Cosa comporterà dal punto di vista pratico la riduzione dei distacchi? “Maggiore fatica per chi resta, ma ci rimboccheremo le maniche. Lavoravamo dieci ore al giorno, ne lavoreremo dodici, ma questo attacco non ridurrà le nostre proposte, anche se faticheremo un po’ di più”. Quanto alla riforma della Pa, “non l’abbiamo vista”, aggiunge la dirigente della Fp. “Non solo nel dl 90, neppure nel disegno di legge c’è qualcosa di innovativo. Da un escutivo di ‘centrosinistra’ ci aspettavamo che si pensasse ai cittadini, non è stato così. Siamo in perfetta continuità con i governi precedenti. La Pa non si parla e continuerà a non parlarsi, c’è un sistema di informatizzazione che non funziona, non sono cambiate le liste di attesa in sanità o le graduatorie degli asili nido”.

Come se non bastasse, torna il fantasma del blocco della contrattazione. “Il sottosegretario Baretta dice che non se ne parla, però non parla nemmeno del rinnovo, sia chiaro che gli 80 euro non possono essere sostitutivi. Brunetta ha iniziato l’era del blocco, continuata poi con Monti e ora con questo governo dal quale mi aspettavo una riduzione delle disuguaglianze, non un aumento. Su questo – conclude – metteremo in campo iniziative non escludendo nulla, perché si ripristini il diritto in questo paese”. (mm) 

15 e 16 settembre, “Notte bianca per la democrazia”. Usb contro l’accordo del 10 gennaio da: controlacrisi.org

Tra gli appuntamenti di lotta del prossimo autunno c’è sicuramente 15 e il 16 settembre prossimo. L’Unione Sindacale di Base organizzerà nelle principali città italiane“…ASPETTANDO CHE TORNI…”, Notte Bianca per la Democrazia nei Luoghi di Lavoro, a cui sono stati invitati a portare il proprio contributo artisti, giuristi, costituzionalisti, parlamentari, sindacalisti, ma soprattutto lavoratrici e lavoratori, in attesa che la Magistratura e il Parlamento contribuiscano a restituire la speranza di poter vivere in democrazia nei luoghi di lavoro del nostro Paese.
Il 16 settembre, presso il Tribunale di Roma, prenderà infatti avvio la causa promossa dall’USB contro l’accordo siglato il 10 gennaio scorso tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, mirato ad escludere dalla rappresentanza il sindacalismo conflittuale. “Quel poco di democrazia oggi esistente nei luoghi di lavoro – scrive Usb in una nota – diverrebbe appannaggio dei soli sottoscrittori del cosiddetto Testo Unico, la partecipazione alla elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie verrebbe preclusa alle organizzazioni sindacali che non abbiano aderito all’accordo del 10 gennaio, arrivando a prevedere sanzioni nei confronti di chi osi scioperare od opporsi in qualsiasi modo in azienda agli accordi sottoscritti.
La USB – non da sola – ha da subito messo in guardia dal grave vulnus democratico che tale accordo produrrà alle lavoratrici e ai lavoratori italiani, “con conseguenze tali da far impallidire i vari porcellum, italicum, riforma del Senato”.
Con il ricorso presentato al Tribunale di Roma l’USB chiede alla Magistratura di impedire che ciò avvenga e, in ossequio al dettato Costituzionale, chiede al Parlamento che sia varata una legge democratica e pluralista sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale, valida per tutto il settore privato, in analogia con quanto già avviene nel mondo del lavoro pubblico.

Tra donne e uomini un’altra integrazione – di Andrea Morniroli da: NoiDonne

“Il tentativo di stupro di un ragazzo migrante …nei confronti di un’assistente sociale…non ha nulla a che vedere, almeno nelle sue motivazioni più profonde, con l’immigrazione, la camorra…”

inserito da Redazione

Riceviamo dall’UDI di Napoli il contributo di Andrea Morniroli e volentieri pubblichiamo.

Tra donne e uomini un’altra integrazione

Il tentativo di stupro di un ragazzo migrante ospite di una casa famiglia nei confronti di un’assistente sociale che lavora nella stessa struttura, avvenuto i primi giorni di agosto ai Quartieri Spagnoli a Napoli, a differenza di quanto hanno lasciato intendere gli articoli dei giornali non ha nulla a che vedere, almeno nelle sue motivazioni più profonde, con l’immigrazione, la camorra, i beni confiscati alle organizzazioni criminali e quant’altro. La vera questione è che ancora troppi maschi, italiani e stranieri, poveri e ricchi, camorristi e no, ignoranti o colti, religiosi o atei, non sanno gestire le loro relazioni con l’altro genere in un rapporto pari e di reciproco riconoscimento. E, ancora, con il fatto che troppi uomini, non sapendo gestire i loro desideri e la loro sessualità, finiscono per usare la forza, la violenza fisica o psicologica per imporre all’altro sesso le loro necessità e voglie.

Spostare il dibattito su altri temi, per quanto centrali e importanti, significa non solo introdurre elementi di confusione (per altro usati da altri in termini strumentali e demagogici) ma anche e ancora una volta rimuovere il problema di fondo che riguarda gli uomini e i loro comportamenti. In altre parole, usare strumentalmente nell’informazione e nel dibattito il razzismo, la mafiosità, il degrado socio-culturale per non fare i conti con le asimmetrie di potere che continuano a caratterizzare le reazioni tra uomini e donne.

E’ sempre la stessa storia. Sulla violenza di genere come sulla prostituzione. Su questo tema, ad esempio, è estremamente significativo come nel dibattito tutto si discute tranne che, come sarebbe ovvio, anche della domanda di sesso a pagamento. Delle migliaia di maschi che a Napoli come in Italia e nel mondo risolvono le esigenze della loro sessualità con l’acquisto di prestazioni sessuali – e dintorni – a pagamento.

E ancora, quando invece si parla anche di uomini, sia nella violenza di genere, sia sulla prostituzione, se ne parla solo in termini repressivi come se il vero problema non fosse in primis un problema culturale.

Una riflessione e un confronto che va ben oltre i “violentatori” e i “clienti” ma che riguarda l’universo maschile nel suo complesso. Troppo semplici sono gli approcci autoassolutori del “non sono mica un cliente” o “non ho mai fatto del male a una donna”.

Vanno obbligati i maschi a riflettere su come sono co-attori di fenomeni troppo ampi e trasversali all’universo maschile per poter essere risolti in tal modo. Occorre che gli uomini inizino ad interrogarsi per davvero su come nel proprio quotidiano, con i propri sguardi, atteggiamenti e approcci nella relazione con l’altro genere finiscono per alimentare il terreno sui cui poi, nei casi più estremi ma purtroppo sempre più frequenti, la violenza si alimenta.

Una riflessione e una messa in discussione che credo diventa ancora più urgente tra chi come me lavora nei servizi rivolti alle persone nel tentativo difficile e complesso di tutelarne e promuoverne i diritti. Perchè altrimenti si corre il rischio, anche in materia di diritti, di determinare differenze tra un genere e l’altro. Di guardare in modo non completo all’insieme di quelle relazioni che quasi sempre sono l’ambito che si deve prendere in carico se davvero si vuole supportare l’emancipazione e non determinare la cronica necessità di aiuto.

Insomma, il ragazzo bengalese che  ha tentato di violentare l’assistente sociale napoletana é prima di tutto un uomo e la sua potenziale vittima è prima di tutto una donna. Li, e non in altri ambiti, vanno ricercate le cause del grave episodio e attivate le dovute riflessioni per trovare modi e ipotesi per evitare che tali episodi continuino, in modo sempre più allarmante e diffuso, a ripetersi.

Andrea Morniroli

La presenza femminile nel Sistema Sanitario Nazionale da: NoiDonne

Le donne con un contratto a tempo indeterminato nel Servizio Sanitario Nazionale nel 2009 erano il 63,41%, percentuale in costante crescita ma non nelle posizioni apicali. L’avanzamento di carriera, precluso in particolare alle infermiere, richiede dispon

 

Mariam aveva sentito la notizia nel gennaio di quello stesso anno: uomini e donne sarebbero stati ricoverati in ospedali diversi, tutto il personale femminile degli ospedali di Kabul sarebbe stato licenziato o mandato a lavorare in un’unica struttura centralizzata. Nessuno ci aveva creduto e i talebani non avevano posto in atto quella loro decisione. Fino a quel momento. «E l’ospedale Ali Abad?» chiese un altro uomo. La guardia scosse la testa. «E Wozir Akbar Khan?» «Solo per uomini» disse. «E noi cosa dovremmo fare?» «Andate al Rabia Balkhi» rispose la guardia. Si fece avanti una giovane donna, dicendo che c’era già stata. Non avevano acqua pulita, né ossigeno, né elettricità, né medicinali. «In quell’ospedale non c’è niente» disse. « È là che dovete andare» insistette la guardia.
(K. Hosseini, Mille Splendidi Soli, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (Ai), 2007, p.175)
Sebbene la condizione femminile e le discriminazioni di genere nel nostro Paese siano, fortunatamente, molto distanti da quella dell’Afghanistan, di cui al periodo della citazione letteraria, o dei paesi in via di sviluppo dove la durata media della vita delle donne è fortemente condizionata dalle uccisioni a seguito di stupri e violenze e dalla mancanza di assistenza alla maternità e alla vita sessuale in genere, occorre evidenziare come anche nel nostro paese persistano, in maniera più o meno evidente, discriminazioni nei confronti delle donne nel settore sanitario sia nella loro veste di utenti dei servizi sanitari, sia nel loro ruolo di professioniste del settore. Nel 2009 la percentuale di donne impiegate nel Servizio Sanitario Nazionale con un contratto a tempo indeterminato si è attestata al 63,41%: l’incremento della presenza femminile è in costante crescita ed è possibile rilevare come essa sia aumentata trasversalmente in quasi tutte le categorie lavorative comprese dall’ambito sanitario.

Relativamente alle posizioni apicali la presenza delle donne in tali posizioni è però aumentata negli anni di pochi punti percentuali: rispetto ai colleghi uomini, le donne debbono necessariamente avere una grande capacità di organizzazione e di ottimizzazione dei tempi dedicati ai diversi ruoli e, come si può facilmente intuire, è inoltre discriminante il supporto di aiuti esterni (familiari, collaboratrici domestiche, badanti) o di strutture educative (nidi, scuole di infanzia e scuole) o residenziali/ semiresidenziali nel caso di anziani e/o familiari affetti da disabilità. Occorre inoltre rilevare che, se per le donne medico il supporto di aiuti esterni è reso possibile da retribuzioni medio alte, per le altre figure professionali femminili della sanità (per esempio le infermiere e tutto il personale paramedico) l’accesso a tali collaborazioni è sbarrato da una situazione socio-economica completamente differente.

La carenza di servizi e le dinamiche intrafamigliari possono portare la donna a trovarsi davanti alla necessità di scegliere tra la famiglia ed il lavoro; alla base dello scollamento tra presenza femminile e posizioni apicali vi sono anche motivazioni legate alle tempistiche di carriera: per raggiungere una posizione di vertice sono necessari circa 15-20 anni di percorso, non ancora coerenti con il più recente inserimento significativo delle donne nella sanità: il processo di femminilizzazione in corso ne fa quindi prevedere un aumento. In generale il lavoro e, in particolare, l’avanzamento di carriera soprattutto, si basano su due tipologie di disponibilità pressoché totali: la disponibilità di spazio e la disponibilità di tempo, che caratterizzano il modello maschile applicato attualmente nel competitivo mondo della sanità: tali disponibilità totali sono molto spesso precluse alla donna per le motivazioni precedentemente esposte.

L’avanzamento di carriera è particolarmente precluso alle infermiere: in campo infermieristico la distribuzione di genere è sbilanciata a favore di una massiccia presenza di donne, ma le posizioni apicali sono ricoperte prevalentemente dagli uomini: le maggiori difficoltà di gestione dei tempi di cura parentale e di lavoro incidono marcatamente sul percorso professionale e sull’avanzamento di carriera proprio per la situazione socio-economica connessa al profilo professionale. Per ridurre i conflitti relativi alla gestione dei tempi di cura e lavoro oltre alla dotazione delle strutture di lavoro di asili nido potrebbe essere significativa l’elaborazione di strategie e prassi che favoriscano il ritorno della donna dopo l’allontanamento per maternità facilitando la ripresa del lavoro e dei contatti per evitare che la neo-madre si senta al margine in un ambiente di lavoro che evolve a ritmi serrati: una possibile modalità con cui si potrebbe colmare l’allontanamento dall’ambiente di lavoro potrebbe essere costituita dalla somministrazione di corsi formativi a distanza durante il periodo di assenza per maternità.

Quali sono gli apporti specifici delle donne nel mondo del lavoro e, in particolare, in ambito sanitario? Una prima rilevazione va posta sulle capacità organizzative di una donna: è ipotizzabile che la donna, anche sulla base del proprio vissuto biografico, possa contribuire in maniera significativa in sanità sul piano delle capacità di organizzazione e di gestione, con risvolti utili in termini di efficienza ed efficacia dei processi. Tale capacità organizzativa è collegabile ad una storica abitudine del genere femminile ad occuparsi parallelamente di più funzioni, e si esprime soprattutto: nella visione di insieme, nella creazione di reti di rapporti, nella sistematizzazione dell’intervento, nella rapidità di reazione e gestione dell’imprevisto, nella capacità analitica che fa essere le donne metodiche e pragmatiche.

Alle donne occorre inoltre riconoscere una grande capacità di mediazione che, anche in ambito sanitario, si traduce spesso nella capacità di armonizzare idee e posizioni differenti attraverso modalità gestionali tese a rendere i conflitti occasioni di dibattito finalizzate alla risoluzione efficace ed efficiente delle problematiche che i gruppi di lavoro debbono quotidianamente gestire ed affrontare.

La Chiesa patriarcale e il femminismo da: NoiDonne

Francesco, le riforme avviate e quelle impossibili. Le teologhe cattoliche non si accontentano delle intenzioni. E delle belle parole

Stefania Friggeri

Gli ammiratori più entusiasti, se non fanatici, di papa Francesco possono acquistare un’esile rivista intitolata “Il mio Papa” interamente dedicata alla sua persona: raccoglie frammenti biografici da parenti, amici o conoscenti, intervista coloro che hanno avuto occasione di incontrarlo per i motivi più diversi, e riveste ogni fatto o testimonianza di un calore agiografico che conferma il lettore nella sensazione che papa Francesco, come Gesù, vuole vivere intera la sua umanità, vuole camminare insieme alla gente ed ascoltarla. L’ubriacatura mediatica è così contagiosa che la frase “chi sono io per giudicare?” riferita ai gay, o quell’altra con cui ha espresso alle donne che hanno abortito la sua vicinanza umana, vengono interpretate come segnali prodromici di una rivoluzione culturale della dottrina della Chiesa cattolica. E in verità Bergoglio già procede sulla strada delle riforme (lo IOR, la Curia, la CEI), ma una rivoluzione potrà realizzarsi solo se nel mondo teologico della tradizione, monolitico maschile gerarchico, sarà accolto il seme della sapienza femminile. Che però ancora oggi non trova accoglienza, se non attraverso parole generiche di elogio. Le teologhe cattoliche invece chiedono un chiaro riconoscimento della loro creatività, né si accontentano dell’intenzione papale di “lavorare più duramente per sviluppare una profonda teologia della donna”: sia perché non vogliono essere escluse, o lasciate ai margini, da questa elaborazione, sia perché chiedono venga riconosciuto il lavoro di ricerca da cui, ispirandosi ai tratti peculiari della loro identità femminile, hanno elaborato nuovi e difformi modelli di spiritualità. Modelli che però sono rimasti oscurati o inespressi, schiacciati dalla cultura tipica di una società patriarcale da cui era influenzata la stessa interpretazione dei testi sacri; testi che le teologhe hanno preso in mano, traendo da essi, nel rifiuto di una cultura androcentrica, letture e commenti di orientamento diverso (espressione della loro molteplicità culturale), ma tutti accomunati dalla fede in un Dio che ama: non un Dio maschio, potente e signore, ma un Dio d’amore, un Dio femminile che, come la madre che dà la vita, chiede reciprocità, ama e vuole essere amato.

Dunque a cinquanta anni dal Concilio Vaticano II che ha aperto alle donne la facoltà di accedere, sia come allieve che come insegnanti, alla facoltà di teologia, le donne, impegnate nella ricerca del volto femminile di Dio, non si accontentano più degli elogi (vedi la “Mulieris Dignitatem” di Wojtyla) ma affermano con decisione che ormai è scoccata l’ora di parlare “con le donne”, non “delle donne”. Perché nel rifiuto di un modello ispirato dal turbamento che suscita la maternità, vincolo e destino di una condizione strettamente biologica, il pensiero femminile rivendica il diritto della donna a definire in prima persona la propria identità anche all’interno del percorso teologico. Una posizione, questa, rivoluzionaria per la Chiesa cattolica che infatti guarda al femminismo con sospetto, se non con riprovazione. Si legga il Documento preparatorio “Le sfide pastorali sulla famiglia” dove sono segnalate “le forme di femminismo ostile alla Chiesa”, oppure le parole di Ratzinger nella “Lettera ai vescovi”: “Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale.

In questo livellamento la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria.” Dunque già nel 2004 papa Ratzinger individuava nella “gender theory” “la minaccia alla pienezza dell’Umano” (C. Gentile) perché il termine gender appartiene ad una filosofia dove il sesso non è visto come un dato originario della natura, ma come un ruolo sociale che l’individuo riempie liberamente di senso. “Maschio e femmina Dio li creò” sono le parole della Genesi che la teoria del gender mette in discussione perché se l’essere umano non ha una natura precostituita dalla sua corporeità, decide lui stesso di crearla per sé: eterosessuale, omosessuale, transessuale…. Ma rivendicare al soggetto la libertà di definire in autonomia la propria identità, indipendentemente dall’ordine sociale culturale e religioso, vuol dire affilare un’arma contro la famiglia tradizionale e papa Francesco su questo tema, non meno che sul rinnovamento della Curia, dovrà affrontare grandi difficoltà. Nel 2010 infatti lui stesso, dalla cattedra del magistero vescovile, ha chiamato gli argentini a combattere una “guerra di Dio” contro la legge che avrebbe legalizzato le coppie gay, definite “un atto ispirato dall’invidia del diavolo”; e sempre in Argentina, riferendosi alla candidatura della Kirchner, ebbe a dire: “Le donne sono naturalmente inadatte ai compiti politici… le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, ma niente più di questo”. Inadatte alla politica, ammoniva ieri il vescovo Bergoglio, inadatte al sacerdozio, puntualizza oggi papa Francesco nell’ “Evangelii Gaudium”.

Eppure, anche se molte suore non vi aspirano affatto, pare venuto il tempo di discutere del sacerdozio femminile, anche perché non esistono ragioni né scritturali né teologiche contro l’ordinazione delle donne. E infatti Martha Heizer (cofondatrice e presidente di “Wir sind Kirche”, il movimento di base presente in molti paesi che si batte da tempo per riformare la Chiesa) già nel 2011 era stata richiamata perché insieme al marito Gerd officiava messa nella loro casa. La questione, ferma da tre anni, è sfociata recentemente nella scomunica. Martha ha risposto indignata: “Siamo stupiti e amareggiati dal fatto che la nostra attività rientri nella stessa categoria dei preti che commettono abusi sui minori. Anzi è ancora più grave che, a differenza di questi, a noi è arrivata una scomunica”. Il sacerdozio femminile appare dunque un traguardo assai difficile da raggiungere anche perché la storia ci insegna che “solo i santi si spogliano spontaneamente dei loro privilegi” (L. Muraro), e papa Francesco dovrebbe rompere una tradizione secolare da cui deriva che, negando alle donne le prerogative riservate ai consacrati, non è stato mai loro permesso di accedere ai ruoli di potere.