Stanca di chiedere scusa per il cognome. Il mio futuro lontano dalla Sicilia da: livesicilia.it di Lucia Borsellino

borsellino-lucia-web2di Lucia Borsellino – 25 agosto 2014

Lucia Borsellino scrive a LiveSicilia. Risponde a un editoriale del direttore. Dice la sua sul caso Humanitas. Ma soprattutto rivela la sua profonda delusione per questa terra. Che è pronta a lasciare.
Era inevitabile che in questa terra che ama piangersi addosso, il caso del click day desse lo spunto per rievocare il caso Humanitas. Ma siccome il prezzo che sto pagando per assolvere a questo incarico è, sul piano personale, troppo alto, ho deciso di non tacere. Mi sia consentito di rievocarlo io, adesso, il caso Humanitas, avvalendomi del diritto di replica e rivolgendomi, ancora una volta, da una “giufà ” di questo governo ad un interlocutore intelligente, onesto e soprattutto disinteressato.

La vicenda della casa di cura ad indirizzo oncologico è stata immotivatamente oggetto di strumentalizzazione politica e mediatica, quando già avevo assunto anzitempo la determinazione, comunicata formalmente al Presidente e alla Segreteria di Giunta, che ogni modificazione all’assetto dei posti letto privati e accreditati con il servizio sanitario regionale sarebbe stata effettuata solo ed esclusivamente in sede di revisione della rete ospedaliera regionale, senza alterare l’equilibrio pubblico/privato e senza alcun aggravio di costi a carico della spesa pubblica. Che è esattamente ciò che la stessa Giunta ha assentito alla prima seduta utile dopo la mia formale proposta di atto di indirizzo per la rimodulazione dei posti letto della rete regionale, che nulla ha innovato in termini di incremento di posti letto per acuti, non sussistendone i presupposti introdotti dalla sopraggiunta normativa di settore.

Ma ogni chiarimento tecnico sulla questione, appare perfino oggi anacronistico e privo di rilievo, essendo stati peraltro i miei atti, ancorchè interni all’amministrazione, inusualmente oggetto di pubblicazione da parte anche di codesta stessa redazione e a tutti ostensibili al pari del resoconto dell’audizione della sottoscritta da parte della competente Commissione Legislativa. Prendo spunto da questa occasione, tuttavia, per esprimere il profondo rammarico di chi ha solo l’interesse di lavorare per il bene collettivo e di chi ha solo la colpa di essersi imbattuta in una strada che non è consentito attraversare da chi non ha né padrini né interessi particolari da tutelare, ma solo un cognome per il quale devo chiedere anche scusa.

Comunque non si preoccupi, perché la mia esperienza, come ho già detto è a tempo e il mio futuro lontano da questa terra, perchè sono convinta sempre di più che per le ragioni sopra esposte, non c’è spazio in questa Sicilia per chi decidesse di lavorare per puro spirito di servizio e nell’interesse esclusivo della collettività. Questo, ovviamente, senza nulla togliere al lecito diritto di critica e di controllo che spetta anche a voi giornalisti.

Tratto da: livesicilia.it

La solitudine del lavoratore | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Angelo Marano

Nell’attuale, drammatica, impossibilità per molti di trovare una qualsivoglia fonte di reddito, è comprensibile che le modalità e i contenuti del lavoro rimangano in secondo piano. Vi sono eccezioni, ad esempio il recente Lavoro e libertà , nel quale Stefano Fassina, richiamando Bruno Trentin, riafferma che qualità e dignità del lavoro sono elemento imprescindibile della democrazia. La tesi prevalente è, però, che la creazione e il mantenimento di posti di lavoro passi inevitabilmente per l’ulteriore svalutazione del lavoro. Dunque, si perseguono attivamente la riduzione delle tutele, la precarizzazione dei contratti, la flessibilizzazione dell’uso della manodopera, la riduzione dei salari, la riaffermazione del totale dominio dell’impresa sui propri occupati. La sola possibilità di fuga offerta è quella individuale, se si è così “choosy” da pretendere qualcosa di più dal proprio lavoro, mentre coloro che provano ad opporsi collettivamente sono accusati di far fuggire le imprese e distruggere l’economia. È così che il lavoro diventa alienazione, sia per quelli che non ce l’hanno, privati di quello che è unanimemente considerato lo strumento primario di inclusione sociale, sia per quelli che ce l’hanno, costretti ad aggrapparsi ad una qualsivoglia attività, spesso di pura sopravvivenza, che tende a fagocitare l’intera vita.

Eppure la vulgata continua a decantare le umane sorti e progressive di un mondo nel quale qualificazione e progresso tecnologico interagiscono, liberando l’uomo dalla fatica e, al contempo, riempendo di contenuto la sua attività. Ma la realtà è che moltissimi lavorano sempre più e in condizioni di lavoro peggiori. A un grappolo di lavori altamente qualificati, creativi e adeguatamente remunerati che si creano (ma anche, a volte, velocemente si distruggono), si contrappone una massa di lavori ripetitivi, frammentati, spesso dequalificati. Certo, il lavoratore non è più un’appendice della macchina, deve essere in grado di utilizzare i computer, spesso addirittura li possiede ed è considerato formalmente lavoratore autonomo. Ma la capacità di utilizzare i computer si riduce a generica alfabetizzazione, mentre il lavoratore diventa un’appendice del software, da questo controllato e costretto, mentre, il più delle volte, la capacità di utilizzarlo, acquisita in pochi giorni e spesso sul campo, non garantisce una specifica qualificazione o professionalità.

In effetti, le schiere di lavoratori dei call center, o quelli che passano senza soluzione di continuità da un contratto trimestrale (se va bene) ad un altro, o i nuovi cottimisti a domicilio potrebbero ragionevolmente iniziare ad interrogarsi se effettivamente il problema è che non hanno, individualmente, le qualifiche richieste per altro (colpa loro!) o se, piuttosto, non sia il sistema produttivo nel suo complesso che, al di là di generiche capacità simboliche, di specifiche professionalità ormai ha bisogno limitato, cosicché le conoscenze acquisite con l’istruzione, o anche quelle specifiche sviluppate nei vari lavori, vengono tranquillamente disperse in un processo di appiattimento generico.

Varrebbe allora la pena riprendere il classico Lavoro e capitale monopolistic o di Harry Braverman, ampiamente discusso negli anni ’70 e ’80, ma con riferimento soprattutto al lavoro operaio, almeno per due aspetti. Innanzitutto, perché è forse il primo libro che offra un’analisi dettagliata e approfondita anche dell’evoluzione del lavoro informatico, pur necessariamente facendo riferimento alla tecnologia disponibile in America negli anni ’70. In secondo luogo, perché mette in evidenza alcuni elementi strutturali della produzione capitalistica che spingono alla sistematica degradazione e dequalificazione del lavoro. Il primo, l’aumento della produttività che si ottiene con la parcellizzazione del lavoro, resa possibile dall’aumentare delle dimensioni della produzione, già posto da Adam Smith a base della ricchezza delle nazioni. Il secondo, il cosiddetto principio di Babbage, per cui la parcellizzazione del lavoro consente di minimizzare i costi, perché il lavoratore più qualificato si concentrerà solo sulla lavorazione più difficile, mentre, per le altre lavorazioni, si potrà assumere personale meno qualificato, più a buon mercato.

La forza di questi due principi posti da Braverman al centro della sua analisi è che sono elementi strutturali, insiti nel nostro sistema di produzione, laddove le modalità attraverso le quali essi poi si estrinsecano a livello produttivo variano con la tecnologia in uso nello specifico momento storico (così, ad esempio, la possibilità tecnologica di coniugare controllo e decentramento ha permesso di superare il taylorismo).

Se dunque la parcellizzazione e la dequalificazione del lavoro, in tutte le sue forme, non sono un breve intermezzo della storia, una fase di transizione fra lo sviluppo della produzione di massa e quello dell’automazione nella quale la riduzione del lavoratore a appendice della macchina è stato un costo da pagare alla successiva liberazione dalla fatica e alla riconquista del lavoro come attività qualificata, bensì processi direttamente connessi alla massimizzazione della produttività e alla minimizzazione dei costi, ci si dovrebbe legittimamente tornare a porre il problema di un’agenda politica che riscopra la qualità del lavoro. Come acutamente sintetizza Ugo Pagano in un vecchio saggio sui Quaderni piacentini , «soltanto se le masse si riappropriano del potere di ideare e progettare i processi produttivi, ricostituendo, sebbene a un livello più complesso, l’unità di ideazione ed esecuzione, diventa possibile la realizzazione di una società realmente socialista e non solo formalmente democratica».

L’Expo di Milano? Lo fanno a New York | Fonte: economiaepolitica.it | Autore: Mario Agostinelli*

“Energia per la vita” è lo slogan che, assieme a “Nutrire il pianeta”, accompagna l’Expo milanese del 2015. Molti di noi si aspettavano una metropoli in mostra per il raggiungimento dei target climatici più ambiziosi: una vetrina di come un Paese che si identifica con la bellezza della natura potesse trarre dalle fonti naturali anche il proprio futuro energetico. Niente di tutto questo: EXPO fa notizia come grande mostra estemporanea della filiera alimentare globale, come succulenta occasione per completamenti di autostrade e tangenziali pluricorsie, come cantiere incompiuto di cementificazioni talvolta sotto inchiesta, come testimonianza – in definitiva – di quell’era “tecnozoica” che, secondo Leonardo Boff, dovrà necessariamente cedere il posto ad un’era “ecozoica”, in armonia con l’ambiente.

Mentre i milanesi si arrabattano intorno all’immutabilità della loro bolletta del gas, dall’altra parte dell’oceano fa clamore un progetto che sarebbe stato bene veder nascere nella città ambrosiana: New York – sì, l’area dei grattacieli, degli uffici sempre illuminati e dei bagliori al neon di mille colori – ha deciso una massiccia quanto concreta diffusione e penetrazione della fonte solare.

Dopo l’uragano Sandy, il governatore dello stato Andrew Cuomo ha annunciato la nomina di Richard L. Kauffman – un esperto di economia verde – come plenipotenziario per una nuova politica energetica e finanziaria al fine di “solarizzare” lo stato di New York e scongiurare, con la diffusone di sistemi decentrati di accumulo, di risparmio e di cogenerazione i black out registrati nel corso delle recenti intemperie atmosferiche. L’iniziativa è stata elogiata e calorosamente condivisa dal nuovo sindaco metropolitano Bill De Blasio.

A sostegno di una autentica partecipazione, viene creata una “banca verde”, che offrirà prestiti e sovvenzioni per la produzione e distribuzione di energia pulita, per abbassare le barriere del mercato finanziario che attualmente impediscono il flusso di capitali privati verso l’energia rinnovabile e per creare “i posti di lavoro di domani”

L’annuncio è accompagnato dai progetti operativi di ristrutturazione delle municipalizzate locali (altro che la corsa in borsa di A2A), di eliminazione dei picchi di carico, di riduzione di 125 MW attraverso la cogenerazione, di creazione di 2.500 stazioni di ricarica per veicoli elettrici. L’iniziativa è parte di un piano più ampio per aumentare la resilienza del sistema al cambiamento climatico, che prevede, tra l’altro, “il raffreddamento, la refrigerazione e la ventilazione, l’illuminazione ad alta efficienza, la costruzione di sistemi di gestione, di stoccaggio a batteria o accumulo termico”. 219 milioni di dollari andranno all’efficienza energetica e alla riduzione della domanda, mentre altri 66 sono stanziati per i sistemi di cogenerazione presso grandi siti commerciali.

L’aspetto comunque più clamoroso riguarda 1 miliardo di $ per il programma solare sostenuto dalla “banca verde” a cui lo stato contribuisce con 165 milioni. La finalità è quella di finanziare attraverso forme di partnerariato pubblico-privato i progetti approvati da una commissione pubblica ad hoc costituita.

Gli incentivi fotovoltaici statali erogati fino al 2023 consentiranno di raggiungere 3 GW di potenza fotovoltaica, creare “solar community” e fornire assistenza tecnica alle scuole interessate a ridurre i costi energetici e a diventare “hub dimostrativi.
Cuomo dichiara che “fornendo la certezza del finanziamento a lungo termine lo stato sta attirando investimenti del settore privato e creando nuove opportunità economiche e di sostegno allo sviluppo sostenibile, fino a trasformare l’industria solare di New York in un settore ambientale in espansione privo di sussidio. Questo nuovo approccio – conclude – contribuirà a preservare l’ambiente, ridurre le bollette e creare opportunità di crescita economica”.

Il nuovo impegno di finanziamento prevede anche 3,5 milioni di dollari per l’educazione dei consumatori sui vantaggi dei sistemi fotovoltaici, che, tra l’altro, si tradurranno in un risparmio di 116.000 tonnellate di emissioni di gas serra ogni anno.
Non ci sarebbe dispiaciuto un programma così ambizioso per il confuso 2015 dell’Expo di Milano e Lombardia e una stretta di mano Maroni-Pisapia calorosa come quella tra Cuomo e De Blasio. Ma, forse, ci toccherà volare oltre Atlantico con Etihad.

*Già ricercatore Enea, Segretario Generale CGIL Lombardia e Consigliere della Regione Lombardia.

Landini a Renzi: “Si cambia verso solo insieme alle organizzazioni sindacali”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Anche Renzi sapra’, mi immagino, che uno da solo non cambia un Paese. Soprattutto se vuole mettere in campo la riforma della Pubblica amministrazione e quella del mercato del lavoro”. Il segretario Fiom Maurizio Landini, intervistato da Repubblica, critica la scelta del premier di non incontrare i sindacati usando il massimo di diplomazia. E invita il governo ad “un cambiamento radicale che faccia tornare gli investimenti”. “Le crisi possono diventare l’occasione per cambiare finalmente verso nella politica industriale. Penso a una riconversione ecologica delle nostre produzioni industriali”, – afferma Landini che nega che la politica industriale non piaccia alle aziende. “In Germania c’e’ un piano per l’automobile concordato da governo, aziende e sindacati”.

Il leader della Fiom respinge poi l’accusa rivolta ai sindacati di aver contribuito a far fuggire gli investitori con una linea troppo intransigente: “Non si investe”, dice “perche’ il capitalismo familiare italiano e’ giunto al capolinea. Sono gli eredi delle grandi famiglie che vanno via o falliscono”. E sottolinea la disponibilita’ del sindacato a firmare accordi per salvare le aziende: “Lo abbiamo fatto alla Electrolux, alla Lamborghini e alla Ducati”.

In vista c’e’ un autunno caldo, ma al momento nessuno sciopero in vista: “Non credo che si tratti di scioperare contro ma di mobilitarsi per un pacchetto di proposte. Noi come metalmeccanici lo faremo. Questo e’ il modo per cambiare verso nelle fabbriche e negli uffici. E forse evitare l’esplosione sociale”. Sulla revisione dello statuto dei lavoratori infine osserva: se “significa allargare anche ai precari i diritti che oggi riconosce ai lavoratori dipendenti, sono d’accordo”. ma e’ “una sciocchezza” dire che l’art.18 sia un freno alle assunzioni.

Giorgio Cremaschi, leader dell’area programmatica “Il sindacato è un’altra cosa” (ex Rete 28 aprile) in una sua dichiarazione parla di “intervista pessima”. “Il segretario della FIOM – aggiunge Cremaschi – sceglie Matteo Renzi come interlocutore positivo per affrontare una crisi che si annuncia sempre più drammatica”.  Crtitiche anche da Marco Ferrando, leader del Pcl.  “Mentre la crisi sociale precipita. E’ l’ora di reagire. Con la preparazione di una mobilitazione vera, unitaria, radicale, di massa”, dice Ferrando. “Non si tratta di offrire a Renzi la propria disponibilita’ concertativa per ‘evitare il rischio di una esplosione sociale’ – aggiunge Ferrando – si tratta di fare esattamente l’opposto: cessare di inviare messaggi cifrati al nuovo aspirante
Bonaparte, nella speranza vana e penosa di un proprio ‘riconoscimento’, e innescare contro di lui una esplosione sociale vera. L’unica che puo’ aprire dal basso una pagina nuova, sociale e politica’”.