Napoli, Renzi accolto da alcuni contestatori. “A Bagnoli non si può costruire sull’area destinata a spiaggia pubblica”Autore: fabrizio salvatori da conrolacrisi.org

“Renzi and Co ‘Stateve a Casa” e “Stop Speculazioni e privatizzazioni a Bagnoli”. Sono questi alcuni degli striscioni e degli slogan di protesta che questa mattina hanno accolto Renzi nel suo giretto al Sud. Alcuni dei promotori della protesta, ieri, si erano addirittura arrampicati sulle impalcature. Questa mattina, puntuali, alle otto, sono tornati alla carica accogliendo il premier nell’area ex Italsider. Il punto di critica riguarda il fatto che “non si puo’ ricostruire sull’area destinata a spiaggia pubblica. La cosiddetta Citta’ della Scienza, quindi, va trasferita come prescrivono le leggi, i piani urbanistici e la delibera firmata da 13mila napoletani ed approvata due anni fa dal consiglio comunale”.

Secondo gli organizzatori della protesta, che la polizia ha represso con una forte sventagliata di manganellate, il Pd, il partito di cui Renzi è segretario, è il responsabile del disastro ambientale, occupazionale e sociale del territorio flegreo, e in tutta la regione. Lo stesso che “a livello nazionale appoggia gli interessi sulla TAV, conduce la repressione politica e militare in Val di Susa cosi’ come contro i movimento di lotta per la casa in particolare a Roma. Insomma chi da anni sta favorendo al massacro prodotto a nostri danni”. Qualche altra contestazione anche da parte di un piccolo gruppo dei lavoratori del Consorzio unico di bacino (due sono saliti per protesta su una gru) e da alcuni rappresentanti dei comitati della ”Terra dei fuochi”, che avrebbero voluto incontro per fare un bilancio sul decreto varato 8 mesi per fronteggiare il fenomeno dei roghi tossici.Matteo Renzi è arrivato a Bagnoli per firmare con il presidente della Regione, Stefano Caldoro, il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e il vicepresidente della Provincia, Ciro Alfano, un accordo di programma quadro del valore di 34 milioni per la bonifica del sito di Bagnoli, dove una volta era l’acciaieria dell’Italsider.

Quando anche la “maestrina” Germania prende brutti voti…Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

E così que­sta volta un voto basso in pagella l’ha avuto pure lei, la can­cel­liera Angela Mer­kel, con la sua Ger­ma­nia che è improv­vi­sa­mente sci­vo­lata in cre­scita nega­tiva. Un –0,2% nel secondo tri­me­stre del 2014, stessa per­dita che aveva segnato il nostro Pil qual­che giorno fa, decre­tando per l’Italia la reces­sione. Ma la Ger­ma­nia non è certo ingua­iata come noi, sep­pure in que­sta occa­sione abbia incas­sato, in pieno, i colpi della crisi.

I dati eco­no­mici della loco­mo­tiva euro­pea hanno addi­rit­tura supe­rato, in nega­tivo, pre­vi­sioni già fosche: gli ana­li­sti si aspet­ta­vano infatti un –0,1%. Men­tre dall’altro lato anche la Fran­cia ha segnato una cat­tiva per­for­mance (regi­strando cre­scita zero), ed essendo il Paese gui­dato da Hol­lande messo parec­chio peg­gio – almeno sul fronte dei conti pub­blici – il suo governo ha subito chie­sto mag­giore fles­si­bi­lità alla Ue.

La Fran­cia, come noi, è in una situa­zione più dif­fi­cile rispetto alla Ger­ma­nia: è al secondo tri­me­stre con­se­cu­tivo con cre­scita piatta, quando invece si aspet­tava un +0.1%. Il primo tri­me­stre tede­sco è stato ben diverso: è vero che l’aumento del Pil ieri è stato rivi­sto dallo 0,8% allo 0,7%, ma sem­pre di cre­scita si tratta.

La rea­zione più rile­vante, quindi, è stata quella dei fran­cesi: il governo ha preso atto del fatto che il paese è in sta­gna­zione, tanto che il mini­stro delle Finanze Michel Sapin, in un’intervista al quo­ti­diano Le Monde, ha cor­retto le stime per il 2014. Non un aggiu­sta­mento ma una revi­sione pesante, che vede la cre­scita fer­marsi allo 0,5%, dimez­zata rispetto al pre­ce­dente obiet­tivo, che dava il pro­dotto interno lordo in rialzo dell’1%.

Ed ecco quindi le dif­fi­coltà per far tor­nare sui giu­sti binari il defi­cit, e la con­se­guente richie­sta di Parigi alla Ue: l’esecutivo ammette che quest’anno il defi­cit supe­rerà il 4% del Pil, sfo­rando il tar­get del 3,8%, già in deroga alle regole Ue.

Il mini­stro fran­cese si appella a Bru­xel­les per­ché agi­sca «con fer­mezza e chia­rezza adat­tando le sue deci­sioni alle cir­co­stanze pro­fon­da­mente par­ti­co­lari ed ecce­zio­nali». Sapin chiede di «adat­tare il ritmo di ridu­zione del disa­vanzo pub­blico all’attuale situa­zione eco­no­mica». La Fran­cia lamenta pure un euro troppo forte, che dan­neg­gia l’export, e inol­tre anche a Parigi, come a Roma, si teme la spi­rale deflat­tiva. La disoc­cu­pa­zione, infine, resta ele­vata: oltre il 10%, e per i gio­vani supe­riore al 22%.

Quindi il governo chiede che si riveda la road-map per tor­nare sotto il 3% nel rap­porto deficit-Pil, cosa che sarebbe dovuta avve­nire entro il 2015 (dopo un 2013 chiuso con un rosso del 4,3%). Le regole Ue, secondo Sapin, con­ce­dono mar­gini di fles­si­bi­lità in situa­zioni di dif­fi­coltà, come quelle attuali. Però il mini­stro detta anche una ricetta interna per tenere a bada i conti pub­blici, fatta di riforme e spen­ding review, con tagli da 50 miliardi. Su tutto una pro­messa: per far qua­drare il bilan­cio non ci sarà un aumento delle tasse.

Sem­bra di sen­tire il governo ita­liano, a cui la fles­si­bi­lità chie­sta dai fran­cesi fa molto comodo: anche se il pre­mier Mat­teo Renzi ha sem­pre ripe­tuto che non intende var­care la fati­dica soglia del defi­cit al 3%, facen­done quasi un punto di onore.

Ma Renzi, ieri dal suo tour che lo ha por­tato nel Sud Ita­lia, ha infatti uti­liz­zato a suo van­tag­gio i dati tede­schi e fran­cesi. Soprat­tutto quelli rela­tivi al paese gui­dato da Mer­kel: «Per set­ti­mane abbiamo sen­tito par­lare di sce­nari inquie­tanti sull’Italia per­ché abbiamo fatto –0,2%. Oggi è arri­vato il dato che anche la Ger­ma­nia fa meno 0,2 – ha com­men­tato il pre­mier – Io farei a cam­bio volen­tieri, in ter­mini di dimen­sioni eco­no­mi­che, con la situa­zione della Ger­ma­nia che è cer­ta­mente più forte della nostra. Non è la per­cen­tuale dello “0 vir­gola” che mi pre­oc­cupa, l’ho sem­pre detto, ma a pre­oc­cu­parmi è il clima di ras­se­gna­zione che c’è nella classe diri­gente che dice “tanto le cose non cam­bie­ranno maì”».

Quindi un momento di gran­deur: «Oggi l’Italia è nelle con­di­zioni, facendo le riforme che deve, di essere guida in Europa e tra­sci­nare l’eurozona fuori dalla crisi».

Infine il pre­mier ha aggiunto: «Se l’Istat, anzi­ché dare i dati 9 giorni fa, li avesse dati oggi come hanno fatto tutti gli altri, avrebbe visto che la Ger­ma­nia ha fatto –0,2, esat­ta­mente come noi, e che il Giap­pone ha fatto –1,7, nove volte peg­gio di noi. Que­sto che cosa vuol dire, il noto prin­ci­pio mal comune mezzo gau­dio? Tutt’altro. È l’idea di fondo, che se stai a lamen­tarti con il mondo, prendi a schiaffi l’aria ma non risolvi i problemi».

Per la cro­naca va segna­lato che a parte i paesi già citati, altri al con­tra­rio cre­scono: se l’intera Euro­zona, in un pre­oc­cu­pante trend in fre­nata scende dal +0,3% di fine 2013, al +0,2% d’inizio 2014, e infine allo zero del tri­me­stre pri­ma­ve­rile, dall’altro lato va benis­simo il Por­to­gallo (+0,6% e 0,8% annuale).

Ferragosto di lotta e di rabbia per i lavoratori Alcoa in presidio a Portovesme Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Ferragosto di lotta per i lavoratori Alcoa di Portovesme da oltre cento giorni accampati davanti all’ingresso della fabbrica di alluminio in Sardegna. I lavoratori, che tre mesi fa hanno deciso di rilanciare la vertenza, oltre alle proteste e alle manifestazioni anche a Roma davanti al Mise (tre settimane fa), hanno dato vita a un vero e proprio presidio con tende e attrezzature da campo. Non solo lotta ma anche rabbia, come rimarca Bruno Usai, della segreteria Fiom e cassintegrato Alcoa: “La nostra sara’ una giornata di rabbia oltre che di lotta perche’ ci sono ancora dei dipendenti che non hanno percepito gli ammortizzatori sociali in deroga. E questo e’ un aspetto che non puo’ che far male”.

Dopo l’ultimo incontro a Roma presso il Mise, ora si aspetta la firma del “Memorandum of under standing” con Glencore, che dovrebbe rilevare l’azienda dopo la decisione di Alcoa, una multinazionale americana, di chiudere i battenti. I sindacati hanno spiegato che il negoziato è fermo su diversi punti, il più importante dei quali è il costo dell’energia, anche se si sta lavorando su un ventaglio di strumenti per ridurne il costo.

In questo scenario, Alcoa resta cauta. La multinazionale “non ha ancora ricevuto un’offerta formale per l’impianto di Portovesme, né un valido piano industriale, condizione che riteniamo essenziale per la vendita”.
Finora l’unica certezza per i lavoratori è che il 31 dicembre l’Alcoa abbandonerà definitivamente l’impianto di Portovesme e circa 800 persone, tra azienda e indotto, si troveranno senza prospettive occupazionali se nel frattempo non interverrà una cessione ad altra azienda”.

Al presidio di Portovesme si guarda anche agli appuntamenti futuri: “Qualcuno della politica e’ andato in ferie ma la nostra lotta no – sottolinea Usai – perche’ questa vertenza deve trovare una soluzione”. In attesa delle prossime azioni che i lavoratori e sindacati meditano di portare avanti, prosegue la carovana della solidarieta’ ai cassintegrati Alcoa. Nei giorni scorsi a far visita al presidio sono stati gli operai della Carbosulcis, mentre quasi quotidianamente ci sono le presenze di cittadini e studenti che manifestano sostegno, ma non manca anche qualche gruppo musicale che allestisce estemporanei concerti. “E’ chiaro che senza risposte concrete – conclude Pierpaolo Gai, delegato sindacale dei dipendenti Alcoa – la nostra protesta non si ferma. La speranza e’ che la fabbrica, ferma da quasi due anni, possa ripartire”.