Il razzismo, le banane e quel retaggio simil-coloniale dell’italietta stracciona e populista | Fonte: http://www.corrieredellemigrazioni.it/ | Autore: stefano galieni

Se si chiudesse oggi, il 2014 potrebbe essere dichiarato ufficialmente, per xenofobi e razzisti di mezza Europa, l’anno delle banane. Difficile comprendere come mai questo frutto, di cui si conserva memoria coloniale ma che giunge sulle nostre tavole soprattutto grazie alle grandi multinazionali ortofrutticole, abbia acquisito improvvisamente tanta popolarità mediatica.Si è cominciato con il lancio destinazione Cécile Kyenge, e si è proseguito nei campi di calcio. Le intenzioni erano sempre altamente offensive, ma gli effetti sortiti sono stati sistematicamente boomerang (oggetto che d’altra parte può in qualche modo richiamare la forma della banana). Kyenge, dal canto suo, aveva osservato che in tempo di crisi era un insulto sprecare così il cibo.

Il calciatore Dani Alves, ex del Barcellona e forse prossimamente in Italia, come ricorderete, ha reagito al lancio di banana sbucciando la medesima e addentandola, per poi calciare e far segnare la propria squadra. I social network sono subito entrati in fibrillazione, e il morso della banana è diventato in breve un tormentone antirazzista.

Poi è arrivato Tavecchio, il candidato principale alla presidenza della Figc, sponsorizzato dai grossi club ma sostanzialmente sconosciuto ai non addetti ai lavori, con la clamorosa gaffe che gli ha fatto guadagnare per giorni l’attenzione dei media. «Basta con l’acquisto di giovani che fino a ieri mangiavano banane», ha detto. E subito ne è seguita una polemica per molti versi surreale.

Banana sì o no, dunque, per movimentare un po’ di seria propaganda razzista? Prima di prendere una decisione, gli interessati dovrebbero fermarsi forse a valutare i seguenti punti.

1) Le banane che arrivano sulle nostre tavole, e poi sui campi da calcio, raramente sono di origine africana. La maggior parte giungono da coltivazioni latino americane e asiatiche.

2) Le banane non sono un ingrediente cardine della cucina africana, che per inciso è molto più ricca e variegata di quanto l’italiano medio non immagini, e che tra l’altro sta diventando tremendamente trendy.

3) Alcuni ricercatori da noi interpellati sostengono, ma non è materia di cui siamo competenti, che l’ossessione per le banane nasca da un mix fra memoria coloniale e mai risolti problemi di cui si interessò Sigmund Freud. Ma rispetto a questo approccio storico-psicanalitico attendiamo ulteriori sviluppi.

Ora, cari nostri razzisti e xenofobi, ignorando se il logo della banana sarà ancora in cima ai vostri stendardi (sembra che tale suggerimento attragga alcune grandi catene di distribuzione), ci permettiamo sommessamente di domandare e domandarci: a che serve la banana?

La risposta ci è giunta solerte nientepopodimeno che dal Ministro dell’Interno. Mentre noi ci dilettiamo su uso e consumo delle banane e diamo ampio risalto mediatico a chi ci scivola con maggior maestria, l’onorevole Alfano, non uno qualsiasi, dichiara serenamente che: «Mai accadrà che un lavoratore immigrato tolga il posto ad un lavoratore italiano». È questa la banana che è penetrata nella mente di tante coscienze, e che farà molti più danni di un frutto che almeno è ricco di potassio.

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