LA GRANDE RIFORMA DELLA PICCOLA SOVRANITA’ da: il manifesto

 

di Alberto Burgio, 11 agosto 2014

 

È dif­fusa la con­sa­pe­vo­lezza del fatto che la «Costi­tu­zione neo­li­be­ri­sta» com­porta un duplice pro­cesso di migra­zione della sovra­nità: dalla poli­tica all’economia; dagli Stati nazio­nali a orga­ni­smi trans­na­zio­nali rap­pre­sen­tanti dei poteri che arti­co­lano la dina­mica economica.

Que­sta som­ma­ria sin­tesi è suf­fi­ciente a dar conto del pro­blema più serio gene­rato dal radi­carsi del neo­li­be­ri­smo nell’arco degli ultimi 30–35 anni. Il rias­setto della sovra­nità ha coin­ciso con uno sca­di­mento della sua qua­lità, in quanto i poteri eco­no­mici pre­miati sono costi­tu­ti­va­mente sot­tratti al con­trollo demo­cra­tico. Indi­pen­den­te­mente dalla loro con­fi­gu­ra­zione (non si tratta sol­tanto di grandi imprese indu­striali e finan­zia­rie o dei grandi inve­sti­tori, ma anche di isti­tu­zioni abi­li­tate a inte­ra­gire con gli Stati e a pro­durre norme per essi vin­co­lanti), sono poteri pri­vati, natu­ral­mente vocati a con­ten­dere quote di sovra­nità al pub­blico. Cosic­ché pos­siamo aggiun­gere un terzo feno­meno ai due indi­cati in aper­tura. La Costi­tu­zione neo­li­be­ri­sta è venuta rea­liz­zando anche un pas­sag­gio della sovra­nità dal pub­blico al pri­vato: un pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione della sovra­nità che con­ta­mina la stessa sfera politico-istituzionale, espo­nen­dola a una sem­pre più inva­siva pene­tra­zione da parte di poteri e inte­ressi particolari.

Se que­sto è vero, pos­siamo senz’altro affer­mare che tra neo­li­be­ri­smo e demo­cra­zia sus­si­ste una ten­sione irri­du­ci­bile, che con­cerne anche il ver­sante della capa­cità cri­tica e di resi­stenza dei corpi sociali. Abbiamo detto che la con­sa­pe­vo­lezza degli effetti per­versi della meta­mor­fosi della sovra­nità è comune. Comune, non dif­fusa. Essa è oggi patri­mo­nio di quelle che in pas­sato avremmo defi­nito «avan­guar­die di classe» e in anni più vicini «popolo dei movi­menti», men­tre sarebbe irrea­li­stico attri­buirla all’insieme della cit­ta­di­nanza. La grande mag­gio­ranza dei cit­ta­dini è inve­stita dal pro­cesso, del quale subi­sce i mol­te­plici effetti, ma non ne è cri­ti­ca­mente avver­tita. Ciò per varie ragioni, non ultima — per quanto con­cerne in par­ti­co­lare un paese come il nostro, tra­di­zio­nal­mente pro­vin­ciale — l’abitudine a con­si­de­rare l’ambito nazio­nale come il solo poli­ti­ca­mente rilevante.

Da que­sto punto di vista le ultime dichia­ra­zioni del pre­si­dente della Bce potreb­bero segnare un tor­nante e sor­tire, para­dos­sal­mente, effetti pro­gres­sivi. Gio­vedì scorso, in occa­sione della conferenza-stampa men­sile, Mario Dra­ghi ha, come si suol dire, messo i piedi nel piatto. Non si è limi­tato a spen­dere parole di inco­rag­gia­mento o di elo­gio nei con­fronti delle imman­ca­bili «riforme strut­tu­rali» — imman­ca­bili da decenni nell’agenda dei paesi mem­bri dell’Unione e nella reto­rica di sup­porto alla grande tra­sfor­ma­zione neo­li­be­ri­sta. Non si è nem­meno accon­ten­tato di minac­ciare il com­mis­sa­ria­mento degli Stati da parte delle isti­tu­zioni comu­ni­ta­rie — un com­mis­sa­ria­mento in larga misura già in atto, per legit­ti­mare il quale le Costi­tu­zioni nazio­nali ven­gono «rifor­mate» in modo da estro­met­tere le assem­blee elet­tive e con­fe­rire cen­tra­lità agli ese­cu­tivi, inter­lo­cu­tori pri­vi­le­giati della tec­no­cra­zia. Dra­ghi ha final­mente deciso di chia­mare le cose per nome, invo­cando un pro­cesso rifor­ma­tore defi­nito in sede euro­pea e impo­sto senza ulte­riori media­zioni agli Stati più «arre­trati» o recal­ci­tranti. L’idea è quella di una «rivo­lu­zione dall’alto», sca­ri­cata sulla cit­ta­di­nanza senza che essa vi svolga alcuna parte attiva.

In che senso il pro­clama del gran gover­na­tore potrebbe avere impre­vi­sti effetti pro­gres­sivi? Nel senso che si tratta di un mani­fe­sto tal­mente radi­cale da favo­rire, almeno poten­zial­mente, una presa di coscienza gene­ra­liz­zata del pro­cesso in corso. Se un ele­mento ha sin qui age­vo­lato la regres­sione oli­gar­chica delle demo­cra­zie occi­den­tali, que­sto è stato il carat­tere infor­male o eso­te­rico di tra­sfor­ma­zioni rea­liz­za­tesi per aggiu­sta­menti sur­ret­tizi delle nor­ma­tive e della prassi oppure, nei pas­saggi topici, tra­mite la riscrit­tura dei Trat­tati. Ora la sor­tita di Dra­ghi potrebbe segnare un’inversione di ten­denza nel senso della pub­bli­ciz­za­zione del pro­cesso. La por­tata delle con­se­guenze di quanto da lui auspi­cato della Bce è tale (gli Stati dovreb­bero in sostanza sba­rac­care, tra­sfor­marsi in strut­ture ammi­ni­stra­tive subor­di­nate e magari rinun­ciare ad appun­ta­menti elet­to­rali sem­pre più simili a vuoti rituali) che, in linea di prin­ci­pio, non si dovrebbe potere non discu­terne in sede pub­blica. Ma qui evi­den­te­mente casca l’asino, e diciamo subito che siamo più che sicuri del fatto che, nono­stante la loro enor­mità, le parole del pre­si­dente della Bce non susci­te­ranno alcun serio dibat­tito pub­blico. Non per­ché reste­ranno ina­scol­tate, tutt’altro. Esse raf­for­ze­ranno e acce­le­re­ranno dina­mi­che di accen­tra­mento della sovra­nità in capo alle tec­no­cra­zie euro­pee (e di spo­lia­zione dei corpi sociali). Ma ciò avverrà senza pro­vo­care alcun con­trac­colpo sul piano della con­sa­pe­vo­lezza, del giu­di­zio cri­tico e della prassi collettiva.

Niente su que­sto piano avverrà per il sem­plice fatto che l’opinione pub­blica si è pro­gres­si­va­mente rare­fatta sino a per­dere con­si­stenza e a coin­ci­dere di fatto con gli stessi poteri pri­vati che ne rap­pre­sen­tano il simu­la­cro sul ter­reno media­tico. Anche l’opinione pub­blica è stata pri­va­tiz­zata nell’arco degli ultimi decenni, di pari passo con il con­trollo sem­pre più effi­ciente degli «appa­rati ideo­lo­gici» da parte dei poten­tati finan­ziari (e con la rior­ga­niz­za­zione dell’elettorato dei grandi par­titi in set­tori d’opinione ete­ro­di­retti). In quest’arco di tempo si è veri­fi­cato un pro­cesso di spo­li­ti­ciz­za­zione della massa (è que­sta la verità dell’apparente rifiuto della poli­tica da parte dei corpi sociali) fun­zio­nale alla sua de-emancipazione. Un pro­cesso che resti­tui­sce attua­lità alla clas­sica rap­pre­sen­ta­zione della cit­ta­di­nanza come una «mol­ti­tu­dine bam­bina» biso­gnosa di tutori.

Da que­sto punto di vista anche le vicende poli­ti­che ita­liane di que­ste set­ti­mane rive­lano un pro­filo diverso da quello soli­ta­mente rile­vato. Abbiamo più volte insi­stito sul ritorno del segreto quale cifra carat­te­ri­stica dell’azione di governo, sul non casuale infit­tirsi dell’opacità intorno alle decisioni-chiave dei gruppi domi­nanti. Ilpac­tum sce­le­ris siglato da Renzi e Ber­lu­sconi intorno a due car­dini dell’assetto demo­cra­tico del paese (la Costi­tu­zione e la legge elet­to­rale) è il sim­bolo più elo­quente di tale feno­meno. Ma è appunto solo un sim­bolo. All’insegna del segreto si dispiega ormai tutta l’azione dei governi post-democratici, a comin­ciare dalla gestione rea­zio­na­ria della crisi eco­no­mica a suon di misure fun­zio­nali alla redi­stri­bu­zione verso l’alto della ric­chezza sociale e alla siste­ma­tica distru­zione dei sistemi di tutela con­qui­stati dal movi­mento ope­raio in oltre 150 anni di lotte sanguinose.

Detto que­sto, non sta scritto da nes­suna parte che siamo obbli­gati a subire pas­si­va­mente e taci­ta­mente tale stato di cose. Pos­siamo, al con­tra­rio, e dob­biamo insor­gere per con­tra­starlo, comin­ciando col rites­sere tena­ce­mente la tela del pen­siero cri­tico allo scopo di gene­ra­liz­zare la con­sa­pe­vo­lezza dei pro­cessi in atto: di fare della coscienza di classe il primo e fon­da­men­tale bene comune. Ma per­ché ciò si veri­fi­chi appare indi­spen­sa­bile che, al di là degli sforzi indi­vi­duali di cia­scuno di noi, venga rico­sti­tuen­dosi final­mente una forza cri­tica in grado di farsi valere nella bat­ta­glia delle idee e di rag­giun­gere il più vasto udi­to­rio nel con­fronto politico-ideologico.

Il domi­nio oli­gar­chico della società per mezzo del segreto è pos­si­bile per­ché non vi è più — in Ita­lia da almeno vent’anni a que­sta parte — dia­let­tica poli­tica tra gli inte­ressi sociali fon­da­men­tali, per­ché l’interesse dei subal­terni è privo di voce, escluso dal con­flitto poli­tico. La lotta per la demo­cra­zia passa quindi neces­sa­ria­mente per la rico­stru­zione di una sog­get­ti­vità capace di far sì che la let­tura cri­tica della realtà ridi­venga patri­mo­nio comune del corpo sociale, e di ridare effi­ca­cia poli­tica al punto di vista della classe lavoratrice.

 

pubblicato su il manifesto del 12 agosto 2014

– See more at: http://fondazionepintor.net/costituzione/burgio/piccolasovranit%C3%A0/#sthash.Aa6C8ojh.dpuf

All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste da: TJKE- Europa Movimento delle Donne Curde

All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste

L’organizzazione terroristica IS (Stato Islamico), che sta compiendo massacri e genocidi nei confronti dei popoli, comunità religiose e società del Medio Oriente, che non porta altro che morte e brutalità e viene sfruttata dal sistema capitalistico come organizzazione di provocatori, in questo momento sta commettendo crimini di guerra in spregio degli umani per distruggere i valori di umanità in Kurdistan e nel Medio Oriente.

Al momento le bande aggressive e fasciste di IS proseguono con i loro attacchi con grandissima brutalità ed inimicizia nei confronti del Kurdistan a Kobanê, Mossul e Şengal (Sinjar). Persone vengono decapitate, messe in futa, donne violentate e bambini lasciati alla morte per fame e per sete.

Case e proprietà vengono distrutte e saccheggiate. Città sacre vengono date alle fiamme, saccheggiate, distrutte e sporcate. Persone anziane, sagge, vengono assassinate. Tutti coloro che sostengono la storia dei popoli e i valori dell’umanità sono bersaglio dei banditi di IS. La barbarie di IS prosegue i suoi orrendi attacchi come nemico dei popoli e delle comunità religiose.

Le bande di IS infibulano bambine, strumentalizzano donne come concubine come strumenti sessuali, vietano negozi di parrucchiere e violentano e riducono in schiavitù donne per “fidanzamenti religiosi” della durata di una o due ore. Come ha detto la parlamentare yezida Viyan Daxil, donne vengono vendute al mercato, violentate e considerate come bottino.

Le bande che da due anni compiono brutali attacchi nel Rojava (Kurdistan occidentale), il 3 agosto 2014 hanno iniziato ad attaccare Sengal e i suoi dintorni che si trovano nel Kurdistan meridionale, una delle regioni più preziose per il popolo curdo. Compiono massacri nei confronti del popolo yezida che appartiene ad una delle più antiche religioni tra il popolo curdo.

Come risultato di questi attacchi più di 10.000 curdi yezidi sono dovuti fuggire sul monte Sengal. Più di 30.000 donne, bambini e anziani sono stati costretti a lasciare le proprie case. Anche se tuttora non ci sono indicazioni precise sui numeri, si parla di migliaia di donne rapite da IS per essere vendute sul mercato degli schiavi o violentate.

Le persone che sono dovute fuggire in montagna per via della fame e della sete guardano la morte negli occhi. Più di 50 bambini sono già morti per mancanza di acqua e di cibo e il numero cresce ogni giorno. Secondo quanto affermano delegazioni che hanno visitato Sengal, centinaia di donne si sono suicidate per non cadere nelle mani di IS.

A Sengal in questo momento viene commesso un genocidio e un crimine contro l’umanità. Coloro che danno ogni tipo di sostegno ad IS che disprezza gli esseri umani ,e gli stati che tacciono sui massacri sono corresponsabili. Soprattutto la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli USA e gli Stati dell’UE sono corresponsabili di questi assassinii. Per garantire i propri interessi in Medio Oriente lasciano i popoli che vi risiedono, donne, religioni e culture a incredibili massacri.

Anche se ora gli USA e gli stati dell’UE dicono che è in atto una tragedia umanitaria e che provvederanno ad aiuti umanitari è evidente che il loro contributo all’espansione e alla radicalizzazione dei banditi di IS non spariranno per questo. Allo stesso modo non potranno nascondere il proprio silenzio di fronte agli attacchi al popolo palestinese. La politica di questi stati è una politica del divide-et-impera, che nutre conflitti tra gruppi etnici e religiosi nel Medio Oriente per rendere dipendete la regione, per poterla in questo modo sfruttare per i propri interessi imperialisti.

Come reazione a questa politica ora i popoli curdo, arabo, armeno ed assiro ora costituiscono una forza di difesa comune. I curdi e i popoli oppressi e le comunità religiose del Medio Oriente cercano di ribellarsi con i propri mezzi contro questi attacchi che disprezzano l’umanità. Cercano di proteggersi e di difendersi secondo il principio della legittima autodifesa. Le donne e uomini delle unità di guerriglia che al momento fanno resistenza nel Rojava e nel Kurdistan meridionale non si impegnano  solo per le donne e i popoli nel Kurdistan e nel Medio Oriente, ma per tutte le donne progressiste, alla ricerca della libertà, democratiche, e che resistono e per la dignità umana.

Come Movimento Europeo delle Donne Curde facciamo appello a tutte e tutti coloro che stanno dalla parte della libertà della democrazia e della parità di diritti a tutte e tutti i/le resistenti perché diano sostegno. Chiediamo a tutte e tutti di compiere del lavoro per il sostegno materiale e per la solidarietà e di essere solidali con il popolo a Sengal e nel Kurdistan!

10. agosto 2014

TJKE- Europa Movimento delle Donne Curde

Il razzismo, le banane e quel retaggio simil-coloniale dell’italietta stracciona e populista | Fonte: http://www.corrieredellemigrazioni.it/ | Autore: stefano galieni

Se si chiudesse oggi, il 2014 potrebbe essere dichiarato ufficialmente, per xenofobi e razzisti di mezza Europa, l’anno delle banane. Difficile comprendere come mai questo frutto, di cui si conserva memoria coloniale ma che giunge sulle nostre tavole soprattutto grazie alle grandi multinazionali ortofrutticole, abbia acquisito improvvisamente tanta popolarità mediatica.Si è cominciato con il lancio destinazione Cécile Kyenge, e si è proseguito nei campi di calcio. Le intenzioni erano sempre altamente offensive, ma gli effetti sortiti sono stati sistematicamente boomerang (oggetto che d’altra parte può in qualche modo richiamare la forma della banana). Kyenge, dal canto suo, aveva osservato che in tempo di crisi era un insulto sprecare così il cibo.

Il calciatore Dani Alves, ex del Barcellona e forse prossimamente in Italia, come ricorderete, ha reagito al lancio di banana sbucciando la medesima e addentandola, per poi calciare e far segnare la propria squadra. I social network sono subito entrati in fibrillazione, e il morso della banana è diventato in breve un tormentone antirazzista.

Poi è arrivato Tavecchio, il candidato principale alla presidenza della Figc, sponsorizzato dai grossi club ma sostanzialmente sconosciuto ai non addetti ai lavori, con la clamorosa gaffe che gli ha fatto guadagnare per giorni l’attenzione dei media. «Basta con l’acquisto di giovani che fino a ieri mangiavano banane», ha detto. E subito ne è seguita una polemica per molti versi surreale.

Banana sì o no, dunque, per movimentare un po’ di seria propaganda razzista? Prima di prendere una decisione, gli interessati dovrebbero fermarsi forse a valutare i seguenti punti.

1) Le banane che arrivano sulle nostre tavole, e poi sui campi da calcio, raramente sono di origine africana. La maggior parte giungono da coltivazioni latino americane e asiatiche.

2) Le banane non sono un ingrediente cardine della cucina africana, che per inciso è molto più ricca e variegata di quanto l’italiano medio non immagini, e che tra l’altro sta diventando tremendamente trendy.

3) Alcuni ricercatori da noi interpellati sostengono, ma non è materia di cui siamo competenti, che l’ossessione per le banane nasca da un mix fra memoria coloniale e mai risolti problemi di cui si interessò Sigmund Freud. Ma rispetto a questo approccio storico-psicanalitico attendiamo ulteriori sviluppi.

Ora, cari nostri razzisti e xenofobi, ignorando se il logo della banana sarà ancora in cima ai vostri stendardi (sembra che tale suggerimento attragga alcune grandi catene di distribuzione), ci permettiamo sommessamente di domandare e domandarci: a che serve la banana?

La risposta ci è giunta solerte nientepopodimeno che dal Ministro dell’Interno. Mentre noi ci dilettiamo su uso e consumo delle banane e diamo ampio risalto mediatico a chi ci scivola con maggior maestria, l’onorevole Alfano, non uno qualsiasi, dichiara serenamente che: «Mai accadrà che un lavoratore immigrato tolga il posto ad un lavoratore italiano». È questa la banana che è penetrata nella mente di tante coscienze, e che farà molti più danni di un frutto che almeno è ricco di potassio.

Sardegna, continua la protervia dello Stato italiano: il Governo boccia l’emendamento del M5S contro poligoni militari Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

«All’articolo 120 della Costituzione, dopo il primo comma, è inserito il seguente: “L’impiego permanente di parti di territorio nazionale come poligoni militari per esercitazioni a fuoco è consentito previa intesa con la Regione o Provincia autonoma interessata, anche ai fini dell’adozione di adeguate misure compensative di carattere economico e sociale”».
E’, o sarebbe meglio, era il testo dell’emendamento 33.3 proposto da Roberto Cotti, senatore sardo del Movimento 5 Stelle.
Tale emendamento, con parere negativo di relatore e Governo, viene bocciato con 180 voti contrari. Amareggiato, il senatore commenta così su facebook: «L’ultimo disperato tentativo di bloccare l’invadenza dei poligoni militari nell’Isola senza preventiva intesa con le Regioni è stato bocciato dalla maggioranza di governo». 
«Per la serie: “continuate a farci del male”», l’amaro commento del senatore Cotti che fa il paio con quello di Michele Piras (Sel) mesi addietro, quando il Parlamento non aveva sbloccato i fondi (dopo mesi nda) destinati alle popolazioni alluvionate della Sardegna: «Ci si sente discriminati! Non è accattonaggio, ci si sente discriminati dalle decisioni del Governo e dal trattamento che lo Stato italiano riserva alla Sardegna».



Lo Stato italiano continua, dunque, a mettersi di traverso nelle questioni con l’Isola, aggravando una situazione che negli anni ha dato linfa ai moventi ‘pro s’indipendentzia’, che traggono, (legittimamente e giustamente) da queste volontarie manifestazioni di protervia continentale, linfa politica.
La lotta dei sardi contro i poligoni militari continua e sembra senza fine e proprio un pugno di giorni fa il sito on line di ‘Repubblica’ rendeva disponibili delle foto scattate da Francesco Nonnoi che testimoniavano l’atroce verità di resti di bombe, bossoli, tra ‘gli ombrelloni dei bagnanti’.

«Nella spiaggia di Cala Zafferano, nel Sulcis, turisti e villeggianti sono costretti a prendere il sole e a nuotare tra residui bellici, missili esplosi e numerosi proiettili. La spiaggia – confinante con la base Nato interforze di Teulada – è diventata con il tempo una discarica non controllata e i resti delle esercitazioni militari che si svolgono d’inverno sono sotto gli occhi di tutti».
Si fa dunque più serrata e più cruciale la lotta dell’Isola contro l’occupazione militare e, con essa, l’appuntamento della manifestazione del 13 settembre assume contorni ancora più rilevanti: «blocco immediato di tutte le esercitazioni militari e chiusura di tutte le servitù, basi e poligoni militari con la bonifica, riconversione delle aree interessate», queste le richieste degli indipendentisti che manifesteranno a Capo Frasca.