intervista di Paolo Ojetti, del settimanale Epoca il 28 marzo 1974, al senatore del PCI, Umberto Terracini

Intervista di Paolo Ojetti, del settimanale Epoca il 28 marzo 1974, al senatore del PCI, Umberto Terracini, che è stato presidente dell’Assemblea Costituente, quindi uno dei padri fondatori della nostra Costituzione sociale e antifascista, sulla possibilità di riformare la nostra Costituzione per arrivare all’introduzione del sistema maggioritario.Senatore Terracini tra le tante idee che periodicamente affiorano come correttivo del nostro sistema democratico parlamentare, ce n’è una che sembra prendere corpo: è l’idea “inglese”, e cioè che il segretario politico del partito di maggioranza dovrebbe essere automaticamente il presidente del Consiglio incaricato della formazione del governo: Cosa ne pensa?

E’ un’idea semplicemente fantastica! Bisognerebbe cancellare un secolo di storia e viverne altri tre come li hanno vissuti gli inglesi. Si tratta di fantasie assurde, fantasie proprie di coloro che cercano rimedi, rifiutando l’unico rimedio che si presenta come naturale.

E sarebbe?

E sarebbe un “ritorno alla Costituzione”.C’è troppa gente che agisce e pensa come se la Costituzione non fosse stata promulgata, cioè non fosse diventata comando imperativo per i governanti del nostro paese.

Obiettivamente però da venticinque anni a questa parte la situazione è cambiata. Appellarsi al “ritorno alla Costituzione” non è un sintomo di debolezza?

La Costituzione è stata pensata e promulgata venticinque anni fa come punto di partenza di un certo sviluppo civile e sociale e mirava a costituire strutture politiche che facilitassero e non ostacolassero questo sviluppo. Oggi la situazione non è più quella che i costituenti avevano previsto. Perché? Perché si è riconsolidato un sistema politico, una gestione del potere assai simile a quella precostituzionale. E io non mi nascondo che è più difficile applicare la Costituzione oggi di quanto non lo sarebbe stato attuarla trent’anni or sono.

Però questa idea “inglese” potrebbe portare almeno al vantaggio di chiarire certe posizioni politiche, snellirebbe le consultazioni per la formazione dei governi, indicherebbe all’elettorato che chi vota per il partito di maggioranza vota anche per il futuro presidente del Consiglio.

Evidentemente coloro che pensano di adottare questo sistema mirano anzitutto a esautorare tutti i partiti che non hanno una posizione-guida. Compiere questa operazione sarebbe misconoscere la realtà italiana. L’esistenza di sette partiti corrisponde alla frastagliatura della nostra società. L’idea “inglese” va appunto bene in Inghilterra dove esiste un bipartitismo (ma se la legge elettorale fosse più democratica la rappresentanza parlamentare dei liberali sarebbe assai più cospicua e avremmo un tripartitismo), non da noi.

Comunque lei conosce bene gli aspetti patologici del nostro sistema. Li osserviamo a ogni crisi di governo, quando la Democrazia cristiana, divisa in correnti, deve affrontare logoranti compromessi interni per accontentare tutti i leader di queste correnti.

Questo perché la Democrazia cristiana è un partito profondamente ammalato, aggiungerei profondamente corrotto. Per diventare un vero partito deve trovarne la forza all’interno e io ritengo che sia in atto un processo che porterà la Democrazia cristiana a distinguersi fra il vertice, rappresentanza della grande borghesia, e la base dei lavoratori cattolici. Ma questo richiede tempo. Ora è pensabile che questa forza interna del partito deleghi a uno, che sarà sempre al vertice, la rappresentanza totale, con tanto di timbri? E’ pensabile che se domani il leader avesse finalmente formato il governo, non continuerebbero a operare forze interne in conflitto fra loro per scalzare la base del suo potere? Se la situazione è questa, non è ridicolo pensare che si possa, imperativamente, dire ai democristiani: siate uniti?

Certo, se invece di un bipartitismo imperfetto avessimo un bipartitismo perfetto…

In Italia un sistema bipartitico dovrebbe essere il frutto di una dittatura, una dittatura furba che ha capito che il sistema monopartitico è un momento di debolezza e che con due partiti, salvata la faccia, obbliga i singoli cittadini ad aderire all’uno o all’altro.

Vorrei parlare dell’ultima crisi di governo. Primo, si è dimenticata completamente l’arte del rimpasto; secondo, si sono sprecate energie, si sono create fratture per comporre un governo che già si dice durerà fino al 12 maggio, il giorno del referendum. Non le sembra un altro esempio dello stato patologico del sistema?

Sono d’accordo: Si tratta di una dissipazione di energie a rispondere della quale non si chiama nessuno. Ma c’è una tale solidarietà nel mal fare fra tutti questi personaggi che imperano, che è sempre il paese a farne le spese. Il gruppo dirigente della Democrazia cristiana non cambia. E’ inutile fare dei governi se poi la materia è sempre quella. Inutile fare il gesto idiota di prendere un ministro che stava alla Difesa e mandarlo alle Finanze, affidandosi alla sua conoscenza universale dei problemi. Questo non è cambiare: questa è una commedia.

C’è poi un altro particolare: le consultazioni non sono state fatte a Palazzo Chigi, ma a piazza del Gesù. E’ patologia anche questa?

E’ adulterazione del sistema. E’ riconoscere ai partiti una funzione che va molto al di là di quella affidata loro dalla Costituzione. E’ anche problema di personalità. Probabilmente un altro segretario democristiano non si farebbe così arbitro di tutto. D’altronde il presidente del Consiglio non ha nessun interesse a non intrattenere i migliori rapporti con la fonte del suo potere. Ma dal giorno della rottura della solidarietà democratica, coloro che dominano il paese conservano ancora oggi la possibilità di decidere ogni cosa a loro esclusivo piacimento. E bisogna riconoscere loro una coerenza: quella di decidere sempre nel modo più antipopolare possibile.Si dice che questo governo durerà poco. Ma sino a quando non cambieranno i protagonisti della lotta politica, crede che il prossimo governò sarà diverso o più duraturo?

Senatore, dicono in molti che questo referendum farà da spartiacque nella storia politica repubblicana. Lei è d’accordo?

No, non sono d’accordo:: Io non credo che, a parte i risultati, il fronte laico, unito nel referendum, troverà una solidarietà ulteriore per altri problemi più importanti. I liberali affrontano il referendum come un episodio, uno dei tanti capitoli della loro storia politica. I repubblicani, lo dissi già nel 1946, sono il ramo secco della democrazia; hanno una certa sensibilità per lo sviluppo civile, ma pensano che si possa realizzare senza mutamenti sociali ed economici, e ciò limita il loro discorso. I socialdemocratici sono l’America in Italia e l’America non ha interesse a cambiare la propria politica. Restano i socialisti ma non avevano bisogno del referendum per trovare molti punti in comune con il Partito comunista. Restano i democristiani e i fascisti. Cosa farà la Democrazia cristiana? Lascerà cadere il neofascismo, suo unico alleato per il 12 maggio, o si troverà così compromessa, così impigliata da non poter più fare seriamente dell’antifascismo, nemmeno in termini di polizia?

Non pensa che, comunque vada, fatto il referendum, si uscirà da questa situazione paralizzante?

Perché? Forse che la paralisi del sistema è dovuta all’attesa del referendum? Un referendum che per giunta è stato invocato per una questione non decisiva. No, la paralisi è permanente, connaturata al modo distorto con cui coloro che hanno governato il paese hanno applicato il sistema costituzionale. Per questo io parlo di ritorno alla Costituzione: che essa divenga veramente operante, sia rispettata, sia realizzata, sia applicata.

Senatore, da molte parti si dice che Camera e Senato siano un’inutile duplicazione…

Se lei ha pronto un pezzo di carta per l’abolizione del Senato, gliela firmo subito. Una delle cause del nulla fatto fino a oggi sta proprio in questo sistema di pendolarità per l’iter dell’approvazione delle leggi. Ciò permette il trionfo della cattiva volontà, della politica del ritardo e del rinvio.. E’ un pendolo a cui si ricorre per manovre politiche che nulla hanno a che fare con la legge di cui si discute. L’abolizione del Senato o la riforma della prassi legislativa, potrebbe essere effettivamente un correttivo. Ma da questa auspicabile correzione al vagheggiamento di “formule inglesi” ce ne corre. Piaccia o non piaccia, il vero nodo del sistema sta nella stessa natura del partito di maggioranza relativa. La Democrazia cristiana di oggi è il partito della grande borghesia capitalista e mai si potrà accordare, specialmente per un’opera di governo con il Partito comunista. Sarà possibile quando, con una creazione lenta, difficile, tortuosa, singhiozzante, dalla Democrazia cristiana nascerà un’espressione politica nuova dei lavoratori cattolici.

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