intervista di Paolo Ojetti, del settimanale Epoca il 28 marzo 1974, al senatore del PCI, Umberto Terracini

Intervista di Paolo Ojetti, del settimanale Epoca il 28 marzo 1974, al senatore del PCI, Umberto Terracini, che è stato presidente dell’Assemblea Costituente, quindi uno dei padri fondatori della nostra Costituzione sociale e antifascista, sulla possibilità di riformare la nostra Costituzione per arrivare all’introduzione del sistema maggioritario.Senatore Terracini tra le tante idee che periodicamente affiorano come correttivo del nostro sistema democratico parlamentare, ce n’è una che sembra prendere corpo: è l’idea “inglese”, e cioè che il segretario politico del partito di maggioranza dovrebbe essere automaticamente il presidente del Consiglio incaricato della formazione del governo: Cosa ne pensa?

E’ un’idea semplicemente fantastica! Bisognerebbe cancellare un secolo di storia e viverne altri tre come li hanno vissuti gli inglesi. Si tratta di fantasie assurde, fantasie proprie di coloro che cercano rimedi, rifiutando l’unico rimedio che si presenta come naturale.

E sarebbe?

E sarebbe un “ritorno alla Costituzione”.C’è troppa gente che agisce e pensa come se la Costituzione non fosse stata promulgata, cioè non fosse diventata comando imperativo per i governanti del nostro paese.

Obiettivamente però da venticinque anni a questa parte la situazione è cambiata. Appellarsi al “ritorno alla Costituzione” non è un sintomo di debolezza?

La Costituzione è stata pensata e promulgata venticinque anni fa come punto di partenza di un certo sviluppo civile e sociale e mirava a costituire strutture politiche che facilitassero e non ostacolassero questo sviluppo. Oggi la situazione non è più quella che i costituenti avevano previsto. Perché? Perché si è riconsolidato un sistema politico, una gestione del potere assai simile a quella precostituzionale. E io non mi nascondo che è più difficile applicare la Costituzione oggi di quanto non lo sarebbe stato attuarla trent’anni or sono.

Però questa idea “inglese” potrebbe portare almeno al vantaggio di chiarire certe posizioni politiche, snellirebbe le consultazioni per la formazione dei governi, indicherebbe all’elettorato che chi vota per il partito di maggioranza vota anche per il futuro presidente del Consiglio.

Evidentemente coloro che pensano di adottare questo sistema mirano anzitutto a esautorare tutti i partiti che non hanno una posizione-guida. Compiere questa operazione sarebbe misconoscere la realtà italiana. L’esistenza di sette partiti corrisponde alla frastagliatura della nostra società. L’idea “inglese” va appunto bene in Inghilterra dove esiste un bipartitismo (ma se la legge elettorale fosse più democratica la rappresentanza parlamentare dei liberali sarebbe assai più cospicua e avremmo un tripartitismo), non da noi.

Comunque lei conosce bene gli aspetti patologici del nostro sistema. Li osserviamo a ogni crisi di governo, quando la Democrazia cristiana, divisa in correnti, deve affrontare logoranti compromessi interni per accontentare tutti i leader di queste correnti.

Questo perché la Democrazia cristiana è un partito profondamente ammalato, aggiungerei profondamente corrotto. Per diventare un vero partito deve trovarne la forza all’interno e io ritengo che sia in atto un processo che porterà la Democrazia cristiana a distinguersi fra il vertice, rappresentanza della grande borghesia, e la base dei lavoratori cattolici. Ma questo richiede tempo. Ora è pensabile che questa forza interna del partito deleghi a uno, che sarà sempre al vertice, la rappresentanza totale, con tanto di timbri? E’ pensabile che se domani il leader avesse finalmente formato il governo, non continuerebbero a operare forze interne in conflitto fra loro per scalzare la base del suo potere? Se la situazione è questa, non è ridicolo pensare che si possa, imperativamente, dire ai democristiani: siate uniti?

Certo, se invece di un bipartitismo imperfetto avessimo un bipartitismo perfetto…

In Italia un sistema bipartitico dovrebbe essere il frutto di una dittatura, una dittatura furba che ha capito che il sistema monopartitico è un momento di debolezza e che con due partiti, salvata la faccia, obbliga i singoli cittadini ad aderire all’uno o all’altro.

Vorrei parlare dell’ultima crisi di governo. Primo, si è dimenticata completamente l’arte del rimpasto; secondo, si sono sprecate energie, si sono create fratture per comporre un governo che già si dice durerà fino al 12 maggio, il giorno del referendum. Non le sembra un altro esempio dello stato patologico del sistema?

Sono d’accordo: Si tratta di una dissipazione di energie a rispondere della quale non si chiama nessuno. Ma c’è una tale solidarietà nel mal fare fra tutti questi personaggi che imperano, che è sempre il paese a farne le spese. Il gruppo dirigente della Democrazia cristiana non cambia. E’ inutile fare dei governi se poi la materia è sempre quella. Inutile fare il gesto idiota di prendere un ministro che stava alla Difesa e mandarlo alle Finanze, affidandosi alla sua conoscenza universale dei problemi. Questo non è cambiare: questa è una commedia.

C’è poi un altro particolare: le consultazioni non sono state fatte a Palazzo Chigi, ma a piazza del Gesù. E’ patologia anche questa?

E’ adulterazione del sistema. E’ riconoscere ai partiti una funzione che va molto al di là di quella affidata loro dalla Costituzione. E’ anche problema di personalità. Probabilmente un altro segretario democristiano non si farebbe così arbitro di tutto. D’altronde il presidente del Consiglio non ha nessun interesse a non intrattenere i migliori rapporti con la fonte del suo potere. Ma dal giorno della rottura della solidarietà democratica, coloro che dominano il paese conservano ancora oggi la possibilità di decidere ogni cosa a loro esclusivo piacimento. E bisogna riconoscere loro una coerenza: quella di decidere sempre nel modo più antipopolare possibile.Si dice che questo governo durerà poco. Ma sino a quando non cambieranno i protagonisti della lotta politica, crede che il prossimo governò sarà diverso o più duraturo?

Senatore, dicono in molti che questo referendum farà da spartiacque nella storia politica repubblicana. Lei è d’accordo?

No, non sono d’accordo:: Io non credo che, a parte i risultati, il fronte laico, unito nel referendum, troverà una solidarietà ulteriore per altri problemi più importanti. I liberali affrontano il referendum come un episodio, uno dei tanti capitoli della loro storia politica. I repubblicani, lo dissi già nel 1946, sono il ramo secco della democrazia; hanno una certa sensibilità per lo sviluppo civile, ma pensano che si possa realizzare senza mutamenti sociali ed economici, e ciò limita il loro discorso. I socialdemocratici sono l’America in Italia e l’America non ha interesse a cambiare la propria politica. Restano i socialisti ma non avevano bisogno del referendum per trovare molti punti in comune con il Partito comunista. Restano i democristiani e i fascisti. Cosa farà la Democrazia cristiana? Lascerà cadere il neofascismo, suo unico alleato per il 12 maggio, o si troverà così compromessa, così impigliata da non poter più fare seriamente dell’antifascismo, nemmeno in termini di polizia?

Non pensa che, comunque vada, fatto il referendum, si uscirà da questa situazione paralizzante?

Perché? Forse che la paralisi del sistema è dovuta all’attesa del referendum? Un referendum che per giunta è stato invocato per una questione non decisiva. No, la paralisi è permanente, connaturata al modo distorto con cui coloro che hanno governato il paese hanno applicato il sistema costituzionale. Per questo io parlo di ritorno alla Costituzione: che essa divenga veramente operante, sia rispettata, sia realizzata, sia applicata.

Senatore, da molte parti si dice che Camera e Senato siano un’inutile duplicazione…

Se lei ha pronto un pezzo di carta per l’abolizione del Senato, gliela firmo subito. Una delle cause del nulla fatto fino a oggi sta proprio in questo sistema di pendolarità per l’iter dell’approvazione delle leggi. Ciò permette il trionfo della cattiva volontà, della politica del ritardo e del rinvio.. E’ un pendolo a cui si ricorre per manovre politiche che nulla hanno a che fare con la legge di cui si discute. L’abolizione del Senato o la riforma della prassi legislativa, potrebbe essere effettivamente un correttivo. Ma da questa auspicabile correzione al vagheggiamento di “formule inglesi” ce ne corre. Piaccia o non piaccia, il vero nodo del sistema sta nella stessa natura del partito di maggioranza relativa. La Democrazia cristiana di oggi è il partito della grande borghesia capitalista e mai si potrà accordare, specialmente per un’opera di governo con il Partito comunista. Sarà possibile quando, con una creazione lenta, difficile, tortuosa, singhiozzante, dalla Democrazia cristiana nascerà un’espressione politica nuova dei lavoratori cattolici.

Costituzione manomessa. Un delitto, tanti autori Fonte: Il Manifesto | Autore: Gaetano Azzariti

Il maggior responsabile è il Governo che ha diretto l’intera operazione senza lasciare nessuno spazio all’autonomia del Parlamento con progressive imposizioni e l’ininterrotta invasività della sua azione che hanno annullato di fatto il ruolo costituzionale del SenatoUn’infinita tri­stezza. È que­sto il sen­ti­mento che pre­vale nel momento in cui si assi­ste alla vota­zione del Senato sulla modi­fica della Costi­tu­zione. Domani ripren­de­remo la lotta per evi­tare il peg­gio: per­ché la legge costi­tu­zio­nale con­cluda il suo iter dovranno pas­sare ancora molti mesi e altri pas­saggi par­la­men­tari ci aspet­tano, poi — nel caso — il refe­ren­dum oppo­si­tivo. Dun­que, nulla è ancora per­duto. Salvo, forse, l’onore.
In pochi giorni il Senato non ha appro­vato una riforma costi­tu­zio­nale (buona o cat­tiva che si possa rite­nere), bensì ha distrutto il Par­la­mento sotto gli occhi degli ita­liani. Nes­suno dei pro­ta­go­ni­sti è stato esente da colpe. Si è assi­stito a una sorta di omi­ci­dio seriale, cia­scuno ha inferto la sua pugna­lata. Alcuni con mag­gior vigore, altri con imper­do­na­bile incon­sa­pe­vo­lezza, altri ancora non tro­vando altre vie d’uscita.

Il mag­gior respon­sa­bile è cer­ta­mente stato il Governo che ha diretto l’intera ope­ra­zione, senza lasciare nes­suno spa­zio all’autonomia del Par­la­mento. Le pro­gres­sive impo­si­zioni e l’ininterrotta inva­si­vità dell’azione del Governo in ogni pas­sag­gio par­la­men­tare hanno annul­lato di fatto il ruolo costi­tu­zio­nale del Senato. Non s’è trat­tato solo dell’anomalia della pre­sen­ta­zione di un dise­gno di legge gover­na­tivo in una mate­ria tra­di­zio­nal­mente non di sua competenza.

Ma anche nell’aver costretto la Com­mis­sione — in modo poco tra­spa­rente — a porre que­sto come testo base nono­stante la discus­sione avesse fatto emer­gere altre mag­gio­ranze. E poi, ancora, nell’aver voluto con­trol­lare tutto il lavoro dei rela­tori — è la pre­si­dente della Com­mis­sione che ha rico­no­sciuto che il Governo ha “vistato” gli emen­da­menti pre­sen­tati appunto dai rela­tori — con buona pace dell’autonomia del man­dato par­la­men­tare e del rispetto della divi­sione dei poteri.

Non solo i rela­tori, ma ogni sena­tore ha dovuto con­fron­tarsi non tanto con l’Assemblea bensì con la volontà gover­na­tiva, e molti si sono pie­gati. Mi dispiace doverlo dire, ma l’andamento dei lavori ha dimo­strato come un certo numero degli attuali sena­tori non ten­gano in nes­sun conto non solo la Costi­tu­zione, ma nep­pure la respon­sa­bi­lità poli­tica, di cui cia­scuno di loro dovrebbe essere tito­lare dinanzi al corpo elet­to­rale. I pochis­simi voti segreti con­cessi su que­stioni del tutto mar­gi­nali hanno for­nito la prova di quanto fos­sero con­di­zio­nati e insin­ceri i voti palesi. È stato così pos­si­bile evi­den­ziare l’esteso numero dei rap­pre­sen­tanti della nazione che hanno votato con la mag­gio­ranza solo per timore di essere messi all’indice dagli stati mag­giori dei rispet­tivi par­titi. Una lace­ra­zione costi­tu­zio­nal­mente insop­por­ta­bile. Se non si garan­ti­sce (o non si eser­cita) la libertà di coscienza sui temi costi­tu­zio­nali il prin­ci­pio del libero man­dato serve vera­mente a poco. E tutto è stato fatto, invece, per vin­co­lare i rap­pre­sen­tanti alla disci­plina di par­tito. Ancora un colpo all’autonomia del Par­la­mento inferto — più che dal Governo o dai par­titi — da que­gli stessi sena­tori che non si sono voluti opporre pale­se­mente a ciò che pure non condividevano.

S’è discusso e pole­miz­zato sulla con­du­zione dei lavori, sull’interpretazione dei rego­la­menti e dei pre­ce­denti. Quel che lascia basiti è però altro. Ciò che è man­cato è la con­sa­pe­vo­lezza che si stesse discu­tendo di una riforma pro­fonda del nostro assetto dei poteri e degli equi­li­bri com­ples­sivi defi­niti dalla Costi­tu­zione. Se si fosse par­titi da que­sto assunto non si sarebbe potuto accet­tare, in nes­sun caso, un anda­mento che ha sostan­zial­mente impe­dito ogni seria discus­sione su tutti i punti della revi­sione pro­po­sta. Non si sarebbe dovuto assi­stere allo spet­ta­colo sur­reale che ha visto prima esau­rire nella rissa e nel caos il tempo della discus­sione, per poi pro­ce­dere a un’interminabile serie di vota­zioni, con un’Assemblea muta e irri­fles­siva che mec­ca­ni­ca­mente respin­geva ogni emen­da­mento dei sena­tori di oppo­si­zione e appro­vava la riforma defi­nita dagli accordi con il Governo. Spetta al pre­si­dente di assem­blea diri­gere i lavori garan­tendo la discus­sione. Non credo possa affer­marsi che ciò sia avve­nuto. Anche in que­sto caso per il con­corso di molti. Per­sino dell’opposizione, la quale ha dovuto uti­liz­zare l’arma estrema dell’ostruzionismo che, evi­den­te­mente, osta­cola una discus­sione razio­nale e pacata. Ciò non toglie che non si doveva accet­tare nes­suna for­za­tura sui tempi, nes­suna inter­pre­ta­zione rego­la­men­tare restrit­tiva dei diritti delle oppo­si­zioni, nes­suna uti­liz­za­zione esten­siva dei pre­ce­denti. Si doveva invece ricer­care il dia­logo, la tra­spa­renza, il con­corso di tutti i rap­pre­sen­tanti della nazione. Era com­pito di tutti creare un clima “costi­tu­zio­nale”, ido­neo alla riforma. Nes­suno lo ha ricer­cato. E temo non sia solo una que­stione di tem­pe­ra­tura, ma — ahimè — di cul­tura costi­tu­zio­nale che non c’è.

La con­clu­sione di ieri ha san­cito la dis­sol­venza del Par­la­mento. La dele­git­ti­ma­zione dell’organo tito­lare del potere di revi­sione della Costi­tu­zione è alla fine stata san­zio­nata dagli stessi suoi com­po­nenti. Il rifiuto di par­te­ci­pare al voto con­clu­sivo da parte di tutti gli oppo­si­tori rende palese che non si può pro­se­guire su que­sta strada. Vedo esul­tare la mag­gio­ranza acce­cata dal suc­cesso di un giorno, mi aspetto qual­che rozza bat­tuta rivolta alla oppo­si­zione “che fugge”. Ma spero che, oltre la cor­tina dell’irrisione, qual­cuno si fermi per pen­sare a come rime­diare. La Costi­tu­zione non può essere impo­sta da una mag­gio­ranza poli­tica senza una discus­sione e con­tro l’autonomia del Parlamento.

Intervista a Landini: “Caro Renzi, ora tu devi cambiare verso” Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

«Il pre­mier dice che vuole far cam­biare verso all’Italia. Ma adesso è evi­dente che deve essere lui, a cam­biare verso». Il segre­ta­rio gene­rale della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini, risponde così se gli chiedi di com­men­tare gli ultimi dati Istat, quel –0,2% che ci ha fatto ripiom­bare in reces­sione. E che ha creato la prima grossa crepa nella serie inin­ter­rotta di suc­cessi di Mat­teo Renzi. Subito dopo, ci anti­cipa il pro­gramma dei metal­mec­ca­nici per l’autunno: «Un’assemblea nazio­nale dei dele­gati, una mobi­li­ta­zione, il con­fronto a tutto campo con il governo». Senza dimen­ti­care i nodi rima­sti aperti den­tro la Cgil, dopo il Con­gresso di mag­gio che lo ha visto scon­trarsi con la segre­ta­ria gene­rale, Susanna Camusso.

Ve lo aspet­ta­vate, alla Fiom, il ritorno dell’Italia in recessione?

I segnali c’erano tutti, per­ché il governo non è inter­ve­nuto sui nodi strut­tu­rali che impe­di­scono al Paese di ripar­tire. Non c’è ripresa di inve­sti­menti, né pub­blici né pri­vati. Si con­ti­nua, al con­tra­rio, a stare den­tro la logica che portò al governo Monti, quando si decise il taglio delle pen­sioni, l’introduzione del pareg­gio bilan­cio, la modi­fica dell’articolo 18, la nazio­na­liz­za­zione del debito, ripor­tan­dolo nelle ban­che ita­liane. Per l’autunno, i segnali che abbiamo dal set­tore pro­dut­tivo sono molto pre­oc­cu­panti: i nodi Ilva e Piom­bino, i 650 licen­zia­menti di Terni. Fiat che annun­cia di essere defi­ni­ti­va­mente fuori dal nostro Paese, nel silen­zio della poli­tica. La vicenda Ter­mini Ime­rese che non si è risolta, come quella Iri­sbus. La delu­dente quo­ta­zione in borsa di Fin­can­tieri. Tutte ricette che hanno fal­lito, per que­sto dico a Renzi: «Adesso devi cam­biare verso».

Glielo ha detto anche Draghi.

Sì, ma dalla Bce arriva un altro invito, su cui non con­cordo: che l’Italia debba ancora di più abbrac­ciare la linea delle “riforme”. Che si con­cre­tizza, per capirci, nei tagli della troika. La Bce, piut­to­sto, dovrebbe avere un ruolo diverso: non stare attenta solo all’inflazione, ma soste­nere l’economia reale, come suc­cede con altre ban­che cen­trali, ad esem­pio in Usa e Giap­pone. Per aiu­tare le nostre espor­ta­zioni potrebbe far per­dere valore all’euro, ad esem­pio, che oggi è troppo forte. E le imprese, tra l’altro, hanno costi di accesso al cre­dito proi­bi­tivi. Se il discorso di «cedere sovra­nità» è più gene­rale, se si parla di un’Europa sociale, poli­tica, di scelte sullo scac­chiere inter­na­zio­nale, allora sì, se ne può par­lare. Di que­sto sen­tiamo il biso­gno: ma allora Renzi, se vuole chie­dere nuove regole in Europa, prima si pre­senti con un piano di cre­scita per l’Italia, con un’idea di inve­sti­menti pub­blici. E dopo, chieda regole diverse sul defi­cit, affronti il nodo del Fiscal Com­pact. Il refe­ren­dum soste­nuto dalla Cgil va nella giu­sta dire­zione, per rom­pere la gab­bia dell’austerità.

Gli 80 euro non hanno funzionato?

Gli 80 euro non fun­zio­nano se non li estendi a tutti i cit­ta­dini con red­dito basso: se non li dai ai pen­sio­nati, alle par­tite Iva. I con­sumi non ripar­tono se le per­sone non per­ce­pi­scono che il cam­bio è strut­tu­rale, che si sostiene in modo per­ma­nente chi non ce la fa. E soprat­tutto, da soli non bastano: deve ripar­tire il lavoro, l’occupazione. Un ope­raio l’altro giorno mi ha detto: «Lan­dini, le riforme saranno impor­tanti, ma quanti posti di lavoro creano?».

Eppure Renzi si sente sicuro, ha dalla sua il 41% preso alle euro­pee. Pare avervi sca­val­cato, avrebbe insomma un rap­porto diretto con il mondo del lavoro.

Nes­suno nega quei numeri. Ma stiamo attenti alla vola­ti­lità dei risul­tati elet­to­rali, l’abbiamo visto negli ultimi anni. Ber­lu­sconi che perde 9 milioni di voti, il Pd che prima ne lascia per strada 5, e poi ne recu­pera 3. Lo stesso Grillo, in un anno ha perso 3 milioni di voti. L’astensionismo aumenta: non hanno votato circa 20 milioni di per­sone, a fronte degli 11 con­qui­stati dal Pd. Ora le chiac­chiere, come dicono nella mia zona, stanno a zero. Renzi deve offrire risultati.

Ma voi della Cgil non vi sen­tite iso­lati? Avete fatto ricorso alla Ue con­tro il “decreto Poletti”, ed è par­tito un fuoco di fila, pro­prio dal Pd. «Palude». «Non riem­piono più le piazze». Avete perso defi­ni­ti­va­mente il legame con la politica?

Io non mi sento per niente iso­lato: come Cgil, come Fiom, sono in con­tatto con chi lavora. Certo, va rico­sti­tuita un’interlocuzione con la poli­tica, ma in un’ottica nuova: se loro ti dicono che pos­sono fare tutto per­ché hanno il 41%, bene noi dimo­striamo la nostra forza e auto­no­mia. I temi di cui par­lare in autunno sono tanti: trovo una scioc­chezza tor­nare sull’articolo 18, men­tre al con­tra­rio si devono sem­pli­fi­care le forme di assun­zione. Già in tempi non sospetti ho detto di essere d’accordo con il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti, ripu­lendo però il campo dalle forme spu­rie e pre­ca­rie. Vanno anche estesi gli ammor­tiz­za­tori sociali, intro­du­cendo un red­dito minimo. E poi insi­sto: poli­tica indu­striale, inve­sti­menti per la manu­ten­zione del ter­ri­to­rio, pren­dendo le risorse dalla boni­fica della cor­ru­zione, del rici­clag­gio, dell’evasione fiscale.

Quindi in autunno nuove mobilitazioni?

Abbiamo in pro­gramma l’assemblea nazio­nale dei dele­gati, l’ultimo fine set­ti­mana di set­tem­bre. Vor­remmo riu­ni­fi­care le ver­tenze aperte sui ter­ri­tori, per uno sbocco nazio­nale: affian­cando nuove forme di mobi­li­ta­zione accanto ai clas­sici scio­peri, per coin­vol­gere gio­vani e precari.

Quale mes­sag­gio lancerete?

Ci sono almeno due ter­reni su cui Renzi può agire per creare lavoro, oltre alla poli­tica indu­striale. Il primo è soste­nere i con­tratti di soli­da­rietà e le ridu­zioni di ora­rio, come si è fatto con l’Electrolux. In Ita­lia si lavora 1800 ore l’anno, nel resto d’Europa 1500–1600. In quel gap di 200 ore ci sono posti di lavoro. E pen­sare che noi defi­sca­liz­ziamo gli straor­di­nari: assurdo, in tempo di crisi. E ancora: si rifor­mino seria­mente le pen­sioni, così da fare posto a nuove assunzioni.

Quindi modello Elec­tro­lux. E invece di quello Ali­ta­lia la Fiom cosa dice?

Rap­pre­senta tutto ciò che non si dovrebbe fare, e bene ha fatto la Cgil a non fir­mare. Il governo ha tim­brato un accordo in cui si licen­zia senza uti­liz­zare pie­na­mente ammor­tiz­za­tori e con­tratti di soli­da­rietà: come dire, fatto lì, si può ripe­tere ovunque.

Den­tro la Cgil avete discusso una stra­te­gia per l’autunno, dopo il Congresso?

Abbiamo un Diret­tivo a metà set­tem­bre. Io credo che si deb­bano met­tere in campo mobi­li­ta­zioni, anche da soli: il che non impe­di­sce ini­zia­tive con altri sindacati.

Avete risolto in qual­che modo i nodi che vi hanno por­tato allo scon­tro in Cgil?

Io vedo quei nodi ancora aperti. Mi rife­ri­sco prima di tutto a una riforma demo­cra­tica della Cgil: e fac­cio un esem­pio. In que­sti mesi stiamo rin­no­vando le Rsu: lavo­ra­trici e lavo­ra­tori che ci met­tono la fac­cia, che ci fanno vivere come sin­da­cato gra­zie al loro impe­gno nelle fab­bri­che. E sono eletti da tutti, iscritti e non iscritti. Andiamo invece alle strut­ture diri­genti, al mio posto, a quello dei segre­tari gene­rali: si arriva a un Con­gresso in cui su 5,6 milioni di iscritti ti vota mas­simo il 20%, men­tre l’80% risulta non per­ve­nuto. Da lì si passa a un gruppo ristretto di diri­genti, che elegge altri diri­genti. Così non si può andare avanti: il gap con i nostri dele­gari è fin troppo evidente.

Risol­verà tutto la Con­fe­renza di orga­niz­za­zione pre­vi­sta nel 2015?

Di quella si deve ancora discu­tere, ma sono tempi troppo lun­ghi. Dob­biamo affron­tare subito i nodi della rap­pre­sen­tanza, per­ché chi ti deve dare il con­senso non per­dona. E c’è un altro nodo che giu­dico irri­solto: la fram­men­ta­zione con­trat­tuale. Al tavolo Eni oggi sie­dono solo i chi­mici, ma nei petrol­chi­mici la mag­gio­ranza dei lavo­ra­tori è com­po­sta da metal­mec­ca­nici ed edili. Per quanto ancora reste­remo divisi, senza un unico con­tratto e sin­da­cato dell’industria, men­tre la pro­prietà dell’impresa è unica?

Voi come vi defi­nite? Un’opposizione den­tro la Cgil? O solo una minoranza?

Noi siamo la Fiom. Il pro­blema sta nella mag­gio­ranza, in chi entra al Con­gresso con il 98%, ne esce all’80% e ha eletto una segre­te­ria con poco più del 60% del Diret­tivo. Credo che in Cgil stiamo elu­dendo nodi impor­tanti, come quello della democrazia.

Poca demo­cra­zia, che vedete anche nella riforma del Senato? Nell’Italicum?

Non ho capito a cosa serve un Senato con 100 per­sone, elette altrove e senza reali poteri, Allora era meglio can­cel­larlo. Come mi pre­oc­cupa una legge elet­to­rale con quei premi di mag­gio­ranza e soglie che esclu­dono milioni di cit­ta­dini. Ma soprat­tutto que­sto Par­la­mento, che è stato eletto con una legge giu­di­cata inco­sti­tu­zio­nale, non dovrebbe poter rifor­mare la Costi­tu­zione: toc­che­rebbe piut­to­sto a un’Assemblea costi­tuente. Per­ché que­sti par­la­men­tari non abro­gano l’articolo 8, che per­mette di dero­gare alle leggi per mezzo di accordi pri­vati? Per­ché non can­cel­lano il pareg­gio di bilan­cio? Per­ché non ci danno una legge per la rap­pre­sen­tanza nei luo­ghi di lavoro? Coe­ren­te­mente con le posi­zioni che ho sem­pre espresso, penso che se ci sarà un refe­ren­dum, mi com­por­terò di con­se­guenza, e inol­tre pre­sto incon­tre­remo Ste­fano Rodotà e le altre asso­cia­zioni per nuove iniziative.