Niscemi, inizia il campeggio No MUOS da: argo catania

manifestazione NOMUOSNiscemi ritorna al centro dell’attenzione nazionale. Dal 6 al 12 agosto, infatti, in contrada Ulmo, si svolgerà il Campeggio No Muos, ricco di dibattiti e iniziative (come si può leggere nel programma ufficiale che pubblichiamo in fondo all’articolo).

Il corteo di sabato 9 (in allegato l’appello per aderire) dovrebbe rappresentare, secondo gli organizzatori (il Coordinamento Regionale dei Comitati) l’ennesima manifestazione con la quale verrà ribadito il no popolare all’utilizzo delle “parabole della morte”, visto che l’installazione è stata sostanzialmente completata.

L’anno scorso, caso sostanzialmente unico nel nostro Paese, una parte del corteo entrò all’interno della base per “riportare a casa” alcuni attivisti che avevano passato la notte su alcune delle 41 antenne NRTF presenti nella base.

Probabilmente, per evitare altre azioni ‘eclatanti’ è iniziata una ‘campagna di dissuasione’. Qualcuno potrebbe definirla, addirittura, una campagna di odio, che, evidentemente, ha fatto proseliti.

Infatti, nel pomeriggio di sabato 2 agosto, alla luce del sole, il Presidio permanente No MUOS di Niscemi è stato saccheggiato; ogni oggetto e suppellettile presente dentro la baracca è stato distrutto o reso inservibile.

Un gesto vandalico che segue le denunce e le multe salate comminate (come già applicato contro i No Tav) a chi ha ostacolato i lavori di installazione e, infine, il divieto di dimora per 29 attivisti, provenienti da varie parti dell’Isola, protagonisti insieme con migliaia di altri cittadini, della ricordata ‘invasione della base’ e della manifestazione del 25 aprile 2014, quando, dopo aver tagliato la rete di recinzione, venne restituito agli abitanti di Niscemi un pozzo di acqua inglobato nel territorio della base.

Un provvedimento, quest’ultimo, contestato Nello Papandrea, Goffredo D'Antona e Paola Ottaviano, avvocati dei coordinamenti No Muosda Goffredo D’Antona, Paola Ottaviano e Nello Papandrea (avvocati del Coordinamento) che ricordano che il MUOS “è un qualcosa che nei prossimi mesi potrebbe essere definito illegittimo se non addirittura illecito dai Giudici amministrativi e da quelli penali questo è un aspetto che passa troppo spesso in secondo ordine”.

Gli avvocati ricordano ancora che “il MUOS è ubicato in un area protetta, ma di questo non è mai importato a nessuno. Prova ne sia che dal 1991 questa splendida sughereta è stata massacrata e violentata dagli americani, nel silenzio di troppi”.

Veniamo, così, all’ultimo assurdo divieto: il corteo non potrà attraversare la sughereta. La motivazione? Potrebbe turbare l’equilibrio ecologico del territorio.

Avete letto bene, stiamo parlando dello stesso territorio nel quale è ubicata la base, evidentemente quest’ultima è ‘ a basso’ o ‘nullo’ impatto ambientale.

Di fronte a tutto ciò il Coordinamento regionale dei Comitati No MUOS ribadisce che il movimento ha “il dovere di rispondere adeguatamente, di continuare la battaglia, di organizzare al meglio il campeggio di lotta dal 6 al 12 agosto e la manifestazione di giorno 9.

Ogni atto repressivo, ogni provocazione, ogni intimidazione ci conferma di essere nel giusto e ci rafforza nella convinzione di portare sino in fondo questa lotta, fino allo smantellamento del MUOS e della base NRTF, per una Sicilia senza basi di morte, per un mondo senza guerra”.

Ecco IL PROGRAMMA DEL CAMPEGGIO NO MUOS

6/8
ore 18, Apertura del campeggio
ore 20,30, Cena sociale (a cura de Lotto con l’Orto)
ore 22,30, Festa di accoglienza: Dj Set

7/8
ore 9, volantinaggio nel paese (mercato ecc.)
ore 11, assemblea dei gruppi di lavoro (accoglienza, informazione, cucine, campeggio, eventi)
ore 13, pranzo sociale
ore 16, Assemblea di lavoro del campeggio
ore 17, Incontro dibattito servitù militari /fronti d guerra + forum Palestina
ore 20,30 cena sociale
ore 21,30 Concerto
dalle 24 “fuori onda”

8/8
Ore 11, Assemblea dei gruppi di lavoro
ore 13 pranzo sociale
ore 16, assemblea di campeggio
ore 17,30, Assemblea delle realtà impegnate nelle lotte territoriali
ore 20,30, cena sociale
ore 22,30, spettacolo Soc Italia
ore 24, “fuori onda”: proiezione alle reti della base

9/8
Ore 10, assemblea dei gruppi di lavoro
ore 11, assemblea di campeggio
ore 12/14 pranzo sociale
ore 14,30, Concentramento manifestazione
Festa serale

10/8 Ore 12, sede coordinamento Niscemi: conferenza stampa e volantinaggio in paese
ore 12, pranzo sociale (a cura del comitato di Ragusa)
ore 16, assemblea di campeggio
ore 17, niscemi, zona Trappeto, iniziativa su questioni di genere
ore 20,30, cena sociale (a cura del comitato di Ragusa)
ore 22, Spettacolo sulla Palestina – segue concerto
dalle 24, “fuori onda”

11/8
Ore 11, Assemblea gruppi di lavoro
ore 13 pranzo sociale
ore 16, assemblea di campeggio
ore 17,30, dibattito sulle prospettive del movimento
ore 20,30, cena sociale
ore 21,30 With Love Festival con sorteggio (riffa del comitato di Palermo)

12/8 Ore 13, pranzo di chiusura del campeggio.

Le dichiarazioni “luride” di Luigi Zanda da: antimafia duemila

lodato-zandadi Saverio Lodato – 6 agosto 2014

E’ uno spettacolo sconcio quello che va in scena al Senato, dove, in nome di una riforma che rappresenta l’ultimo dei problemi del Paese, di certo c’è che i “100” che sopravviveranno, grazie alla nomina di segreterie dei partiti oggi ridotte a ristretta ciurma di compari usurpatori di democrazia, godranno di un’immunità blindata da sbattere in faccia a quei pochi magistrati che ancora avessero intenzione di indagare. Bene che andrà passeremo dal Senato di Grasso al Senato dei Grassatori, che tali, chi più chi meno, diventeranno i “100” una volta indossata la corazza dell’immunità, dell’ impunibilità, dell’improcessabilità. Serve a poco cercare di districare la giungla dei distinguo, delle tattiche d’aula, del chi entra e del chi esce, del chi “non sono d’accordo”, del chi “sono d’accordo a malincuore”, del chi “sono a favore per principio”. E’ il risultato che conta. Ed è un risultato sconcio.

Nell’Italia che in questi ultimi anni ha visto una marea montante di scandali e latrocinii, ci si ritrova felicemente d’accordo nel costruire l’Arca di Noè del privilegio e del parassitismo. Ogni aggiunta sarebbe superflua.
Il capo gruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, definì “lurido”, in un passaggio d’aula, il comportamento dei 5 stelle. Non ce ne vorrà, dunque, se proprio al suo dizionario ci ispireremo definendo “lurida”, questa sì, la sua definizione dell’immunità: “E’ un istituto voluto dai padri costituenti”. E il caso vuole che, qualche giorno dopo, gli uomini della Dia avrebbero scoperto, nell’abitazione di Claudio Scajola, ex ministro dell’interno, ex presidente Copasir, un sistema di nicchie dentro le pareti per occultare i dossier con i quali – per sua stessa ammissione –  “teneva tutti per le palle”. E badate bene: alla prima perquisizione, l’archivio a muro non era stato scoperto. Tanto che i magistrati di Reggio Calabria, il P.M. Giuseppe Lombardo e l’aggiunto Francesco Curcio, avevano disposto un supplemento di perquisizione. E gli uomini della Dia questa volta hanno fatto bingo.
Conclusione? Di tal risma sono quelli che avranno tutto da guadagnare dalla Riforma del Senato. Allora capirà da solo, lo Zanda, perché è “lurido” il suo accostamento dei padri costituenti a un’immunità che ormai ha il solo scopo di mettere al sicuro i ceffi patentati.
Ma neanche le anime pie, quelle che avrebbero voluto un esito diverso della votazione sull’immunità, riescono a provocare in noi un sussulto di partecipazione al loro “dolore”. I cronisti raccontano che Felice Casson avrebbe rilasciato commenti sull’accaduto “con voce sfumata di rassegnazione”. Ci sarebbe di che restare, anche noi, contriti. Ma Casson, che in altra vita fu magistrato, credeva davvero che da questo parlamento sarebbe venuto il via libera per i suoi colleghi di oggi ancora posseduti dal “demone” della questione morale? E non aveva capito l’antifona del premier, che appartiene al suo partito, il Renzi, che incontra il pregiudicato Silvio Berlusconi una volta a settimana per ridisegnare insieme a lui “la nuova Italia”? O che è amico personale e di vecchia data di tal Verdini, né più né meno di come la Cancellieri lo era di tal Ligresti? Credeva davvero, il Casson, di mandare a carte quarantotto i piani del duo Zanda- Finocchiaro (anche lei, in altra vita, fu magistrato), puntellato dal Calderoli, e tutti appassionatamente a guardia di un Senato che andava simultaneamente resuscitato dopo averne certificato la morte legale?
E che fine hanno fatto gli Stefano Fassina, i Gianni Cuperlo, i Maurizio Landini, i Niki Vendola, ai quali, sin quando fu utile, fu concesso di usare la durlindana in prima serata televisiva?
Al cospetto dello spettacolo sconcio, nobili gli appelli, nobili le firme, nobili le campagne del “Fatto”, o i travagli, anche questi contriti, di “Repubblica”. Ma non servono a niente. Né gli uni, né gli altri. Diciamocelo fra noi, almeno prendiamone atto. Il gioco si è fatto duro. E duri e dure hanno da tempo cominciato a giocare. Ma che impressione vedere ministri e ministre parlare ai telefonini con le mani davanti alla bocca per non far leggere il labiale. Sembra la rappresentazione visiva di un’Italia di gangster che ha il timor panico dell’intercettazione. E i bookmakers inglesi a quanto darebbero l’eventualità che Renzi, prima di lasciare la poltrona di presidente del consiglio, pronunci, almeno una volta in vita sua, la parola “mafia”? La Dia teme che le mafie tornino a sparare. E chi se ne fotte?
Si è fatta stucchevole persino la lettura dei giornali. I pensatori continuano a pensare. Gli analisti continuano ad analizzare. Gli inchiestisti continuano a inchiedere. Ma che c’è ancora da scoprire? Se Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia, viene invitato alla Sapienza a tener lezione agli studenti su come “tenere a freno il panico”, che c’è ancora da vedere? O magari saremo chiamati a firmare appelli per rimuovere il rettore dell’ Università della Capitale, Luigi Frati, e il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che ovviamente si dicono “indignati”? Cascano le braccia. E se Ruby fu davvero la nipote di Mubarak, come vorremmo cambiarla, almeno “sessualmente”, quest’Italia? Osservazione: se il ladro di Montecitorio fosse stato un parlamentare, invece che un dipendente di Montecitorio, avrebbe goduto di quell’immunità “voluta dai padri costituenti”, per dirla con quel mattacchione dello Zanda. Giusto?
E per carità, non soffermiamoci più di tanto su Giorgio Napolitano. Ora che l’Istat ha certificato ufficialmente che l’Italia è in recessione, qualcuno ci verrà a dire che i funzionari dell’Istat sono “gufi” e “nemici del governo Renzi”? Napolitano dirà qualche parolina sulla recessione? O è solo affaccendato in faccende di magistratura, qua tombando telefonate che lo riguardano, là procrastinando nomine di Procuratori che non gli scompinferano?
Speriamo che ci salvino almeno i “cinesi” e gli “arabi”, acquistando un pezzo d’Italia dietro l’altro.

saverio.lodato@virgilio.it

“Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero” da: antimafia duemila

19 luglio 2014: l’intervento di Nino Di Matteo in via d’Amelio

“Prendere oggi la parola, in questo luogo e nella stessa ora della strage di ventidue anni fa, è per me un grande onore ed una grande responsabilità alla quale non ho voluto sottrarmi con la precisa consapevolezza che le commemorazioni di oggi avranno un senso solo se sostenute dall’impegno, dalla passione civile, dal coraggio che dobbiamo dimostrare da domani.
Non ho voluto sottrarmi alla profonda emozione che vivo in questo momento perché innanzitutto sento il bisogno di ringraziare, da cittadino, quei cittadini che, come tanti di voi, continuano a dare quotidiana testimonianza di essere innamorati della Giustizia, della Democrazia, della Costituzione, del nostro Paese. Per questo, riconoscendo in Paolo Borsellino l’incarnazione di quei sentimenti di amore e libertà, cercano di conservarne e tramandarne la memoria. Per questo si pongono a scudo di quei sacrosanti valori contro i tanti che anche oggi, anche nelle Istituzioni e nella Politica, continuano a calpestarli ed offenderli con l’arroganza dei prepotenti e degli impuniti.
Voglio ringraziare i tanti cittadini che, nella semplicità e spontaneità delle loro espressioni di solidarietà, hanno saputo riconoscere coloro i quali ancora si battono per la verità, dimostrando di volerli proteggere non solo dalle insidie della violenza mafiosa ma ancor prima dal muro di gomma della indifferenza istituzionale, dal pericolo di quel tipo di delegittimazione ed isolamento che si nutre, oggi come ieri, di silenzi colpevoli, insinuazioni meschine, ostacoli e tranelli costantemente ed abilmente predisposti per arginare  quell’ansia di verità che è rimasta patrimonio di pochi. Quei pochi che ancora non sono annegati nella palude del conformismo, del quieto vivere, dell’opportunismo più bieco sempre più spesso mascherato dalla  invocata  opportunità politica.

Sono qui per dirvi che voi avete il sacrosanto diritto di continuare a chiedere tutta la verità sulla strage di via D’Amelio e noi magistrati  il dovere etico e morale di continuare a cercarla anche nei momenti in cui, come questo che stiamo vivendo,  ci rendiamo conto  di quanto quel cammino costi, sempre più, lacrime e sangue a chi non ha paura di percorrerlo anche quando finisce per incrociare il labirinto del potere.
Per continuare a ricercare la verità è però innanzitutto necessario, con  grande onestà intellettuale, rispettare la verità e non avere mai paura a declamarla anche quando ciò può apparire impopolare o sconveniente.
Paolo Borsellino ci ha insegnato a non avere mai paura della verità. Non dobbiamo avere allora paura  a ricordare  che  affermano il falso i tanti che per ignoranza, superficialità o strumentale interesse ripetono che i processi celebratisi a Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio hanno portato ad un nulla di fatto. Ignorano o fingono di ignorare che ventidue persone sono state definitivamente condannate per concorso in strage; ignorano, o fingono di ignorare che proprio quel lavoro di tanti magistrati ha consentito che venissero già allora  alla luce i tanti e concreti elementi che oggi ci portano a ritenere  che quella di via D’Amelio non fu soltanto una strage di mafia e che il movente non era certamente esclusivamente legato ad una vendetta mafiosa nei confronti del Giudice.
Dobbiamo imparare il rispetto della verità ed il coraggio della sua affermazione ad ogni costo.
Non è vero ciò che tutti indistintamente affermano, e falsamente rivendicano, sulla volontà di fare piena luce sulle stragi. La realtà è un’altra. Questo intendimento è rimasto patrimonio di pochi, spesso isolati e malvisti, servitori dello Stato.
Dal progredire delle nostre indagini sappiamo che in molti, anche all’interno delle istituzioni, sanno  ma continuano a preferire il silenzio, certi che quel silenzio, quella vera e propria omertà di Stato, continuerà, esattamente come è avvenuto fino ad ora, a  pagare, con l’evoluzione di splendide carriere e con posizioni di sempre maggior potere acquisite proprio per il merito di aver taciuto, quando non anche sullo squallido ricatto di chi sa  e utilizza il suo sapere per piegare le Istituzioni alle proprie esigenze.
Dobbiamo sempre avere il coraggio di rispettare la verità e gridare la nostra rabbia perché ancora nel nostro Paese il cammino di liberazione dalla Mafia è rimasto a metà del guado. Incisivo, efficace, giustamente rigoroso nel contrasto ai livelli operativi più bassi (quelli della manovalanza mafiosa); timoroso, incerto, con le armi spuntate nei confronti di quei fenomeni, sempre più gravi e diffusi, di penetrazione mafiosa delle Istituzioni, della Politica e della Economia. Verso quel pericolosissimo dilagare della mentalità mafiosa che inevitabilmente si intreccia con una corruzione diffusa che, solo a parole, si dice di voler combattere, mentre ancora, nei fatti si assicura ai ladri, ai corrotti, agli affamatori del popolo la sostanziale impunità.
Non si può ricordare Paolo Borsellino e restare silenti a fronte di ciò che sta accadendo nel nostro Paese  e che rappresenta l’ennesima mortificazione di quei valori per tutelare i quali il Giudice Borsellino è andato  serenamente incontro al suo destino con la fierezza e la dignità di un uomo dalla schiena dritta. Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto  (dalla riforma già attuata dell’Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso  sempre più numerose e discutibili prese di posizione del C.S.M.) finalizzate a ridurre l’indipendenza della Magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l’autonomia del singolo Pubblico Ministero ed il concetto di potere diffuso  in capo a tutti i rappresentanti di quell’Ufficio. Non si può assistere in silenzio all’ormai evidente tentativo di trasformare il Magistrato Inquirente in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all’arbitrio, del proprio capo; di quei Dirigenti degli Uffici sempre più spesso nominati da un C.S.M. che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente.
Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero e il suo sentimento; il suo concetto, alto e nobile, dell’autonomia del Magistrato  come garanzia di libertà ed eguaglianza per tutti. Poco prima di essere ucciso il Giudice Borsellino, intervenendo ad un incontro con gli studenti sull’annoso problema dei rapporti mafia-politica, stigmatizzava l’inveterata prassi del ceto politico di ripararsi, per giustificare la mancata attivazione dei necessari meccanismi di responsabilità politica, dietro il comodo paravento dell’attesa  della definitività dell’accertamento giudiziario, nell’attesa quindi del passaggio in giudicato delle sentenze penali.
Oggi, a distanza di ventidue anni da quelle amare riflessioni di Paolo Borsellino, qualcosa è cambiato, ma non certamente in meglio. In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di Governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto  da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati) discute, con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge Elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro. E’ necessario non perdere la capacità di indignarsi e trovare, ciascuno nel suo ruolo  e sempre nell’osservanza delle regole, la forza di reagire. Tutti  abbiamo il dovere di evitare che anche da morto Paolo Borsellino debba subire l’onta di veder calpestato il suo sogno di Giustizia. Quel meraviglioso ideale che condivideva con Giovanni Falcone, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, e tanti altri giusti. Quei giusti la cui memoria non merita inganni, infingimenti, atteggiamenti di pavidità mascherati da prudenza istituzionale. Sono morti perché noi allora non fummo abbastanza vivi, non vigilammo, non ci scandalizzammo all’ingiustizia,ci accontentammo dell’ipocrisia civile, subimmo quel giogo delle mediazioni e degli accomodamenti che anche oggi ammorba l’aria del nostro Paese ed ostacola il lavoro di chi vuole tutta la verità. Noi continueremo a batterci, con umiltà ma altrettanta tenacia e determinazione. Lo faremo nelle aule di Giustizia e, per ciò che ci è consentito, intervenendo nel dibattito pubblico per denunciare i gravi e concreti rischi che incombono sulla indipendenza della Magistratura e, quindi, sul principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Lo faremo mantenendo sempre nel cuore l’esempio dei nostri morti, guidati esclusivamente dalla volontà di applicare i principi della nostra Costituzione e con lo sguardo fisso alla meta della verità, consapevoli che solo la ricerca della verità può legittimarci a commemorare chi è morto dopo aver combattuto la giusta battaglia.”

tratto da AntimafiaDuemila.com

“Renzi e Berlusconi, imbroglioni e distrattori di massa di fronte al dramma della crisi”. Intervento di Giorgio Cremaschi da: controlacrisi.org

Dunque alla fine anche l’Istat certifica ciò che la maggioranza della popolazione italiana vive direttamente ogni santo giorno: la crisi si aggrava e la recessione avanza.

Il dato economico della nuova caduta del PIL è pesantissimo, molto più grave di quanto la solita informazione di regime cercherà di presentare per minimizzare. Il segno negativo giunge alla fine di una caduta economica che dura sostanzialmente dal 2008, dunque è peggio che nella terribile crisi del 1929. Ulteriore aggravante è il fatto che tutte le previsioni e i programmi economici del governo parlavano di ripresa. Qui c’è da stendere un velo pietoso su economisti e presunti tecnici di palazzo. È dal 2008 che prevedono la ripresa senza prenderci neppure per sbaglio, o sono particolarmente incompetenti o particolarmente imbroglioni, o tutte e due le cose assieme come spesso capita.

Ma la cosa che dovrebbe suscitare indignazione e scandalo è il fatto che mentre tutto ciò avviene Renzi e i suoi mettono tutte le loro forze al servizio della non eleggibilità del futuro Senato. Qui siamo alla cialtroneria diventata sistema di governo. Nel passato si erano cominciati a conteggiare i costi per il paese di venti anni di berlusconismo. Anche tenendo conto del fatto che nella metà di quei venti anni ha governato un centrosinistra totalmente subalterno al Cavaliere, quel conteggio ci stava. Ma ora con la benedizione del capo storico della destra Renzi governa e lancia quelle riforme che il suo ventennale predecessore ha sempre auspicato .

E la crisi si aggrava perché le politiche economiche son sempre le stesse ed i risultati negativi pure. Berlusconi aveva alzato a 500 euro le pensioni minime, Renzi ha dato 80 euro a una parte dei lavoratori dipendenti, le loro risposte a chi li ha criticati sono state le stesse: voi non capite la gente è contenta. No, sono loro che sono ottusi e non capiscono che redistribuire qualche soldo mentre non si fa nulla per ridurre la disoccupazione di massa, mentre l’impoverimento complessivo cresce, significa spargere acqua nel deserto. Acqua che magari dura il tempo necessario per vincere una elezione, ma poi sparisce lasciando tutti più assetati di prima.

Naturalmente, i danni Renzi e Berlusconi non li han provocati da soli. Con loro c’ è tutto un establishment politico economico e intellettuale che sostiene le politiche liberiste, da venti anni spiegando che se esse non hanno successo è perché si è stati poco coraggiosi nel realizzarle. Così mentre la politica economica reale è sempre la stessa da decenni, Berlusconi prima e Renzi poi si sono assunti il ruolo di organizzare la distrazione di massa, di imbrogliare il paese facendo credere, almeno alla sua maggioranza, che le loro riforme cambierebbero le cose. Mentre in realtà servono solo a costruire una cappa di autoritarismo che tuteli la pura continuità nelle decisioni che contano.

Sì a Berlusconi e a Renzi bisognerebbe chiedere i danni, ma in realtà la maggioranza degli italiani li dovrebbe chiedere a sé stessa per aver creduto in loro, se non fosse che questi danni la maggioranza del paese già li paga in continuazione. E continuerà a farlo fino a che non ci si libererà delle politiche di austerità e degli imbroglioni che le realizzano parlando d’altro.

La Cgil fa causa al governo Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Colpo di scena sul decreto Poletti. La Cgil ha pre­sen­tato ricorso davanti alla Com­mis­sione Ue, per­ché a suo parere la riforma dei con­tratti a ter­mine viola le nor­ma­tive comu­ni­ta­rie. Una mossa piut­to­sto ina­spet­tata, che ieri ha creato rea­zioni stiz­zite da parte del Pd (il fronte “ren­ziano”) e dagli stessi ambienti del mini­stero del Lavoro. Nes­suna rispo­sta, invece, da parte del mini­stro, né da parte di Mat­teo Renzi.

Eppure, che il sin­da­cato gui­dato da Susanna Camusso stesse stu­diando tutte le pie­ghe della legge, in realtà già si sapeva: lo aveva anti­ci­pato al mani­fe­sto la segre­ta­ria con­fe­de­rale Serena Sorrentino.

Fon­da­men­tal­mente, nota la Cgil nel suo ricorso, la legge 78 (cioè la Poletti) viola la diret­tiva Ue 70 del 1999, la quale sta­bi­li­sce che «il bene­fi­cio della sta­bi­lità dell’impiego è un ele­mento por­tante della tutela dei lavo­ra­tori». Avendo infatti la riforma ita­liana eli­mi­nato la cau­sale per un periodo molto lungo (un minimo di tre anni, ma esten­si­bile con nuove assun­zioni o con i con­tratti nazio­nali), ha di fatto reso il tempo deter­mi­nato la “forma comune” di con­tratto, ribal­tando il prin­ci­pio della stessa direttiva.

«La cau­sa­lità per il ricorso ai con­tratti a ter­mine rap­pre­sen­tava un argine con­tro un loro uti­lizzo impro­prio – spiega la Cgil – Eli­mi­narne la moti­va­zione lascia spa­zio a usi impro­pri che pena­liz­zano il sog­getto debole, cioè il lavo­ra­tore». Ancora, «il com­bi­nato dispo­sto di acau­sa­lità, rin­novi e pro­ro­ghe espone il lavo­ra­tore al rischio di non riu­scire a fir­mare mai un con­tratto “sta­bile” indi­cato come “con­tratto comune” pro­prio dalla nor­ma­tive Ue, con forti pena­liz­za­zioni soprat­tutto per i sog­getti più “a rischio”, ovvero i lavo­ra­tori over 50 e le donne».

Si intro­duce in que­sto modo, denun­cia il sin­da­cato, «un’assoluta discre­zio­na­lità rispetto ai licen­zia­menti», e inol­tre «non c’è alcuna prova sta­ti­stica che all’aumento della pre­ca­rietà cor­ri­sponda un aumento dell’occupazione».

Ma è inte­res­sante leg­gere il ricorso della Cgil, soprat­tutto per­ché sal­tano agli occhi i tanti lati del «bidone» rifi­la­toci dal duo Renzi & Poletti: ad esem­pio, il sin­da­cato nota che «nel limite mas­simo di 36 mesi, il con­tratto a ter­mine è pro­ro­ga­bile libe­ra­mente per non più di 5 volte, indi­pen­den­te­mente dal numero dei rin­novi (il cor­sivo è del testo, ndr). Quindi, se dopo un con­tratto unico esteso 5 volte, si sti­pula un altro con­tratto a ter­mine, anche que­sto potrà essere pro­ro­gato altre 5 volte». Per tra­durre: tutta la scena sulla limi­ta­zione delle pro­ro­ghe che fu fatta nell’iter par­la­men­tare, è stata vani­fi­cata dall’aver lasciato la pos­si­bi­lità un numero di rin­novi infinito.

«La nuova disci­plina dun­que – spie­gano ancora i legali della Cgil – per­mette di cumu­lare più con­tratti a ter­mine, anche di bre­vis­sima durata e sem­pre pro­ro­ga­bili, nel limite com­ples­sivo dei 36 mesi senza cau­sale giustificativa».

Ma non basta, c’è anche la maga­gna sui som­mi­ni­strati: «Uti­liz­zando la som­mi­ni­stra­zione tra un con­tratto a ter­mine e l’altro – recita il ricorso alla Ue – il mede­simo lavo­ra­tore potrà lavo­rare inin­ter­rot­ta­mente per tre anni senza alcun inter­vallo tra un con­tratto e l’altro». E quella sulle man­sioni: «Il limite dei 36 mesi vale per i con­tratti a ter­mine rife­riti alle stesse man­sioni. Per man­sioni diverse, finito il trien­nio, e pos­si­bile sti­pu­lare altri rap­porti a ter­mine per 36 mesi».

Insomma, il decreto è con­ge­gnato come una vera e pro­pria trap­pola. «La disci­plina del nuovo con­tratto a ter­mine coin­volge già due terzi dei nuovi con­tratti atti­vati, il che signi­fica che le future occa­sioni di lavoro non ten­de­ranno alla sta­bi­lità – con­clude la Cgil – Chie­diamo al governo di porre riparo can­cel­lando le tipo­lo­gie con­trat­tuali fonte di abusi e ripor­tando i con­tratti a ter­mine a un uso fun­zio­nale con pecu­liari esi­genze dell’impresa che ne giu­sti­fi­cano l’utilizzo».

Pro­te­stano e pren­dono in giro, diversi ren­ziani del Pd. Clau­dio Moscar­delli e Fran­ce­sco Sca­lia dicono che «Camusso ricorre ai tri­bu­nali Ue, visto che le piazze non rispon­dono più». Erne­sto Car­bone parla di «freno» e «palude». «Incre­di­bile», dice Mario Mor­goni. Gia­como Vaciago, che è con­su­lente eco­no­mico di Giu­liano Poletti, è ugual­mente acido: «Se il sin­da­cato va in Europa con­tro il pro­prio Par­la­mento, la deca­denza è inar­re­sta­bile». Di «via giu­di­zia­ria al socia­li­smo», parla infine Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd).