Sulle riforme costituzionali un gran pasticcio, a partire dal linguaggio usato. Parla il costituzionalista Gaetano Azzariti.| Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Da una parte il contingentamento dei tempi, dall’altra la richiesta di ridurre a cento le migliaia di emendamenti delle opposizioni proveniente dal vicesegretario del Partito democratico Guerini, dove si sta andando a parare? Lei che idea s’è fatto in merito?
Mi sembra che ci sia un forte sbandamento: queste oscillazioni sono espressione di una difficoltà e non chiarezza di intenti. Da un lato c’è una fortissima volontà, del Governo e della maggioranza parlamentare che sostiene le riforme, di conseguire risultato, anche forzando le regole della dialettica parlamentare e utilizzando degli strumenti anti-ostruzionismo che il regolamento parlamentare permette. Quindi il contingentamento stesso che, certamente, è una misura estrema e contro lo spirito del dibattito parlamentare. Sono strumenti legittimi, ma certamente contro lo spirito del dibattito parlamentare, da un lato. Dall’altra parte c’è, evidentemente, la consapevolezza che modificare la Costituzione in punti così delicati – se mi passa il termine – a colpi di maggioranza, cioè a prescindere dal dibattito parlamentare non è un buon viatico per una buona riforma costituzionale e, anzi, più che non è buon viatico, è assolutamente improprio rispetto a quello che dovrebbe essere la discussione sul testo che per antonomasia dovrebbe essere il più discusso e confrontato con le opposizioni: la nostra Costituzione, più di ogni altra, insiste sul confronto parlamentare, questo è il senso delle maggioranze qualificate che essa prevede. C’è, quindi, questa difficoltà. Ripeto: da una parte una forzatura e dall’altra la consapevolezza che si rischia d’andare a sbattere.

A tal proposito anche la costituzionalista Carlassare, in un’intervista realizzata dal quotidiano ‘il manifesto’, affermava di stare dalla parte delle opposizioni nonostante l’ostruzionismo perché, ha affermato: «[…] Strozzare un dibattito su una riforma che deve essere votata con una maggioranza ele­vata pro­prio per­ché sia ragio­nata e con­di­visa. Mi sem­bra una cosa inau­dita»
Certo, ma se ogni legge deve poter essere discussa, ‘la legge delle leggi’ – cioè la Costituzione – dovrebbe essere la più discussa. Ripeto, questa situazione complessivamente intesa, è l’espressione di una perdita del senso delle proporzioni. Ci troviamo di fronte ad una situazione sostanzialmente paradossale: da un lato l’ostruzionismo, dall’altro la volontà di forzare la mano. Da una parte e dall’altra, aggiungo, però, che per superare questa situazione paradossale, la palla è al governo: solo la maggioranza può fare delle aperture È chiaro che mentre l’opposizione non ascoltata è costretta – forse sì – a ricorrere all’ostruzionismo, che è uno degli strumenti utilizzati dalle opposizioni quando non trovano spazi di ascolto, la maggioranza ha la responsabilità di questa situazione di paralisi. Questa è la mia opinione: dovrebbe essere il Governo ad aprire all’opposizione.

Riguardo ciò che ha detto, cioè alla «perdita del senso delle proporzioni», mi viene in mente una parte dell’intervento in Aula del Ministro Maria Elena Boschi, che ormai sulla rete è diventato praticamente virale, in cui ella afferma: «Ho sentito alcuni parlare di svolta autoritaria. Questa è una allucinazione e come tutte le allucinazioni non può essere smentita con la forza della ragione. Non c’è niente di autoritario. Parlare di svolta illiberale è una bugia e le bugie in politica non servono». Come legge le parole della Boschi?
Direi che il linguaggio esprime una cultura politica. In questo momento si dimostra poco consona allo spirito di riforma costituzionale che dovrebbe avere non il Governo ma la maggioranza politica. La vecchia idea liberale, in base alla quale le idee altrui si rispettano quale che esse siano, non dovrebbe permettere espressioni improprie alle quali, purtroppo, la ministra ci ha già abituati.
Si ricorda la polemica contro i “professoroni”? Ecco, quella è un’altra espressione di una ‘certa cultura politica’ che, in qualche modo, non è consona al ruolo di apertura al dialogo che dovrebbe avere un Ministro delle Riforme Costituzionali. Ripeto, insisto sul fatto che si tratta di un ministro delle riforme costituzionali perché che il Governo sia più o meno arrogante, è un fatto di stile, diciamo così. Può piacere o non piacere, forse una maggioranza politica che sia particolarmente esuberante e che sfoggi linguaggio, diciamo così, affrettato, rimane nell’ordine del possibile. Ma quando questo stesso linguaggio così agguerrito si trasferisce sul piano nobile della revisione costituzionale, diventa un linguaggio improprio. Questo perché il piano del confronto costituzionale è un piano del confronto, non del rifiuto. ‘Allucinazione’, ‘professoroni’, e qualche altra espressione che viene utilizzata è, invece, chiaramente espressione di un rifiuto. È evidente ed ovvio che la Boschi non condivide alcune posizioni come quella che affermi la riduzione degli spazi di democrazia attraverso questa riforma costituzionale.
Il Ministro, però, dovrebbe accettare il confronto non foss’altro per il ruolo che ricopre. E comunque, le logiche della riforma Costituzionale sono quelle del confronto, le logiche del rifiuto delle opposizioni possono essere quelle del confronto ordinario, del confronto di piccolo cabotaggio, dell’imposizione delle regole di parte.
Mentre, invece, il ministro Boschi dovrebbe capire che si sta scrivendo le regole di tutti, non le regole delle parti. E allora, nessuno può essere allucinato e nessuno può essere delegittimato nelle sue posizioni. Possono, ripeto, non essere condivise le opinioni delle opposizioni, come non possono essere condivise neanche le posizioni della maggioranza, ma la logica del confronto deve prevalere, e il linguaggio dovrebbe essere appropriato ed idoneo a questa logica.

In tutto questo, Renzi e la maggioranza, improvvisamente, apre ad un referendum riguardo le riforme costituzionali. Lo stesso Presidente del Consiglio che aveva chiuso le porte ad una consultazione referendaria, ora le riapre. Cosa sta succedendo: questa riapertura sta, in un certo qual modo, nel solco tracciato dall’esecutivo che andava dicendo poco fa?
Guardi, voglio dire due cose. L’apertura sul referendum, che in sé è ovviamente giusta e opportuna, mi sembra – però – proposta come alternativa al dialogo. Cioè, se fosse questo, sembra che si dica: “io non discuto con voi, non c’è nessuna svolta autoritaria e illiberale, voi avete torto tant’è vero che sono disposto ad indire un referendum”.
Ora, sotto questa prospettiva, è sotteso un uso strumentale dell’istituto del referendum perché, in qualche modo, fa sì che questo istituto sia brandito come strumento di carattere populistico: non discuto con l’opposizione in Parlamento ma discuto col popolo una volta che ho forzato la mano e imposto la mia revisione costituzionale.
Ecco, sotto questo profilo, certamente, è un uso di un istituto delicatissimo: si tratta di una presa di posizione del tutto condivisibile, però è un uso strumentale di tutto ciò.
Detto questo, in una situazione per la quale dovesse essere approvata la riforma costituzionale in modo così divisivo – senza nessun confronto – allora il referendum costituzionale nel merito è certamente opportuno, quindi, sotto questo profilo mi sembra che siano tutti a richiederlo, tanto le opposizioni quanto la maggioranza. Mi sembra sia un unico punto di convergenza tra maggioranza e opposizione.

Qualche settimana fa c’era stato un accesissimo dibattito circa l’immunità parlamentare per i senatori che andranno a comporre il nuovo-Senato. Sentendo il rettore dell’università della Val d’Aosta Fabrizio Cassella in merito, egli affermava come l’immunità per i nuovi senatori fosse un qualcosa di utile nel lungo periodo, non tanto nel breve dal momento che viene vista molto male dall’opinione pubblica, considerati anche gli scandali nei Consigli Regionali del Paese (quasi tutti). Per lei si tratta di un istituto utile nel lungo periodo come affermava Cassella o no?
Io lascerei il primo comma dell’articolo 68, che prevede l’immunità per i voti dati nell’esercizio delle funzioni. Mentre cancellerei l’immunità vera e propria, cioè quella compresa negli attuali secondi commi e seguenti dell’articolo 68, per le regioni che diceva lei poc’anzi.
Francamente mentre riterrei che l’autonomia del Parlamento e dei suoi Parlamentari, tanto Deputati quanto i Senatori – anche se andranno ad essere eletti in modo indiretto secondo le attuali prospettive del Governo – riterrei che nell’esercizio delle loro funzioni debbano essere coperti dalla insindacabilità. Quello è il primo comma. Per quanto riguarda, più strettamente, l’immunità, io francamente, in questo momento storico la escluderei tanto per i deputati quanto per i senatori, come che essi dovessero essere eletti.
Mi spiego ancora meglio: non è la modalità di elezione da cui dipende se assegnare o meno l’immunità (fatta salva la insindacabilità) quanto la garanzia dell’organo. Tendo a distinguere monto tra insindacabilità ed immunità, quest’ultima è stata un istituto storico molto importante ma in questo momento mi sembra superata. Magari tra qualche secolo ne riparleremo (ride nda)!
La valutazione sull’immunità in senso stretto è certamente anche legata alla cattiva capacità di gestirla diversamente da parte dei consiglieri regionali e anche, forse, da parte dei parlamentari stessi.

Gaza, oggi le vittime sono già una trentina. Il mondo condanna la strage dei bambini, ieri | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La parvenza di tregua di questi giorni non esiste piu’: a Gaza – dove si e’ festeggiato la fine del Ramadan – si e’ tornato a combattere. E il bilancio dei morti si e’ drammaticamente aggravato con una strage di 8 bambini, uccisi ieri in un parco giochi di Shati da un razzo, e la morte di cinque soldati israeliani, di cui quattro colpiti da un tiro di mortaio nel Neghev, nel Sud del paese, lungo il confine con la Striscia. Oggi le vittime sono già circa una trentina.

Benyamin Netanyahu ha usato parole lugubri: “Dobbiamo essere pronti – ha detto alla stampa – per una lunga operazione fino a che la nostra missione non sia completata. Non e’ possibile che i civili israeliani vivano sotto la minaccia dei tunnel e dei razzi. Non fermeremo l’operazione finche’ non avremo neutralizzato tutti i tunnel del terrore, non c’e’ guerra piu’ giusta di questa”.

Il razzo che ha ucciso i bambini e’ esploso nel pomeriggio di ieri, mentre si stavano divertendo in un campo giochi di Shati (a nord di Gaza). Attorno a loro c’era un’atmosfera gioiosa: ieri, infatti, si celebrava infatti l’Eid el-Fitr, la fine del mese di Ramadan, la ricorrenza in cui gli adulti cercano di regalare abiti nuovi e giocattoli ai propri figli, di renderli felici. Nelle vicinanze non c’erano obiettivi militari, ne’ adulti che potessero forse apparire come combattenti. La deflagrazione e’ stata potentissima, dicono fonti locali. Dieci persone, tra cui otto bambini (il piu’ grande aveva 13 anni), sono rimasti uccisi sul posto. Una quarantina in totale i feriti, tra cui una ventina i piccoli.

La presidente brasiliana Dilma Rousseff ha definito ieri l’offensiva di Israele contro Gaza un “massacro” e “sproporzionata”. “Quello che sta succedendo a Gaza e’ una cosa pericolosa. Non dico che sia un genocidio, ma un massacro si’. E’ un atto sproporzionato”, ha detto la Rousseff durante un dibattito organizzato dal quotidiano Folha de Sao Paulo. La scorsa settimana la diplomazia brasiliana aveva gia’ condannato l’uso “sproporzionato” della forza da parte di Israele, richiamando il suo ambasciatore a Tel Aviv per consultazioni. L’Egitto, in una dichiarazione del ministero degli Esteri, ha condannato l’ “eccessivo” e “ingiustificato” uso della forza da parte di Israele contro anziani, donne e bambini. L’Egitto esorta “tutte la parti” a rispettare il diritto umanitario internazionale e le quattro Convenzioni di Ginevra che impongono di non colpire civili e ricorda la propria iniziativa per na tregua. La guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, invece, ha definito oggi Israele un “cane rabbioso” che sta commettendo un “genocidio” a Gaza, affermando che il mondo islamico deve “armare” i palestinesi. Khamenei ha parlato in un discorso diffuso in diretta dalla tv di Stato.

Dal canto suo l’agenzia Mena rilancia informazioni su un colloquio telefonico fra il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e quello dell’Autorita’ palestinese Abu Mazen per uno scambio di auguri in occasione della fine del Ramadan. Nella telefonata Muhamud Abbas ha sostenuto che la proposta egiziana e’ la “scelta migliore” per risolvere la crisi.

L’offensiva israeliana a Gaza si e’ gia’ rivelato finora il conflitto piu’ sanguinoso per Israele dalla guerra dell’estate del 2006 (12 luglio-14 agosto) contro le milizie sciite libanesi di Hezbollah

Prima guerra mondiale, cent’anni dopo il nodo è sempre lo stesso: il capitalismo. Intervento di Domenico Moro Autore: domenico moro da : controlacrisi.org

Quest’anno cade il centenario della Prima guerra mondiale, iniziata con la firma della dichiarazione di guerra da parte dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il 28 luglio 1914. Per la prima volta nella storia e dopo cento anni di pace relativa, tutte le maggiori potenze furono coinvolte in una guerra di carattere mondiale. Il grado di violenza, le sofferenze dei combattenti e il costo in vite umane (16 milioni di morti, 650mila quelli italiani) furono senza precedenti. Gli equilibri politici e sociali furono stravolti, producendo eventi rivoluzionari come l’Ottobre sovietico. Alla fine l’Europa ne uscì stremata e con in grembo il frutto avvelenato del fascismo, che portò alla Seconda Guerra mondiale, un ancor più drammatico “secondo tempo” della Prima Guerra Mondiale.

Per queste ragioni la “Grande Guerra”, come fu chiamata dai contemporanei, rimane impressa nella psicologia collettiva ancora oggi, come è testimoniato dall’uscita recente di decine di pubblicazioni e dall’attenzione dei media, che gli dedicano trasmissioni Tv e articoli sui quotidiani. A questo si aggiunge la coincidenza tra il centenario e lo scoppio di nuove guerre non solo nel martoriato Medio Oriente ma anche nel cuore stesso dell’Europa, in Ucraina, all’interno di un contesto internazionale di sempre più diffuso caos, che induce a stabilire analogie tra quanto accade ora e quanto accadde allora. È possibile, però, parlare di analogie e, se sì, in che misura e a quale riguardo?

In genere, le ricostruzioni delle cause della Prima Guerra Mondiale tendono a mostrare lo scoppio della guerra come un evento nel quale le cancellerie europee furono tutte trascinate quasi loro malgrado, come in una sorta di effetto domino, senza aver previsto la portata di quel che sarebbe accaduto. Esemplificativo di questo atteggiamento è quanto scritto da Gianni Toniolo sul Sole24ore del 27 luglio: <<Alla guerra si arrivò con una successione di piccoli passi muovendosi con la metafora di Clarke come sonnambuli. (…) Colpe di omissione, indifferenza, scarsa lucidità nel valutare le conseguenze di lungo periodo di decisioni apparentemente poco rilevanti si distribuiscono tra le élites di tutti i paesi coinvolti. Se il 28 luglio impone una riflessione essa riguarda innanzi tutto la necessità di guardare oltre l’immediato nell’affrontare le crisi, apparentemente poco correlate di un mondo nuovamente multipolare, siano esse nel mar della Cina, nel Medio Oriente, ai confini orientali della dell’Ucraina.>>.

Per la verità, lo scoppio della Grande Guerra e le sue dimensioni non furono del tutto inattese. Con incredibile preveggenza così scrisse Friedrich Engels già nel 1886 a proposito dei contrasti tra potenze europee: <<In breve, c’è un grande caos e un unico risultato sicuro: un massacro di massa di un’ampiezza sinora mai vista, l’Europa stremata ad un punto mai visto, infine il crollo di tutto il vecchio sistema…la cosa migliore sarebbe una rivoluzione russa.>> Comunque, c’è da dire che le cause di una guerra globale stavano maturando già da decenni. Esse dipendevano dalla crisi del modo di produzione capitalistico, che aveva dato luogo al fenomeno dell’imperialismo e alla lotta sempre più accesa tra le maggiori potenze capitalistiche per la conquista di mercati di sbocco di merci e capitali e per il controllo delle fonti delle materie prime.
In particolare, l’egemonia britannica, che a partire dalla fine delle guerre napoleoniche aveva garantito la pace attraverso il “concerto europeo”, stava venendo meno per la decadenza dell’economia britannica a favore di nuove potenze industriali.

Tra il 1870 e il 1880 gli Usa e la Germania passarono rispettivamente, fra i Paesi industriali, al primo e al secondo posto superando la Gran Bretagna e la Francia. Però, mentre la Gran Bretagna e la Francia disponevano di vasti imperi coloniali e gli Usa di un mercato domestico colossale, la Germania, di piccole dimensioni e priva di colonie, aveva bisogno di assicurarsi un mercato di sbocco alle sue merci, a rischio di veder scoppiare la contraddizione fra le enormi potenzialità della sua industria e le possibilità di smercio. Un’identica competizione si era sviluppata per il controllo del petrolio, in particolare di quello della Mesopotamia, allora sotto il controllo turco e ora coincidente con l’attuale Iraq. Qui la Gran Bretagna proprio nel marzo del 1914 bloccò il progetto della Germania che, attraverso la costruzione di una ferrovia tra Costantinopoli e Bagdad, mirava ad ottenere dal governo ottomano i diritti di estrazione petrolifera. Quindi, la Prima Guerra Mondiale fu tutt’altro che il risultato della improvvida superficialità dei governi europei, bensì il necessario sbocco della crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e la consapevole resa dei conti tra Stati imperialisti a fronte della crisi della potenza egemone.

Su questa base non viene molto difficile individuare alcune analogie con la fase attuale. Anche oggi siamo di fronte ad una crisi del capitalismo di dimensioni inusitate che non trova soluzioni e che si manifesta successivamente ad una seconda e più forte globalizzazione. Anche oggi siamo dinanzi alla crisi d’egemonia della potenza egemone statunitense e ad una situazione di caos internazionale. Si prevede che nel giro di pochi anni il prodotto interno della Cina sopravanzerà quello degli Usa. Intanto, nel 2013 fra le prime dieci multinazionali se ne contavano quattro di Paesi “emergenti”, una cinese, due russe (Gazprom che è al primo posto) e una brasiliana, mentre nel 2004 ce n’era una sola. La crisi degli Usa, però, presenta delle differenze importanti con quella della Gran Bretagna.

La Gran Bretagna poteva compensare il proprio debito del commercio estero e statale con lo sfruttamento dell’India, mantenendo in questo modo la stabilità e l’egemonia della sterlina. Al contrario, gli Usa non hanno alcuna colonia che possa assolvere alla stessa funzione e per finanziare i propri deficit devono poter mantenere il dollaro come valuta mondiale, in modo da attrarre dall’estero i capitali che gli necessitano. Visto che il dollaro rimane moneta mondiale solamente nella misura in cui viene utilizzata per le transazioni delle materie prime ed in particolare del petrolio, gli Usa non possono permettersi di perdere il controllo delle fonti energetiche e indirettamente dei propri concorrenti. Fonti energetiche vuol dire soprattutto Medio Oriente, dove sono le maggiori riserve mondiali e da cui importano la maggior parte del loro fabbisogno l’Europa, il Giappone e la Cina stessa.

Il declino e la fragilità delle basi della loro egemonia portano gli Usa, e le altre potenze in difficoltà come la Francia e la Gran Bretagna, ad assumere comportamenti sempre più aggressivi. Le guerre di Bush in Iraq e in Afghanistan rientravano in una strategia di attacco mirante a ristabilire l’egemonia Usa. La difficoltà nella gestione degli interventi diretti ha condotto l’amministrazione Obama a scegliere una strategia basata su un mix di incursioni soprattutto aeree e guerre per procura, come si è visto in Pakistan-Afghanistan, Libia, Siria e quest’anno in Ucraina. L’obiettivo non è quello di acquisire il controllo di nuovi territori, ma quello di logorare gli Stati considerati pericolosi, istigando il conflitto tra i suoi alleati e portando la guerra fino ai suoi confini, come nel caso della Russia. Le divisioni sociali, religiose ed etnico-linguistiche sono le leve utilizzate a questo scopo. Il risultato è una situazione di instabilità e caos crescente a livello internazionale.

L’escalation degli ultimi mesi non solo in Ucraina, ma anche in Iraq – dove il ruolo degli Usa è quanto meno ambiguo – e a Gaza non è estranea ad alcuni fatti nuovi che rendono più oscure le prospettive dell’imperialismo occidentale a guida Usa. A giugno la russa Rosnet ha siglato con la Cina un contratto venticinquennale di fornitura di petrolio per 600 mila barili al giorno, il doppio di quanto viene fornito oggi, e Putin non esclude di salire a 900 mila barili. Nel mese in corso, inoltre, la Cina ha mosso i primi passi per rendere convertibile lo yuan renminbi, preparandone così l’ascesa a valuta internazionale di riserva e di scambio. Infine, la Cina, insieme alla Russia e agli altri Paesi del Brics, ha annunciato la costituzione di una banca di sviluppo mondiale per finanziare progetti di sviluppo a Paesi emergenti. Tutto questo minaccia il controllo dell’imperialismo occidentale sui flussi finanziari e delle materie prime energetiche.

È molto difficile fare previsioni o delineare scenari, valutando se esiste la possibilità che le tensioni che si vanno accumulando possano sfociare in una guerra globale e dispiegata tra grandi potenze. Esistono molte variabili da considerare (tra le quali il ruolo della Germania) e non è compito di questo articolo farlo. Il punto da considerare è che anche noi siamo già in guerra. L’Italia negli ultimi anni è stata impegnata in Iraq, in Afghanistan e in Liba e rischia, per il ruolo internazionale che la sua classe dirigente ha deciso di assumere, di essere coinvolta sempre di più nell’escalation bellica. È a questo proposito che l’esperienza storica della socialdemocrazia dinanzi alla prima guerra mondiale dovrebbe essere di ammaestramento. Nonostante le previsioni di Engels, l’impegno eroico di leader come Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Jean Jaurés, assassinato da un nazionalista il 31 luglio 1914, e l’impegno della II Internazionale dei lavoratori al congresso del 1912 di lottare contro la guerra, i maggiori partiti socialisti, soprattutto quelli tedesco e francese, si accodarono ai rispettivi imperialismi.

Solo una minoranza rimase salda sulle posizioni dell’Internazionale, in particolare la componente bolscevica della socialdemocrazia russa, che riuscì addirittura a trasformare il disastro della guerra in punto di partenza per la costruzione del primo vero tentativo di stato socialista della Storia. La lotta contro la pace non è un fatto solo etico o morale, come pure è giusto che sia, ma deve tradursi in termini politici e sociali. La lotta per la pace non può che essere una lotta contro l’imperialismo e, in primo luogo, contro il proprio imperialismo e per un modello di società alternativo a quello capitalistico.

Eni, i lavoratori di Gela assediano Montecitorio nel giorno dello sciopero generale | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

I lavoratori dell’Eni sotto palazzo Chigi.A suo modi il presidio che si sta tenendo in queste ore davanti ai “palazzi del potere”, tra Montecitorio e il Consiglio dei ministri, può essere considerato un evento storico. Primo, perché oggi è proprio il giorno dello sciopero generale (proclamato da Cgil, Cisl e Uil; con adesioni al 90%) di tutto il gruppo che, lo ricordiamo ancora è per la gran parte di proprietà dello Stato italiano; secondo, perché se anche i dipendenti di una multinazionale così potente scendono in piazza per far valere i loro diritti vuol dire che la crisi sta erodendo tutti i margini della cosiddetta “pace sociale”. La protesta di oggi è contro la chiusura di tre raffinerie, e in particolare quella di Gela, da dove è giunta fino a Roma una mega delegazione di più di trecento lavoratori. Una partita presa in mano direttamente dai tre leader Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.

I sindacati denunciano le posizioni recentemente rese note dal gruppo petrolifero italiano sul blocco degli investimenti, le scelte di ridimensionamento degli asset industriali, occupazionali e della politica energetica del gruppo in Italia. “Con Descalzi e Renzi senza pane sotto i denti” e “Renzi-Descalzi: il primo cerca occupazione, il secondo crea disoccupazione”, si può leggere sui manifesti dei manifestanti.
Sette i pullman partiti da Gela, con a bordo non solo lavoratori chimici, edili e metalmeccanici, ma anche rappresentanti del consiglio comunale di Gela. Sulla vertenza, e’ previsto un incontro al ministero dello sviluppo economico. Per Michele Pagliaro, segretario generale della Cgil Sicilia, e’ “un banco di prova per il governo nazionale”.

Ieri a Gela c’è stata una intensa giornata di mobilitazione, con i lavoratori dell’Eni e dell’indotto del petrolchimico che da settimane presidiano lo stabilimento, supportati dai tantissimi cittadini che si sono riversati per le strade della città. Tra gli altri, presente anche la Fiom, che ha dato pieno sostegno alla lotta. “La richiesta che su tutte i lavoratori avanzano, rileva Sergio Bellavita, della Fiom, “è che la vertenza sia una, nessuno deve rimanere indietro, non ci deve essere nessuna differenza di trattamento tra i lavoratori diretti dell’Eni e di quelli dell’indotto”. La delegazione della Fiom nazionale, con in testa il segretario generale, Maurizio Landini, ha assunto questa richiesta come punto irrinunciabile della vertenza”. Per Bellavita, “dobbiamo salvare l’insediamento produttivo, l’occupazione, il lavoro e l’ambiente. Avanti con la lotta, sino a costringere Eni a fare un passo indietro”.”La decisione di Eni di dismettere il petrolchimico di Gela rischia di avere ripercussioni sociali drammatiche in un territorio già fortemente provato da una grave crisi occupazionale”, sottolinea Leoluca Orlando, presidente dell’Anci Sicilia, che aggiunge: “Come Associazione dei Comuni, lanciamo un appello al Governo nazionale affinchè si intervenga tempestivamente”. Secondo Orlando bisogna avviare “subito un processo di pianificazione delle politiche di sviluppo locale, consapevoli del fatto che la questione relativa alla paventata chiusura della raffineria non possa limitarsi a un mero confronto tra azienda e lavoratori sugli assetti occupazionali, ma è una questione che coinvolge l’intera comunità di Gela e del comprensorio che – conclude il presidente di AnciSicilia – rischia di pagare a causa di ‘esigenze di mercato’ e ‘strategie aziendali’ costi sociali ed economici devastanti”.