GIU’ LE ARMI E FUORI LA GUERRA DALLA STORIA da: udi catania

GIU’ LE ARMI E FUORI LA GUERRA DALLA STORIA

 

Riprendiamo lo slogan di Bertha Von Suttner, grande pacifista europea dimenticata, unito a quello che Lidia Menapace ha coniato quasi trent’anni fa, probabilmente alla prima grande assemblea delle Donne in nero, e cominciamo con le parole di un poeta:

Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. […] la nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.

E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi. Parlino dunque.” Così scriveva Franco Lattes Fortini, italiano, ebreo, su Il manifesto nel maggio 1989.

Oggi l’intero articolo è in appendice alla ristampa del 2002 (Quodlibet) dello straordinario testo: I cani del Sinai, pubblicato la prima volta nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi.

Citiamo le sue parole perché non vogliamo esibire compianto per i morti o esecrazione per gli assassini. Sono sentimenti che non ci bastano più, e da troppo tempo.

Vogliamo appellarci alla responsabilità di chi è cittadino, di chi esercita il diritto di deporre il suo voto per decidere del bene comune e ai governi legittimati da quel voto e quindi doppiamente responsabili per il grande potere da ognuno affidato alle loro mani.

Soprattutto vogliamo appellarci alle cittadine, incluse nella responsabilità civile da meno di un secolo, depositarie di un diritto di voto conquistato da altre donne che l’hanno radicato in una pressante richiesta di pace e giustizia, a differenza degli uomini che l’hanno fondato su proprietà e armi.

In questa differenza di intenti e pratiche, di sentimenti e orizzonti noi riconosciamo l’ascendenza politica di cui vogliamo lasciare testimonianza ed eredità a donne e uomini.

Non ci appelliamo alle donne per una comune condizione come nel passato, ma per quella storia di pensiero e lotta che ci ha regalato le libertà di cui ora possiamo disporre, quella libertà che oggi rende visibili anche le differenze tra noi e quindi le diverse responsabilità.

Ci appelliamo per questo alle donne che sono al governo, alle donne che siedono in parlamento, alle donne che possiedono e amministrano beni, capitali, produzione, che esercitano un potere di azione e visibilità politica.

Chiediamo che escano dall’omologazione alle pratiche tradizionalmente maschili della politica dentro le quali rischiano una cooptazione complice di tutto.

Se il peggio continua ad accadere ben oltre ogni nostra immaginazione, anche il meglio ha la stessa possibilità. Se vediamo con orrore intelligenza energia denaro sprecati a sostegno della guerra, sappiamo con certezza che c’è una grande riserva di competenze, risorse, creatività politica che possono costruire la pace.

Che ognuna faccia la sua parte per uscire da ogni piccola/grande complicità.

Chiediamo alle donne di governo di misurarsi con questa impresa e per aver svolto un dovere ne avranno anche merito.

Rosangela Pesenti UDI

Le forzature pericolose di Napolitano Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Accet­tando a malin­cuore il sacri­fi­cio del secondo man­dato che aveva sin lì sde­gno­sa­mente escluso ma che con­si­de­rava un far­dello impo­sto dall’amor di patria, Gior­gio Napo­li­tano disse: resto al Colle per le riforme, me ne andrò non appena si saranno varate. Il suo con le «riforme» è un legame indi­strut­ti­bile, tanto che si potrebbe par­lare di una pre­si­denza a pro­getto. Ma que­sta endiadi sta pro­du­cendo mostri, e spin­gendo il pre­si­dente sem­pre più lon­tano dal ruolo super par­tes, di organo di garan­zia, asse­gnato dalla Costi­tu­zione al capo dello Stato.

L’esca­la­tion di que­sti giorni è impres­sio­nante e non può non destare allarme. Solo una ven­tina di giorni fa, pur sol­le­ci­tando il Senato a comin­ciare final­mente l’esame di una «riforma» defi­nita «sem­pre più urgente» e «matura» e chissà per­ché «vitale», Napo­li­tano aveva assi­cu­rato di non volere «entrare nel merito» del con­fronto sul supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto. Le ultime prese di posi­zione sono di tutt’altro segno. Riscon­trata la deter­mi­na­zione a resi­stere dei cri­tici del dise­gno «rifor­ma­tore» e delle fronde interne agli stessi par­titi che dovreb­bero garan­tirne la rapida appro­va­zione, il pre­si­dente non si è più tenuto. Prima ha bol­lato come «spet­tri» quelli agi­tati da quanti scor­gono il rischio di derive auto­ri­ta­rie (non siamo alle «allu­ci­na­zioni» della cor­tese mini­stra, ma poco ci manca). Poi si è rifiu­tato di rice­vere i sena­tori che bus­sa­vano alle porte del Qui­ri­nale per denun­ciare lo scon­cio di un con­tin­gen­ta­mento impo­sto a dispetto di quella Costi­tu­zione che, pure, egli ha il com­pito di custodire.Il fatto è che, pro­prio come il governo, il pre­si­dente giura sulla bontà del pro­getto ren­ziano e ber­lu­sco­niano di un Senato non elet­tivo ma con fun­zioni costi­tu­zio­nali, iper-maggioritario (i 95 sena­tori saranno scelti a mag­gio­ranza da assem­blee regio­nali a loro volta elette col mag­gio­ri­ta­rio) e nel quale il suo suc­ces­sore disporrà di un suo per­so­nale gruppo par­la­men­tare (potendo nomi­nare cin­que sena­tori per la durata del pro­prio settennato).

C’è di che tra­se­co­lare, anche solo con­si­de­rando il con­te­nuto di que­sta «riforma» costi­tu­zio­nale det­tata dal governo, e il suo più per­verso effetto indiretto.

Anche gra­zie al gene­roso pre­mio pre­vi­sto dall’Italicum, l’abbassamento della soglia richie­sta per l’elezione del capo dello Stato per­met­terà al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva – quindi al governo – di eleg­gersi il suo pre­si­dente, quindi di con­trol­lare Con­sulta e Csm. Con uno scopo evi­dente, che è poi lo stesso che ispira la legge elet­to­rale ideata da Renzi e Berl<CW-26>usconi e la nuova disci­plina del refe­ren­dum popo­lare: porre il sistema costi­tu­zio­nale alla mercé del governo, taci­tando le mino­ranze (anzi esclu­den­dole del tutto dalla rap­pre­sen­tanza) e impe­dendo alla cit­ta­di­nanza di inter­ve­nire (di inter­fe­rire) nella for­ma­zione delle deci­sioni. Ovvia­mente que­sta scelta di campo scon­certa e pre­oc­cupa. Non di «spet­tri» si tratta, ma della con­creta minac­cia di una muta­zione gene­tica della forma par­la­men­tare di governo, che viene assu­mendo mar­cati tratti auto­ri­tari e popu­li­stici. Ma il pro­blema non è sol­tanto né prin­ci­pal­mente que­sto. Le cose non sareb­bero meno gravi se le «riforme» in discus­sione fos­sero accet­ta­bili e per­sino ottime.

La que­stione cru­ciale è di ordine costi­tu­zio­nale. Può un pre­si­dente far pesare le pro­prie per­so­nali valu­ta­zioni di merito? Può egli entrare nell’ambito dell’attività e fun­zione sta­tuale che attiene all’indi­rizzo poli­tico, quindi alle pre­ro­ga­tive pro­prie di par­la­mento e governo? La domanda è reto­rica: natu­ral­mente non può. E sic­come non è la prima volta che Napo­li­tano com­pie que­sta scelta ecce­dendo i limiti della pro­pria fun­zione, è venuto il momento di riflet­tere e di chie­dersi – fuori da ogni tabù – per­ché lo fa, e anche che cosa rischia di discenderne.

Forse i pre­ce­denti ci aiu­tano a capire. Fummo in molti, in occa­sione delle dimis­sioni del governo Ber­lu­sconi nell’autunno 2011, a scor­gere una for­za­tura nell’insediamento di Monti alla guida di quello che inso­spet­ta­bili espo­nenti di parte «demo­cra­tica» vol­lero chia­mare «governo del pre­si­dente». Si poteva discu­tere. Ma di certo una for­za­tura grave ebbe luogo pochi mesi dopo (marzo 2012), quando Napo­li­tano entrò a gamba tesa nel dibat­tito sulla «riforma» dell’art. 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori per­pe­trata dalla mini­stra For­nero. Per soste­nerla ener­gi­ca­mente con­tro il fronte sin­da­cale, e in sostanza can­cel­lare la garan­zia del rein­te­gro del licen­ziato senza giu­sta causa, sim­bolo dei diritti e delle tutele della sicu­rezza e della dignità dei lavoratori.

Un altro epi­so­dio per dir così incre­scioso, che ha rischiato di inne­scare un duro scon­tro isti­tu­zio­nale, si è veri­fi­cato lo scorso marzo, quando, in qua­lità di pre­si­dente del Con­si­glio supremo di difesa, Napo­li­tano ha cer­cato di estro­met­tere il par­la­mento dalle deci­sioni rela­tive alla maxi-commessa degli F-35, nono­stante una legge del 2012 (da lui con­tro­fir­mata) affidi alle Camere il con­trollo sulla spesa mili­tare. In que­sti due casi emble­ma­tici (ma gli esempi potreb­bero mol­ti­pli­carsi) non si tratta di «riforme» costi­tu­zio­nali o elet­to­rali come quelle ora pro­pu­gnate dal governo Renzi e soste­nute a spada tratta dal pre­si­dente. Ma alla base degli inter­venti esor­bi­tanti di quest’ultimo vige una coe­renza essen­ziale, e squi­si­ta­mente politica.

È dif­fi­cile non rile­vare che Napo­li­tano inter­viene quando sente minac­ciata la tra­sfor­ma­zione del paese in chiave «euro­pea», il che oggi signi­fica ame­ri­cana o, più pre­ci­sa­mente, ame­ri­ca­ni­sta, poi­ché gli Stati Uniti sono in que­sto discorso un modello defi­nito ad hoc. Un modello che si incen­tra su pochi assi car­di­nali: il pri­mato dell’impresa e del «libero mer­cato»; la gover­na­bi­lità (cioè l’adozione di un sistema bipo­lare o bipar­ti­tico basato sulla con­nes­sione diretta elezione-governo); il «rigore» nella gestione della finanza pub­blica (che si tra­duce nella secca e cre­scente ridu­zione della spesa pub­blica e nella com­pres­sione dei diritti sociali); e, natu­ral­mente, la lealtà asso­luta, «senza se e senza ma», alla Nato e ai suoi piani mili­tari. È dif­fi­cile non vedere tutto que­sto, come è impos­si­bile non cogliere una con­ti­nuità di lungo periodo che salda le azioni del Napo­li­tano pre­si­dente alle sue bat­ta­glie di lungo periodo, com­bat­tute già nel Pci, con­tro l’anomalia ita­liana – la pre­senza di una radi­cata forza e cul­tura comu­ni­sta, di un forte movi­mento sin­da­cale di classe, di una con­so­li­data pra­tica della par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica di massa – nel con­sesso delle potenze atlantiche.

Ma quelle bat­ta­glie, legit­time dalle file di un par­tito, il pre­si­dente non può e non dovrebbe più per­met­ter­sele. Che lo fac­cia è gra­vis­simo, non sol­tanto per le con­se­guenze imme­diate dei suoi atti, ma anche per la dege­ne­ra­zione del ruolo che rico­pre. Sul punto la Costi­tu­zione è stata for­te­mente sol­le­ci­tata negli ultimi decenni. Ha influito per­sino una figura cari­sma­tica come quella di Per­tini. A stra­vol­gere le regole provò Cos­siga, che venne tut­ta­via fer­mato. Anche il pro­ta­go­ni­smo di Scal­faro fu una novità, solo in parte giu­sti­fi­cata dai grandi muta­menti seguiti alla cesura sto­rica del 1989–91. Oggi la mag­giore respon­sa­bi­lità di Napo­li­tano sta nell’avere esa­spe­rato la ten­denza alla poli­ti­ciz­za­zione del pro­prio ruolo, oltre che nell’assecondare la cor­ru­zione della forma par­la­men­tare di governo verso la fin­zione dell’elezione diretta dell’esecutivo. Nel qua­dro di un ordi­na­mento che ciò non pre­vede e che ne risulta quindi scom­pen­sato e gra­ve­mente squilibrato.

C’è, a que­sto punto, da spe­rare che gli eccessi degli ultimi giorni aprano final­mente gli occhi a molti, un po’ come sta acca­dendo con le «riforme» ren­ziane che Napo­li­tano cal­deg­gia ma di cui viene emer­gendo sem­pre più chia­ra­mente la ratio anti­de­mo­cra­tica. Per­ché que­sto avvenga biso­gna che un sus­sulto scuota anche il corpo largo dei par­titi mag­giori, non sol­tanto le mino­ranze dis­si­denti, alle quali va comun­que il plauso per la bat­ta­glia che stanno con­du­cendo. Che ciò accada oggi è dif­fi­cile, a ragion veduta quasi impos­si­bile; ma non si sa mai. Le strade della virtù civile non sono infi­nite come quelle della prov­vi­denza, ma nem­meno si può esclu­dere che alla fine respon­sa­bi­lità e dignità prevalgano.

L’estate dei “No Tav” non prevede vacanze Fonte: Il Manifesto | Autore: Mauro Ravarino

La bat­ti­tura delle reti del can­tiere è ini­ziata da un pezzo. Un ritmo inces­sante, sem­pre uguale, che rim­bomba nei boschi. Dall’altra parte della recin­zione, la poli­zia blocca il pas­sag­gio del cor­teo che si divide in due. Un gruppo di No Tav appende una ban­diera pale­sti­nese alla grata. Nero, bianco e verde e il trian­golo rosso sulla sini­stra. Non è solo un gesto di soli­da­rietà, ma un gemel­lag­gio ideale con una popo­la­zione che sof­fre da troppo tempo: «Siamo entrambi in lotta, ma per for­tuna il nostro cielo è libero da bombe e mis­sili», sot­to­li­nea Nico­letta Dosio, uno dei volti più noti del movimento.

Que­sta è forse l’immagine sim­bolo della mar­cia popo­lare No Tav che ieri da Gia­glione a Chio­monte ha attra­ver­sato i boschi della val Cla­rea. Un ser­pen­tone cor­poso – qual­che migliaio di per­sone – e, come da tra­di­zione, ete­ro­ge­neo per età ed estra­zione sociale. Ancora una volta, la Val di Susa ha ripe­tuto il suo «no» alla Torino-Lione e un altro «no» alla cri­mi­na­liz­za­zione del movi­mento: «La Val­susa paura non ne ha», è stato lo slo­gan più get­to­nato. Ma soprat­tutto è emersa la voglia di riba­dire la buona salute di un movi­mento più che ventennale.

A Ser­gio Chiam­pa­rino, pre­si­dente della Regione Pie­monte, che aveva detto «basta con la reto­rica del popolo No Tav buono e paci­fico», gli atti­vi­sti hanno rispo­sto: «Si ras­se­gni Chiam­pa­rino. Il popolo No Tav non ha mai smesso di lot­tare e non smet­terà di farlo». Pre­senti in mar­cia diversi con­si­glieri e par­la­men­tari del M5S, tra cui Marco Sci­bona, Laura Castelli e Ivan Della Valle: «La mani­fe­sta­zione paci­fica di oggi è la migliore rispo­sta alle far­ne­ti­ca­zioni di Chiam­pa­rino. Migliaia di cit­ta­dini che mar­ciano insieme per far valere i pro­pri diritti. È que­sto il vero volto del movi­mento No Tav. Adesso chi rac­conta fal­sità sulla Val di Susa e su coloro che la difen­dono deve fare i conti con la realtà».

A metà per­corso, prima del tor­rente Cla­rea, il cor­teo si è diviso in due, a causa del blocco deciso dalle forze dell’ordine. Un gruppo di atti­vi­sti è rima­sto in basso a pre­si­diare le recin­zioni e a bat­tere sulle grate. Lo spez­zone più grande ha pro­se­guito il tra­gitto, arram­pi­can­dosi lungo il sen­tiero che sale verso Ramat in dire­zione Chio­monte. Alcuni No Tav del primo pre­si­dio hanno supe­rato i jer­sey, posti dalla poli­zia, e si sono sdra­iati davanti alle forze dell’ordine schie­rate in assetto anti­som­mossa. «Via, via. La Val­susa non vi vuole. Rispet­tate l’articolo 11 della Costi­tu­zione, non por­ta­teci la guerra qui tra le montagne».

Turi Vac­caro, paci­fi­sta di lunga data, ha improv­vi­sato un bal­letto davanti agli agenti. Le ban­diere con il treno cro­ciato e quelle pale­sti­nesi si sono mischiate attorno alle reti, a testi­mo­niare un legame non estem­po­ra­neo. Pochi giorni fa a Bus­so­leno si è svolto un pre­si­dio per Gaza orga­niz­zato dai No Tav e dalla comu­nità araba locale.

La seconda parte del cor­teo ha costeg­giato e supe­rato il can­tiere della Mad­da­lena, dove si sta rea­liz­zando un cuni­colo esplo­ra­tivo della Torino-Lione, arri­vando così in loca­lità Garella, a Chio­monte. Nei boschi della Cla­rea è stata posta una targa in memo­ria di Guc­cio, No Tav e com­pa­gno dei col­let­tivi mila­nesi, morto sui­cida lo scorso inverno.

L’estate No Tav con­ti­nua con il cam­peg­gio che quest’anno non è più a Chio­monte ma a Venaus. L’opposizione all’opera resta alta anche al di là delle Alpi. François-Michel Lam­bert, depu­tato verde e vice pre­si­dente della «Com­mis­sione svi­luppo soste­ni­bile e pia­ni­fi­ca­zione» dell’Assemblea nazio­nale fran­cese, ha recen­te­mente dichia­rato: «Que­sta fol­lia eco­no­mica costa 2 volte più cara del tun­nel sotto la Manica, anche se tra­sporta 3 volte meno merci e 14 volte meno pas­seg­geri. Lo sapete che con solo il 10% dei finan­zia­menti asse­gnati alla Torino-Lione saremmo in grado di moder­niz­zare tutti i treni merci del nostro paese? Pos­siamo dav­vero per­met­terci di spen­dere oggi 26 miliardi di euro anche se c’è già una linea fer­ro­via­ria che segue esat­ta­mente lo stesso per­corso e che pos­siamo rin­no­vare a un costo 100 volte meno caro?».

La polizia di Tel Aviv: «Netanyahu sapeva che i 3 ragazzi erano stati uccisi subito, e non da Hamas» Fonte: Il Manifesto | Autore: Chiara Cruciati

Crolla il castello di carte di Ben­ja­min Neta­nyahu. A sof­fiarci su è la sua stessa poli­zia. Due giorni fa il por­ta­voce della poli­zia israe­liana, Micky Rosen­feld, avrebbe rive­lato alla Bbc che la lea­der­ship di Hamas non è stata coin­volta nel rapi­mento e l’uccisione dei tre coloni, Naf­tali Fraen­kel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah, il 12 giu­gno scorso. Die­tro l’azione, una cel­lula sepa­rata che ha agito da sola.

A rive­larlo è Jon Don­ni­son in una serie di tweet in cui il cor­ri­spon­dente della Bbc riporta le dichia­ra­zioni di Rosen­feld: «Il por­ta­voce mi ha detto che gli uomini che hanno ucciso i tre coloni israe­liani sono una cel­lula sepa­rata, affi­liata ad Hamas, ma non ope­rante sotto la sua lea­der­ship. Ha anche detto che se il rapi­mento fosse stato ordi­nato dai lea­der di Hamas, lo avreb­bero saputo prima».

Dichia­ra­zioni che minano alla base la cam­pa­gna puni­tiva lan­ciata dal governo israe­liano e l’offensiva con­tro Gaza. «Sono stati rapiti e uccisi a san­gue freddo da ani­mali – disse dopo il ritro­va­mento dei tre corpi il pre­mier – Hamas è respon­sa­bile e Hamas pagherà». Ben prima era comin­ciata una duris­sima ope­ra­zione mili­tare con­tro Cisgior­da­nia e Gaza, subito dopo la scom­parsa dei tre nei pressi di una colo­nia vicino al vil­lag­gio pale­sti­nese di Halhul, alle porte di Hebron. Il governo di Tel Aviv accusò imme­dia­ta­mente Hamas, nono­stante il movi­mento abbia da subito negato qual­siasi coin­vol­gi­mento. In due set­ti­mane, fino al 30 giu­gno, giorno del ritro­va­mento dei tre corpi a poca distanza dal luogo del rapi­mento, 7 pale­sti­nesi sono stati uccisi, oltre 550 sono finiti in manette (molti dei quali rila­sciati nell’autunno 2011 con l’accordo Sha­lit), per­qui­si­zioni, per­messi di lavoro riti­rati, raid nei vil­laggi. E bom­bar­da­menti, i primi, iso­lati, con­tro la Striscia.

Un’operazione che Israele giu­sti­ficò con la neces­sità di ritro­vare vivi i tre coloni. Eppure il governo israe­liano, lo Shin Bet (i ser­vizi segreti) e l’esercito sape­vano – dicono diversi gior­na­li­sti – fin dal primo giorno che i tre erano già stati uccisi. La sera del rapi­mento uno di loro chiamò il numero di emer­genza della poli­zia chie­dendo aiuto. Durante la tele­fo­nata, regi­strata, si sen­tono degli spari e qual­cuno gri­dare «ne abbiamo tre». I tre coloni erano già morti. E Israele ne era cono­scenza. Subito il governo ha impo­sto il silen­zio stampa ai media israe­liani e lan­ciato una bru­tale cam­pa­gna di pro­pa­ganda, sia all’estero che in casa, con­tro il movi­mento isla­mi­sta. Nei gior­nali e le tv non sono pas­sate noti­zie fon­da­men­tali, come il ritro­va­mento dell’auto con cui i tre coloni erano stati por­tati via e all’interno della quale erano state tro­vate tracce di san­gue. Intanto, fuori dalle stanze dei bot­toni, si infiam­mava la rab­bia della società israe­liana e si innal­za­vano a livelli incon­trol­la­bili i tassi di vio­lenza e raz­zi­smo anti-arabo, con­tem­po­ra­nea­mente al grado di con­senso del pre­mier Netanyahu.

Impos­si­bile per Tel Aviv lasciarsi scap­pare una simile occa­sione: libe­rarsi di Hamas, giu­sti­fi­can­dola con un atto tanto bru­tale, e sca­ri­care la colpa per il fal­li­mento dei nego­ziati di pace sulla con­tro­parte pale­sti­nese. In realtà, hanno rive­lato fonti mili­tari dopo il lan­cio dell’operazione Bar­riera Pro­tet­ti­va­con­tro Gaza, i gene­rali dell’esercito ave­vano sul tavolo da almeno due mesi il piano di attacco con­tro la Stri­scia. E Hamas? Dif­fi­cile cre­dere che abbia ordito l’operazione, con­sa­pe­vole che avrebbe pro­vo­cato una rea­zione in grado di far crol­lare il pro­cesso di ricon­ci­lia­zione nazio­nale con Fatah. Al momento del rapi­mento, il movi­mento isla­mi­sta viveva una pro­fonda crisi poli­tica ed eco­no­mica: iso­lato dal resto del mondo arabo, privo dei finan­zia­menti e della legit­ti­mità poli­tica che gli garan­tiva l’Egitto del pre­si­dente isla­mi­sta Morsi, inca­pace per­fino di pagare gli sti­pendi dei dipen­denti pub­blici di Gaza, Hamas aveva estremo biso­gno del governo di unità nazio­nale con il rivale Fatah. A livello poli­tico, il rapi­mento dei tre coloni sarebbe stato un suicidio.

Se l’opinione pub­blica israe­liana non ha mai voluto met­tere in discus­sione le scelte del pro­prio governo, beven­dosi bugie e omis­sioni, una pic­co­lis­sima fetta della società israe­liana non è rima­sta in silen­zio. Nei giorni scorsi sono state tante le mani­fe­sta­zioni di pro­te­sta a Tel Aviv, Jaffa e Haifa con­tro i mas­sa­cri in corso a Gaza. Migliaia di per­sone in strada, fino a ieri: il movi­mento paci­fi­sta israe­liano ha orga­niz­zato una grande pro­te­sta a Tel Aviv che la poli­zia ha ten­tato di impe­dire. «Le forze di sicu­rezza hanno bloc­cato i bus da Haifa e Geru­sa­lemme, chiuso le strade e minac­ciato di arre­stare chiun­que vi prenda parte – ci dice al tele­fono uno degli atti­vi­sti israe­liani – Andremo comun­que, vediamo cosa suc­cede. La giu­sti­fi­ca­zione che hanno dato è il peri­colo di mis­sili». Alle 20, ieri sera, erano già 3.000 i paci­fi­sti in marcia.

La fatica di essere ebreo e difendere il popolo palestinese | Fonte: Il Manifesto | Autore: Stefano Sarfati Nahmad

Avrei voluto cele­brare la capa­cità d’integrazione e con­vi­venza di due cul­ture in uno Stato che sia da esem­pio in tutto il Medio Oriente, mi sarebbe pia­ciuto andare a Geru­sa­lemme, dalla Porta di Jaffo pren­dere un bus per Ramal­lah, girare per mer­ca­tini e poi, seduto al tavo­lino di un bar, sor­seg­giando un caffè al car­da­momo, scri­vere e rac­con­tare di un mondo di vil­laggi pale­sti­nesi e kib­butz che con­tri­bui­scono allo svi­luppo di una cul­tura e un’economia che sommi la memo­ria e l’esperienza del pas­sato con il dina­mi­smo e la voglia di futuro; avrei voluto poter andare con pia­cere a tro­vare i miei parenti a Tel Aviv, (i miei nonni scel­sero l’Europa, i loro scel­sero la Pale­stina), farmi stu­pire dalle gal­le­rie d’arte, dai grat­ta­cieli, dalle strade pedo­nali piene di bei negozi espres­sione dell’incontro di diverse cul­ture quella di ori­gine euro­pea e quella pale­sti­nese, così come Ber­lino agli inzi del ‘900 lo era per l’incontro della cul­tura ebraica e quella tedesca.

Pur­troppo dalla Guerra dei sei giorni del 1967, le cose sono andate diver­sa­mente: Israele stra­vinse e l’euforia si impa­dronì degli israe­liani sen­ten­dosi «a casa» a Geru­sa­lemme e nel resto dei ter­ri­tori pale­sti­nesi che da allora furono, e tut­tora sono, Ter­ri­tori Occu­pati. Tra poco saranno 50 anni di occu­pa­zione (l’Italia è stata occu­pata dai tede­schi un anno e mezzo e ancora oggi se si disputa la par­tita di cal­cio Ita­lia Ger­ma­nia sem­bra di sen­tirne l’eco), in que­sti decenni i pale­sti­nesi hanno pro­vato a ribel­larsi ma la schiac­ciante supe­rio­rità mili­tare israe­liana li ha sem­pre sof­fo­cati con la forza delle armi. Eppure, una delle armi più potenti che ha con­sen­tito lo Stato di Israele di por­tare avanti que­sta poli­tica, non è mili­tare bensì di natura sim­bo­lica: essendo nato all’indomani della Shoah, è sem­pre stato iden­ti­fi­cato come uno stato «vit­tima». Inol­tre l’antipatia del mondo occi­den­tale verso il mondo arabo, lo ha iden­ti­fi­cato come un popolo aggres­sivo a cui è stato asso­ciato il ter­mine «ter­ro­ri­sta» in par­ti­co­lare dopo l’undici set­tem­bre 2001. La sto­ria del con­flitto israelo-palestinese è pieno di que­sti slit­ta­menti seman­tici che hanno celato la verità dei fatti sul ter­reno. Quando noi Ebrei Con­tro l’Occupazione nel 2001 abbiamo ini­ziato a pren­dere posi­zione a favore dei pale­sti­nesi, abbiamo tro­vato forti resi­stenze alla nostra «nar­ra­zione» non solo nel mondo ebraico ita­liano, ma anche nella poli­tica ita­liana, com­presa una buona parte della sini­stra (il Mani­fe­sto è stato uno dei pochis­simi gior­nali ad averci dato spa­zio), e il motivo è pro­prio che essa nar­ra­zione non si adat­tava all’immagine del con­flitto nel senso comune.

La mia sen­sa­zione è che oggi qual­cosa sia cam­biato. Sarà che ormai l’immagine di Israele vit­tima è troppo logo­rata dalle foto e dai video di morte e distru­zione che quo­ti­dia­na­mente stanno arri­vando, ma l’aria che tira secondo me è diversa. Mi ha molto col­pito una let­tera di un let­tore del quo­ti­diano Metro del 21 luglio dal titolo: «Fra­telli ebrei cosa vi suc­cede?» che a un certo punto, rivol­gen­dosi appunto agli ebrei, scrive: «I vostri cuori sono tanto indu­riti da non avver­tire le carni dei mar­tiri bru­ciare, non sen­tire il sin­ghiozzo spa­ven­tato dei bam­bini, non vedere il ter­rore di un popolo ridotto alla fame e alla fuga su car­retti trai­nati da somari abban­do­nando alle spalle quat­tro stracci di ricordi e brani di corpi spez­zati dalle bombe a grap­polo?». Que­sta let­tera mi ha fatto sen­tire intrap­po­lato: caro Clau­dio, a chi ti stai rivol­gendo? A me che mi sono aper­ta­mente schie­rato e insieme ai miei com­pa­gni sono sfi­lato in una mani­fe­sta­zione con tanto di stri­scione «Ebrei con­tro l’occupazione» a fianco dei pale­sti­nesi? Ti stai rivol­gendo a que­gli ebrei che in Ita­lia e nel mondo hanno sem­pre e incon­di­zio­na­ta­mente preso le difese di Israele? Parli agli israe­liani, o escludi quelli che hanno fatto obie­zione di coscienza? Apprezzo che parli col cuore in mano e senza paura ma per favore non cadere anche tu nella trap­pola dell’identità che mette tutta l’erba in un solo fascio.

Sì, il mio cuore è sicu­ra­mente indu­rito, fac­cio fatica a fre­quen­tare amici ebrei per non dover toc­care «l’argomento», non vado in Israele, e ora toc­cherà anche difen­derli da un sen­ti­mento cre­scente di odio che per­so­naggi in cerca di argo­menti vanno fomentando.