ANPI new 130

Contrariamente a quanto indicato martedì scorso, anticipiamo ad oggi il numero 130 di ANPInews poiché abbiamo necessità di trasmettervi una notizia importantissima, due documenti della Segreteria Nazionale ANPI su vicende altrettanto importanti (Gaza e riforme costituzionali) e una breve nota del Presidente Smuraglia su quanto accaduto ieri in Senato nella discussione sulle riforme costituzionali.

 

L’occasione ci è propizia, quindi, per augurarvi serene ferie. Riprenderemo le pubblicazioni della newsletter in settembre.

 

LA REDAZIONE

 

ANPINEWS N.130

Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

A cosa stai pensando?
Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

Non posso assolutamente tacere di fronte al fatto che al Senato si sia deciso di imporre la cosiddetta “ghigliottina” sulla discussione in atto sulla riforma del Senato, fissando il voto conclusivo, quale che sia lo stato dei lavori a quel momento, all’8 agosto.
È un fatto che considero molto grave (non ho tempo né modo di concordare queste dichiarazioni con la Segreteria e quindi me ne assumo la personale responsabilità), che dimostra ancora una volta che non si è compreso che la Costituzione e le norme che tendono a modificarla non sono leggi come le altre, ma fanno parte di quel complesso normativo che è la base di tutto il sistema e della stessa convivenza civile.

Se la Costituzione impone maggioranze molto qualificate per l’approvazione delle modifiche, se vuole due letture consecutive da parte di ogni Camera, se prevede che tra la prima e la seconda lettura ci deve essere uno spazio “di riflessione” di tre mesi, questo significa che si vuole una discussione approfondita, su tutti i temi, che ciascuno possa riflettere, decidere, votare (anche secondo coscienza), che vi sia dibattito, confronto e meditazione. Non è concepibile imporre, in questo contesto, una “tagliola”, fissare dei tempi stretti e inderogabili per l’approvazione. Altrimenti, sarebbe vanificato proprio lo sforzo del legislatore costituente di fissare quella serie di regole che ho indicato prima.

La “ghigliottina” è strumento delicato ed eccezionale per qualsiasi legge; ma, a mio parere, è addirittura improponibile ed inammissibile per leggi di modifica costituzionale.
Si obietta che ci sono moltissimi emendamenti e c’è chi fa l’ostruzionismo. La risposta è facile: nella prassi parlamentare sono notissimi anche gli strumenti più volte adottati, nel tempo, per contrastarlo; ma sono strumenti tipicamente collegati ad una prassi “ordinaria”, totalmente diversi dalla ghigliottina, che è – e resta – strumento eccezionalissimo e in ogni caso mai applicabile alle modifiche costituzionali. Perché, dunque, ricorrere proprio allo strumento peggiore e inammissibile (nel caso specifico), in una materia così delicata?

Davvero, gli spazi della democrazia, in questo modo, si riducono ancora una volta, tanto più che stiamo parlando di un provvedimento di riforma costituzionale che, inusualmente per questa materia, proviene dal Governo e di una data che per primo ha fissato il Presidente del Consiglio, dunque di un passivo adeguamento almeno di alcuni gruppi parlamentari alla volontà
dell’esecutivo.
Tutto questo non va bene, non è assolutamente accettabile e delinea prospettive, per il futuro, quanto mai preoccupanti.

Il presidente Carlo Smuraglia: Note urgenti sulla riforma del Senato

Non posso assolutamente tacere di fronte al fatto che al Senato si sia deciso di imporre la cosiddetta “ghigliottina” sulla discussione in atto sulla riforma del Senato, fissando il voto conclusivo, quale che sia lo stato dei lavori a quel momento, all’8 agosto.
È un fatto che considero molto grave (non ho tempo né modo di concordare queste dichiarazioni con la Segreteria e quindi me ne assumo la personale responsabilità), che dimostra ancora una volta che non si è compreso che la Costituzione e le norme che tendono a modificarla non sono leggi come le altre, ma fanno parte di quel complesso normativo che è la base di tutto il sistema e della stessa convivenza civile.

Se la Costituzione impone maggioranze molto qualificate per l’approvazione delle modifiche, se vuole due letture consecutive da parte di ogni Camera, se prevede che tra la prima e la seconda lettura ci deve essere uno spazio “di riflessione” di tre mesi, questo significa che si vuole una discussione approfondita, su tutti i temi, che ciascuno possa riflettere, decidere, votare (anche secondo coscienza), che vi sia dibattito, confronto e meditazione. Non è concepibile imporre, in questo contesto, una “tagliola”, fissare dei tempi stretti e inderogabili per l’approvazione. Altrimenti, sarebbe vanificato proprio lo sforzo del legislatore costituente di fissare quella serie di regole che ho indicato prima.

La “ghigliottina” è strumento delicato ed eccezionale per qualsiasi legge; ma, a mio parere, è addirittura improponibile ed inammissibile per leggi di modifica costituzionale.
Si obietta che ci sono moltissimi emendamenti e c’è chi fa l’ostruzionismo. La risposta è facile: nella prassi parlamentare sono notissimi anche gli strumenti più volte adottati, nel tempo, per contrastarlo; ma sono strumenti tipicamente collegati ad una prassi “ordinaria”, totalmente diversi dalla ghigliottina, che è – e resta – strumento eccezionalissimo e in ogni caso mai applicabile alle modifiche costituzionali. Perché, dunque, ricorrere proprio allo strumento peggiore e inammissibile (nel caso specifico), in una materia così delicata?

Davvero, gli spazi della democrazia, in questo modo, si riducono ancora una volta, tanto più che stiamo parlando di un provvedimento di riforma costituzionale che, inusualmente per questa materia, proviene dal Governo e di una data che per primo ha fissato il Presidente del Consiglio, dunque di un passivo adeguamento almeno di alcuni gruppi parlamentari alla volontà
dell’esecutivo.
Tutto questo non va bene, non è assolutamente accettabile e delinea prospettive, per il futuro, quanto mai preoccupanti

Ossessione trattativa: il Colle blocca il Csm sulle nomine in Sicilia da: il fatto quotidiano

quirinale-webdi Gianni Barbacetto – 24 luglio 2014
Napolitano teme che il palazzo di giustizia di Palermo sia guidato da Lo Forte e Scarpinato: intima di rinviare la scelta dei vertici a dopo l’elezione del nuovo consiglio
No a un Consiglio superiore della magistratura “sotto tutela”, a un Csm “dimezzato” ed “eterodiretto”. Si moltiplicano le proteste, dentro lo stesso Consiglio, per l’intervento del Quirinale che tenta di bloccare la nomina del nuovo procuratore di Palermo. Il 1 agosto finirà il mandato di Francesco Messineo. La commissione del Csm che si occupa degli incarichi direttivi ha già votato, indicando tre nomi di possibili successori da sottoporre al plenum: Guido Lo Forte, ex aggiunto a Palermo e oggi procuratore a Messina (tre voti), e (con un voto a testa) Sergio Lari, anch’egli ex aggiunto a Palermo poi andato a dirigere la procura di Caltanissetta, e Francesco Lo Voi, rappresentante italiano a Eurojust nominato dal ministro Angelino Alfano durante l’ultimo governo Berlusconi. Il primo è sostenuto da Unicost, il secondo da Area (Magistratura democratica più Movimento per la giustizia), il terzo da Magistratura indipendente.
Con gli equilibri del Csm attuale, è molto probabile che vinca Lo Forte, magari di misura. Se andasse così, i vertici inquirenti del palazzo di giustizia palermitano sarebbero rappresentati da Roberto Scarpinato, procuratore generale, e Lo Forte, procuratore della Repubblica: entrambi magistrati che hanno collaborato con Gian Carlo Caselli negli anni in cui guidava la procura di Palermo, entrambi rappresentanti dell’accusa nel processo contro Giulio Andreotti. Se questo è il passato, Palermo resta una procura delicatissima anche per il presente: sede di indagini e processi come quello sulla trattativa Stato-mafia. Ma ecco lo stop del Quirinale. Dal colle più alto arriva una nuova lettera al Csm, dopo quella “non ostensibile” che ha fatto modificare le conclusioni di due commissioni del Consiglio a favore del procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. Firmata dal segretario generale della presidenza della Repubblica Donato Marra e arrivata al vicepresidente del Csm Michele Vietti, la lettera chiede di fatto di bloccare la nomina del nuovo procuratore di Palermo, da lasciare al prossimo Consiglio che si insedierà quando il Parlamento sarà riuscito a eleggere gli otto consiglieri laici (cioè non magistrati). Intanto si parla di prorogare fino a settembre – mai successo prima – l’attuale Consiglio, che non sarebbe legittimato a scegliere il procuratore di Palermo, ma che proprio oggi “processerà” disciplinarmente Antonio Esposito, il giudice della condanna in Cassazione a Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, malgrado la ricusazione avanzata dal giudice. La lettera del Quirinale dice che “nell’approssimarsi della scadenza della consiliatura appare necessario che si coprano in via prioritaria i posti direttivi vacanti da più lungo tempo. Il rispetto di un ordine cronologico nelle procedure di nomina, pur non imposto sinora dalla legge né seguito dalla prassi, è consigliato inoltre dall’opportunità di evitare scelte riferibili a una composizione del Csm diversa da quella del Consiglio che sta per insediarsi”. Per gli uffici direttivi, prosegue la lettera del Quirinale, “risultano ancora aperte 38 procedure di copertura, di cui 26 attinenti a vacanze risalenti nel tempo”. Segue elenco. Seguono anche le reazioni di chi non accetta il diktat presidenziale. “Non ricordo che sia mai stato seguito l’ordine cronologico”, dichiara Fabio Roia, leader storico di Unicost, ex membro del Csm e oggi presidente di sezione del Tribunale di Milano. “Nella mia esperienza, si è sempre data la precedenza alle nomine per gli uffici direttivi che hanno più rilevanza per dimensione e per delicatezza strategica”. Mariano Sciacca (Unicost) ha sostenuto ieri durante la seduta del Csm che è dovuto un “assoluto rispetto per il presidente della Repubblica, ma questo Consiglio ha il potere e il dovere, fin quando è in sella, di trattare altre pratiche su situazioni particolari. La procura di Palermo è un ufficio delicatissimo, che ha avuto grosse criticità e ha diritto ad avere il suo procuratore capo”. Antonello Racanelli (Magistratura indipendente) ha affermato che “si dimostra, ancora una volta, che siamo un Csm sotto tutela: nessuno ha indicato i posti ancora vacanti quando votammo i capi delle procure di Firenze, Torino e Bari”. Paolo Corder (indipendente) propone: “Seguiamo le indicazioni della lettera del Colle, copriamo tutti i posti vacanti: anche Palermo. Rifiuto l’idea che questo sia un Consiglio dimezzato perché sta finendo il suo mandato”. Pina Casella (Unicost) propone di lavorare anche ad agosto per completare le nomine. E Giovanna Di Rosa (sempre Unicost) accusa Vietti di aver “gettato discredito sull’operato della commissione incarichi direttivi”. Da fuori del Csm, l’ex procuratore nazionale antimafia aggiunto Vincenzo Macrì, oggi procuratore generale di Ancona, sostiene che “si ha l’impressione che il Csm in questi anni sia stato eterodiretto, e che spesso molte decisioni siano state prese sulla base di scelte (o quantomeno condizionamenti) esterni”.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2014

Difendi la Costituzione

Da :un brano tratto da uno dei suoi libri, “Storia di una passione politica” :

“La nostra storia ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati, attraverso la responsabilità di tutto un popolo.Dovremmo riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. E’ giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. E’ tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. E’ pace.”
Tina Anselmi

Difendi la Costituzione

La riforma del senato_No a mio nome

TIna Anselmi partigiana

A lei si deve la battaglia per il voto alle donne: “ La ricordo come una battaglia importante e divertente, anche se io non avevo gli anni sufficienti per poter votare. Ho fatto tanti di quei comizi, tante di quelle riunioni con le donne. Era una cosa stupenda. Se io penso agli incontri con le donne, a quanto erano solari, solidali, piene di vitalità e di speranza: una cosa stupenda, con tutti che si mobilitavano per andare di casa in casa. Anche i nostri clericali non si mossero contro, perché il valore di quel voto era talmente importante che anche chi era dall’altra parte non si poteva opporre.”

Firmato Protocollo Miur-Anpi per promuovere la Costituzione e lo studio della Resistenza nelle scuole

Firmato Protocollo Miur-Anpi
per promuovere la Costituzione e lo studio della Resistenza nelle scuole

Siglato questa mattina al Senato il Protocollo di intesa fra Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. L’accordo, firmato dal Ministro Stefania Giannini e dal Professor Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale Anpi, punta a promuovere e sviluppare progetti didattici nelle scuole per divulgare i valori della Costituzione repubblicana e gli ideali di democrazia, libertà, solidarietà e pluralismo culturale.

Miur e Anpi, in particolare, realizzeranno iniziative per le celebrazioni del 70° della Resistenza e della Guerra di Liberazione, promuovendo processi tematici di riscoperta dei luoghi della memoria e la divulgazione dei valori fondanti la Costituzione repubblicana.

“Questo accordo – ha sottolineato il Ministro Giannini – è uno strumento fondamentale per far comprendere a tutti gli studenti il valore della nostra Costituzione e l’importanza della memoria della Resistenza raccontata anche da chi l’ha vissuta in prima persona”. “Ritengo – ha aggiunto il Presidente Smuraglia – che questa firma assuma una grandissima importanza rispondendo ad una esigenza profonda che emerge dal mondo della scuola e che assicuri un’attività continuativa in favore della cittadinanza attiva”.

Controriforme, appello di Pancho Pardi ai senatori Pd: “Fermatevi!” da: micromega

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“Cari senatori, vale la pena umiliarvi per finire sul libro nero dei politici che hanno attuato le riforme di Berlusconi?”.

di Pancho Pardi

Comincia, col voto sugli emendamenti, l’ultima fase del percorso legislativo della riforma del Senato.
Con essa il Parlamento invece di dedicare le sue migliori energie alle difficoltà più pressanti del paese (lavoro, economia, gestione del territorio) si impegna a cambiare la sua ossatura istituzionale. Non lo chiede affatto l’Europa, preoccupata invece per la nostra salute economica.
Lo chiede il patto Renzi-Berlusconi.

Il punto di partenza è il più ferreo principio berlusconiano: la Costituzione non dà a chi governa gli strumenti per farlo. Sapete bene che non è vero. La prova l’avete in casa: i due governi Prodi sono forse caduti per colpa della Costituzione? La prova è anche fuori casa: l’enorme maggioranza berlusconiana della XVI legislatura è fallita per colpa della Costituzione?

Il corollario è: i governi non possono essere ostaggio di partiti piccoli o piccolissimi. Anche qui sapete bene che non è vero. Nelle crisi dei governi i killer sono forse i partiti piccoli ma i loro mandanti stanno proprio nelle maggioranze di governo.
In realtà chi non sa governare non vuole ammettere la propria inettitudine e rovescia le sue responsabilità sulla Costituzione.

Che il bicameralismo perfetto sia responsabile della difficoltà di governare è luogo comune indimostrato. Causerebbe lentezze, ma si sono viste leggi vergogna approvate in pochi giorni. Renderebbe barocco il processo legislativo, ma non è responsabilità di una Camera se l’altra le invia leggi mal scritte. Cosa succederà quando l’unica Camera scoprirà di aver scritto male una legge ormai promulgata?

Avevate la possibilità di disegnare un Senato delle regioni, oppure un Senato delle garanzie. Non avete preso né l’una né l’altra via. All’elezione diretta avete preferito la nomina di un ristretto ceto politico nazionale da parte del largo ceto politico regionale. Vi siete impegnati ad attribuirgli una varietà eterogenea di poteri ma li avete resi vani di fronte al risolutivo voto della Camera.

In realtà il vero motivo per cui dovete declassare il Senato è la difficoltà di formarvi maggioranze certe. Ma ciò è il prodotto non della natura intrinseca del Senato bensì della peggiore legge elettorale mai concepita. Basterebbe cambiare in meglio la legge elettorale, ma vi apprestate invece a peggiorarla.

Con l’espediente della riforma del Senato sottraete a ogni vincolo e ogni controllo la restante unica Camera legislativa. La formate con liste bloccate di nominati dai vostri capi e l’elettore può solo decidere se votare o no, ma la scelta degli eletti sfugge alla sua volontà. La minoranza più grossa uscita dal voto diventa maggioranza artificiale con un enorme premio che solo con involontaria ironia può essere chiamato di maggioranza. E’ in realtà un vero e proprio premio alla minoranza.
E con esso una maggioranza artefatta può eleggersi il Presidente della Repubblica e, anche tramite i nuovi senatori di sua nomina (il 5% della futura assemblea, contro l’1,85 di quella attuale), determinare la composizione della Corte Costituzionale.

Espellete i partiti piccoli, e neanche troppo piccoli (fino al 7,9% dei suffragi!), dalla rappresentanza politica e vi appropriate del contributo dei partiti piccoli con voi coalizzati, che vi aiutano a raggiungere il premio, ma li tenete fuori dell’assemblea se si fermano al 4,4% dei suffragi. Così il voto di milioni di cittadini viene privato del diritto di rappresentanza.

Impedite la partecipazione civile con l’innalzamento da 50 a250 mila firme per la presentazione di leggi d’iniziativa popolare e da 500 a 800 mila firme per i referendum abrogativi. Evidentemente il successo strabiliante dei referendum su acqua, nucleare e leggi vergogna, vi brucia ancora.

Dimenticate che l’assetto costituzionale, confermato dalla sovranità popolare col referendum del 2006, sta per definizione a difesa e garanzia del cittadino e a limitazione del potere. Adottate invece una visione secondo la quale la democrazia si realizza soprattutto nella capacità di formare un governo, riducendo la rappresentanza politica a elemento di sfondo.
Col declassamento del Senato producete una dittatura della maggioranza a sua volta sottoposta alla volontà del suo capo. Disegnate una democrazia ridotta alla scelta di un capo ogni cinque anni.

Avete deciso di sostenere il vostro segretario nazionale al ruolo di capo del governo con la speranza che con lui a avreste potuto concludere la legislatura. Prima della decisione eravate ancora padroni del vostro destino. Ora non lo siete più. Avete un capo che vi impone la sua volontà prima ancora di essere eletto. Si comporta come se fosse già eletto direttamente dal popolo e vi ricatta: o votate la riforma o salta la legislatura.

Poniamo che votando la peggiore deformazione costituzionale dell’età repubblicana riusciate a guadagnarvi la fine regolare della legislatura. Ma il futuro si prospetta più difficile: l’elementare legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi scoraggia le speranze. Quanti degli attuali senatori potranno spodestare qualcuno tra i 630 deputati che sperano a loro volta, con la loro fedeltà blindata, nella conferma alla Camera? E’ dura: gli attuali 315 senatori e 630 deputati devono pigiarsi per occupare i soli 630 seggi della Camera. Qualcuno di loro potrà tentare di divenire consigliere regionale o sindaco per aspirare a entrare nei 100 del nuovo Senato, ma non sarà facile.

Vale la pena sottoporsi a un’avvilente umiliazione per l’obbiettivo finale di realizzare la deformazione costituzionale sempre voluta da Berlusconi?
Pensate che il vostro elettorato vi ricompensi per questa scelta?
Non capite che la vostra fretta per strozzare la discussione in aula degli emendamenti vi fa uguali in tutto e per tutto a Berlusconi?
Non vi viene il dubbio che l’elenco dei vostri nomi potrebbe essere scolpito nell’albo nero dei decostituenti?

Ricordate che la vostra elezione-nomina è avvenuta grazie a una legge che per la Consulta è gravata da pesanti profili di incostituzionalità.
Vi auguro di sapervi fermare prima di stravolgere una Costituzione che non avete il diritto di toccare.

(24 luglio 2014)

Con la guerra di Gaza va forte il «rovescismo» da: il manifesto

Israele/Palestina. Denunciamo le menzogne dei media, le complicità dei governi occidentali, con quello di Tel Aviv, in particolare l’oscena serie di accordi (militari, innanzi tutto) dell’Italia con Israele. Con le parole di un grande uomo, Primo Levi, “Se non ora, quando”

Ho tra­scorso la set­ti­mana in Spa­gna, a Malaga, a una Scuola estiva della Cat­te­dra Une­sco di quella Uni­ver­sità. Il tema della sezione a cui ho par­te­ci­pato come rela­tore era “L’impegno degli intel­let­tuali”. Seguivo, natu­ral­mente, la noti­zie sem­pre più ango­sciose pro­ve­nienti dalla terra mar­tire di Pale­stina, con­sta­tando l’assoluta “distra­zione” del ceto poli­tico, rispetto a quei fatti di scon­vol­gente gra­vità, e il totale disin­te­resse, salvo pochis­sime ecce­zioni, del “mondo della cultura”.

Ricordo altre sta­gioni, come l’invasione del Libano e la guerra con­tro Hez­bol­lah, del luglio 2006, o il bom­bar­da­mento di Gaza del dicem­bre 2008-gennaio 2009: sta­gioni in cui fio­ri­rono appelli, e la mobi­li­ta­zione di pro­fes­sori, gior­na­li­sti, let­te­rati, scienziati,artisti fu vivace e intensa. Si denun­cia­vano le respon­sa­bi­lità di Israele, la sua pro­terva volontà di schiac­ciare i pale­sti­nesi, invece di rico­no­scer loro il diritto non solo a una patria, ma alla vita. Oggi, silen­zio. La mac­china schiac­cia­sassi di Mat­teo Renzi , nel suo mici­diale com­bi­nato dispo­sto con Gior­gio Napo­li­tano, si sta rive­lando un effi­ca­cis­simo appa­rato ege­mo­nico.
L’intellettualità “demo­cra­tica”, facente capo per il 90% al Pd, appare alli­neata e coperta. I grandi gior­nali, a comin­ciare dal “quo­ti­diano pro­gres­si­sta” di De Bene­detti, sem­pre in prima linea a soste­nere le nuove guerre, dal Golfo alla Jugo­sla­via, appa­iono orga­ni­smi per­fet­ta­mente oliati di soste­gno al governo da un canto, e di ade­gua­mento alla poli­tica estera decisa da un pugno di signori e signore tra Washing­ton, Lon­dra, Bru­xel­les e Ber­lino (Parigi, caro Hol­lande, ne prenda atto, non conta un fico). Della radio­te­le­vi­sione non vale nep­pure la pena par­lare; come per l’Ucraina, ora, nella enne­sima mici­diale aggres­sione israe­liana a Gaza, si sono rag­giunti ver­tici non di disin­for­ma­zione, ma di sem­plice rove­scia­mento della verità. La cate­go­ria del “rove­sci­smo”, che mi vanto di aver creato, per la sto­rio­gra­fia iper-revisionista, va ormai estesa ai media.

E devo con­sta­tare che mai in pas­sato si erano rag­giunti simili livelli: dove sono le zone fran­che? Fa impres­sione sfo­gliare la bal­bet­tante Unità, che un tempo non lon­tano, con tutti i suoi limiti, accanto a Libe­ra­zione (defunta) e al mani­fe­sto (che resi­ste!), era una delle poche voci cri­ti­che nel depri­mente pano­rama all’insegna del più esan­gue conformismo.

Sulle pagine del mani­fe­sto (15 luglio) Man­lio Dinucci ha spie­gato bene le ragioni reali del “con­flitto” in corso, e non ci tor­nerò. Qui mi preme piut­to­sto evi­den­ziare, con sgo­mento, che il “silen­zio degli intel­let­tuali” che qual­che anno fa Alberto Asor Rosa denun­ciava, deplo­ran­dolo for­te­mente, è dive­nuto non sol­tanto una con­di­zione di fatto, ma una posi­zione “teo­rica” che, accanto a quella dell’equidistanza, sta tro­vando i suoi alfieri. Appunto, rien­trando dalla mia set­ti­mana spa­gnola, di intense discus­sioni sulla neces­sità di impe­gnarsi, a comin­ciare dal mondo uni­ver­si­ta­rio, cado dalle nuvole leg­gendo lacerti di pen­siero che con­fi­gu­rano la nascita di una sorta di “Par­tito del silenzio”.

Il silen­zio non viene sol­tanto pra­ti­cato, sia «per­ché dovrei espormi?», sia per­ché la pres­sione della lobby sio­ni­sta è for­tis­sima e induce a tacere se pro­prio non vuoi espri­mere la tua gio­iosa ade­sione alla “neces­sità” degli israe­liani “di difen­dersi”. Il silen­zio, oggi, a quanto pare, è dive­nuto una divisa, una ban­diera, e una ideologia.

Quei pochi che par­lano, che osano aprire bocca, pre­met­tono il rico­no­sci­mento delle ragioni di Israele e con­dan­nano in primo luogo rapi­mento e ucci­sione dei tre ragazzi ebrei, poi uccisi (si tra­la­scia di dire che si tratta di tre gio­vani coloni, ossia occu­panti, con la vio­lenza dell’esercito, terra pale­sti­nese), e il lan­cio di razzi Kas­sam con­tro le città del Sud di Israele, e cer­cano poi di cavar­sela con un colpo al cer­chio e una alla botte. Ma atten­zione, se il colpo alla botte israe­liana appare troppo sonoro, ecco che si sca­tena l’inferno, non di fuoco come su Gaza, ma di parole.

Molto pra­ti­cato il genere “com­menti” agli arti­coli on line, per esem­pio: sono tutti uguali, anche se varia­mente dosati nel tasso di vio­lenza ver­bale. Men­tre un gran lavo­rio di infor­ma­zione al con­tra­rio, di diretta pro­ve­nienza da fonti israe­liane, viene dispie­gato dagli innu­me­re­voli pic­coli dispen­sa­tori di verità nostrani. Per esem­pio un pur pru­dente arti­colo di Clau­dio Magris sul Cor­riere della Sera (17 luglio) che si per­met­teva di accen­nare alle ragioni dei pale­sti­nesi, ha rice­vuto la sua buona dose di ingiu­rie. Non c’è che dire, il sistema fun­ziona. E fini­sce per indurre al silen­zio, o quanto meno alla pru­denza. Che è l’altro nome del silenzio.

Ma non è que­sto silen­zio, il silen­zio del ricatto, che mi pre­oc­cupa di più. È, invece, il silen­zio della scelta. Il silen­zio teo­riz­zato come terza via, tra coloro che incon­di­zio­na­ta­mente sono con Israele, e gli altri, quelli che sosten­gono la causa pale­sti­nese. Il silen­zio come rispetto del dolore, o come via della ragio­ne­vo­lezza: con­tro gli oppo­sti estre­mi­smi. Esem­plare in tal senso Roberto Saviano, che, quasi com­met­tendo auto­gol, cita Euro­mai­dan per denun­ciare il tar­divo schie­rarsi anche ita­liano dalla parte giu­sta, che per lui, ovvia­mente, è quella dei gol­pi­sti nazi­sti di Kiev. E ora, a suo dire, occorre schie­rarsi non con gli uni né con gli altri, ma «dalla parte della pace»: i “ter­ro­ri­sti” di Hamas sono indi­cati come il primo nemico della pace, ovviamente.

È la linea (solita) di Adriano Sofri (la Repub­blica, 17 luglio), altro guer­riero demo­cra­tico, che ripar­ti­sce torti e ragioni, equi­pa­rando i razzi di Hamas alle bombe israe­liane, e invoca impli­ci­ta­mente silen­zio, discre­zione, rispetto: mette sullo stesso piano tutti. Tutte le vit­time inno­centi. Ma si può con­fon­dere la pietà umana, dove­rosa, col giu­di­zio poli­tico? Si può tra­sfor­mare l’opinione in saggezza?

Sul mede­simo gior­nale, Michele Serra sostiene che occorre tacere, che si devono abbas­sare la voce e gli occhi, davanti alla “tra­ge­dia” della guerra, lo stesso ter­mine usato da Magris. Ma quale tra­ge­dia? Qui abbiamo la poli­tica, e la poli­tica ha degli attori, dei respon­sa­bili: come in pas­sato la divi­sione tra vit­time e car­ne­fici è netta ed evi­dente (so che qual­che anima bella mi accu­serà di sem­pli­fi­care: la cosa è più com­plessa, non si può divi­dere così net­ta­mente, cia­scuna delle due parti ha un pezzo di respon­sa­bi­lità e via di seguito). Serra scrive: «Evi­den­te­mente il ‘ciclo dell’indignazione’ è un mec­ca­ni­smo logoro».

«Quello che non potrò mai per­do­nare ai nazi­sti è di averci fatto diven­tare come loro»Primo Levi

Dal ceto intel­let­tuale mi aspetto assai più che l’indignazione, mi aspetto una rivolta morale: tutti, se non in per­fetta mala­fede, oggi sanno quanta verità ci sono nelle parole di Primo Levi: «Quello che non potrò mai per­do­nare ai nazi­sti è di averci fatto diven­tare come loro».

Quanto biso­gno avremo di sen­tire la sua voce risuo­nare, pacata e ferma, scan­dendo le parole, a voce bassa, ma chia­ris­sima: «La tra­ge­dia è di vedere oggi le vit­time diven­tate car­ne­fici». E se que­sto era evi­dente a lui negli anni Ottanta del Nove­cento, cosa potrebbe mai dire oggi, davanti a quei corpi stra­ziati di bimbi, alla vita can­cel­lata in tutta la Stri­scia di Gaza, davanti a quelle mace­rie che occu­pano, quar­tiere dopo quar­tiere, iso­lato dopo iso­lato, di ora in ora, lo spa­zio affol­lato di case e persone?

Se non denun­ciamo le men­zo­gne dei media, le com­pli­cità dei governi occi­den­tali, con quello di Tel Aviv, in par­ti­co­lare l’oscena serie di accordi (mili­tari, innanzi tutto) dell’Italia con Israele… Se ci con­se­gniamo al silen­zio, oggi, davanti a una ingiu­sti­zia così grave,così palese, così dram­ma­tica, quando par­le­remo? Insomma, non intendo tacere, e ricor­rendo pro­prio alle parole di quel grande uomo, gri­dare: «Se non ora, quando?».

La lotta operaia alla raffineria ENI di Gela da: resistenze.org

 

Salvatore Vicario | senzatregua.it

18/07/2014

Picchetti, presidi in città, assemblee, tanta rabbia. Da 15 giorni, centinaia di operai e operaie della raffineria ENI di Gela e dell’indotto (3.500 posti di lavoro in tutto), bloccano gli ingressi alla raffineria e agli impianti di raccolta impendendo di fatto anche i lavori di estrazione, presidiando anche i depositi del greggio già estratto per impedire che venga caricato sulle petroliere e portato a lavorare in altri siti.

Forme di protesta non nuove che ricordano quelle attuate nel 2000, e che in dimensioni minori sono state attuate dagli operai dell’indotto della Smim e Tucam che tra aprile e maggio avevano bloccato gli accessi con due presidi permanenti sui due ponti che conducono allo stabilimento industriale, per protestare contro i licenziamenti a seguito dei nuovi appalti dell’indotto, con l’arrivo della Sicilsaldo e Ergo Meccanica che non hanno riassorbito nessun operaio. A bloccare la protesta nei mesi scorsi furono i sindacati che al primo accenno di “radicalizzazione” del conflitto sono corsi dal prefetto per cercare una “soluzione” che ha smobilitato i lavoratori sulla base di promesse mai avverate, in quanto le due aziende appaltatrici hanno assunto tramite le agenzie interinali (con contratti di primo livello) aggirando così gli accordi che prevedevano le maggiori garanzie acquisite negli anni dai lavoratori.

Ma in questi giorni nessuno è riuscito a placare gli operai, che stanno realizzando il totale blocco degli accessi della Raffineria, compreso il cambio dei turnisti con la direzione dell’ENI che è in procinto di chiedere la precettazione per i lavoratori degli impianti di sicurezza; nel mentre le petroliere cominciano ad affollarsi nel litorale gelese, con la viva minaccia di bloccare anche la Green Stream, consociata dell’ENI, nodo cruciale dove transita il gas proveniente dalla Libia, verso l’Italia e il resto d’Europa. Il nuovo amministratore delegato, Carlo Guarrata (voluto da Renzi), lo scorso 2 Luglio ha comunicato ai rappresentati sindacali la revoca degli investimenti (700 milioni di euro) annullando i programmi di riqualificazione delle tre linee produttive e annunciando il fermo definitivo delle linee di raffinazione del greggio, e avanzando due vie o la chiusura o la trasformazione dello stabilimento in una bioraffineria (deposito di greggio) che comporterebbe centinaia e centinaia di “esuberi”. Inoltre l’ENI assicura la continuità operativa solo per la raffineria di Sannazzaro (Pavia) e di Milazzo (Messina) per il 50% di sua proprietà, mentre un futuro ancor più cupo sembra prospettarsi per le raffinerie di Taranto, Livorno, Porto Marghera, così come anche quella di Priolo (Siracusa).

L’ENI, la più grande multinazionale italiana (con un fatturato di 167,9 miliardi e 10 miliardi di utili nel 2013) e tredicesima al mondo, sta applicando un piano di ristrutturazione nel quadro della competizione internazionale nel mercato energetico, attraverso la dismissione degli stabilimenti di lavorazione del petrolio greggio alla ricerca di manodopera a più basso costo, senza rinunciare ovviamente all’estrazione. La Fitch ha messo in guardia dal rischio di un downgrade, nel caso in cui la ristrutturazione del gruppo non dovesse portare a miglioramenti, anche a causa dei margini di raffinazione in Europa che dovrebbero rimanere tali per i prossimi 1-2 anni a causa della sovracapacità, con un surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato, degli squilibri da domanda e forniture e della forte competizione dei monopoli USA e Russi.

Alla raffineria di Gela gli ultimi anni sono stati già caratterizzati da tagli al personale e ammortizzatori sociali, con l’attiva compiacenza dei sindacati che hanno accettato passivamente tutte le necessità padronali e le promesse della multinazionale italica, bloccando ogni forma di protesta, insieme alle istituzioni locali. Ultima proprio la promessa dell’ENI dell’investimento di 700 milioni e della ripresa a pieno regime della produzione, con l’accordo siglato nel Luglio 2013 che prevede il taglio di circa 400 lavoratori entro il 2017. Lo scorso 15 Marzo un incendio all’interno dello stabilimento ha causato il blocco per un paio di mesi, ma anche quando la produzione sarebbe potuta ripartire, ENI ha fatto sapere di voler mantenere lo stop fino a dicembre, utilizzando gli ammortizzatori sociali; tutti fatti che lasciano pensare all’intenzione dell’ENI di ridimensionare drasticamente l’industria di raffinazione in Italia (a partire proprio da Gela), per rimanere un grande gruppo nelle trivellazioni, esplorazione e estrazione. Nel contempo infatti è arrivata la concessione per le trivellazioni da parte del governo Crocetta, che adesso minaccia di revocarle se l’ENI non rivedrà le sue intenzioni. Ma quanto le parole di Crocetta non abbiano alcun valore è la storia recente a dirlo, basta osservare la vicenda MUOS dove il governatore del PD (con un passato nel PdCI e di sindaco proprio di Gela) dopo una serie di annunci roboanti contro questo e quelli, ha alla fine spalancato le porte al progetto militare degli USA, fra l’altro a pochi Km proprio dalla raffineria di Gela. Nulla da aspettarsi pertanto da un parolaio come Crocetta, membro di un PD totalmente alle dipendenze degli interessi del capitalismo monopolistico.

Negli ultimi giorni sono partiti già i primi licenziamenti, riguardanti al momento 15 operai della “Riva e Mariani”, un’impresa appaltatrice che opera nel settore della coibentazione e dell’isolamento termico di apparecchiature e tubazioni, a cui potrebbe far eco la francese “Ecorigen” (azienda chimica), che effettua lavori di rigenerazione dei catalizzatori per l’industria petrolchimica, a causa del fermo prolungato della raffineria che non garantisce più la fornitura di gas come l’idrogeno e l’acido solfidrico, usati come materie prime per i processi di lavorazione. 90 lavoratori sono a rischio di immediato licenziamento. Ciò sta facendo aumentare la rabbia ma anche la frustrazione negli operai, che privi di organizzazione, esperienza di lotta e conseguente coscienza, nella loro gran parte “aspettano” la “mano delle istituzioni” (o peggio ancora se è possibile, dal Papa) e continuano come in tutti questi anni a delegare ai sindacati concertativi, che dopo giorni di impasse hanno proclamato lo sciopero generale negli stabilimenti ENI. I lavoratori pagano il forte arretramento del movimento operaio siciliano, fortemente cooptato dal padronato, dal sindacato asservito, dai politicanti locali e dalla Chiesa. Tutto questo avvantaggia decisamente l’ENI, ma di fronte al baratro del licenziamento di massa e uniti nella pratica della lotta, condividendo la fatica, la rabbia, le idee, fianco a fianco, si può iniziare a creare la “coscienza” che solo dal livello di radicalità e organizzazione della propria lotta potrà aprirsi uno spiraglio. Dai blocchi infatti giungono notizie importanti in questo senso, con gli operai dell’indotto, in particolare i combattivi operai Smin, e gli operai del diretto che si stanno affiancando nella lotta, elevando il livello della conflittualità, e nulla può l’intervento dei sindacalisti pompieri che adesso rischiano seriamente le “mazzate” come riporta un operaio Smin intervistato su terrelibere.org, raccontando di come gli operai del diretto hanno quasi gettato in mare un sindacalista che li invitava a smorzare gli atti di protesta. La minaccia del blocco del metanodotto Greenstrem esplicitata in una lettera pubblica è stata individuata come la chiave per modificare i rapporti di forza verso il governo e l’ENI chiedendo l’apertura di un tavolo.

L’ENI, in tutti questi anni ha avuto completa mano libera nello sfruttamento degli operai e del territorio, divenendo l’unico e reale potere, desertificando e inquinando tutta l’area, attraverso il ricatto occupazionale e politiche “sociali” concordate con le istituzioni locali, con finanziamenti all’associazionismo locale, feste e opere pubbliche, come il campo di calcio comunale intitolato a “Enrico Mattei”, nel quartiere Macchiella. Tutti doni non certo disinteressati, volti a dare un immagine della partecipazione della fabbrica alla vita comune, sociale, il “capitalismo dal volto umano”. Tutta la città infatti ruota attorno al Petrolchimico che con il suo arrivo nel 1959, ha soppiantato del tutto il tessuto sociale che si basava sull’agricoltura, la pastorizia, sulle miniere di zolfo, sconvolgendo l’equilibrio sociale col progresso industriale; pastori e contadini sono diventati operai. Lo stabilimento è stato concepito come una “cattedrale nel deserto” producendo una dipendenza viscerale di generazioni di proletari dalla fabbrica, dalla sua esistenza e durata, dal padrone.

Lo scorso 1 Aprile, nella raffineria morì l’operaio dell’indotto, Antonio Vizzini, schiacciato da una gru, aggiungendosi al lungo elenco di morti della raffineria, direttamente sul lavoro o a causa di malattie direttamente collegate al lavoro. A gennaio è morto infatti, dopo una lunga battaglia, l’ex operaio Salvatore Mili, dello stabilimento Clorosoda, tristemente definito oramai come “reparto killer”, con almeno 12 morti “sospette”, ma l’associazionismo ambientalista, piccolo-borghese, ha sempre posto la questione meramente sul lato della “salute” e salvaguardia dell’ambiente nella logica fallimentare di contrapposizione tra “lavoro” e “ambiente” facendo il gioco dell’Eni stessa, isolando le lotte e contrapponendole, sostenendo la chiusura dello stesso stabilimento. Dall’altra parte i sindacati hanno sempre impostato la questione sull’accettazione dello status quo nella difesa degli interessi aziendali, portando gli operai stessi a lottare per gli interessi aziendali a scapito dei propri, in nome della garanzia del lavoro e quindi del salario. La multinazionale ENI non esita a ripagare con il licenziamento di massa, questa devozione verso l’azienda tramite i sindacati collaborazionisti.

La situazione alla raffineria di Gela è una grande lezione da apprendere. Le multinazionali non hanno patria alcuna, dominano sulla base dei loro interessi nel quadro del capitale internazionale, sfruttano liberamente i territori e si disfano degli operai quando non servono più, lasciando un territorio come quello di Gela, distrutto dal punto di vista ambientale e sociale. Questo è il capitalismo monopolistico, questo è il frutto della credenza e subalternità ad un inesistente “capitalismo dal volto umano” e “interesse nazionale” dei capitalisti, pubblici e privati, per i quali si è tutti nella “stessa barca” solo quando c’è da chiedere sacrifici ulteriori alle masse popolari, su tutti agli operai. E’ una lezione per tutti i lavoratori, sull’importanza vitale dell’autonomia e indipendenza di classe per la lotta per i propri interessi che sono sempre antagonistici a quelli del capitale, dei padroni di ogni latitudine, dell’oligarchia finanziaria.

Sostenuta da fondi pubblici, l’ENI è in mano all’oligarchia finanziaria muovendosi all’interno della competizione tra i monopoli energetici, adattandosi alle necessità di ristrutturazione e ripartizione del mercato, per continuare a ripartire lauti dividenti agli azionisti, sulle spalle della classe lavoratrice. Più volte in questi giorni si sente intorno alla vicenda della raffineria di Gela, la parola “tradimento”. No, l’ENI non sta tradendo nessuno… la classe padronale fa i suoi interessi, all’interno del mercato globale. E’ ora che i lavoratori facciano i propri, rifiutando l’abbraccio mortale dei nemici di classe e dei lacchè, preti e politicanti vari, rivendicando che l’ENI è degli operai!

Televisioni e reti al centro del terremoto da: www.resistenze.org

Jeko Calabrone | contropiano.org

22/04/2014

Dopo lo scioglimento di Telco deciso nel consiglio d’amministrazione del 26 giugno ’14, “l’invasore” Telefonica si ritira parzialmente da Telecom Italia obbedendo all’ultimatum dell’authority brasiliana, diminuendo sotto il 10% la propria partecipazione in Telecom Italia attraverso l’emissione di un bond convertendo in azioni Telecom da 750 milioni, pari quindi a circa il 6% del capitale del gruppo italiano.

In pratica una mossa preventiva in funzione agli impegni assunti con l’Authority Cade (Antitrust brasiliano) che aveva chiesto agli spagnoli di uscire da Telecom Italia o di vendere Tim Brasil per riequilibrare la propria presenza nel mercato sudamericano mercato molto più redditizio .

Telefonica va verso la riduzione del proprio peso in Telecom Italia, in pratica tornando a una situazione simile a quella che aveva prima dell’autunno scorso, conservando una partecipazione intorno all’8% circa di Telecom Italia, garantendo agli spagnoli la loro influenza diretta su Tim Brasil, filiale brasiliana di Telecom e non dover aprire il capitale di Vivo, la controllata brasiliana di Telefonica.

Fra i fondi candidati ad acquistare la quota dell’ex monopolista in mano al gruppo iberico c’è Fintech, società che fa capo a David Martinez Guzman, il miliardario messicano che ha recentemente investito anche nel Monte dei Paschi di Siena.

Considerato che il clima politico italiano non sembra favorevole agli spagnoli, con questa operazione tentano di arginare anche il tentativo del Governo Italiano che secondo alcune indiscrezioni al momento top secret, sembra intenzionato alla costruzione ex novo di un’infrastruttura “Rinascimento 2.0, Progetto iFon” di nuova generazione in fibra ottica di proprietà dello Stato al fine di centrare gli obiettivi 2020 indicati dall’Agenda digitale europea, “messa a disposizione, a parità di condizione tecniche ed economiche”, di tutti gli operatori di telecomunicazioni.

Tale indiscrezione risulta confermata dal fatto che il 7 giugno scorso è stato finalmente pubblicato il regolamento attuativo del “Golden Power” in materia di veto sugli asset strategici introdotto dal governo Monti.

Un’idea ambiziosa ma frenata dagli interessi di Telecom e dei suoi creditori considerato che la rete Telecom è la principale garanzia del debito (26 miliardi) della società nei confronti delle banche sottoposte ai nuovi vincoli di bilancio imposti dalle regole di Basilea, per cui sono obbligate a rientrare per buona parte dei finanziamenti concessi.

Proprio per questo l’idea della costruzione della nuova infrastruttura di rete è contrastata da parte di Telecom Italia al fine di evitare un “concorrente” pubblico dall’altro dalle banche creditrici che da un’eventuale cessione della rete di Telecom potrebbero abbattere notevolmente il debito del gruppo Telecom Italia e consentire alle banche creditrici di ridurne il peso in bilancio.

Tale operazione finanziaria apre alla public company per Telecom Italia, chi sa se più sensibile al business che agli equilibri politici nostrani? Di sicuro le alleanze difensive dell'”italianità” non funzionano più. E presto questo varrà anche per i media. Ammesso che i giornali italiani interessino a qualcuno.

La sensazione è che il terremoto sul mercato delle telecomunicazioni italiane sia appena cominciato: si va verso la fusione dei competitor (Wind più 3), si profilano due partiti: Telecom più Sky contro Mediaset più Telefonica per la distribuzione di contenuti dalla pay tv satellitare attraverso la rete, evidenziando come anche dalle dichiarazioni rilasciate da Franco Bernabè ex amministratore delegato di Telecom Italia “I servizi di comunicazione stanno diventando sempre più appannaggio di un oligopolio di operatori internet americani, mentre le società di tlc diventano operatori di infrastruttura”.

Del resto sempre di più si assiste ad una costante erosione dei servizi base tradizionali, tutte le attività che storicamente generavano margini, come il traffico voce o gli sms, stanno diminuendo a vantaggio di servizi offerti dalle società di internet come Whatsapp o i social network.

Di sicuro l’intesa tra Telefonica-Mediaset sembra consolidare la politica delle “larghe intese” anche in campo telefonico e televisivo. L’alleanza tra la spagnola Telefonica e Mediaset, per ora limitata alla pay-tv, viene vista, da alcuni analisti, come il primo passo di uno scenario futuro in cui le reti Mediaset sono destinate a diventare il braccio televisivo di Telecom Italia, destinata, a sua volta, a finire sotto il completo controllo di Telefonica.

Dunque un gruppo italo-spagnolo completo di tv e telecomunicazioni, come lo sono i maggiori competitor internazionali del settore, la realizzazione di un progetto che da anni era nei desideri di Silvio Berlusconi.

Un’operazione che per forza di cose, vista l’importanza, deve ottenere l’avallo da parte deI governo italiano. E Berlusconi sa bene che può ottenerlo solo a patto che il suo partito, benché declinante nei voti, assicuri a Renzi i voti necessari per le riforme costituzionali garantendosi la difesa dei propri interessi che, è sempre stato il primo punto della sua agenda.

Un compromesso, questo, che anche il premier può avere valutato conveniente sul piano politico, poiché assicura il successo delle sue riforme, in primis quella del senato.

Inoltre Renzi vorrà completare il nuovo assetto nazionale delle tv e delle telecomunicazioni con la riforma della Rai. Ma quale riforma ci dobbiamo aspettare? In proposito, vale la pena di rileggere i punti 16 e 17 del documento intitolato «Ecco le mie 100 idee per l’Italia», che Renzi presentò alla prima Leopolda nel 2011.

Punto 16: «Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il servizio pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali 8 hanno una valenza pubblica. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati».

Altrettanto perentorio il punto 17: «Fuori i partiti dalla Rai. La governance della tv pubblica deve essere riformulata sul modello Bbc (Comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica, che nomina i membri del comitato esecutivo, composto da manager, e l’amministratore delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della tv pubblica».

Si prefigura un’estate bollente in attesa delle riaperture di settembre, si scatenano i giochi sugli asset societari delle società di Telecomunicazioni Italiane, con la più che plausibile ipotesi, come sta accadendo per l’Alitalia, il futuro delle telecomunicazioni non sarà gestito da mani italiane.