Difendi la Costituzione

La riforma del senato- No a mio nome

Teresa Mattei partigiana col nome Chicchi

“Nell’articolo 1 della Costituzione si dice: “la sovranità appartiene al popolo”, ed è questa la cosa più importante che noi dobbiamo difendere. La sovranità è nelle mani nostre, nelle mani del popolo e paritariamente in quelle di ogni cittadino; con questo la Repubblica ci ha fatto diventare cittadini e non sudditi. Il più grande monumento, il maggiore, il più straordinario che si è costruito in Italia, alla libertà, alla giustizia, alla Resistenza, all’antifascismo, al pacifismo è la nostra Costituzione.”

Spatuzza: “I boss Graviano venduti da gente di Milano” da. antimafia duemila

graviano filippo giuseppedi Miriam Cuccu – 24 luglio 2014

Sono tre i verbali depositati oggi a Milano nel processo che riguarda Marcello Tutino, imputato per essere stato esecutore materiale della strage di via Palestro il 27 luglio ’93. Nei mesi giugno e luglio del 2009 il procuratore aggiunto Ilda Boccassini interrogava il pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato di aver procurato la 126 imbottita di tritolo per la strage di via D’Amelio. Le sue dichiarazioni avevano impresso una svolta al processo sull’uccisione del giudice Borsellino, che fino a quel momento si era fondato sulla testimonianza di falsi collaboratori di giustizia.

Questa volta, però, il pm Boccassini chiede a Spatuzza dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano, fedelissimi di Totò Riina e coinvolti nella strategia stragista dei primissimi anni Novanta. Nello specifico cosa facevano a Milano e da quanto tempo si trovavano nella città in cui vengono poi arrestati il 27 gennaio ’94 in un ristorante. Arresto secondo Spatuzza “anomalissimo”, già da lui definito in questi termini deponendo al processo trattativa Stato-mafia, quando diceva: “C’era il sospetto che i fratelli Graviano fossero stati venduti”.
Parlando dei suoi incontri con Giuseppe Graviano al carcere di Tolmezzo, nell’udinese, il collaboratore ricorda che il boss “mi confida che è stato venduto da qualcuno; da qualcuno di Milano che sapeva della loro permanenza in città, la sua è quasi una certezza”. Graviano, continua Spatuzza nel verbale “sta cercando di capire, quindi sta conducendo un’indagine lui per capire chi è che se l’è venduto”. Anche se Spatuzza sostiene di non saper fare nomi. “Mi hanno detto cosa sapevo in più in merito al suo arresto, gli dissi quello che io sapevo del Cannella che per noi era responsabile e lui mi dice che non c’entra niente il Cannella”. Fifetto Cannella era affiliato alla famiglia mafiosa di Brancaccio e partecipò alla pianificazione della strage di Capaci, oltre ad essere stato condannato per le stragi del Continente. Ma Graviano ribadisce che “Cannella è da scartare”. Sempre nel carcere di Tolmezzo, riferisce Spatuzza alla Boccassini, Filippo Graviano “mi disse che si incontrava con persone su Milano”, e che “Questi incontri avvenivano a Gardaland”. Ma precisa: “Non so se le personalità che incontravano erano gli stessi soggetti che mi aveva menzionato il fratello; questo lo posso supporre io”. Per il resto, Spatuzza non sa dire chi proteggeva la latitanza dei Graviano o con chi questi si incontravano.
Parlando invece del patrimonio dei capimafia: “Per muoversi su Milano in particolare, nulla mi fa escludere che loro abbiano interessi economici” risponde Spatuzza, e alla domanda se i Graviano fossero proprietari di immobili in città: “Se tutto quello che riguarda Cosa nostra è uscito tutto fuori, sul quartiere di Brancaccio, quindi dove li hanno portati questi soldi?”. Il capitale posseduto ancora dai boss di Brancaccio è emerso solo in parte negli ultimi anni, come è il caso della “Benzina dei boss”, indagine che ha svelato il controllo di alcune stazioni di benzina a Palermo grazie alle quali i Graviano – da vent’anni al 41bis – gestivano la contabilità e gli stipendi di famiglia, oltre a fungere da luogo in cui partivano e arrivavano pizzini.
Ma perchè scegliere Milano per “buttarsi latitanti”? “Sicuramente non per la latitanza – replica Spatuzza – la storia ce lo insegna, tutti sotto casa sono stati e quindi per mettersi a rischio a monte c’è qualche cosa che è ancora di molto ma molto più grave”. E ancora: “Se si spingono così tanto a sconfinare, significa che in quel territorio possono godere di qualche protezione”. Protezioni che Spatuzza esclude possano provenire da Cosa nostra, perchè “Cosa nostra non sapeva che i Graviano fossero a Milano”. Qualcuno che, evidentemente, a un certo punto ha lasciato i due boss allo scoperto, arrestati dopo poco più di un mese di permanenza in città.

| Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

La sporca guerra di Israele raccontata dagli obiettori di coscienza perseguitati e incarcerati

 

Sono decine di migliaia gli ebrei che si oppongono al loro governo sionista, e per questo vengono maltrattati e incarcerati. Ebrei israeliani che organizzano manifestazioni pacifiste in tutto il paese, e giovani obiettori di coscienza che si rifiutano di combattere.
Esempi che suscitano ammirazione e speranza, come la vicenda di Uriel Ferera, imprigionato nelle carceri militari israeliane per il suo rifiuto ad arruolarsi per motivi di coscienza, sull’onda di un vero e proprio fenomeno sociale che si sta diffondendo a Israele: sempre più cittadini che si rifiutano di prestare servizio nelle Forze di Difesa Israeliane.Uriel, diciottenne ebreo ortodosso nato in Argentina da madre fotografa originaria di Buenos Aires (anche lei impegnata nella causa della pace), lo scorso 20 luglio ha diffuso questo messaggio: “Ciao, sono Uriel Ferera. Ho 19 anni e vengo da Be’er Sheva. Ho già trascorso 70 giorni in prigione, 4 volte consecutive, per essermi rifiutato di arruolarmi, per motivi di coscienza. Violazione dei diritti umani, uccisioni e umiliazioni del popolo palestinese nei territori occupati sono i motivi principali del mio rifiuto all’arruolamento. Per me, in quanto onesto credente, questo è assolutamente in contraddizione con la visione che Dio ci crea tutti a sua immagine e somiglianza, e noi non abbiamo il diritto di fare del male ad alcun essere umano. È ora in atto un’operazione militare a Gaza. L’esercito sta attaccando obiettivi dove uomini innocenti, donne e bambini vivono. Spero che questa operazione finisca, e che l’occupazione finisca, e che noi tutti possiamo vivere in pace su questa terra. Domani (21 luglio, n.d.r.) dovrò presentarmi alla base di insediamento militare e rifiuterò ancora una volta. Inizierò il mio quinto periodo consecutivo in prigione. Sono orgoglioso di me stesso di andare in prigione, e di non prendere parte in crimini di guerra.”E infatti il suo ultimo post – foto di magliette insanguinate appese per le strade, e un video della “Protest Rally – We Refuse to Close our Eyes – Gaza 2014″, lettura pubblica di testimonianze di soldati da Gaza”, svoltasi il 17 luglio ad Habima Square, Tel Aviv – risale a 2 giorni fa: il 21 luglio Uriel è stato condannato a scontare 20 giorni nella prigione militare di Tel Hashomer n. 6 vicino Atlit, accompagnato da una dimostrazione di sostegno per il suo rifiuto ad arruolarsi nell’esercito.

In un altro post su Facebook, Uriel ha commentato la sua ultima scarcerazione: “Mi hanno liberato oggi, lunedì 14 luglio dal quarto periodo di incarcerazione. La data di liberazione era il 16 luglio, però mi hanno liberato anzitempo perché nella prigione militare avevano bisogno di fare spazio e liberavano quelli che dovevano uscire in settimana. Ho l’ordine di presentarmi alla base il 16. Grazie per il vostro appoggio e per la manifestazione di venerdì. Non è la mia lotta, la lotta principale è finirla con l’occupazione e l’oppressione del popolo palestinese. Mi rifiuto di arruolarmi nell’esercito perché non voglio collaborare con crimini di guerra, spargimento di sangue e uccisioni di bambini. Spero vi siano più obiettori di coscienza e riservisti che rifiutino di combattere, perché non è logico parlare di pace quando stiamo bombardando civili a Gaza.”

Riferisce Maureen Clare Murph, caporedattrice di Electronic Intifada, che parallelamente il governo israeliano sta mettendo in atto una strategia che mira a imporre divisioni settarie tra palestinesi cristiani e musulmani: a febbraio il Parlamento (Knesset) ha approvato una legge che identifica i palestinesi cristiani come minoranza non-araba, corteggiando nel frattempo alcuni membri del clero e della comunità cristiana per la promozione del servizio militare, inviando cartoline ai giovani palestinesi cristiani che li incoraggiano ad arruolarsi. Esistono molti benefici statali di cui si può godere attraverso la leva, tra cui un posto di lavoro assicurato. Tuttavia, gli sforzi di reclutare giovani hanno incontrato la resistenza degli studenti palestinesi nelle università israeliane, con il lancio di una campagna da parte di alcune organizzazioni della società civile.

I gruppi minoritari come i Drusi, i palestinesi arabi con cittadinanza israeliana, che compongono circa il 20% della popolazione dello Stato, furono obbligati a svolgere il servizio militare nell’esercito israeliano in seguito alla decisione dell’allora Primo Ministro Ben Gurion nel 1956. Ciò comporta che i cittadini in età da lavoro fossero arruolati con ordini di mobilitazione. Per questo, oggi un numero sempre crescente di giovani drusi si sta rifiutando di servire nell’esercito israeliano per combattere contro il loro stesso popolo, e lo Stato si deve confrontare oggi con un’iniziativa organizzata all’interno della comunità contro l’arruolamento obbligatorio e il riconoscimento dei diritti del resto della società araba-palestinese a Israele (traduzione di Cecilia Dalla Negra).

È il caso di uno dei primi, giovani e più determinati obiettori di coscienza in Israele, Omar Saad, diciottenne palestinese druso proveniente dal villagio di Al-Mughar, in Galilea. Omar, violista, fu incarcerato per la prima volta il 4 dicembre 2013 dopo che lui e i suoi fratelli eseguirono una protesta musicale fuori da un centro di detenzione militare israeliano in Galilea – dove la maggior parte dei palestinesi nell’attuale Israele risiedono – e in seguito al suo rifiuto ad arruolarsi nell’esercito israeliano. Omar ha giustificato il suo rifiuto con una lettera aperta (tradotta in più lingue, italiano compreso):

“Signor Ministro della Difesa di Israele
Io sono Omar Zahredden Mohammad Saad proveniente dal villaggio Maghar, Galilea.
Ho ricevuto l’ordine di arruolarmi nell’esercito il 31 ottobre 2012 secondo gli accordi sulla leva obbligatoria per la congregazione Drusa, e di seguito la risposta alla sua richiesta:
Rifiuto di arruolarmi perchè non accetto la legge che prevede l’arruolamento obbligatorio opposto alla mia congregazione Drusa.
Lo rifiuto perchè sono un pacifista, e odio ogni tipo di violenza, e credo che l’esercito sia il massimo della violenza fisica e psicologica, e da quando ho ricevuto l’ordine di iniziare con le procedure per l’arruolamento la mia vita è cambiata completamente. Sono diventato molto nervoso e i miei pensieri confusi. Mi sono ricordato di migliaia di immagini crude e non potevo immaginare me stesso ad indossare l’uniforme militare, partecipando alla soppressione del mio popolo palestinese, combattendo i miei fratelli arabi.
Rifiuto l’arruolamento nell’esercito israeliano o in ogni altro esercito, per ragioni morali e nazionali.
Odio l’oppressione e disprezzo l’occupazione. Odio pregiudizi e restrizioni alla libertà.
Odio chi arresta bambini, vecchi e donne.
Sono un musicista e suono la viola. Ho suonato in numerosi posti e ho molti amici musicisti da Ramallah, Gerico, Gerusalemme, Hebron, Nablus, Jenin, Shafaamr, Elaboun, Roma, Atene, Beirut, Damasco, Oslo ed altro ancora. E tutti noi suoniamo per la libertà, umanità e pace. La nostra arma è la musica e non ne avremo di alcun altro tipo.
Faccio parte di un gruppo oppresso da una legge ingiusta, quindi, come possiamo combattere contro i nostri parenti in Palestina, Siria, Giordania e Libano? Come posso lavorare come soldato al check point di Qalandia, o in qualsiasi altro check point di occupazione quando io stesso ho provato l’esperienza di oppressione in questi check point?
Come posso impedire alle persone di Ramallah di visitare Gerusalemme? Come posso fare la guardia al muro dell’apartheid?
Come posso fare da carceriere per il mio popolo, mentre so che la maggior parte dei prigionieri sono detenuti in cerca di diritti e libertà?
Suono per divertimento, libertà, e solo per la pace che si basa su fermare gli insediamenti e il ritiro dell’occupazione israeliana dalla Palestina. Per l’istituzione di una Palestina indipendente con Gerusalemme come capitale, per il rilascio di tutti i prigionieri e per il ritorno in patria di tutti i rifugiati espulsi.
Molti dei nostri giovani hanno servito sotto la leva obbligatoria e cosa hanno ricevuto alla fine? La discriminazione in tutti i campi. I nostri villaggi sono i più poveri della regione, le nostre terre sono state confiscate, non abbiamo mappe strutturate, non abbiamo zone industriali.
Il numero di laureati nella nostra regione è il più basso e soffriamo molto il mancato sviluppo.
Questa legge sulla leva obbligatoria ci ha isolati dal mondo arabo.
Per quest’anno ho intenzione di continuare i miei studi superiori e mi auguro di continuare pure gli studi accademici.
Sono sicuro che lei proverà a mettere ostacoli a fronte delle mie ambizioni di uomo, ma io lo dirò a voce alta: ‘Sono Omar Zahreddeen Saad. Non sarò una vittima della vostra guerra e non sarò un soldato del vostro esercito.’ Firmato: Omar Saad”

La lettera, neanche a dirlo, non ha ricevuto risposta né dal primo Ministro né dal Ministro della Difesa. In compenso, continuano a volerlo arruolare, è stato imprigionato sei volte (l’ultima a marzo) e agli avvocati civili – inclusi gli avvocati del New Profile, un groppo per la demilitarizzazione della società israeliana – non è più permesso visitare Saad o altri obiettori di coscienza durante la loro incarcerazione in prigioni militari. E come se non bastasse,150 giorni di carcere non lo hanno lasciato fisicamente indenne. Omar a giugno era ricoverato a casa a causa di una grave infezione al fegato che, secondo il padre, avrebbe contratto per le misere condizioni in cui versava il carcere in cui è stato detenuto: “Omar è entrato in prigione come persona in salute, musicista, atleta, e questo è come ne è uscito.” Il giovane dal canto suo non molla e sostiene Uriel nella comune causa.

Natan Blanc, ebreo israeliano e uno degli obiettori di coscienza da più tempo, negli ultimi anni ha fatto avanti e indietro fra casa e prigione, passando 158 giorni in prigioni militari prima di venir finalmente esonerato dal servizio.
Natan ha iniziato a essere convocato per la leva quando aveva 15 anni. Nel febbraio 2013 raccontò ad Amnesty International: “Nessuno parla di garantire ai palestinesi uguali diritti, o il diritto di voto. Io non voglio prendere parte a questa situazione… voglio stare dietro alle mie azioni e non voglio fare cose che vanno contro la mia coscienza.” Natan piuttosto voleva arruolarsi nel servizio medico di emergenza di Israele, il Magen David Adom (la branca israeliana della Croce Rossa), ma le autorità hanno negato agli obiettori di coscienza il diritto di fare servizio civile alternativo. In Israele non esiste servizio civile alternativo alla leva militare.
Il gruppo anti-militarista New Profile e molte altre associazioni per i diritti umani, comunità e organizzazioni politiche – tra cui Amnesty International, Baladna e il Druze Initiative Committee – hanno lanciato una petizione online facendo appello affinché Israele cessi gli arresti nei confronti degli obiettori di coscienza.

Il 6 giugno scorso il gruppo di attivisti israeliani “Breaking the Silence” ha organizzato in piazza Habima, nel centro di Tel Aviv un evento-maratona di 10 ore nel corso del quale è stata data la parola ad ex soldati israeliani e ad altri che sono tuttora in servizio, per esprimere pubblicamente le loro testimonianze contro l’esercito israeliano davanti a una folla di persone israeliane curiose e che condividevano le stesse opinioni. Si stima fra 350 e 400 coloro che hanno preso parte a questo evento.
Tra i nomi di alcuni degli ex soldati che hanno partecipato all’evento – Avner Guaryahs, Yoni Levy, Shay Davidovich, Nadav Bigelman-, ecco alcuni passaggi delle quattro testimonianze più significative.

Itamar Shwartz
Eravamo nel 2002, il giorno della finale della coppa del mondo. Erano circa le 13 o le 14 – ora israeliana. C’era canicola ed eravamo molto stanchi. Mi ricordo che quel giorno ci siamo fermati davanti ad una delle case mentre una voce nella nostra radio ripeteva: “Dobbiamo trovare un posto con televisione. Dobbiamo seguire la finale.” Era la cosa più assurda. Hanno fatto irruzione in una casa in cui c’erano solo donne e bambini. I soldati hanno rinchiuso tutti nella cucina e si sono sistemati per guardare la partita, per due ore. Io non riuscivo a credere a quel che stava succedendo.

Adi Mazor
Voi potete mentire, proprio come in questo caso. Il mio comandante ha preso il telefono e ha detto: “Noi vediamo là alcuni bambini che lanciano pietre sul muro”. Sicuro, non c’era alcun bambino. Niente. Aveva mentito. Noi abbiamo detto “d’accordo” e il mio collega ed io siamo saliti sul carro. Abbiamo sbloccato una granata stordente e l’abbiamo gettata sopra il muro. C’è stato un grande scoppio. Mi sono accorta di un Palestinese che lavorava nel suo campo. Era atterrito.
Ricordo di essere stata molto fiera del mio gesto. Poi la sensazione di eroismo è presto diventata una sensazione di vergogna. Avevo vergogna di me stessa. Era come se il territorio palestinese fosse un nostro terreno di gioco dove potessimo fare quel che volevamo in qualsiasi momento.

Gil Hellel
Per principio, noi eravamo un’unità mista sul terreno per gestire i disordini provocati dagli Ebrei. La popolazione nella colonia ebraica di Avraham Avinu è nota per essere difficile da gestire e origine di molti problemi. Tutta la città di Hebron è il focolare dei coloni più estremisti, giunti lì per una missione, per così dire: la riconquista della Terra d’Israele. Loro molestano continuamente ogni giorno i Palestinesi che vivono laggiù. In mezzo a tutto ciò, ricordo di aver pensato dentro di me “Ma per l’amor di Dio, cosa sto facendo io qui? Chi sono davvero in procinto di difendere?”

Noam Chayut
C’era grande folla che tentava di attraversare il checkpoint per spostarsi da Gerusalemme a Ramallah, cioè per uscire da quello che noi definiamo il legittimo Israele. Noi li perquisiamo allo stesso modo nei due lati del passaggio. Una volta c’era tra la folla un’adolescente o una giovane donna occidentale, o europea. L’ho guardata e in qualche modo le ho fatto segno di fare il giro invece di aspettare con gli altri. Lei è arretrata di un passo e ha cominciato ad urlare in inglese. “Perché? Che differenza c’è fra me e questa donna con i suoi marmocchi che piangono in coda?” Evidentemente, non ho potuto rispondere, perché non c’era risposta. (Andrea DiCenzo – MEE, Traduzione di Maria Chiara Tropea – Donne in nero)

Ma non solo militari, ex militari e ragazzi arruolabili. Ci sono anche altre prese di posizione da parte dei cittadini israeliani. Come quella di questa ragazza:
“Cara gente di Gaza,
Qualsiasi cosa stia per dire sembrerà priva di senso di fronte a ciò che state attraversando. Però al momento è l’unico strumento che ho – le mie parole. Mi chiamo Naomi Levari (regista e produttrice teatrale e cinematografica, n.d.r.) e vivo in Israele. Mi vergogno e vi chiedo perdono. Mi preoccupo per voi, piango per voi e soffro per le vostre perdite.
Questi sono giorni bui e so che questo non può consolarvi in alcun modo. Ma qualcuno di noi sta facendo tutto quello che può – che non è molto – per mettere fine a tutto questo: dimostrazioni, momenti pubblici, e nei nostri cuori stiamo chiedendo che le nostre preghiere siano ascoltate nel cielo al di sopra delle nostre anime. A voi non è più rimasta alcuna parola.
E io spero che tutto questo cambi presto. Mi appello ai governanti di Israele perché si comportino come persone responsabili, come leader, e che pongano immediatamente fine a questo spargimento di sangue. Ricordo al popolo di Israele che questo non è un videogame, che non ci sono vincitori e vinti, punteggi e classifiche: ci sono solo sconfitti. La gente continua a essere uccisa, le case ad essere distrutte, i sogni ad essere seppelliti. La società israeliana sta perdendo la sua tolleranza e sta diventando una banda di delinquenti.
L’unica cosa che possiamo fare è – ancora una volta -chiedervi perdono e usare tutti gli strumenti che abbiamo per fermare tutto questo.
State al sicuro.”

Autore: domenico moro da: controlacrisi.org

“Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della Crisi” : un libro straordinario. Intervento di Domenico Moro
Recentemente è uscito nelle librerie “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della Crisi” (la casa Usher, euro 10), scritto dal collettivo Clash city workers. Si tratta di un libro straordinario, nel senso letterale della parola, cioè di fuori dell’ordinario, sia per i temi che affronta sia per il metodo che adotta. Oggetto del libro è la composizione di classe, ovvero le caratteristiche e la struttura delle classi sociali in Italia. L’attenzione è rivolta in particolare alla classe dei lavoratori salariati (i nostri del titolo), ma, elemento da non sottovalutare, viene dedicato ampio spazio anche al lavoro autonomo ed ai settori intermedi e piccolo borghesi, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita politica italiana. Sono questi temi quasi del tutto ignorati da decenni sia dalla ricerca universitaria (sociologica, politologica ed economica) sia da sindacati e da partiti di sinistra e persino comunisti. L’approccio degli autori non è accademico, visto che l’analisi è dichiaratamente funzionale all’azione, cioè alla ripresa e allo sviluppo della lotta di classe in Italia. “Dove sono i nostri è un libro coraggioso perché rimette al centro del dibattito politico le classi e la lotta di classe senza tacere di farlo in un’ottica di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente e ponendosi questioni enormi ma ormai ineludibili, come la ricomposizione e l’organizzazione della classe lavoratrice. Del resto, chiunque voglia ricostruire una presenza organizzata sindacale e politica di classe nel nostro Paese non può esimersi dal partire da che cosa sono i salariati qui ed ora. Lavori di questo tipo sono un segnale positivo da valorizzare e sviluppare specie nel momento attuale, quando la sinistra di classe e i comunisti vivono il momento di maggiore arretramento dalla fine della Seconda guerra mondiale”.

Un lavoro certosino sui numeri dell’Istat
L’analisi di Clash city workers è importante anche perché ha il merito di partire dai dati empirici e di essere sistematica e tendenzialmente complessiva. Dei “nostri”, cioè dei lavoratori salariati ci viene illustrato dove sono, quanti sono e chi sono, se sono donne, immigrati, giovani, se stanno in questo o quell’altro settore dell’economia o in questa o quell’altra area del Paese. Gli autori a questo scopo hanno svolto una certosina ricerca negli archivi soprattutto dell’Istat, compresi i censimenti e le rilevazioni delle forze di lavoro. La descrizione della classe è basata sulla classificazione per attività economiche dell’Istat (Ateco), ma è sempre sviluppata in maniera critica, perché c’è chiara la consapevolezza in chi scrive che le classificazioni statistiche, come tutte le classificazioni delle scienze sociali, implicano una determinata concezione della realtà, influenzata dai rapporti sociali, e quindi non sono mai neutrali. Ma senza il riferimento ai dati dell’Istat (e di Eurostat) non sarebbe possibile avere un quadro dettagliato e complessivo della classe oggi in Italia, per il quale si necessita di risorse e strumenti enormi. Un impegno che oggi è giudicato gravoso persino dagli istituti di statistica nazionali, se è vero che c’è la tendenza a sostituire i censimenti periodici con indagini campionarie e censimenti continui che integrino le rilevazioni con gli archivi dei vari enti statali. Troppo spesso la sinistra negli ultimi anni si è focalizzata o piuttosto si è limitata a parlare di inchiesta operaia, ispirandosi al famoso questionario di Marx, quando lo stesso Marx vedeva l’inchiesta soprattutto come strumento di lotta per penetrare all’interno della classe operaia, favorendone la presa di coscienza della propria condizione, invece che come strumento di ricerca scientifica. Ad ogni modo, “Dove sono i nostri” non si limita al dato statistico quantitativo, in quanto alla descrizione di ogni settore del lavoro salariato si accompagna sempre un richiamo all’esperienza diretta del collettivo dei Clash city workers con i vari settori del lavoro salariato in anni di lotte e vertenze in alcune delle aree metropolitane principali del nostro Paese. Di ogni settore viene valutato il grado di centralità nella accumulazione capitalistica nonché la capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni, la presenza del sindacato, e le potenzialità di ricomposizione con il resto della classe e di antagonismo nei confronti del capitalismo.

La classe operaia c’è ancora, il resto sono chiacchiere
L’impiego del dato quantitativo e statistico, unitamente al recupero delle categorie marxiste di interpretazione dei rapporti di produzione, permette ai Clash city workers di fornire una risposta esplicita alle tendenze culturali che negli ultimi vent’anni hanno determinato una forte confusione teorica. Infatti, le trasformazioni nel processo di accumulazione del capitale svoltesi a partire dagli anni ’80 sono state l’occasione per eliminare, insieme alle categorie marxiste, la centralità della classe operaia, ovvero del lavoro salariato e produttivo di plusvalore. La terziarizzazione è stata intesa come il superamento dell’industria e della manifattura a favore della produzione immateriale, il superamento del fordismo come la morte della grande fabbrica, e la rivoluzione informatica e tecnologica come la sostituzione del lavoro subordinato con il cosiddetto lavoro “cognitivo”. Infine, l’eliminazione del soggetto di classe del processo di lotta ha condotto a quella che alcuni con compiacimento definivano “sinistra senza aggettivi”, contribuendo così pesantemente alla decadenza della sinistra politica nel nostro Paese .
Dati alla mano, “Dove sono i nostri” ci dice invece che il settore impiegato nell’industria, dopo decenni di trasformazione e nonostante i devastanti effetti della crisi, è tutt’ora quello largamente più consistente all’interno del lavoro: quasi 4 milioni di addetti nella manifattura che diventano 5,8 milioni nell’industria strettamente intesa (censimento 2011). Inoltre, attraverso un dettagliato lavoro di scomposizione dei settori Ateco, ci dice un’altra cosa importante e cioè che una parte notevole delle unità perse da questo settore e ora classificate nel terziario, sono in realtà composte di lavoratori esternalizzati, che continuano a svolgere il loro lavoro o dentro la fabbrica o all’esterno, ma sempre in relazione diretta o indiretta alla produzione della grande fabbrica, che rimane centrale nella produzione della ricchezza. A dispetto delle generalizzazioni dei teorici dell’economia della conoscenza, tra i lavoratori dei servizi la maggioranza svolge mansioni operaie e il rimanente, sebbene spesso con alta scolarizzazione, è costituito da lavoratori in buona parte proletarizzati, che più spesso di quanto si pensi svolgono mansioni ripetitive, parcellizzate, esecutive, e la cui subordinazione al capitale è schiacciante, sebbene spesso in forme mascherate come quelle del lavoro parasubordinato e delle false partite Iva. Anche la questione della frammentazione della produzione manifatturiera va ridimensionata, perché molte micro e piccole imprese sono nei fatti articolazioni della grande azienda, rispondendo a esigenze di riduzione dei costi e di neutralizzazione della capacità di mobilitazione dei lavoratori. Del resto, sebbene non esistano più aggregazioni giganti come Mirafiori con i suoi 50mila operai, è la grande impresa a presentare la quota maggiore di addetti. “Dove sono i nostri” sottolinea la centralità della manifattura nel sistema economico dei Paesi “a capitalismo avanzato”, che è confermata dagli sforzi, a partire dall’amministrazione Obama, per reinternalizzare parti di produzione migrate all’estero. Ma insiste anche, ed è la cosa più importante, sulla sua centralità soggettiva: <<Contrariamente a quanto comunemente pensano molti attivisti politici, che scontano su questo anche una mancanza complessiva di informazione e di conoscenza del mondo operaio, che si caratterizza per una conflittualità continua anche se non sempre visibile e di “piazza”, il proletariato della media-grande fabbrica rimane a tutt’oggi il soggetto più combattivo del mondo del lavoro, anche se spesso è incapace di creare relazioni che vadano oltre il perimetro del proprio stabilimento, pesantemente inquadrato com’è da sindacati che ne limitano l’azione.>> (pag. 76).

Il falso terziario
In queste poche righe c’è un mondo di contenuti e di problematiche. C’è una critica implicita a chi troppo velocemente ha liquidato la centralità operaia e della grande impresa, c’è l’osservazione che la lotta di classe c’è sempre, anche se in forme “invisibili”, c’è la frammentazione delle lotte (un tema centrale in Dove sono i nostri), e infine c’è la questione, sempre più centrale, del sindacato. Tuttavia, in Dove sono i nostri non siamo davanti al puro e semplice revival della centralità del lavoro produttivo. L’analisi, infatti, ripercorre le trasformazioni subite dalla composizione di classe non solo a seguito dei processi di esternalizzazione, ma anche di quelli incentrati sulle privatizzazioni del welfare e sullo sviluppo di settori legati all’espansione dell’accumulazione capitalistica, sia nuovi che vecchi, ma con una impetuosa espansione recente. Il lavoro produttivo viene rintracciato nello sviluppo di settori terziari come le comunicazioni, i trasporti e il magazzinaggio, l’informatica, l’istruzione e la sanità privata, ecc. Nessuna categoria del lavoro dipendente viene dimenticata, comprese la Grande distribuzione e la Pubblica Amministrazione, alle quali vengono dedicate pagine interessanti. Pagine altrettanto importanti sono dedicate al ceto medio dell’artigianato e della  piccola impresa, che, come viene sottolineato, ha svolto e svolge tutt’ora un ruolo importante nella politica di questo Paese, nonostante e forse a causa dei processi di ristrutturazione complessiva a livello europeo.

Integrare i settori
Alla fine di questa analisi e coerentemente con i fini pratici della loro riflessione, gli autori si pongono la domanda centrale del loro lavoro, che da il titolo al capitolo conclusivo: come organizzare il conflitto? In primo luogo, dicono i Clash city workers, le organizzazioni per essere efficaci devono ricalcare la struttura materiale dell’accumulazione. In caso contrario, gli insuccessi sono inevitabili, come in effetti è accaduto in Italia. Dunque, visto che la terziarizzazione dell’economia mette in collegamento diretto settori diversi su un piano internazionale, una organizzazione di lotta sindacale articolata per categorie e legata al solo piano nazionale risulta inadatta. L’organizzazione del lavoro salariato dovrebbe invece rispecchiare le filiere in cui è articolata la produzione capitalistica, mettendo in relazione settori economici diversi e individuando i nodi, rappresentati dalla grande imprese, che connettono i vari elementi della filiera e della subfornitura. Contemporaneamente è necessario internazionalizzarsi, cioè creare un network tra lavoratori di Paesi diversi.
Secondo gli autori, è proprio l’integrazione tra primario, secondario e terziario, combinata con la concentrazione dei capitali (dovuta alla finanziarizzazione) che determina l’unificazione oggettiva della classe lavoratrice: <<La combinazione di questi due processi, terziarizzazione dell’industria e finanziarizzazione, fa sì che dal punto di vista materiale questi lavoratori siano già uniti. Sono però artificialmente divisi da un punto di vista sindacale e soprattutto politico. Una volta preso atto preso atto di questa trasformazione materiale, qual è il nostro compito? Quello di lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente connesso.>> (p. 179) Inoltre, visto che <<è in atto una uniformazione al ribasso di tutti i lavoratori, che vedono diventare le loro condizioni di vita e le loro aspettative sempre più simili, la classe è oggi molto più omogenea che in passato e nei prossimi anni lo sarà sempre di più>>. (p.191) Queste conclusioni destano, però, qualche perplessità. Sembrerebbe, infatti, che gli autori tengano conto solo di un aspetto di quanto emerge dalla loro stessa analisi. La realtà del lavoro si presenta dialetticamente sotto due aspetti contradditori. Uno effettivamente è quello del peggioramento generalizzato delle condizioni di vita e di lavoro. L’altro è la compresenza sui posti di lavoro di personale con tipologie contrattuali diverse e spesso dipendente da aziende diverse, cui si aggiunge l’articolazione della produzione in base a catene produttive basate su esternalizzazione e subfornitura. È quest’ultima condizione a rendere la classe frammentata e disomogenea, per taluni aspetti, come mai prima d’ora. Il fatto che il capitale sia sempre più interconnesso non implica affatto che lo siano i lavoratori. Anche affermare che la classe è separata da barriere artificiali può portare a non considerare che la classe è scomposta in primo luogo proprio sul piano materiale, cioè dell’organizzazione della produzione, come conseguenza dei processi oggettivi e “spontanei” dell’accumulazione. E questo è ancora più vero sul piano internazionale, dove i lavoratori periferici si guarderebbero bene dall’intraprendere una rivendicazione salariale che facesse saltare un investimento e quindi importanti posti di lavoro. Naturalmente, questi rilievi non significano che oggi esistano le basi materiali per la ricomposizione e lo sviluppo della lotta di classe, ma che tale sviluppo deve essere prodotto tenendo conto dei limiti esistenti. Limiti per il cui superamento è necessario sciogliere il nodo dell’organizzazione.

Entrare in contatto con i lavoratori
A tale proposito, un’altra questione che richiede un sovrappiù di riflessione è quella della dimensione sindacale e politica, in cui vengono identificate le <<barriere artificiali>> di cui si diceva. Giustamente gli autori più volte osservano come il sindacato limiti l’azione della classe lavoratrice e assuma un ruolo collaborativo con il capitale in una dimensione neocorporativa, di cui la costituzione degli enti bilaterali è un esempio, e tenda a trasformarsi in agenzia di servizi. Tuttavia, al momento di trarre delle conclusioni, si dice che il problema <<non è tanto quello di fondare un “vero” sindacato conflittuale>>, ma <<entrare in contatto con la forza lavoro … se vogliamo costruire una coscienza di classe che si ponga all’altezza delle sfide che ci si parano davanti…Dobbiamo unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi su un piano politico…>> (p.199)
A questo punto bisogna distinguere la questione in due aspetti. Il primo è quello del sindacato. Certamente è corretto quanto dicono gli autori che la lotta deve superare la dimensione aziendale, locale e settoriale e va portata sul piano generale. Rimane, però, il fatto che, come dimostrato dai governi degli ultimi anni le cui controriforme pesantissime sul piano del mercato del lavoro e delle pensioni sono passate senza colpo ferire, se il lavoro è ingabbiato in sindacati collaborativi c’è poco da generalizzare. Mi sembra evidente che se non si dispone di una organizzazione sindacale nazionale e autonoma dai partiti di governo non c’è verso che la situazione si sblocchi. In termini pratici, ciò significa fare i conti con quello che oggi è diventata la CGIL e con le potenzialità di sviluppo e coordinamento che hanno le sigle sindacali alla sua sinistra.
La seconda questione riguarda che cosa intendiamo per coscienza di classe e per politica. La coscienza di classe non è soltanto percezione di sé in quanto salariato e in quanto parte di un collettivo con interessi e caratteristiche comuni. Questa è la coscienza “economica”, che certamente è un ineludibile e importante primo passo. La coscienza “politica” di classe si sviluppa oltre il campo dei rapporti tra operai e padroni, matura nel campo dei rapporti tra tutte le classi con lo Stato e con il governo, nel campo dei rapporti reciproci fra tutte le classi. È insieme la consapevolezza dell’irriducibile antagonismo fra gli interessi del lavoro salariato e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo e la capacità di riorganizzare la totalità della società secondo quegli stessi interessi.
Di conseguenza, estendere la lotta sul piano politico vuol dire non soltanto generalizzare e unificare le lotte immediatamente economiche ma unificare le lotte in tutti i campi della vita sociale in una strategia complessiva per la conquista del potere politico. E, visto che l’espressione concentrata del potere è lo Stato, la lotta politica è in definitiva lotta contro lo Stato del capitale e per la conquista e la trasformazione della macchina statale stessa. La capacità di lottare politicamente, nei termini suddetti, implica ogni volta riuscire a elaborare la tattica giusta, che sia coerente con la strategia di trasformazione della realtà e che nello stesso tempo sia capace di tradurla in azione concreta qui ed ora. Oggi, ad esempio, bisogna avere la capacità di dare una nostra spiegazione della crisi e una prospettiva generale di superamento della crisi stessa, entrando nelle specificità della fase, dalla questione dell’euro a quella del debito pubblico, alle trasformazioni istituzionali. Mentre nel passato forse era possibile ricomporre la classe anche solo sulla difesa delle proprie condizioni economiche, oggi qualsiasi generalizzazione o ricomposizione delle lotte anche di quelle più limitatamente economiche solleva immediatamente problemi relativi alla organizzazione e all’indirizzo generale della società. È evidente, quindi, che se la politica è tutto questo, allora non possiamo esimerci dall’affrontare la questione dell’organizzazione politica, cioè del partito, che è un po’ il convitato di pietra di “Dove sono i nostri”. Quello del partito è il nodo intorno al quale si gioca la possibilità di fare il salto, auspicato anche dagli autori di Dove sono i nostri, dalla dimensione della difesa economica a quella della politica.
La situazione della classe lavoratrice in Europa e in Italia deve scontrarsi con condizioni di lotta molto difficili e livelli organizzativi spesso ridotti al lumicino, all’interno di un crisi epocale del capitale che si manifesta in forme inedite, che richiedono ai lavoratori una notevole capacità di collegare condizioni immediate e visione generale. Di fronte a questa situazione non ci sono scorciatoie. Il processo di ricostruzione di una soggettività di classe antagonista – sindacale e partitica – sarà lungo e difficile, e soprattutto richiederà apporti molteplici, rendendo necessaria una non scontata capacità di confronto e di sintesi fra le esperienze, parziali eppure fondamentali, che sono maturate in Italia negli ultimi anni. “Dove sono i nostri” è, a pieno diritto, il prodotto di una delle più interessanti di queste esperienze. Il contributo che ci offre è fondamentale, perché, restituendoci il soggetto sociale della trasformazione della società nella sua concretezza e materialità, finanche misurabile statisticamente, ci aiuta a piantare i nostri piedi ben saldi per terra. Avere come punto di riferimento permanente la classe lavoratrice e il radicamento al suo interno rappresenta il necessario antidoto alle derive politiciste e elettoralistiche che hanno caratterizzato gli ultimi decenni.