La mafia e i suoi complici raccontati a mia figlia da: antimafia duemila

borsellino-manfredi-c-castolo-giannini-2Tuo nonno Paolo e il suo amico Giovanni volevano per voi un mondo migliore
Lettera di Manfredi Borsellino

Cara Merope,
oltre venti anni fa accadeva qui a Palermo, a poche centinaia di metri dal quartiere dove noi abitiamo e che abitualmente frequentiamo, qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente la nostra società, avrebbe scosso tante coscienze e probabilmente segnato un punto di non ritorno; niente (o quasi) dopo quegli eventi sarebbe stato come prima. Due palermitani come noi, due uomini onesti e leali, uno dei quali tu hai iniziato a conoscere un po’ meglio perché si tratta di tuo nonno, dopo avere combattuto una lotta intensa e ininterrotta contro un male feroce chiamato mafia o Cosa nostra, si sono sacrificati. Il loro sacrificio è consistito nell’immolarsi affinché i più giovani, ma anche voi che ancora non eravate nati, acquisissero la consapevolezza di quanto terribilmente serio fosse quel male cui ti ho accennato prima, per troppo tempo sottovalutato, ignorato e purtroppo non combattuto da tutti coloro che avrebbero dovuto contrastarlo.

E così quel male nel tempo è diventato sempre più potente, i suoi tentacoli si erano intrufolati tra le stesse istituzioni che governavano il nostro paese, tra le forze di polizia e in quella stessa magistratura di cui questi due grandi cittadini
palermitani facevano parte.
Soli, senza lo Stato che avrebbe dovuto proteggerli come i suoi figli migliori, hanno con consapevolezza affrontato il martirio, altrettanto consapevoli però che la loro morte (apparente) non sarebbe stata vana.
Già dopo l’attentato in cui perse la vita Giovanni Falcone, il più grande amico e collega di tuo nonno Paolo, Palermo si svegliò, tanti giovani e bambini della tua età si riversarono sulle strade mentre dai balconi sventolavano grandi lenzuoli bianchi, segno di purezza e di pace.
Quando purtroppo venne il momento del tuo caro nonno Paolo, non solo Palermo ma tutta l’Italia si è (ri) svegliata gridando il suo sdegno.
Di mafia, ma anche del tuo nonno Paolo e del suo amico Giovanni, del loro sacrificio/martirio, di legalità, dell’importanza delle regole e del rispetto delle leggi, dell’omertà mafiosa, di pizzo ed estorsioni, di istituzioni, o meglio ancora di uomini delle istituzioni collusi o contigui con la criminalità organizzata, di complicità di pezzi dello Stato nell’ideazione e (forse) realizzazione di quelle stragi avvenute quando tu non eri ancora nata, si è finalmente iniziato a parlare nelle famiglie, a scuola e negli stessi luoghi di ritrovo di tanti tuoi coetanei, formando delle coscienze nuove.
Oggi, cara Merope, voi bambini siete “allenati” a combattere quel male subdolo, la mafia, che ti ha tolto il tuo caro nonno prima che venissi alla luce, siete allenati da papà e mamma che soddisfano per quanto loro possibile la vostra sete di verità e giustizia, ma siete allenati anche dalle vostre maestre, grazie alle quali la vostra attenzione su ciò che è accaduto tanti anni fa non si attenua mai.
Del tuo caro e grande nonno Paolo avrei tante cose da dirti e raccontarti ma con calma e senza fretta le conoscerai strada facendo.
E’ in questo momento sufficiente che tu sappia che egli ha “consapevolmente” sacrificato la sua vita privandosi di una delle cose che desiderava di più al mondo, ovverosia veder nascere e crescere i suoi nipotini come te, per farvi vivere in un mondo migliore dove chi svolge (e bene) il proprio dovere, sia esso di magistrato, poliziotto, maestro o sacerdote, non debba mai più temere per la sua vita e quella dei suoi familiari.
La lettera è tratta dal libro “Io ti racconto – Le stragi del 1992 e la ribellione di Palermo: i genitori spiegano ai figli la mafia” edito dalla Direzione didattica Alcide De Gasperi di Palermo.

Tratto da: La Repubblica – Palermo del 19 luglio 2014

 

ANPI news 129

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Puntuale come un cronometro, rispunta – di quando in quando – l’idea del presidenzialismo, da affrontare subito dopo la riforma del Senato. Non so più come fare a ripetere che di presidenzialismo, nell’ANPI, ben pochi vogliono sentir parlare. La stragrande maggioranza di noi è fermamente convinta che questa è una Repubblica ancora troppo fragile perché ci si possa permettere il lusso di insistere su istituti, come il “premierato”, il “presidenzialismo”, e così via, che parlano sempre il linguaggio della concentrazione del potere in poche mani (…)

 

Un’altra parola ricorrente, periodicamente, e più che mai dopo la recente sentenza della Corte d’appello di Milano sul “caso Ruby”, è quella di “grazia”. Anche questa è stucchevolmente ripetitiva. Così continueremo ancora a ribadire che sarebbe meglio abbandonare questo discorso, perché mancano tutti i presupposti per una simile concessione(…)

 

E’ in corso la proposta di un referendum abrogativo della legge n. 243/12, attuativa del principio di pareggio del bilancio, ormai consacrato (a suo tempo, nel silenzio generale) nella stessa Carta Costituzionale (art. 81). L’iniziativa, strutturata in modo da cercare di aggirare l’ostacolo del divieto costituzionale di promuovere referendum in tema di norme vigenti della Costituzione e di leggi di fisco e di bilancio, ha un incerto destino, perché non sono pochi coloro che dubitano della sua ammissibilità, nonostante l’accorgimento adottato; e già, in materia, vi sono scritti e saggi di notevole interesse, in un senso o nell’altro. Comunque vada a finire, però, l’iniziativa ha un merito, che è quello di esprimere con chiarezza l’avversione ad un sistema rigido di austerità, di assoluto rigore, di pareggi forzati e di vincoli troppo stringenti, che rischia di generare, sua volta (come già accade), effetti negativi sul piano del rilancio delle attività produttive, degli investimenti, delle misure per contrastare la disoccupazione e il precariato, e così via(…)

 

Che si può dire ancora di tragedie come quella della Palestina e della morte, nel Mediterraneo, di tante persone (anche donne e bambini) che tentano di uscire da Paesi in guerra o in crisi, cercando una qualunque prospettiva migliore e incappando invece, assai spesso, in un destino fatale? Non si può rimanere inerti di fronte a tanto orrore. Ma le parole non bastano più(…)

 

ANPINEWS N.129

Napolitano, Ferrero: “Presidente, non sono spettri ma macchinazioni autoritarie contro la Costituzione che lei dovrebbe difendere”da: rifondazione comunistsa

di Paolo Ferrero – Caro Presidente, quelli che abbiamo di fronte non sono spettri ma vere e proprie macchinazioni autoritarie contro quella Costituzione che Lei dovrebbe difendere e invece vuole manomettere. Il problema dell’Italia è proprio questo: una commistione tra i vertici dello stato per determinare un vero e proprio cambio di regime di cui l’abolizione della possibilità per il popolo di eleggere il Senato, la modifica della legge elettorale della Camera peggiorando il porcellum e la modifica dei regolamenti parlamentari sono le pietre miliari.

Se fossi palestinese | Fonte: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo | Autore: Eduardo Galeano

Fin dal 1948, i palestinesi sono stati condannati a vivere in un’umiliazione senza fine. Non possono neanche respirare senza permesso. Hanno perduto la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà, ogni cosa, anche il diritto di eleggere il loro governo.
Quando votano per chi non dovrebbero, vengono puniti. Gaza ora vene punita, è diventata una trappola senza via d’uscita da quando Hamas ha vinto giustamente le elezioni nel 2006. Qualcosa di simile era accaduta nel 1932, quando il Partito Comunista ha vinto le elezioni a El Salvador: la gente espiava il suo cattivo comportamento con un bagno di sangue e da allora in poi ha vissuto sotto dittature militari. La democrazia è un lusso che soltanto pochi si meritano. I missili fatti in casa che non hanno dato scelta ai combattenti di Hamas a Gaza, sparano con una mira approssimativa verso le terre una volta palestinesi e attualmente sotto il dominio israeliano, sono nati dall’ impotenza.
E la disperazione del tipo che confina con la pazzia suicida, è la madre delle minacce che negano il diritto di Israele a esistere con grida vane, mentre una guerra genocida molto efficace nega da lungo tempo il diritto della Palestina alla vita.
Resta pochissimo della Palestina. Passo dopo passo, Israele la sta cancellando dalla carta geografica. I coloni invadono, seguiti dai soldati che ridisegnano i confini. Le pallottole sparate per auto-difesa santificano il saccheggio. Nessun tipo di aggressione manca di dichiarare che il suo scopo è di difesa. Hitler ha invaso la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Iraq per impedire che l’Iraq invadesse il mondo. Con ognuna delle sue guerre difensive, Israele inghiotte un altro pezzo di Palestina, e il festino continua.

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/if-i-were-a-palestinian

Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

Renzi, Draghi e l’Italia che affonda Fonte: Scenari globali | Autore: Luigi Pandolfi

Spentisi gli effetti euforici della droga mediatica propinata a piene mani nel corso della campagna elettorale da poco conclusasi, le criticità della situazione economica italiana stanno venendo vigorosamente a galla, in tutta la loro drammaticità.

Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da una girandola di notizie sull’evoluzione del quadro macroeconomico nazionale e sulle misure che il vero dominus delle politiche economiche europee, la Bce, ha annunciato per bocca del suo presidente Mario Draghi. Cerchiamo di fare il punto, partendo dai fondamentali, ovvero dallo stato di salute del nostro Paese.

Come ha confermato recentemente l’Istat, il Pil italiano è diminuito nel 2013 dell’1,9%, ma non in modo omogeneo da un capo all’altro della penisola. Si va da un -0,6% nel Nord-Ovest ad un secco 4% nel Mezzogiorno. Italia sempre più duale, insomma. E l’occupazione? Le cifre sono ormai da capogiro. Nel primo trimestre del 2014 il tasso di disoccupazione ha toccato il 13,9% (+ 0,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), con quella giovanile al 46%. Al Sud siamo più vicini alla Grecia che al resto del paese: tasso generale al 21,7%, che sale fino al 60,9% tra i giovani.

E le previsioni per il futuro? Per quanto riguarda il Pil, stante l’arretramento dello 0,1% registrato nel primo trimestre di quest’anno e le tiepidissime stime per il secondo (tra lo 0,1% e lo 0,4%), c’è da giurare che le previsioni del Governo (+0,8%), già ammorbidite rispetto a quelle di Letta, difficilmente potranno essere confermate. Peraltro su questo punto si va da una previsione di crescita zero da parte dell’Istat ad un misero 0,5% pronosticato dall’Ocse.

Ora un po’ di attenzione. Fino a qualche mese fa in molti (Istat, Bankitalia, Ue, Ocse) avevano parlato per il 2014 – 2015 di crescita senza occupazione ( Jobless recovery ). Lascio a voi immaginare cosa potrà accadere, altrimenti, se la crescita prevista non ci sarà o sarà del tutto insignificante!

Intanto il  Fiscal compact  incombe, sia per l’obiettivo del pareggio strutturale che per quello dell’abbattimento delle eccedenze di debito sopra il 60%. Si è molto dibattuto negli ultimi tempi sull’entità delle manovre atte a conseguire nei tempi stabiliti questi risultati. Certo, sia nell’uno che nell’altro caso ciò che farà la differenza sarà il dato della crescita, ovvero del denominatore nel rapporto deficit/Pil e debito/Pil. Proprio per questo, nondimeno, con i numeri che ci ha restituito il primo trimestre 2014 e le previsioni che circolano per l’intero anno, c’è poco da stare allegri: nelle condizioni date lo spettro di manovre da 40-50 miliardi all’anno, con effetti recessivi annessi, diventerebbe immediatamente realtà.

Ma Renzi che fa?  Di nuovo in questi giorni è tornato sul tema dell’austerità, criticandola, ma non ha spiegato come si possa uscire da quest’ultima senza mettere in discussione gli impegni sottoscritti con l’Europa in materia di finanza pubblica, peraltro tutti riconfermati nel Documento di Economia e Finanza approvato nell’aprile scorso. Nel concreto, però, ha concesso il bonus Irpef (gli 80 euro) ad una platea di circa 10 milioni di lavoratori dipendenti ed ha varato una nuova riforma del mercato del lavoro.

Bonus Irpef . Quale doveva (dovrebbe) essere l’obiettivo di questa misura? Rilanciare i consumi, quindi stimolare la domanda interna, aiutare la crescita. Quali sono le stime più realistiche su questo punto? L’Istat ha previsto un impatto insignificante dell’intervento sull’economia, fissando ad un misero +0,2% la crescita dei consumi per l’anno in corso. Un dato che non è molto lontano da quello stimato da associazioni di consumatori come Federconsumatori e Adusbef, che parlano di un +0,5% a fronte di un calo dei consumi nel biennio 2012-2013 di oltre l’8%, pari a 70 miliardi di euro.

Decreto Poletti . Parliamo di un provvedimento che si basa sul seguente assioma: ad un più livello di deregolamentazione del mercato del lavoro dovrebbero corrispondere livelli meno elevati di disoccupazione. In questa direzione vanno le misure che hanno allungato la vita dei contratti a termine “acausali”  e portato da uno a cinque il numero delle proroghe degli stessi. E’ singolare che dopo oltre vent’anni di interventi in questo campo, che hanno largamente precarizzato e flessibilizzato i rapporti di lavoro, senza che ciò abbia determinato un incremento sostanziale dei livelli occupazionali (semmai è vero il contrario), si continui ancora a battere questa strada. L’Italia, da questo punto di vista è stato uno dei paesi in Europa che più di altri ha “investito” sulla flessibilità per creare nuova occupazione, ma i risultati sono stati evidentemente asimmetrici rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ricapitolando , appare del tutto evidente che le strategie messe finora in campo del nuovo governo per favorire la crescita e l’occupazione sono del tutto insufficienti, perfino inutili e dannose se ci riferiamo alla nuova disciplina dei contratti a termine.

Intanto a Francoforte , sede della Banca centrale europea, c’è chi annuncia misure straordinarie per rilanciare l’economia nell’eurozona. Vediamo di che si tratta. Stando ai titoli di alcune testate giornalistiche, le parole di Mario Draghi, pronunciate a margine del Consiglio direttivo della Bce del 5 giugno scorso, sarebbero traducibili in questo modo: meno tassi, più liquidità, ovvero riduzione ulteriore del costo del denaro e tassi di interesse sotto zero sui depositi che le banche tengono sui conti della Banca centrale europeada un lato e iniezione di nuova liquidità nel sistema bancario sul modello delle operazioni di rifinanziamento Ltro del 2011-2012 dall’altro. La differenza, rispetto a quest’ultime, risiederebbe nel carattere “mirato” ( Targeted ) dei finanziamenti, di cui dovrebbero beneficiare essenzialmente famiglie e imprese (con esclusione dei mutui immobiliari). Per la prima misura, invece, l’idea è che le banche, qualora dovessero pagare anziché essere remunerate per i propri depositi presso la Bce, avrebbero oggettivamente interesse a far circolare la liquidità in loro possesso.

Non prendiamoci in giro. Ma davvero si può pensare che le banche, nelle condizioni date, possano allegramente dispensare prestiti ad imprese e famiglie solamente per non pagare l’obolo del mantenimento dei propri depositi presso la Bce? Il gioco non varrebbe la candela, stante l’elevato rischio di insolvenza dei beneficiari dei finanziamenti. Allo stesso modo appare del tutto irrealistico che le banche aderiscano massicciamente al nuovo programma Ltro, con obbligo di esposizione verso il settore privato per l’intero ammontare del denaro ricevuto (Ecco perché il nuovo programma assumerà la denominazione di Tltro, ovvero  Targeted longer-term refinancing operations ). Meglio finanziarsi sul mercato, senza impegni di sorta ed a tassi ormai ragionevoli. O no?

Da Roma a Francoforte, passando per Bruxelles, insomma, si continua a sottovalutare l’entità della crisi in atto. E tutte le misure che si adottano non fuoriescono dal binario ideologico dell’”austerità espansiva”. In Italia, quelle che vengono presentate come misure “straordinarie” per la crescita e l’occupazione altro non sono che mezze-misure adottate in un quadro di assoluta compatibilità con i vincoli rigoristi di finanza pubblica oggi operanti o all’insegna della continuità con le politiche neoliberiste degli ultimi vent’anni ed oltre. Per quanto riguarda le misure  “non convenzionali” di Draghi siamo a metà strada tra la strategia dell’annuncio e la sostanziale fedeltà alla mission della Bce.

Urge perciò un cambio di passo. Senza immaginare rotture traumatiche dell’Unione economica e monetaria, tre interventi, nell’immediato, potrebbero dare respiro all’economia europea: un ambizioso programma di  quantitative easing , un piano straordinario per il lavoro finanziato direttamente dell’Unione, la sospensione dei vincoli derivanti dal Patto di bilancio ( Fiscal compact ).

Dalle elezioni del 25 maggio è venuto un monito molto chiaro: la fiducia dei cittadini verso le istituzioni europee è ai minimi storici. Non coglierne la portata significherebbe condannare l’Europa all’implosione.

Ce lo dice l’Europa: assumete i precari della scuola Fonte: Il Manifesto | Autore: ro.ci.

Giustizia. La bomba sta per esplodere. Prevista in autunno la sentenza della Corte di Giustizia Europea che potrebbe sanzionare lo Stato italiano per l’abuso del personale intermittente negli istituti scolastici. Nel frattempo il Miur procede con l’immissione in ruolo di 28 mila docenti e 4500 personale Ata. E scoppia la polemica con i sindacati: “Numeri inadeguati”Sono 32.500 le assun­zioni pro­gram­mate a set­tem­bre nella scuola, sem­pre che il mini­stero dell’Economia non metta i bastoni tra le ruote a quello dell’Istruzione. è l’auspicio del capo dipar­ti­mento Istru­zione del Miur Luciano Chiap­petta che, in un’intervista al Sole 24 ore di ieri, ha snoc­cio­lato i seguenti numeri: 15 mila docenti «sui posti comuni» e 13 mila per il soste­gno. Più 4.500 tra il per­so­nale Ata. Tra i docenti il reclu­ta­mento verrà con­dotto secondo le regole di 15 anni fa: il 50% dei 28 mila posti andranno ai docenti pre­cari iscritti nelle gra­dua­to­rie ad esau­ri­mento, il 50% andrà a chi ha vinto il «con­cor­sone» indetto nel 2012 dall’ex mini­stro Pro­fumo che valse una cat­te­dra a 11.542 per­sone, di cui solo 3.527 sono stati assunti l’anno scorso. I restanti 8.015 dovreb­bero quasi tutti essere assunti a set­tem­bre. Se il governo Renzi riu­scirà a risol­vere la situa­zione dei circa 4 mila «Quota 96» potreb­bero libe­rarsi altret­tanti posti.

Tutto bene? Per nulla. Secondo il pre­si­dente di Anief-Confedir Mar­cello Paci­fico, anche quest’anno il Miur con­ti­nuerà il suo tra­di­zio­nale ostru­zio­ni­smo anti-precari. I posti com­ples­sivi da asse­gnare ai pre­cari sareb­bero, a suo avviso, il dop­pio per­chè è cam­biato l’organico. Se, infatti, al totale dei docenti di ruolo (594.854) si sot­trae il numero dei pen­sio­na­menti di quest’anno (15.414), gli inse­gnanti di ruolo in ser­vi­zio sono quasi 580 mila. L’organico di diritto per il pros­simo anno sco­la­stico è di 600.839 per­sone. In que­sto modo restano vacanti almeno 6 mila cat­te­dre che il Miur doveva segna­lare al Mini­stero dell’Economia per con­si­de­rarle tra le immis­sioni in ruolo. La stessa osser­va­zione viene fatta per l’immissione dei 13.342 inse­gnanti di soste­gno. Visto che l’organico con­si­de­rato dal mini­stero dell’Istruzione risale a otto anni fa, oggi non con­si­dera la coper­tura di oltre 220 mila alunni con disa­bi­lità che fre­quen­tano le scuole ita­liane. Per man­te­nere il rap­porto un docente per due alunni, in que­sto campo sareb­bero neces­sa­rie 7 mila assun­zioni in più.

La carenza più allar­mante riguarda il per­so­nale Ata: ci sono 13 mila posti vacanti che si aggiun­gono ai 4.599 pen­sio­na­menti. Man­cano, tra gli altri, 2.692 assi­stenti ammi­ni­stra­tivi, 1.032 assi­stenti tec­nici, 8.172 col­la­bo­ra­tori sco­la­stici, 126 cuo­chi, 111 guar­da­ro­bieri e 36 infer­mieri. Posti che avreb­bero biso­gno di per­so­nale sta­bile. Che quest’anno non ci sarà.
L’«ostruzionismo» di cui parla l’Anief, e il pro­getto di eli­mi­nare le gra­dua­to­rie d’istituto con 500 mila sup­plenti annun­ciato dal governo Renzi potrebbe sal­tare gra­zie all’attesissima sen­tenza della Corte di Giu­sti­zia Euro­pea. Lo Stato ita­liano può essere con­dan­nato per l’abuso dei con­tratti pre­cari per oltre 36 mesi, in vio­la­zione della diret­tiva euro­pea 70 del 1999. L’avvocato gene­rale Szpu­nar ha dato ragione a migliaia di ricor­renti, alcuni dei quali hanno otte­nuto cospi­cui risar­ci­menti dai tri­bu­nali del lavoro. Ricorsi simili sono stati fatti dalla Flc-Cgil e dalla Gilda. In autunno, la sen­tenza defi­ni­tiva con­tro l’illegalità di Stato.

Caso Uva, sei anni di mala giustizia Fonte: Il Manifesto | Autore: Luigi Manconi, Valentina Calderone

Rinvio a giudizio. Se finalmente si è tornati ad uno stato di diritto lo si deve alle tenacia e alla intelligenza di Lucia e della famiglia UvaSono pas­sati oltre sei anni da quel 14 giu­gno 2008 in cui, sor­preso a spo­stare delle tran­senne in mezzo a una strada, Giu­seppe Uva veniva con­dotto in una caserma dei cara­bi­nieri di Varese. Poche ore dopo sarebbe morto nel reparto psi­chia­trico dell’ospedale cit­ta­dino. Quanto suc­cesso in que­sti lun­ghi anni è l’esempio più lam­pante di come la giu­sti­zia, in uno stato di diritto, non dovrebbe fun­zio­nare: spre­gio per le insop­pri­mi­bili garan­zie di chi si trovi pri­vato della libertà, stig­ma­tiz­za­zione della vit­tima e del suo stile di vita, sot­to­va­lu­ta­zione delle cir­co­stanze di fatto a esclu­sivo van­tag­gio di un pre­giu­di­zio di intan­gi­bi­lità per uomini e appa­rati dello Stato. Per sei anni, non uno solo dei cara­bi­nieri e poli­ziotti che quella notte chiu­sero Uva in una stanza, è stato inda­gato; e solo nell’autunno scorso, il testi­mone ocu­lare, Alberto Big­gio­gero, è stato ascol­tato dalla Pro­cura.
In que­sti anni e in ben sei tra sen­tenze e ordi­nanze, altret­tanti giu­dici cen­su­ra­rono il com­por­ta­mento pro­ces­suale del pub­blico mini­stero Ago­stino Abate: «È un diritto della fami­glia e della col­let­ti­vità intera» sapere cosa suc­cesse all’interno di quella caserma. Per­ché Giu­seppe Uva è stato trat­te­nuto senza un ver­bale di fermo? Per­ché il suo corpo era pieno di ferite e di lesioni? Per­ché, se cara­bi­nieri e poli­ziotti sosten­gono che Uva si sia fatto male da solo, non è stata chia­mata imme­dia­ta­mente l’ambulanza? Troppe domande cui per un tempo infi­nito è stata negata una rispo­sta. Il fasci­colo in mano al Pm Abate è stato trat­tato come una pro­prietà per­so­nale: insulti alla fami­glia nel corso delle udienze, inter­ro­ga­tori ai testi­moni con moda­lità a dir poco discu­ti­bili, asso­luto pre­giu­di­zio d’innocenza nei con­fronti dei poli­ziotti e cara­bi­nieri coin­volti.
Ma quei com­por­ta­menti, sia pure tar­di­va­mente, sono stati oggetto di inda­gine da parte del mini­stero della Giu­sti­zia e della Pro­cura gene­rale presso la Cas­sa­zione e hanno por­tato a due pro­ce­di­menti disci­pli­nari presso il Csm per, tra l’altro, «con­dotta ingiu­sti­fi­ca­ta­mente aggres­siva e inti­mi­da­to­ria» e «vio­la­zione dei diritti umani». Dopo­di­ché, anche il tri­bu­nale di Varese ha dovuto pren­dere prov­ve­di­menti e il fasci­colo è stato final­mente rias­se­gnato. I capi di accusa sono stati rifor­mu­lati dal pm Felice Isnardi, ma poi quest’ultimo — nell’udienza del 9 giu­gno scorso — ha chie­sto sor­pren­den­te­mente il non luogo a pro­ce­dere per tutti gli inda­gati.
Che all’interno del Tri­bu­nale di Varese suc­ce­dano fatti sin­go­lari è ormai cosa nota, ma ciò che conta adesso è che final­mente un giu­dice – quello dell’udienza pre­li­mi­nare, Ste­fano Sala – abbia deciso. E la sua deci­sione di rin­viare a giu­di­zio il cara­bi­niere (il secondo mili­tare ha fatto richie­sta di rito imme­diato) e i sei poli­ziotti era l’unica pos­si­bile, con­si­de­rati gli ele­menti di fatto che ha potuto valu­tare. Il 20 otto­bre in Corte d’Assise ini­zia il vero pro­cesso per la morte di Giu­seppe Uva. E se si è arri­vati a que­sto lo si deve in primo luogo alla volontà tenace e intel­li­gente di Lucia e dei fami­liari di Giu­seppe Uva, in una città che a lungo è rima­sta, se non ostile, lar­ga­mente sorda.