Durissimo intervento del pm Nino Di Matteo alle commemorazioni In ricordo di Paolo Borsellino e della sua scorta, uccisi in via D’Amelio, a Palermo, il 19 luglio del 1992. : “Non si può assistere in silenzio – ha detto – al tentativo di trasformare il magistrato inquirente in un burocrate, sottoposto all’arbitrio di quei dirigenti sempre più spesso nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più strigenti del suo presidente” e a RENZI: “RIFORME CON PARTITO DI UN CONDANNATO FONDATO DA COLLUSO” Nino di Matteo “C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali”. Paolo Borsellino

Linguaggio costituzionale di Walter Tocci da:http://waltertocci.blogspot.it/2014/07/linguaggio-costituzionale.html?m=1

 
Discorso al Senato in occasione della discussione sulla revisione costituzionale del 17 Luglio 2014.
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Signor Presidente, onorevoli senatori,
come le persone, anche le parole si stancano, dice il libro dell’Ecclesiaste. Sotto il peso delle promesse, degli inganni e delle delusioni si è sfiancata perfino la parola riforma. Concediamole un po’ di riposo almeno in questo dibattito.
Nessuno dei problemi istituzionali è stato risolto e molti sono stati aggravati dalla proposta di revisione costituzionale insieme con l’Italicum. Segnalo quattro questioni.
1.
Da quasi un decennio gli elettori chiedono di poter guardare in faccia gli eletti, ma qui si decide di voltare le spalle. I cittadini continueranno a non scegliere i deputati e non eleggeranno neppure i senatori, né il presidente della Città Metropolitana, né i consiglieri della Provincia, che rivive con il brutto nome di Area Vasta. Il risultato è che il ceto politico elegge il ceto politico. È un grande azzardo restringere la rappresentanza proprio mentre viviamo forse la più grave frattura tra società e istituzioni della storia italiana.
I consiglieri regionali che hanno problemi con la giustizia saranno incentivati a farsi nominare senatori per godere dell’immunità estesa alle cariche non elettive. E per i cittadini viene indebolito lo strumento del referendum; quello di Mario Segni nel post-Tangentopoli, ad esempio, non sarebbe più possibile. Forse è un segno dei tempi – accade alle rivoluzioni mancate di essere poi anche rinnegate.
Nel complesso, si perde l’occasione per ricostruire la fiducia popolare nei confronti delle assemblee elettive.
2.
C’è un passo indietro nel punto più delicato del bilanciamento dei poteri. Un partito minoritario che raccoglie meno del 20% degli aventi diritto al voto può vincere il premio di maggioranza e utilizzarlo per conquistare le massime cariche dello Stato, la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica. I relatori hanno riconosciuto che il problema esiste, ma non hanno saputo o voluto risolverlo. La proposta di alzare il quorum nelle prime otto votazioni non impedisce al primo partito di attendere la nona votazione per imporre il proprio candidato. Si voleva sapere la sera delle elezioni chi governa, così si conoscerebbe anche l’inquilino del Quirinale.
Mi si risponde che era già così con il Porcellum; bene, lo si dovrebbe dunque correggere, invece il testo aggrava lo squilibrio. La Camera mantiene i 630 deputati con la forza del premio di maggioranza, mentre si indebolisce l’altro ramo dei cento senatori, privati della libertà di mandato, che può fondarsi solo sull’elezione diretta. Migliore equilibrio si avrebbe con la diminuzione del numero dei deputati, oggi il più alto in Europa in rapporto alla popolazione. Nessuno ha spiegato perché non si può. Eppure dovrebbe esserne entusiasta Renzi che voleva risparmiare sulle indennità; il Pd negli anni passati l’ha sempre considerata una priorità e i colleghi Romani, Sacconi e Casini la votarono quando erano in maggioranza nel 2005. Perché tutti ci hanno ripensato?
3.
Il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per rafforzare la democrazia parlamentare. Invece il potere legislativo viene assoggettato definitivamente all’esecutivo, il quale sarà tentato di utilizzare i voti del premio di maggioranza non solo per governare il paese – come è del tutto legittimo – ma anche per stravolgere a suo piacimento la legislazione fondamentale, ad esempio sulla libertà di stampa, i servizi segreti, l’autonomia della Magistratura, l’amnistia e l’indulto, le sensibilità religiose, le libertà personali oppure per modificare a proprio favore la stessa legge elettorale al fine di ottenere la vittoria alle successive elezioni. Potrebbe diventare di parte perfino la decisione più grave, la guerra. Quella stessa guerra che i costituenti ci ammonivano a ripudiare. Quella stessa guerra che ritorna nella foto terribile delle vittime innocenti di fronte alla moschea di Gaza.
La legislazione fondamentale viene sottratta allo spirito di parte nella proposta Chiti, in modo da costringere i partiti a condividere le regole fondamentali nel Senato eletto con legge non maggioritaria, e a competere per il governo nella Camera depositaria del voto di fiducia. Sarebbe il passo in avanti verso una democrazia matura. Si vuole invece realizzare quel “premierato assoluto” paventato da Leopoldo Elia, indebolendo la separazione dei poteri come non accade in nessuna democrazia europea.
4.
La relazione Stato-Regioni diventa ancora più confusa, anche per la scarsa cura che la Commissione ha dedicato all’argomento, pur essendo tecnicamente più complesso degli altri. È un grave errore abbandonare la legislazione concorrente, che è l’essenza di un regionalismo cooperativo, l’unico possibile in un paese segnato da storiche fratture, come ha sottolineato Massimo Luciani. Si sceglie al contrario una netta separazione tra competenze esclusive dello Stato e delle Regioni che non lascia più alcun margine di mediazione, rendendo quindi irrisolvibile il conflitto di competenze.
Come queste vengono attribuite non è rilevante in questo ragionamento, poiché è sufficiente una semplice considerazione logica per riconoscere che qualsiasi modello esclusivo aumenta il contenzioso rispetto al modello cooperativo. Questo non ha funzionato negli anni duemila non per i suoi presunti difetti, ma per la dissennata applicazione da parte dei governi di destra e di sinistra, che avrebbero dovuto elaborare solo leggi cornice e invece hanno proseguito a legiferare nel dettaglio, istigando le Regioni a eccessi opposti.
Il Senato delle Autonomie non sarà in grado di comporre i conflitti, anzi potrebbe esasperarli. Ad esso viene attribuita una fantomatica funzione di raccordo con un’espressione retorica priva di qualsiasi significato giuridico cogente. Nella realtà quell’assemblea sarà a chiamata ad approvare dei testi normativi sui quali si formeranno delle maggioranze e delle minoranze in base ai rapporti di forza tra Regioni ricche e Regioni povere. Venendo a mancare la mediazione politica della rappresentanza territoriale – che pur con i suoi limiti ha contenuto fin qui le pulsioni separatiste – il nuovo Senato accentuerà la frattura tra Nord e Sud, con il rischio di indebolire ulteriormente l’unità nazionale.
Spero che il testo finale mi consenta di rivedere questi giudizi negativi. Onorevoli senatori, ho fiducia in questa aula e nella possibilità che tra noi si affermi uno spirito davvero costituente. Ci sono emendamenti di diverse parti politiche che possono migliorare i punti essenziali: rapporto eletti-elettori, l’indipendenza del Quirinale, le garanzie del nuovo bicameralismo e il regionalismo cooperativo.
Rivolgo un appello alla mia parte politica. Abbiamo discusso a lungo nel gruppo Pd. Sono chiare le differenze, ma per me sono più importanti le comuni visioni. Tra noi condividiamo anche alcune insoddisfazioni per certi articoli. Non lasciamole ai discorsi di corridoio, non abbandoniamole ai rimpianti silenziosi, trasformiamole in proposte da condividere con gli altri gruppi. La lunga durata costituzionale non consente a nessuno di riconoscere un errore senza impegnarsi a correggerlo. In questa aula il primo partito deve essere protagonista fino alla fine nel migliorare la Costituzione.
Le migliorie saranno tanto più intense quanto più ci allontaneremo dalle motivazioni e dai metodi che hanno fin qui deformato il dibattito.
Per la cancellazione del Senato elettivo sono state date motivazioni occasionali, alcune surreali, come “serve a creare posti di lavoro”, altre tipiche del provincialismo italiano, mentre i Cameron, Merkel e Hollande non cancellerebbero organi costituzionali per fare bella figura ai vertici europei.
Ma c’è una motivazione più vecchia: togliere il freno che impedisce al governo di decidere. È la bufala che politici e giornalisti raccontano agli italiani da venti anni. Si dicono falsità sulle famose “navette” di leggi che vanno più di una volta tra un ramo e l’altro, ma sono solo il 3% e riguardano testi scritti molto male dal governo. È invece troppo facile approvare le leggi, e anzi le più veloci sono anche le più dannose. Sono bastate poche settimane alla destra per approvare il Porcellum e le leggi ad personam, e alla sinistra per contribuire al pasticcio degli esodati e allo sfregio costituzionale sul vincolo di pareggio del bilancio (che, per inciso, qui viene esteso alle Regioni).
Tutti i campi della vita pubblica sono soffocati dall’asfissiante produzione legislativa, nella scuola, nel fisco, nell’amministrazione, nella previdenza, nel territorio. Ogni settimana arrivano in aula disegni di legge pomposamente chiamati riforme, e che invece sono spesso accozzaglie di norme eterogenee e improvvisate, a volte dannose o inutili. Lo dimostra il fatto che sono rimasti nel cassetto ben 750 decreti attuativi.
Qui si dovrebbe davvero cambiare verso: poche leggi all’anno, di alta qualità, delegificazioni per costringere i ministri ad amministrare invece che a legiferare, controlli parlamentari sui risultati. A tale innovazione valeva la pena dedicare il nuovo Senato come Camera Alta delle leggi organiche, dei grandi Codici, dell’attuazione costituzionale, della raccolta dei frutti della conoscenza e della cultura del Paese. Con la produzione di leggi cornice la Camera Alta avrebbe portato ordine anche nelle relazioni Stato-Regioni, più autorevolmente di come possa fare il Senato delle Autonomie.
Il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per dedicare un ramo del Parlamento ai pensieri lunghi, all’intelligenza riformatrice, alla saggezza pubblica. L’Italia avrebbe proprio bisogno di una Camera Alta come volontà aristocratica di derivazione democratica, così la chiama Mario Dogliani.
Per quanto riguarda il metodo, una tale serie di strappi non si era mai vista nella storia repubblicana. Mai il governo aveva imposto una revisione costituzionale, mai il relatore era stato costretto a presentare un testo che non condivideva quasi nessuno, mai i senatori erano stati destituiti per motivi di opinione. Arroganze inutili che hanno fatto perdere solo tempo. Se il Parlamento avesse potuto lavorare serenamente, la riforma del bicameralismo sarebbe stata approvata da mesi.
Non ho mai detto che si tratta di una svolta autoritaria, né che si stravolgono i principi costituzionali – ci tengo a precisarlo – tanto è vero che ho votato contro la pregiudiziale.
È in pericolo invece un aspetto più semplice e per così dire più intimo: lo stile del dibattito costituzionale. I critici della proposta sono stati definiti gufi, sabotatori, rosiconi e ribelli. Parole che non sarebbero mai state pronunciate dai costituenti, certo divisi dalla guerra fredda e dalle ideologie novecentesche ma sempre disponibili al colloquio delle idee. Proprio oggi che siamo tutti liberali viene meno il rispetto nel dibattito. La politica postmoderna ha sempre bisogno di fabbricarsi un nemico. Come in un videogioco si elimina un mostro e subito se ne presenta un altro per tenere alta la tensione emotiva. L’operazione simbolica vince sul merito. Conquistare lo scalpo del Senato elettivo sembra parte di un incantesimo, che serve a rassicurare e a consolare i cittadini per la mancanza di vere riforme.
L’elegante lingua italiana dei padri costituenti, con le sue parole semplici e profonde, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii ai commi, come un regolamento di condominio. Il linguaggio è la rivelazione dell’essere, diceva il filosofo.
La Costituzione è come la lingua che consente a persone diverse di riconoscersi, di incontrarsi e di parlarsi. La Carta è il discorso pubblico tra i cittadini e la Repubblica, è il racconto del passato rivolto all’avvenire del Paese.
Se la Costituzione è una lingua lo stile è tutto. Senza lo stile è possibile l’autocompiacimento del ceto politico, ma non il riconoscimento repubblicano.

A piccoli passi verso l’Altra Europa | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Lista Tsipras. L’assemblea nazionale radicalizza l’opposizione al governo Renzi, molti i nodi sulle elezioni regionali che possono dividere la sinistra. Il racconto della lunga giornata al teatro Vittoria di Roma: al centro dell’incontro il rapporto con il Pd e l’agenda delle lotte sociali per l’autunnoAnni di con­tra­sti non si can­cel­lano con un colpo di spu­gna. In un tempo ragio­ne­vole, ma non breve, Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà e Rifon­da­zione Comu­ni­sta, le asso­cia­zioni e i gruppi che com­pon­gono l’«Altra Europa con Tsi­pras» stanno cer­cando di fare tesoro delle dif­fe­renze e delle debo­lezze di tutti.

Nell’affollata assem­blea nazio­nale tenuta ieri al tea­tro Vit­to­ria di Roma, più di 500 per­sone hanno cer­cato di svi­lup­pare un metodo dif­fi­cile basato sul con­senso e sulle solu­zioni con­di­vise, più che su quello basato su «una testa, un voto».

Gli equi­li­bri restano pre­cari e rischiano di creare pre­ci­pi­ta­zioni in vista delle pros­sime ele­zioni regio­nali in Cala­bria e in Emi­lia Roma­gna, dove si voterà a novem­bre e i par­titi della sini­stra con i Verdi e il Pd sono stati in mag­gio­ranza negli ultimi cin­que anni. O in Puglia dove, ad un anno dalla sca­denza del man­dato da gover­na­tore di Nichi Ven­dola, il pre­si­dente della giunta per le ele­zioni del senato Dario Ste­fàno (Sel) ha uffi­cia­liz­zato la sua can­di­da­tura alle pri­ma­rie del centro-sinistra, agi­tando le acque tra le com­po­nenti dell’Altra Europa favo­re­voli ad una con­sul­ta­zione della base prima di defi­nire le alleanze.

Allearsi, o meno, local­mente con il par­tito demo­cra­tico di Renzi può essere un boc­cone indi­ge­sto per la lista Tsi­pras, un ’espe­rienza che ha fatto dell’anti-renzismo, della lotta con­tro l’austerità e con­tro quello che Marco Revelli defi­ni­sce il «popu­li­smo dall’alto», ban­diere da sven­to­lare in Ita­lia e in Europa con­tro le lar­ghe intese tra popo­lari e socialisti.

Il posi­zio­na­mento elet­to­rale non è l’unico pro­blema dell’Altra Europa con Tsi­pras, ma può con­di­zio­nare la cre­di­bi­lità della sua pro­po­sta poli­tica. Lo sdop­pia­mento delle alleanze alle ultime regio­nali in Pie­monte e in Abruzzo dove Sel si è alleata con il Pd men­tre dava indi­ca­zioni di voto per Tsi­pras alle Euro­pee ha pena­liz­zato il risul­tato della lista. Lo stesso pro­blema è tor­nato a galla nei gruppi di lavoro che, nel pome­rig­gio di ieri, hanno affron­tato le que­stioni orga­niz­za­tive e programmatiche.

Le posi­zioni in campo sono almeno due: quella più netta «mai con il Pd» soste­nuta in un docu­mento pro­mosso dal can­di­dato alle euro­pee Dome­nico Fini­guerra e quella, più sfu­mata, pro­po­sta da Eleo­nora Forenza (Prc) sulle con­sul­ta­zioni ter­ri­to­riali con la base prima di sta­bi­lire le alleanze. Per l’eurodeputata la que­stione è sostan­ziale: «Sono le alleanze sociali a defi­nire il posi­zio­na­mento poli­tico, non vice­versa. Se can­didi tre atti­vi­sti No Tav, è dif­fi­cile allearsi con il Pd che difende il Tav». Il rischio è quello di fare spa­rire il ten­ta­tivo uni­ta­rio che ha con­trad­di­stinto l’Altra Europa.

Al momento, non c’è in que­sto spa­zio poli­tico un livello deci­sio­nale rico­no­sciuto capace di diri­mere la que­stione. Nel corso dei lavori del pome­rig­gio, Paolo Cento (Sel) ha soste­nuto che «l’assemblea nazio­nale dell’Altra Europa non ha titolo per deci­dere sulle alleanze alle regio­nali ed è pre­fe­ri­bile lasciare deci­dere i ter­ri­tori». La discus­sione resta aperta alla pos­si­bi­lità di spe­ri­men­tare alleanze con le liste civi­che sul modello della «rete delle città soli­dali» che ha avuto una buona affer­ma­zione in città come Pisa.

È stata così pro­spet­tata una solu­zione inter­lo­cu­to­ria: creare una con­sul­ta­zione nei ter­ri­tori prima di defi­nire una col­lo­ca­zione poli­tica, abban­do­nando il per­corso ver­ti­ci­stico che ha con­trad­di­stinto la lista fino ad oggi. «Le ammi­ni­stra­tive restano un pro­blema anche per Syriza – ha rico­no­sciuto Mas­simo Torelli di Alba – Anche se è il primo par­tito in Gre­cia, alle ultime ele­zioni non è riu­scita ad affer­marsi in due regioni impor­tanti per­ché alcuni com­po­nenti della sua rete hanno pre­fe­rito altre alleanze. Il modello poli­tico adot­tato a livello nazio­nale è dif­fi­cile da espor­tare sul piano locale in Gre­cia come in Italia».

Il dilemma non è solo tat­tico, ma poli­tico. E mette in discus­sione la recente sto­ria della «sini­stra radi­cale». Bar­bara Spi­nelli ne è con­sa­pe­vole. «Rischiamo di restare pri­gio­nieri di una sin­drome che può creare divi­sioni — afferma l’eurodeputata — Non ci sal­ve­remo se ci con­cen­triamo solo sulle ele­zioni. La nostra forza nascerà da un pro­gramma incen­trato su un “New Deal” della demo­cra­zia, della cul­tura e del lavoro in Ita­lia e in Europa e non dalla col­lo­ca­zione elet­to­rale. Se non ci riu­sci­remo alle regio­nali, saremo pronti per le poli­ti­che. Non divi­dia­moci sulle regio­nali quando un sog­getto poli­tico ancora non c’è».

San­dro Medici, già can­di­dato alle euro­pee, vede una «reti­cenza» sulle forme orga­niz­za­tive da dare all’Altra Europa: «Andiamo avanti per appros­si­ma­zioni suc­ces­sive — afferma — ma l’incastro è dif­fi­cile. Se spingi sul pedale dell’opposizione, si pos­sono creare divi­sioni. E quindi c’è chi non vuole ini­ziare divi­den­dosi. È sem­pre pos­si­bile che, alla lunga, que­sto pro­cesso por­terà ad una niti­dezza, ma per il momento si gal­leg­gia. Siamo in una situa­zione tra­gica: la sini­stra è irri­le­vante men­tre cre­sce la povertà, la disoc­cu­pa­zione e la repres­sione». L’urgenza è uscire da que­sto incantesimo.

«La dif­fe­renza si fa sulle pra­ti­che e non sulla tat­tica. Solo così è pos­si­bile recu­pe­rare la cre­di­bi­lità che a mio avviso è stata persa quando Spi­nelli non ha man­te­nuto l’impegno di lasciare il seg­gio a Bru­xel­les dopo l’elezione» sostiene Luca Spa­don che par­te­cipa alla cam­pa­gna Act! lan­ciata da stu­denti e pre­cari della lista Tsi­pras. La pro­spet­tiva dell’Altra Europa dovrebbe essere quella di «farsi lie­vito» e «mol­ti­pli­ca­tore» dei comi­tati poli­tici esi­stenti e delle istanze dei movi­menti che «oggi ci guar­dano con dif­fi­denza o si rivol­gono al movi­mento 5 Stelle» sostiene Finiguerra.

È fitta l’agenda in vista dell’autunno.L’Altra Europa si schie­rerà in molte mani­fe­sta­zioni di oppo­si­zione al governo. Il momento «clou» sarà un cor­teo pro­gram­mato a Roma il 13 dicem­bre. Si andrà in piazza il 18 otto­bre con la Fiom, il 14 novem­bre con gli stu­denti con­tro il «Jobs Act» Renzi-Poletti. Gior­gio Cre­ma­schi, dell’associazione Ross@, ha invi­tato l’Altra Europa a par­te­ci­pare all’assemblea di fine set­tem­bre che pro­se­guirà il «con­tro­se­me­stre popo­lare» a cui par­te­cipa un ampio car­tello di sin­da­cati di base, par­titi e gruppi della sinistra.

L’assemblea di ieri ha deciso l’allargamento dell’attuale coor­di­na­mento for­mato da 44 per­sone ai mem­bri dei comi­tati ter­ri­to­riali. Que­sto gruppo esteso coor­di­nerà le atti­vità fino a set­tem­bre. Ver­ranno eletti por­ta­voce locali che rispet­te­ranno la parità di genere. Per quelli nazio­nali si vedrà nelle pros­sime set­ti­mane. Un nuovo incon­tro nazio­nale dell’Altra Europa verrà fis­sato a novembre.

Lettera aperta all’Onu di cento tra premi Nobel e personalità: “Embargo militare totale a Israele” | Autore: redazione da: controlacrisi.org

Quasi 100 artisti e personalità di tutto il mondo, anche italiani, hanno pubblicato una lettera aperta per esigere che l’ONU e i governi del mondo impongano “un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid”.
La lettera porta la firma dei Premi Nobel Desmond Tutu, Mairead Maguire, Jody Williams and Rigoberta Menchú.
Tra le firme italiane Ascanio Celestini, il deputato Giulio Marcon e Luisa Morgantini, già vice presidente del Parlamento europeo. I firmatari affermano che la “ capacità di Israele di lanciare impunemente attacchi così devastanti”, come quelli in corso contro la popolazione palestinese a Gaza, “deriva in gran parte dalla vasta cooperazione militare e dalla compravendita internazionale di armi che Israele intrattiene con governi complici di tutto il mondo”. A darne notizia è il sito http://www.bdsitalia.com. #stoparmingisrael (appello in lingua inglese).

Tra gli altri, hanno firmato: Noam Chomsky, Roger Waters dei Pink Floyd, Caryl Churchill, rapper dei Boots Riley, João Antonio Felicio, presidente del Trade Union Confederation, Zwelinzima Vavi, segretario generale della Confederation of South African Trade Unions.


L’appello per l’embargo ad Israele viene pubblicato dopo l’invasione di terra a Gaza, colpita duramente dall’aviazione, dalla marina e dalla fanteria israeliane, con 28 morti solo nelle prime ore, tra cui tanti bambini. Mercoledì quattro bambini sono stati uccisi dai missili lanciati da una nave di guerra israeliana mentre giocavano a calcio sulla spiaggia di Gaza City, come testimoniato dalla stampa internazionale presente sulla scena. Al dodicesimo giorno di attacchi da cielo, mare e terra, sono almeno 314 i palestinesi uccisi, l’80% civili secondo l’ONU.
La lettera sottolinea il ruolo dell’Europa nell’armare Israele. Non solo i paesi europei “hanno esportato in Israele miliardi di euro in armi” ma l’Unione europea ha anche “concesso alle imprese militari e alle università israeliane fondi per la ricerca militare del valore di centinaia di milioni di euro” sostenendo così lo sviluppo della tecnologia militare israeliana che viene “commercializzata quale ‘collaudata sul campo’ ed esportata in tutto il mondo”.
L’Italia ha il triste primato in Europa per forniture di armamenti ad Israele. Mentre Israele avviava gli attacchi a Gaza, i primi due dei 30 caccia addestratori M-346 della Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, sono stati consegnati all’aeronautica israeliana.
Proprio in questi giorni, la Rete Italiana per il Disarmo ha lanciato un appello che esige che “il governo italiano sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari a Israele e si faccia promotore di una simile misura presso l’Unione europea”. La consegna degli M-346 ad Israele, i quali possono essere armati e utilizzati per bombardamenti, è avvenuta il 9 luglio, 24º anniversario della promulgazione della legge 185/90 che vieta le esportazioni di armi a paesi che violano i diritti umani. La Rete Disarmo ricorda che “la Legge 185/90 attribuisce al Ministero degli Esteri la facoltà di decisione sull’esportazioni di armamenti” e chiede al Ministro Federica Mogherini “una decisione veloce e chiara in merito alla fornitura degli M346, che impedisca agli armamenti italiani di rendersi complici in futuro di atti di guerra e di violazione dei diritti umani di popolazioni già duramente colpite da decenni di conflitto.”
Il 9 luglio segnava anche il decimo anniversario della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegali il muro e le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, dove Israele prosegue con uccisioni, raid notturni, arresti indiscriminati e demolizione di case. La sentenza della corte specifica gli obblighi giuridici degli Stati a non riconoscere, aiutare o dare assistenza alle violazioni israeliane del diritto internazionale e dei diritti umani. L’Italia non solo non rispetta i suoi obblighi di fermare le violazioni di Israele, ma fornisce il sostegno materiale per perpetuarle.
BDS Italia richiama il governo italiano alla fedeltà alla Costituzione di questo paese, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e alla legge 185 del 1990 che vieta il commercio di armi con paesi che violano i diritti umani o che sono in guerra. Chiede con forza al governo di revocare l’accordo del 2005 di Cooperazione Militare con Israele, di bloccare ogni fornitura di armi ad Israele, ed in particolare degli M346, e di interrompere ogni forma di collaborazione militare con Israele.
Come si spiega nella lettera per l’embargo, i palestinesi hanno bisogno oggi di solidarietà efficace attraverso misure concrete, non di carità o di parole di condanna vuote.

Migranti, la denuncia dell’Oim: “Molte di più le vittime fornite dalle cifre ufficiali | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Diciannove, ieri, le vittime accertate di un viaggio della speranza partito dalla Libia. Ma l’Oim riferisce di testimonianze tra gli sbarcati che parlano di centinaia di vittime in questi giorni. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni stima che le vittime di naufragi e avvelenamenti da monossido di carbonio potrebbero essere oltre 100, su oltre 5.200 arrivi, mentre molti di più sarebbero i dispersi: 60 persone al largo della Libia a cui si potrebbero aggiungere le 240 persone di nazionalità eritrea che, stando ai racconti di molti testimoni e familiari, sarebbero partite sempre dalla Libia lo scorso 27 giugno e mai arrivate a destinazione né soccorse in alto mare.

“Si tratta di un bilancio pesantissimo – sottolinea José Angel Oropeza, direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim – Siamo costretti ancora una volta a commentare un drammatico susseguirsi di tragici eventi, per cui esprimiamo il nostro più profondo cordoglio”. ”Di fronte a questa ennesima tragedia – aggiunge Oropeza – credo sia necessario cominciare a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dal mero calcolo relativo agli arrivi quotidiani, dato statistico che cela la vera portata di quanto sta accadendo nel Mediterraneo, alla dimensione personale di questi avvenimenti”.

”Chiediamoci non quanti sono, ma chi sono le persone che cercano di raggiungere le nostre coste – ammonisce il direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim – uomini e donne, spesso molto giovani, bambini, famiglie, che partono dal loro paese perchè in fuga da guerre e persecuzioni, ma anche perchè a volte spinti dalla povertà o dalla fame. Persone che sperano di migliorare la loro vita e che invece spesso incontrano una morte atroce, annegati in mare o sepolti e soffocati nella stiva di una imbarcazione fatiscente, fornita loro da criminali senza scrupoli che si arricchiscono mandando la gente a morire nelle acque del Canale di Sicilia”.A giudizio dell’Oim, ”quanto accaduto in questi giorni dimostra da una parte come i viaggi siano sempre più pericolosi e i barconi siano riempiti all’inverosimile, e dall’altra come Mare Nostrum, che tante morti ha evitato, deve sì continuare ma non può restare la sola soluzione in campo. Si parla da mesi di affiancare a Mare Nostrum altre iniziative, volte a fornire alternative a chi si imbarca in mare. Tra queste, la principale è l’apertura di canali umanitari e di entrata legale in Europa per coloro che hanno diritto ad accedere a una qualche forma di protezione. Nulla però è ancora stato fatto”, denuncia Oropeza.

”A tutti gli stati membri dell’Ue, ai Paesi di transito, alla comunità internazionale, a tutti coloro che possono fare qualcosa, comprese noi organizzazioni internazionali, noi diciamo – è l’appello dell’Organizzazione – facciamo in fretta, il tempo dell’attesa è finito. Solo muovendoci subito possiamo sperare di dare un’inversione di rotta a questa emergenza umanitaria e di evitare nuovi stragi”.

Amnesty: l’esercito israeliano compie crimini di guerra | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giuseppe Acconcia

Nell’invasione della Stri­scia di Gaza ll’esercito israe­liano com­mette cri­mini di guerra. È la denun­cia di Amne­sty Inter­na­tio­nal in un report pub­bli­cato ieri dove si legge che le forze israe­liane hanno mostrato «fla­grante disprezzo per le vite umane e le pro­prietà per­so­nali». «Entrambe le parti, che hanno ripe­tu­ta­mente e impu­ne­mente vio­lato il diritto inter­na­zio­nale, devono essere chia­mate a rispon­dere delle loro azioni e il primo passo in que­sta dire­zione è un’indagine inter­na­zio­nale dispo­sta dall’Onu», ha aggiunto Phi­lip Luther, respon­sa­bile dell’area Medi­ter­ra­neo e Medio oriente.

In rife­ri­mento poi ai raid con­tro i civili non pre­ce­duti da avver­ti­menti, Amne­sty segnala un attacco dello scorso 10 luglio, con­tro il campo rifu­giati di Khan You­nis che ha ucciso 8 per­sone della fami­glia di Mah­moud Lufti al-Haji e ferito 20 vicini. Non è stato pre­ce­duto da avviso. Per Amne­sty que­sti raid sono cri­mini di guerra e una puni­zione col­let­tiva, anche se nell’abitazione si fosse tro­vato un mem­bro di un gruppo armato palestinese.

Gli attac­chi israe­liani cau­sano anche enormi danni alle infra­strut­ture idri­che e sani­ta­rie nella Stri­scia. Tre ope­rai sono stati uccisi men­tre cer­ca­vano di effet­tuare una ripa­ra­zione e in molte zone le osti­lità hanno reso peri­co­loso con­ti­nuare i lavori. Dall’inizio del con­flitto, almeno 84 scuole e almeno 13 strut­ture sani­ta­rie sono state costrette a chiu­dere. Il 17 luglio il cen­tro di ria­bi­li­ta­zione al-Wafa di Shu­jaiyyeh è stato col­pito per la seconda volta e distrutto, dopo che il per­so­nale era stato costretto a eva­cuare tutti i pazienti.