Galliano: “Nel ’91 Riina in Calabria con uomini delle istituzioni” da: antimafia duemila

riina-uomini-istituzioni-webdi Giorgio Bongiovanni e Miriam Cuccu – 10 luglio 2014

Nipote del capomandamento Raffaele Ganci (l’unico da cui poteva ricevere ordini) e affiliato alla famiglia mafiosa della Noce dal 1986 come “uomo d’onore riservato” perchè “ero incensurato e culturalmente preparato… potevo essere il volano per incontrare altre persone fuori Cosa nostra, per dialogare con l’esterno”. Così si presenta Antonino Galliano, collaboratore di giustizia sentito questa mattina presso l’aula bunker dell’Ucciardone di fronte alla Corte d’Assise di Palermo per il processo trattativa Stato-mafia. Tra i presenti, anche Salvatore Borsellino, nel settore riservato al pubblico dato che, così si è sfogato sulla sua pagina Facebook, “in questo processo non sono stato ammesso come parte civile”. Non solo: “Il poliziotto addetto ai controlli, pur dopo avergli specificato che sono fratello del giudice Paolo Borsellino ha ritenuto anche di dovermi chiedere per quale motivo mi interessava assistere a questo processo. Dopo la mia risposta, che vi lascio immaginare, ha voluto che gli mostrassi tutto quello che avevo in tasca e mi ha anche fatto aprire la copertina dell’IPad”. Nessun riguardo per i familiari delle vittime di mafia che attendono di conoscere la verità – che nel migliore dei casi arriva dopo decenni – sulle circostanze in cui sono morti i loro congiunti.
Arrestato nel dicembre ’95, la collaborazione di Galliano ha inizio nell’estate ’96, dopo aver visto assicurare alla giustizia lo zio e i cugini Mimmo e Calogero Ganci, e aver retto per sei mesi il mandamento della Noce.

Quella condanna a Di Miceli, poi il contrordine: “Uccidere i politici siciliani”
Nello specifico Galliano ha riferito al pubblico ministero Nino Di Matteo dei contatti con i soggetti estranei a Cosa nostra: “Io accompagnavo prima Raffaele Ganci, poi Domenico ‘Mimmo’ Ganci dai commercialisti Di Miceli e Mandalari” che appartenevano rispettivamente “ai servizi segreti civili e alla massoneria” e “potevano aiutare Cosa nostra”. Raffaele Ganci gli riferì che Di Miceli “era incaricato per aggiustare la sentenza in Cassazione del maxiprocesso”. In seguito però la posizione del commercialista si fece precaria: i boss, con l’avvicinarsi della sempre più probabile sentenza definitiva che avrebbe condannato il gotha di Cosa nostra all’ergastolo, stavano progettando la sua uccisione: “Dovevano pedinarlo e ucciderlo solo con un coltello, facendo finta di commettere uno scippo… Mimmo Ganci dopo la sentenza del maxiprocesso della Cassazione diceva che (Di Miceli, ndr) aveva preso in giro tutti”. I piani, però, improvvisamente cambiarono: “Si concentrarono sui politici, si dovevano uccidere i politici siciliani che non si erano interessati alle problematiche siciliane”. Il primo a pagarne il prezzo fu l’onorevole Salvo Lima, un violentissimo scacco a quella Democrazia cristiana che più volte si era prodigata per curare gli interessi di Cosa nostra. Ma ancora prima della sua uccisione “Domenico Ganci mi disse che stava pedinando l’onorevole Vizzini”. Qualcosa fece sì che l’attenzione della Cupola si spostasse verso ben altri bersagli, predisponendo una strategia che sarebbe culminata con un attacco diretto allo Stato a suon di bombe. È dunque lecito porsi una domanda: perchè Cosa nostra rinuncia all’assassinio di un uomo dei servizi come Di Miceli per optare all’uccisione dei politici siciliani? Si tratta di uno dei tanti misteri e domande finora disattese sulla trattativa Stato-mafia?

L’uccisione di Bosellino: “Sentiti ‘u bottu”
Il giorno della strage di via D’Amelio, ha raccontato ancora Galliano, “io ero in servizio, facevo il portiere. Mimmo e Stefano Ganci mi vennero a trovare e mi dissero ‘sentiti ‘u botto!’ (senti il botto, ndr)”. Galliano aveva ricevuto l’incarico di seguire gli spostamenti di Paolo Borsellino, anche in precedenza, quando il giudice si trovava alla Procura di Marsala: “Mi era stato detto che i trapanesi volevano fare fuori il dottor Borsellino… lo seguivamo soprattutto nei fine settimana… non so come doveva essere ucciso ma c’erano diverse ipotesi”. L’ordine era partito, come da prassi “da Raffaele Ganci, c’era anche Salvatore Cancemi, gli appostamenti durarono per diversi mesi, poi ci hanno detto di sospendere”.
Anche per l’uccisione di Giovanni Falcone Galliano si occupava di pedinare il magistrato: “Insieme a Domenico Ganci con i motori (con le moto, ndr) seguivamo gli spostamenti da casa al tribunale del dottor Falcone”

“Nel ’91 Riina incontrò in Calabria uomini delle istituzioni”
Tra ottobre e novembre del ’91 “Mimmo Ganci mi disse di essere stato fuori ad accompagnare Riina in Calabria, dove si incontrò con personaggi delle istituzioni, politici, forze dell’ordine, generali, colonnelli… a me questo sembra strano e ne parlai con Stefano Ganci, che lo comunicò a Calogero Ganci… pensammo fosse una bufala di Domenico”. Il suo rapporto con Totò Riina, ha riferito Galliano “era buono, Mimmo era il suo pupillo” ma anche quello con lo stesso Galliano era “preferenziale, anche rispetto ai suoi fratelli… c’era una spaccatura in famiglia”. “Domenico – ha ricordato il teste – mi disse che tentavano di ‘destabilizzare lo Stato’” e che “il tema dell’incontro era l’aggiustamento del maxiprocesso”. Si trattava “di una cosa molto riservata, non dovevo parlarne con nessuno, io ho disatteso l’ordine andando a confidarmi con Stefano” ha precisato.

Marcello Dell’Utri: l’intermediario
Galliano ha fatto poi riferimento a una riunione successiva, datata 1994, in cui “Salvatore Cucuzza – pentito deceduto il mese scorso, la cui morte si è appresa nel corso dell’udienza odierna – chiese un parere a me e Francesco Spina se eravamo d’accordo che Vittorio Mangano andasse a trovare Dell’Utri per aiutare i detenuti, soprattutto per tentare di levare il 41bis”. Tra incertezze e difficoltà nel richiamare alla memoria gli eventi, il nipote di Raffaele Ganci ha ricostruito l’accaduto rispondendo alle domande dei pm Di Matteo e Teresi: “Cucuzza si incontrava spesso con Bagarella e Brusca, e si faceva portavoce di quello che loro dicevano”, quindi “se lui parlava, parlava anche a nome loro”. Incontri nel quale si valutava la possibilità di un nuovo attentato: “fu portata a conoscenza l’idea di Cucuzza, non so come gli altri la pensavano”.
“Dell’Utri era l’intermediario… Tanino Cinà (Gaetano, ndr) portava i soldi a Di Napoli, che li faceva avere a mio zio e poi a Totò Riina”. Si parla del periodo che fece seguito alla prima guerra di mafia e alla morte dei Bontate e degli Inzerillo, referenti di Cosa nostra che ricevevano una quota in denaro da parte di Silvio Berlusconi per tramite di Dell’Utri. In quel momento “ci fu un problema, Berlusconi non volle dare più i soldi… ci fu l’interessamento di Riina che fece mettere una bomba davanti alla casa di Berlusconi e c’è stato il riaggancio con Dell’Utri”. Tutte circostanze confluite nella sentenza definitiva che a maggio ha condannato l’ex senatore di Forza Italia a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo riprenderà domani mattina con l’audizione del Presidente del Senato Pietro Grasso e del consigliere Donato Marra.

JP Morgan alla periferia dell’eurozona: “Liberatevi di quelle costituzioni antifasciste sinistroidi!” | Fonte: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo | Autore: Leigh Phillips

Da Znet Italy vi proponiamo un articolo del giugno 2013 assai utile per comprendere l’accanimento renziano contro la nostra Costituzione. Nel frattempo l’ex-ministro Grilli è diventato senior advisor di JP Morgan giusto per confermarci quali siano i rapporti tra classi dirigenti nazionali e capitale finanziario globale.

A volte davvero mi meraviglia quanto asettico, persino blando, possa essere il linguaggio dei documenti più sventuratamente perfidi.

La settimana scorsa la squadra delle ricerche economiche europee della JP Morgan, il gigante finanziario globale, ha diffuso un documento di 16 pagine sullo stato delle cose per quanto riguarda gli aggiustamenti dell’area euro. Esso ha comportato un conteggio di quale lavoro è stato fatto sinora e di quale lavoro resta ancora da fare in termini di riduzione della leva sovrana, delle famiglie e bancaria; riforme strutturali (riduzione del costo del lavoro, facilitazione del licenziamento dei lavoratori, privatizzazioni, deregolamentazione, liberalizzazione di industrie ‘protette’, ecc., e riforme delle politiche nazionali.

Ciò che si poteva ricavare dalla limitata quantità di articoli che ho visto sul documento è stato che gli autori affermano che l’eurozona è circa a metà strada nel suo periodo di aggiustamento e dunque è tuttora probabile che l’austerità sarà “per un periodo molto esteso” una caratteristica del paesaggio.

L’analisi dei banchieri ha probabilmente ricevuto scarsa attenzione per altri versi perché è un po’ una notizia da “cane morde uomo”: ‘Grande banca prevede molti altri anni di austerità’. Non è realmente che qualcuno si aspettasse che l’austerità sparisse a breve, quale che se sia stato l’ammorbidimento offerto ai paesi del programma UE-FMI riguardo agli impegni di riduzione del debito in cambio di un’accelerazione dell’aggiustamento strutturale.

L’assenza di copertura mediatica è un po’ una vergogna, visto che si tratta del primo documento pubblico in cui mi sono imbattuto nel quale gli attori dicono senza peli sulla lingua che il problema non è semplicemente una questione di rigore fiscale e di promozione della competitività, ma che c’è anche un eccesso di democrazia che va ridimensionato in alcuni paesi europei.

“Nei primi tempi della crisi si pensava che questi problemi nazionali ereditati fossero in larga misura economici: un eccesso di leva dei debiti sovrani, bancari e delle famiglie, disallineamenti dei cambi reali interni e rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che ci sono anche problemi nazionali ereditati di natura politica. Le costituzioni e le soluzioni politiche nella periferia meridionale, poste in essere dopo la caduta del fascismo, hanno una quantità di caratteristiche che appaiono inadatte a un’ulteriore integrazione nella regione.Quando i politici e decisori tedeschi parlano di un processo di aggiustamento decennale hanno probabilmente in mente la necessità di riforme sia economiche sia politiche”.

Sì, avete letto bene. E’ in asciutto bancherese ma gli autori hanno fondamentalmente affermato che le leggi e le costituzioni dell’Europa meridionale sono un po’ troppo di sinistra, risultato dell’essere state scritte da antifascisti. Questi “problemi politici profondamente radicati nella periferia”, scrivono gli autori David Mackie, Malcom Barr e soci, “a nostro parere hanno necessità di un cambiamento se l’Unione Monetaria Europea deve funzionare correttamente nel lungo termine”.

Pensate che forse sto un tantino esagerando? Gli autori entrano in maggiori dettagli in una sezione che descrive questo “percorso di riforma politica nazionale”:

“I sistemi politici della periferia furono creati dopo una dittatura e furono definiti da quell’esperienza. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista che riflette la forza politica acquisita dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

Tutto questo è comunque un mucchio di pasticcio storicamente adulterato. L’Italia, per esempio, non è mai passata per un processo simile alla denazificazione tedesca e in Spagna il re democratizzatore, Juan Carlos, svolse un ruolo fondamentale nella transizione. Solo in Grecia e in Portogallo ci furono insurrezioni socialiste popolari che determinarono la caduta dei regimi o vi contribuirono: la Rivolta del Politecnico di Atene ebbe un ruolo chiave nel Metapolitefsi, o “cambiamento di politica” (anche se molto, molto di più che la repressione della protesta studentesca ebbe una parte, tra cui un fallito colpo di stato e l’invasione turca di Cipro), e in Portogallo una vera e propria ribellione di sinistra, la Revolução dos Cravos, o Rivoluzione dei Garofani, abbatté il regime dell’Estado Novo. Anche se è vero, nel caso degli ultimi tre paesi, che la loro tardiva costruzione di stati sociali negli anni ’70 e ’80 fu largamente attuata da forze socialdemocratiche, gli architetti dello stato post-bellico italiano furono i democristiani, che dominarono il governo per 50 anni.

“I sistemi politici della periferia mostrano solitamente diverse delle caratteristiche seguenti: governi deboli; stati centrali esecutivi deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti del lavoro; sistemi di costruzione del consenso che incoraggiano il clientelismo politico e il diritto di protestare se sono operati cambiamenti non graditi allo status quo politico. I limiti di questa eredità politica sono stati rivelati dalla crisi. I paesi della periferia sono riusciti solo parzialmente a produrre programmi di riforme fiscali ed economiche, con paesi limitati dalle costituzioni (Portogallo), regioni forti (Spagna) e l’ascesa di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Analizziamo questo paragrafo, d’accordo? Governi deboli implicano parlamenti forti. Dovrebbe essere una cosa buona, no? Ricordiamo che è il parlamento a essere sovrano. Il governo in una democrazia si presume sia un organismo che si limita ad attuare le decisioni del parlamento. C’è un motivo per cui la democrazia liberale ha scelto i parlamenti e non un sistema di monarchi eletti.

Oh, e vogliamo stati centrali forti! Basta con tutte queste stupidaggini sulla democrazia locale, per piacere!

JP Morgan e presumibilmente le figure importanti della UE per le quali sta facendo da ventriloquo, sono finalmente onesti con noi: vogliono farla finita con le protezioni costituzionali dei diritti del lavoro e del diritto di manifestare. E deve esserci un qualche modo per impedire che il popolo elegga i partiti sbagliati.

Tuttavia per fortuna, segnalano gli autori, “C’è una crescente presa d’atto della portata di questo problema, sia al centro sia nella periferia. Comincia ad aver luogo il cambiamento.”

Evidenziano, in particolare, come la Spagna abbia cominciato “ad affrontare alcune delle contraddizioni della soluzione post-Franco” e a frenare le regioni.

Ma a parte questo, sfortunatamente, il processo di de-democratizzazione (OK, io lo chiamo così. Loro lo chiamano “il processo di riforma politica”) è “a malapena cominciato”.

Beh, il documento della JP Morgan può essere stato scritto in inglese, ma c’è una venerabile espressione spagnola conosciuta dai tutti i buoni antifascisti della periferia dell’eurozona e che probabilmente è la risposta più semplice e migliore a una provocazione simile: No pasaràn!

“Il vero obiettivo di Israele è salvaguardare lo status quo, quindi niente pace”. L’analisi di Gideon Levy, Haaretz | Fonte: nena news | Autore: gideon levy

Israele non vuole la pace. Non c’è niente di quello che ho scritto finora di cui sarei più contento di essere smentito. Ma le prove si sono accumulate a dismisura. In effetti, si può dire che Israele non ha mai voluto la pace – una pace giusta, cioè basata su un compromesso equo per entrambe le parti.È vero che l’abituale saluto in ebraico è “Shalom” (“Pace”) – quando uno se ne va e quando arriva. E, di primo acchitto, praticamente ogni israeliano direbbe di volere la pace, è ovvio. Ma non farebbe riferimento al tipo di pace che porterebbe anche alla giustizia, senza la quale non c’è pace, e non ci potrà essere. Gli israeliani vogliono la pace, non la giustizia, certamente non basata su principi universali. Quindi, “Pace, pace, quando pace non c‘è.” Non soltanto non c’è pace: negli anni recenti, Israele si è allontanato persino dall’aspirare a fare la pace. Ha perso totalmente lil desiderio di farla. La pace è scomparsa dalla prospettiva di Israele, e il suo posto è stato preso da un’ansietà collettiva che si è sistematicamente impiantata, e da questioni personali, private che ora hanno la prevalenza su tutto il resto.

Verosimilmente il desiderio di pace di Israele è morto circa dieci anni fa, dopo il fallimento del summit di Camp David nel 2000, la diffusione della menzogna secondo cui non ci sono partner palestinesi per fare la pace, e, ovviamente, l’orribile periodo intriso di sangue della Seconda Intifada. Ma la verità è che, persino prima di tutto questo, Israele non ha mai veramente voluto la pace. Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale. Anche il campo pacifista israeliano- se pure è mai esistito qualcosa del genere – è morto anche lui di una lunga agonia tra le sconvolgenti scene della Seconda Intifada e la menzogna della mancanza di una controparte [palestinese]. Tutto ciò che è rimasto è stato un pugno di organizzazioni tanto determinate e impegnate quanto inefficaci nel contrastare le campagne di delegittimazione costruite contro di loro. Perciò Israele è rimasto con il suo atteggiamento di rifiuto.

Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione. Fin dalle sue origini, non c’è mai stato una più attendibile o più evidente prova inconfutabile delle reali intenzioni [di Israele] di questa particolare iniziativa. In poche parole: chi costruisce gli insediamenti vuole consolidare l’occupazione, e chi vuole consolidare l’occupazione non vuole la pace. Questa in sintesi è la questione. Ammettendo che le decisioni di Israele siano razionali, è impossibile accettare che la costruzione delle colonie e l’aspirazione alla pace siano vicendevolmente. Ogni attività per la costruzione degli insediamenti dei coloni, ogni roulotte e ogni balcone trasmette rifiuto. Se Israele avesse voluto raggiungere la pace attraverso gli Accordi di Oslo, avrebbe almeno bloccato la costruzione di colonie di sua spontanea iniziativa. Il fatto che non sia avvenuto prova che gli accordi di Oslo sono stati un inganno, o nella migliore delle ipotesi la cronaca di un fallimento annunciato. Se Israele avesse voluto ottenere la pace a Taba, a Camp David, a Sharm el-Sheikh, a Washington o a Gerusalemme, la sua prima mossa avrebbe dovuto essere la fine di qualunque tipo di edificazione nei Territori [occupati]. Senza porre condizioni. Senza contropartita. Che Israele non lo abbia fatto è la prova che non vuole una pace giusta.

Ma le colonie sono state solo la pietra di paragone delle intenzioni di Israele. Il suo atteggiamento di rifiuto è molto più profondamente radicato nel suo DNA, nelle sue vene, nella sua ragione d’essere, nelle sue originarie convinzioni. Lì, a livello più profondo, risiede il concetto che questa terra è destinata solo agli Ebrei. Lì, a livello più profondo, è fondata la valenza di “am sgula” – “il prezioso popolo” di Dio – e “siamo gli eletti da Dio”. In pratica, ciò viene inteso con il significato che, in questo territorio, gli ebrei possono fare quello che agli altri è vietato. Questo è il punto di partenza, e non c’è modo di passare da questo concetto ad una pace giusta. Non c’è modo di arrivare ad una pace giusta quando il gioco consiste nella de-umanizzazione dei palestinesi. Non c’è modo di arrivare ad una giusta pace quando la demonizzazione dei palestinesi è inculcata quotidianamente nelle menti della gente.

Quelli che sono convinti che ogni palestinese è una persona sospetta e che ogni palestinese vuole “gettare a mare gli ebrei”, non faranno mai la pace con i palestinesi. La maggioranza degli Israeliani è convinta della verità di queste affermazioni. Nell’ultimo decennio, i due popoli sono stati separati gli uni dagli altri. Il giovane israeliano medio non incontrerà mai un suo coetaneo palestinese, se non durante il servizio militare (e solo se farà il servizio militare nei Territori [occupati]). Neanche il giovane palestinese medio incontra mai un suo coetaneo israeliano, se non il soldato che brontola e sbuffa ai checkpoint, o irrompe a casa sua nel bel mezzo della notte, o il colono che usurpa la sua terra o che incendia i suoi alberi.

Di conseguenza, l’unico incontro tra i due popoli avviene tra gli occupanti, che sono armati e violenti, e gli occupati, che sono disperati e anche loro tendenzialmente violenti. Sono passati i tempi in cui i palestinesi lavoravano in Israele e gli israeliani facevano la spesa in Palestina. E’ passato il tempo delle relazioni quasi normali e quasi paritarie che sono esistite per pochi decenni tra i due popoli che condividono lo stesso territorio. E’ molto facile, in questa situazione, incitare e infiammare i due popoli uno contro l’altro, spargere paure e instillare nuovo odio oltre a quello che già c’è. Anche questa è una sicura ricetta contro la pace.

Così è sorto un nuovo desiderio di Israele, quello della separazione: “Loro se ne staranno là e noi qua (e anche là).” Proprio quando la maggioranza dei palestinesi – una constatazione che mi permetto di fare dopo decenni di corrispondenze dai Territori occupati – ancora desidera la coesistenza, anche se sempre meno, la maggioranza degli israeliani vuole il disimpegno e la separazione, ma senza pagarne il prezzo. La visione dei due Stati ha guadagnato una diffusa adesione, ma senza la minor intenzione di metterla in pratica. La maggioranza degli israeliani è favorevole, ma non ora e forse neppure qui. Sono stati abituati a credere che non ci sono partner per la pace – ossia una controparte palestinese – ma che ce n’è una israeliana.

Sfortunatamente, la verità è l’esatto contrario. I non partner palestinesi non hanno più la minima possibilità di dimostrare di essere delle controparti; i non partner israeliani sono convinti di esserlo. Così è iniziato un processo nel quale condizioni, ostacoli e difficoltà [posti] da Israele, sono andati aumentando, un’altra pietra miliare dell’atteggiamento di rifiuto israeliano. Prima viene la richiesta di cessare gli attacchi terroristici; poi quella di un cambiamento dei dirigenti (Yasser Arafat come un ostacolo [alla pace]); e poi lo scoglio diventa Hamas. Ora è il rifiuto da parte dei palestinesi di riconoscere Israele come Stato ebraico. Israele considera ogni suo passo – a partire dagli arresti di massa degli oppositori politici nei Territori [occupati] – come legittimi, mentre ogni mossa palestinese è “unilaterale”.

L’unico paese al mondo che non ha confini [definiti] non è assolutamente intenzionato a definire quale compromesso sui [propri] confini che è pronto ad accettare. Israele non ha interiorizzato il fatto che per i palestinesi i confini del 1967 sono la base di ogni compromesso, la linea rossa della giustizia (o di una giustizia relativa). Per gli israeliani, sono “confini suicidi”. Questa è la ragione per cui la salvaguardia dello status quo è diventato il vero obbiettivo di Israele, il principale scopo della sua politica, praticamente fondamentale e unico. Il problema è che l’attuale situazione non può durare per sempre. Storicamente, poche nazioni hanno accettato di vivere per sempre sotto occupazione senza resistere. E pure la comunità internazionale sarà un giorno disposta ad esprimere una ferma condanna di questo stato di cose, accompagnata da misure punitive. Ne consegue che l’obiettivo di Israele è irrealistico.

Slegata dalla realtà, la maggioranza degli israeliani continua nel proprio modo di vita quotidiano. Nella loro visione della situazione, il mondo è sempre contro di loro, e le zone occupate nel giardino di casa sono lontane dal loro campo di interesse. Chiunque osi criticare la politica di occupazione è etichettato come antisemita, ogni atto di resistenza è interpretato come una sfida esiziale. Ogni opposizione internazionale all’occupazione è letto come una “delegittimazione” di Israele e come una minaccia all’esistenza stessa del paese. I sette miliardi di abitanti del pianeta – la maggior parte dei quali sono contrari all’occupazione – sbagliano, e i sei milioni di ebrei israeliani – la maggior parte favorevole all’occupazione – sono nel giusto. Questa è la realtà dal punto di vista dell’israeliano medio.

Si aggiunga a questo la repressione, l’occultamento e l’offuscamento [della realtà], ed ecco un’altra spiegazione dell’atteggiamento di rifiuto: perché ci si dovrebbe impegnare per la pace finché la vita in Israele è buona, la tranquillità prevale e la realtà è nascosta? L’unico modo che la Striscia di Gaza assediata ha per ricordare alla gente della sua esistenza è di sparare razzi, e la Cisgiordania torna a fare notizia nei giorni in cui vi scorre il sangue. Allo stesso modo, il punto di vista della comunità internazionale è presa in considerazione solo quando cerca di imporre il boicottaggio e le sanzioni, che a loro volta generano immediatamente una campagna di autocommiserazione costellata di ottuse – e a volte anche fuori luogo – accuse che fanno riferimento alla storia.

Questa è dunque la cupa immagine [della situazione]. Non ci si trova neanche un raggio di speranza. Il cambiamento non avverrà dall’interno, dalla società israeliana, finché questa società continuerà a comportarsi in questo modo. I palestinesi hanno fatto più di un errore, ma i loro errori sono marginali. Fondamentalmente la giustizia è dalla loro parte, e un fondamentale atteggiamento di rifiuto è appannaggio degli israeliani. Gli israeliani vogliono l’occupazione, non la pace. Spero solo di sbagliarmi.

Traduzione di Amedeo Rossi

Scuola il 15 luglio sit in sotto Montecitorio per tentare di bloccare la cosiddetta riforma Renzi | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Ieri a Roma c’è stata una affollata assemblea sulla scuola, a partire dai temi del precariato, con la presenza di tantisssimi giovani. Alla fine è arrivata l’adesione alla proposta di una mobilitazione unitaria per il 15 luglio sotto Montecitorio. Mobilitazione su cui sembrano convergere anche varie sigle del sindacalismo di base che un’assemblea l’avevano tenuta il giorno prima presso l’associazione “Il cielo sopra l’Equilino” sempre a Roma. Insomma, un clima di gran fermento per bloccare il disegno dell’esecutivo guidato da Renzi, che prevede,tra le altre cose, l’aumento sino a 36 ore dell’orario di lavoro per i docenti, l’apertura delle scuole fino alle 22, l’eliminazione dell’ultimo anno della scuola secondaria superiore; abolizione delle graduatorie di istituto.

L’iniziativa del 15 luglio avrà il sostegno anche della Cgil. La Flc, come viene sottolineato in un comunicato, chiede risposte certe per i rinnovi dei contratti ormai scaduti da anni, per aumentare gli organici, per la stabilizzazione dei precari, per gli investimenti nell’istruzione pubblica che sono la vera priorita’ per determinare una inversione di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi anni. “Fino ad ora non abbiamo visto alcuna reale discontinuita’ – sottolinea Mimmo Pantaleo in una nota – e anzi si vogliono solo colpire la funzione sociale e i diritti dei lavoratori della conoscenza. Il precariato e’ sparito dal dibattito politico e dagli impegni di Renzi e anche per queste ragioni inizia una lunga fase di mobilitazione”.

L’assemblea dell’8 luglio aveva da parte sua sottolineato i seguenti punti:
Difesa del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di fronte al tentativo di emanare modifiche di orario, competenze, retribuzioni per via legislativa;
Difesa della qualità del lavoro docente contro ogni pretesa di orari incompatibili con una seria offerta formativa;
Convinzione che la proposta educativa delle scuole passa in primo luogo attraverso i suoi organi di democrazia incompatibili con gestioni autoritarie di molti Dirigenti Scolastici.

In merito all’apertura delle scuole per un maggior numero di ore l’assemblea dell’8 luglio ribadisce la propria convinzione dell’importanza di una scuola aperta al territorio, ma denuncia la demagogia delle proposte del governo visto che finora a tagliare il tempo scuola (Tempo Pieno, Moduli, Materie, ecc) è stato proprio il Ministero. Una proposta seria si dovrebbe basare in primo luogo su un aumento di personale.

Due gli appuntamenti che precedono la mobilitazione del 15:seminario organizzato dai lavoratori autoconvocati della scuola il 13 luglio dalle ore 9 al Cielo sopra l’Esquilino via Galilei 57, e l’assemblea nazionale Unicobas del 14 luglio alle ore 15,30 sotto al ministero della pubblica istruzione.

Gia’ in occasione del prossimo consiglio dei ministri il ministro Giannini e il Premier Renzi potrebbero avere un primo confronto sulle proposte messe a punto dal ministero per il cosiddetto rilancio del sistema scolastico italiano.
Ma il “pacchetto” a cui da alcuni mesi stanno lavorando due gruppi di lavoro, ad hoc istituiti a viale Trastevere, dovrebbe arrivare ufficialmente sul tavolo del presidente del consiglio, a cui spetta l’ultima parola, la prossima settimana per poi essere tradotto in provvedimenti legislativi (un decreto legge che dovrebbe essere presentato entro la fine dell’estate per le cose piu’ urgenti e poi probabilmente una legge delega).