ANPI NEWS 127

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

IL PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ANPI, CARLO SMURAGLIA, SULLA RIFORMA DEL SENATO GIUNTA ORMAI ALLA FASE DECISIVA:

 

“La riforma del Senato, per come si sta portando avanti, mi pare sia mossa da un problema di immagine; alle priorità effettive si antepone l’intento di portare a casa al più presto il “trofeo” del Senato “riformato” per esibirlo in Europa a riprova del decisionismo e della autorevolezza governativa. Noi pensiamo che sia giusto aspirare ad una forte credibilità in Europa, ma non a qualunque prezzo. E’ giunto il momento di stabilire con razionalità quali sono le vere priorità di un Paese che attraversa una grave crisi economica e sociale e cerca di uscirne. La differenziazione del lavoro delle due Camere deve essere realizzato, assieme a una buona legge elettorale, in tempi ragionevoli e con modalità conformi alle linee e ai principi costituzionali”   (…)

 

ANPINEWS N.127

 

Caccia made in Italy per i raid israeliani a Gaza di Antonio Mazzeo

Caccia made in Italy per i raid israeliani a Gaza

di Antonio Mazzeo

 

Mentre nella striscia di Gaza è in atto l’operazione militare “Bordo protettivo”, la più devastante degli ultimi due anni, la testata giornalistica Heyl Ha’Avir annuncia che nelle prossime ore due caccia addestratori avanzati M-346 “Master” di produzione italiana saranno consegnati alle forze armate israeliane. Si tratta dei primi velivoli prodotti dagli stabilimenti di Venegono Superiore (Varese) di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, ordinati da Israele nel febbraio 2012. Gli M-346 giungeranno nella base di Hatzerim, nei pressi di Beersheba, deserto del Negev, dove – secondo le autorità militari – saranno impiegati per la formazione di piloti e operatori di sistemi. I “Master” saranno denominati “Lavi” (leone in ebraico), come il progetto per un sofisticato caccia di produzione nazionale, cancellato nel 1987 per i suoi insostenibili costi finanziari. “I Lavi consentiranno uno sviluppo qualitativo e quantitativo nell’addestramento dei futuri piloti”, ha dichiarato il generale Shmuel Zucker, capo delle acquisizioni di armamenti del ministero della difesa d’Israele. Alenia Aermacchi conta di concludere la consegna dei restanti 28 esemplari entro il 2016.

Il governo israeliano ha deciso di assegnare i caccia M-346 alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica militare per addestrare i piloti alla guida dei cacciabombardieri di nuova generazione come “Eurofighter”, “Gripen”, Rafale, F-22 ed F-35, ma potranno essere utilizzati anche per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. I velivoli di Alenia Aermacchi prenderanno il posto degli obsoleti TA-4 Skyhawk di produzione statunitense, alcuni dei quali furono utilizzati nei bombardamenti di Gaza nel 2010.

Il primo addestratore M-346 è stato presentato il 20 marzo scorso nel corso di una cerimonia tenutasi presso lo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Superiore, alla presenza di alti ufficiali del Ministero della Difesa e dell’aeronautica militare israeliana e dei partner industriali stranieri. Alla produzione dei caccia (la cui copertura finanziaria è assicurata dal gruppo UniCredit) concorrono infatti importanti aziende internazionali. Northrop Grumman Italia fornisce il sistema per la misura di assetto e direzione “LISA 200”, basato su giroscopi a fibre ottiche realizzati nello stabilimento di Pomezia; Elbit Systems, grande azienda israeliana specializzata nella realizzazione di tecnologie avanzate, sviluppa il nuovo software caricato sugli addestratori per consentire ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, alla caccia alle installazioni radar e all’uso di sistemi d’arma all’avanguardia. In vista del nuovo “Lavi”, Elbit Systems ha costituito con IAI – Israel Aircraft Industries il consorzio denominato “TOR”, ottenendo dal governo israeliano finanziamenti per 603 milioni di dollari. Il consorzio ha già comunicato di aver completato nella base di Hatzerim la costruzione del centro di addestramento a terra destinato ad accogliere i simulatori di volo. Parte del supporto logistico e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 saranno garantite in loco da personale di Alenia Aermacchi, grazie ad un contratto di 140 milioni di euro sottoscritto lo scorso anno con le imprese israeliane. Altra azienda impegnata nella produzione di componenti per l’M-346 è Honeywell Aerospace Europe, con sede a Raunheim (Francoforte) ma controllata interamente dalla statunitense Honeywell International, Inc..

I bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza hanno preso il via martedì 8 luglio e secondo fonti palestinesi avrebbero già causato la morte di 28 civili e più di un centinaio di feriti. Il governo di Tel Aviv ha ammesso di aver compiuto 160 attacchi aerei, “colpendo 120 postazioni e rifugi di militanti di Hamas o luoghi da dove venivano lanciati razzi contro Israele”. Intanto non è escluso che nelle prossime ore venga scatenata un’offensiva via terra. Un imponente dispiegamento di militari è stato registrato alle frontiere con Gaza e il governo ha autorizzato l’esercito ad attivare 40.000 riservisti. “Se avremo la necessità d’intervenire con un’operazione terrestre, noi lo faremo”, ha dichiarato in un’intervista televisiva il ministro dell’interno Yitzhak Aharonovitch. “Quest’opzione esiste e le istruzioni del premier Netanyahusono di prepararsi ad una profonda, lunga, continua e forte campagna a Gaza. Noi non ci fermeremo sino a quando non si arresterà il lancio di razzi contro Israele”.

Sciopero ferrovieri: Dalle 21 di sabato treni fermi per 24 ore da: www.resistenze.org

Ancora in marcia | inmarcia.it

07/07/2014

Dopo il voltafaccia del governo e del ministro Poletti, sciopero nazionale

Su pensioni, riordino normativo, sicurezza, licenziamenti e democrazia sindacale. 10 e 11 luglio, dalle 21,00 si ferma il traffico merci; 12 e 13 luglio, sempre dalle 21,00 quello viaggiatori

Guarda le norme tecniche ViaggiatoriMerci  Treni VIAGGIATORI garantiti: PDF  (NON CI SONO treni merci da garantire)

Roma, 7 luglio 2014 – Prosegue e si intensifica la vertenza dei ferrovieri su pensioni, riordino normativo, orario  di lavoro, sicurezza e licenziamenti in risposta al vero e proprio voltafaccia del ministro del lavoro Poletti, che ha ‘ordinato’ ai parlamentari della maggioranza di governo il ritiro della proposta di legge 224, già approvata all’unanimità, dopo un lungo lavoro di studio e mediazioni nella Commissione lavoro della Camera. Ricordiamo che la proposta di legge, se approvata, avrebbe corretto (assieme al problema dei cosiddetti esodati) le disumane norme sull’età pensionabile, a 67 anni anche per macchinisti, capitreno e manovratori, introdotte con la riforma Monti-Fornero, tutelando i lavoratori di tutte le inprese ferroviarie ed i giovani esclusi dall’ex fondo pensioni Fs.

Questo sciopero, proclamato in sostanziale sintonia dai sindacati di base CAT, USB e CUB, con orari diversamente articolati per il traffico merci e viaggiatori, è la risposta dei ferrovieri ad una decisione che ha riportato a zero le condizioni di tutti noi, lasciando le norme di accesso alla pensione – anche per macchinisti, capitreno e manovratori ai famigerati 67 anni. Solo chi non ha mai lavorato poteva proporre e votare una riforma pensionistica che ci obbliga sui treni fino quell’età.

Uno sciopero importante, in risposta al voltafaccia del ministro, che inizierà alle 21,00 di giovedì 10, fino alle 21,00 di venerdì 11 luglio  per i treni merci. Mentre dalle 21,00 di sabato 12 alla stessa ora di  domentica 13 luglio 2014 scioperano tutti gli addetti al trasporto viaggiatori nel rispetto dei treni cosiddetti ‘di garanzia‘ della mobilità.

Una scelta a che ha messo in luce come su questo tema sia necessario una importante mobilitazione – anche oltra agli scioperi che dovranno comunque avere la massima efficacia e partecipazione – al fine di far pesare le nostre giuste richieste. Nessuno di noi deve illudersi che l’eventuale modifica della legge sulle pensioni passi per ‘gentile concessione’ o confidando nel ‘buon senso’ del governo o semplicemente per il fatto di avere oggettivamente ragione sull’impossibilità di lavorare ai treni fino a 67 anni. Questa battaglia di civiltà passa attraverso una coesione dei ferrovieri che devono ritrovare la massima unità di intenti e di azione.

La marcia indietro decisa dal ministro è il frutto di una scelta di di politica economica del Partito democratico che ha ‘imposto’ ai propri parlamentari di contraddire anche le loro stesse scelte effettuate in Commissione. Abbiamo la netta sensazione che il potere per la risoluzione del problema ‘pensioni’ sia esclusivamente nelle mani del Pd, il quale per motivi di opportunità punta a dilatare nel tempo ogni provvedimento concreto, rimandandolo alla ‘Legge di Stabilità’.

Mentre noi ferrovieri veniamo ‘condannati’ a stare sui treni fino alla morte, dallo stesso governo si ventilano proposte per esodi anticipati, incentivati ed obbligatori per migliaia di lavoratori della scuola: un atteggiameto contraddittorio e scandaloso che rende poco credibili gli ostacoli economici rappresentati ai ferrovieri e agli ‘esodati’, denota una scarsa capacità di gestione dei problemi del paese e l’assenza totale del senso della misura e dell’equità.

Gli stessi parlamentari ci sono apparsi del tutto esautorati da qualsiasi capacità decisionale in merito. Su tutti i temi economici, pare che nessun di loro, neanche i più autorevoli rappresentanti dei partiti di maggioranza, abbia alcuna facoltà di incidere. Abbiamo toccato con mano quanto si dice sulla perdita di sovranità del nostro Parlamento. Il suo potere sembra sia stato trasferito nelle stanze del governo, o peggio, nelle sedi decisionali extraistituzionali degli organismi europei.

Scioperiamo insieme anche contro, questo orario di lavoro cosi pesante, contro i licenziamenti e le pesanti modifiche ai regolamenti destinate ad intaccare la sicurezza che sovraccaricano i macchinisti e demansionano il capotreno cancellando i controlli e la collaborazione reciproca nelle sempre più complesse procedure ordinarie e di emergenza.

L’attacco alla democrazia sindacale, attuato con l’accordo sulla rappresentanza, soffococherebbe ulteriormente le già scarse libertà nei luoghi di lavoro per tutelare la casta inamovibile e parassitaria dei ‘professionisti degli accordi a prescindere’, che vivono alle spalle di milioni di lavoratori, cassaintegrati e pensionati. Un primo stop a questa aberrante concezione della democrazia nei luoghi di lavoro è arrivata da alcuni pronunciamenti giudiziari che hanno ritenuto illegittima l’esclusione delle liste per l’elezione RSU da parte di organizzazioni che non hanno sottoscritto l’accordo capestro sulla rappresentanza, costruito a misura per realizzare il pieno monopolilo  dei sindacati confederali.

Per quanto il quadro politico sia complesso e carente di rappresentatività democratica, siamo convinti che la profonda ingiustizia compiuta sulle pensioni può essere sanata solo esercitando una forte pressone sul governo e sulle forze politiche: per questo le condizioni indispensabili sono l’unità, la solidarietà, l’organizzazione, la mobilitazione e la lotta che come ferrovieri saremo capaci di mettere in campo.

La sentenza di Cassazione n 12811 del 3 giugno 2009, riguardanti le azioni di ‘crumiraggio’, ha confermato il divieto di sostituire il personale scioperante con dirigenti e/o superiori gerarchici. E’ illegittimo che le imprese adottino, nei giorni immediatamente precedenti lo sciopero, iniziative formali e/o informali tendenti a conoscere preventivamente l’adesione o meno dei lavoratori allo sciopero e qualsiasi altra forma di “pressione” sul personale.

Uu breve promemoria

PENSIONI – Come tutti i lavoratori anche i ferrovieri sono stati colpiti gravemente dalla scellerata e irresponsabile riforma Monti-Fornero che ha prodotto gravissime ingiustizie tra le quali anche il tragico fenomeno dei cosiddetti ‘esodati’. Per noi ferrovieri le modifiche hanno avuto un impatto ancora più pesante, sia per l’aumento repentino di circa 9 anni della soglia pensionistica ma anche perché, soprattutto per i macchinisti, i capitreno e i manovratori, tale innalzamento impatta direttamente ed inevitabilmente sulla possibilità fisiologica di proseguire il lavoro, tenuto conto dell’impegno psicofisico necessario per svolgere queste mansioni (per saperne di più). In aggiunta, per i macchinisti, è richiesto e verificato annualmente, il mantenimento di requisiti psicofisici ancora più severi. Vista, udito, riflessi, memoria, pressione arteriosa e condizioni generali di efficienza e mobilità, necessari a guidare i treni in sicurezza, oltre una certa d’età degradano naturalmente e in modo statisticamente certo anche in assenza di patologie specifiche.

INIDONEI A 60 ANNI: E POI ? – Si determinerà, pertanto l’inidoneità alla mansione di un sempre maggior numero di lavoratori addetti all’esercizio ferroviario, con pesanti ricadute sul piano umano, di persone anziane altamente professionalizzate e fortemente provate sul piano fisico che non potranno godere della meritata pensione, che sarà molto difficile ricollocare e per le quali si potrebbero aprire scenari incerti anche sul piano occupazionale. La richiesta di modifica della legge sulle pensioni riguarda tutti i ferrovieri impiegati in ogni impresa ferroviaria, compresi i giovani assunti dopo il 2000 nelle Fs, già esclusi dal vecchio Fondo pensioni.

RIORDINO NORMATIVO E ABOLIZIONE DEL CAPOTRENO – Parallelamente al processo di privatizzazione del trasporto ferroviario sta marciando l’alleggerimento dei regolamenti ferroviari varato dall’Agenzia Nazionale Sicurezza Ferroviaria, ANSF la quale ha adottato una sorta di delega molto allargata alle singole imprese ed al gestore dell’Infrastruttura (oggi RFI Spa) per la redazione di norme e regolamenti riguardanti l’esercizio della circolazione. Tra queste anche l’abolizione della figura del capotreno e il conseguente sovraccarico di compiti e responsabilità al macchinista (anche sui treni su cui è solo).

PRIVATIZZAZIONE DEI REGOLAMENTI – Le regole della circolazione, fino ad oggi esclusivo appannaggio del ministero dei trasporti, direttamente o tramite concessione a RFI, e poi dell’ANSF, vengono in gran parte lasciate alle singole società di trasporto sulla base di ‘principi’ emanati dalla medesima Agenzia che dovrebbe poi vigilare sulla loro rispondenza e corretta applicazione. Una sorta di privatizzazione dei regolamenti che ci spaventa e che avrà forti ripercussioni sulla nostra sicurezza e dei viaggiatori che trasportiamo.

SICUREZZA –  Nella recente relazione ANSF sulla sicurezza per il 2013 i dati non sono affatto confortanti: a fronte del poderoso sforzo economico per gli investimenti sull’alta velocità e del sacrificio sociale imposto ai milioni di cittadini (pendolari e viaggiatori del sud) esclusi da tale servizio perché fuori dalle dorsale da alta velocità, permangono forti criticità derivanti da lacune manutentive e da problematiche connesse all’organizzazione. Continuano infatti a verificarsi incidenti e ‘quasi incidenti’ che mettono in luce la necessità di una azione più incisiva da parte di tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalle imprese.

INFORTUNI E MORTI SUL LAVORO – Oltre alle frane che hanno messo a repentaglio la sicurezza di tutti, nel settore abbiamo subito altri infortuni mortali, da ultimo quello di Emanuele Succi, 42 anni, dipendente di una ditta appaltatrice, rimasto folgorato alla stazione Termini il 20 giugno scorso mentre lavorava ad un quadro elettrico dei cartelli indicatori e  Fabrizio Fabbri, di 35 anni, morto a Firenze il 12 gennaio scorso, investito dallo stesso treno che stava manovrando.

CROLLI, FRANE E SMOTTAMENTI – Lo stillicidio di frane e smottamenti degli ultimi mesi che hanno interessato decine di linee e creato disagi per milioni di viaggiatori e che solo per ragioni fortuite e casuali non sono finite in tragedia, sono la dimostrazione oggettiva che fuori dall’Alta velocità, le linee dedicate ai ‘treni dei poveri’ soffrono di un degrado che deve essere fermato. Col cedimento di binari, ponti, argini, scarpate, iniziano a venir meno anche i ‘fondamentali’ della sicurezza ferroviaria. Sollecitiamo tutte le Istituzioni preposte a rafforzare ed intensificare la frequenza e la qualità dell’attività ispettiva, in coerenza anche con quanto indicato di recente dal Parlamento europeo con la Risoluzione 14 gennaio 2014, dedicata proprio all’importanza dell’attività ‘ispettiva’ per la tutela del lavoro e della sicurezza in ogni ambito produttivo.

LICENZIAMENTI – Noi, come ferrovieri, siamo soggetti passivi delle gerarchie aziendali ma siamo anche cittadini e lavoratori, consapevoli e qualificati; con questa protesta lanciamo un accorato allarme e insistiamo per un miglioramento delle condizioni generali di sicurezza. Abbiamo il diritto-dovere di intervenire per denunciare situazioni di insicurezza e partecipare al dibattito sul tema. Per questo siamo a fianco di Riccardo Antonini, tecnico RFI di Viareggio ingiustamente licenziato per aver prestato la sua consulenza ai familiari delle vittime nel processo e per Sandro Giuliano, capotreno, liicenziato per per una controversa applicazione della normativa sulla gestione delle porte dei treni.

Lo Stato islamico, il “progetto di califfato” e la “guerra globale al terrorismo” da: www.resistenze.org

Michel Chossudovsky | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

02/07/2014

Il mito di Al Qaeda e la minaccia del “nemico esterno” è sostenuta attraverso una vasta propaganda dei mezzi di comunicazione e del governo.

Nell’epoca del dopo 11 settembre, la minaccia terroristica di Al Qaeda rappresenta l’elemento di base della dottrina militare Usa-NATO. Giustifica, nel quadro di un mandato umanitario, lo svolgimento di “operazioni antiterrorismo” a livello mondiale.

Noto e documentato, le entità affiliate ad Al Qaeda sono state utilizzate da Usa-NATO in numerosi conflitti come “servizi di intelligence” fin dal culmine della guerra sovietico-afgana. In Siria, i ribelli di Al Nusrah e dell’Isis sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, che a sua volta sorveglia e controlla il reclutamento e la formazione delle forze paramilitari.

Mentre il Dipartimento di Stato americano sta accusando diversi paesi di “ospitare terroristi”, l’America è il numero uno come “stato sponsor del terrorismo”: lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (ISIS), che opera sia in Siria che in Iraq, è sostenuto e finanziato di nascosto dagli Usa e dai suoi alleati, tra cui Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, lo Stato Islamico dell’Iraq e il progetto del califfato sunnita di al-Sham coincide con un programma di lunga data degli Usa per spartirsi sia l’Iraq che la Siria in territori separati, tra cui: un califfato islamico sunnita, una Repubblica Araba sciita, una repubblica del Kurdistan.

La guerra globale al terrorismo [Global War on Terrorism] (GWOT) capeggiata dagli Usa costituisce la pietra angolare della dottrina militare degli Stati Uniti. “Perseguire i terroristi islamici” è parte integrante della guerra non convenzionale. L’obiettivo implicito è quello di giustificare lo svolgimento di operazioni anti-terrorismo in tutto il mondo, il che consente agli Usa e ai suoi alleati di intervenire negli affari di paesi sovrani.

Molti scrittori progressisti, inclusi i mezzi d’informazione alternativi, pur concentrandosi sui recenti sviluppi in Iraq, non comprendono la logica dietro la “guerra globale al terrorismo”. Lo Stato Islamico dell’Iraq e Al Cham (Isis) è spesso considerato come un “entità indipendente” piuttosto che uno strumento dell’alleanza militare occidentale. Inoltre, molti attivisti impegnati contro la guerra, che si oppongono ai principi dell’agenda militare Usa-NATO, approverebbero nondimento il programma anti-terrorismo di Washington diretto contro Al Qaeda. La minaccia terroristica a livello mondiale è considerata “reale”: “Siamo contro la guerra, ma sosteniamo la guerra globale al terrorismo”.

Il progetto di califfato e il rapporto del National Intelligence Council Usa

Un nuovo fiume di propaganda è stato messo in moto. Il leader dell’ormai defunto Stato Islamico dell’Iraq e Al Cham (Isis) Abu Bakr al-Baghdadi il 29 giugno 2014 ha annunciato la creazione di uno Stato islamico:

“Combattenti fedeli al gruppo hanno proclamato il ‘califfo Ibrahim ibn Awwad’, o Abu Bakr al-Baghdadi come era conosciuto fino all’annuncio di domenica primo luglio; si ispirano al califfato Rashidun, che è succeduto al profeta Maometto nel settimo secolo, ed è venerato da gran  parte dei musulmani”. (Daily Telegraph, 30 giugno 2014)

Per amara ironia, il progetto di califfato come strumento di propaganda è stato allo studio dell’intelligence Usa da più di dieci anni. Nel dicembre 2004, sotto l’amministrazione Bush, il National Intelligence Council (NIC) aveva previsto che nel 2020 sarebbe emerso un nuovo califfato esteso dal Mediterraneo occidentale all’Asia centrale e al Sud-est Asiatico, minacciando la democrazia occidentale e i valori occidentali.

Le “risultanze” del National Intelligence Council sono state pubblicate in un rapporto non classificato di 123 pagine intitolato “Mapping the Global Future” [“Tracciando il futuro globale”].

“Un nuovo califfato fornisce un esempio di come un movimento globale alimentato da politiche identitarie religiose potrebbe costituire una sfida a norme e valori occidentali a fondamento del sistema globale“. (enfasi aggiunta)

Il rapporto NIC 2004 sconfina nel ridicolo: è privo di dati di intelligence, per non parlare di analisi storica e geopolitica. La sua falsa narrazione relativamente al califfato ha, nondimeno, una somiglianza sconcertante con l’annuncio del 29 giugno 2014, molto pubblicizzato, della creazione del califfato da parte del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi.

La relazione NIC presenta un cosiddetto “scenario immaginario di una lettera di un immaginario nipote di Bin Laden ad un parente nel 2020”. E’ su questa base che fa previsioni per l’anno 2020. Sulla base di una narrazione della lettera di un nipote di bin Laden inventato piuttosto che su dati di intelligence e analisi empirica, la comunità di intelligence degli Usa conclude che il califfato costituisce un pericolo reale per il mondo occidentale e la civiltà occidentale.

Dal punto di vista della propaganda, l’obiettivo alla base del progetto di califfato, come descritto dal NIC, è di demonizzare i musulmani, al fine di giustificare una crociata militare: “Lo scenario immaginario raffigurato qui di seguito fornisce un esempio di come potrebbe emergere un movimento globale alimentato da un’identità religiosa radicale.
In questo scenario, viene proclamato un nuovo califfato e riesce a far avanzare una potente contro-ideologia che ha un vasto richiamo. E’ rappresentato sotto forma di un’ipotetica lettera di un immaginario nipote di Bin Laden ad un parente nel 2020.

“Egli racconta le lotte del califfo nel tentativo di strappare il controllo ai regimi tradizionali e il conflitto e la confusione che scaturiscono sia all’interno del mondo musulmano che all’esterno tra i musulmani e gli Stati Uniti, Europa, Russia e Cina. Mentre il successo del califfo nel mobilitare il sostegno varia, luoghi lontani al di fuori del nucleo musulmano in Medio Oriente, in Africa e in Asia, sono sconvolti a seguito dei suoi appelli.

“Lo scenario si conclude prima che il califfo sia in grado di stabilire sia l’autorità spirituale che temporale su un territorio, come storicamente è sempre stato il caso per i califfati precedenti. Alla fine dello scenario, individuiamo gli insegnamenti da trarre”. (“Mapping the  Global Future”, pag 83)

Questo “autorevole” rapporto del NIC, “Mapping the Global Future” non è stato presentato solo alla Casa Bianca, il Congresso e il Pentagono, ma è stato inviato anche agli alleati dell’America. La “minaccia proveniente dal mondo musulmano” a cui fa riferimento il rapporto del NIC (compresa la parte sul progetto di califfato) è fortemente radicata nella dottrina militare Usa-NATO.

Il documento del NIC era destinato ad essere letto da alti funzionari. In generale era parte della campagna di propaganda “alti funzionari”  [Top officials] (TOPOFF) diretta a decisori superiori in materia di politica estera e militare, per non parlare di studiosi, ricercatori e “attivisti” di ONG. L’obiettivo è quello di garantire che “alti funzionari” continuino a credere che i terroristi islamici stanno minacciando la sicurezza del mondo occidentale.

Le basi dello scenario califfato è lo “scontro di civiltà”, che fornisce una giustificazione agli occhi dell’opinione pubblica per l’America di intervenire in tutto il mondo come parte di un’agenda globale contro il terrorismo.

Dal punto di vista geopolitico e geografico, il califfato costituisce una vasta area in cui gli Usa stanno cercando di estendere la loro influenza economica e strategica. Nelle parole di Dick Cheney relative al rapporto del NIC del 2004:

“Parlano di voler ristabilire quello che si potrebbe descrivere come il califfato del settimo secolo. Questo era il mondo come è stato organizzato per 1200, 1300 anni, in effetti, quando l’Islam o i popoli islamici controllavano tutto, dal Portogallo e Spagna in Occidente, tutto il Mediterraneo fino al Nord Africa, tutto il Nord Africa, il Medio Oriente fino ai Balcani, le repubbliche dell’Asia centrale, l’estremo meridionale della Russia, una buona fetta di India e fino ai giorni nostri l’Indonesia. In un certo senso da Bali e Giacarta da una parte, fino a Madrid dall’altra”. Dick Cheney (enfasi aggiunta)

Quello che Cheney sta descrivendo nel contesto odierno è un ampia regione che si estende dal Mediterraneo all’Asia Centrale e al Sud-est asiatico, in cui gli Usa e i loro alleati sono direttamente coinvolti in una serie di operazioni militari e di intelligence.

L’obiettivo dichiarato del rapporto NIC era quello “di preparare la prossima amministrazione Bush alle sfide che lo attendono, con una proiezione delle attuali tendenze che possono costituire una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti”.

Il documento di intelligence del NIC era basato, non dimentichiamolo, su “un’ipotetica lettera di un immaginario nipote di Bin Laden ad un [immaginario] parente nel [l’anno] 2020”. “Gli insegnamenti tratti” come descritto in questo “autorevole” documento di intelligence del NIC sono i seguenti:

il progetto di califfato “costituisce una seria sfida per l’ordine internazionale”.

“La rivoluzione informatica è in grado di amplificare la scontro fra il mondo occidentale e quello musulmano …”

Il documento si riferisce all’attrattiva del califfato per i musulmani e conclude che:

“la proclamazione del califfato non può ridurre il rischio di terrorismo e di fomentare più conflitti”. [sic]

L’analisi del NIC suggerisce che la proclamazione di un califfato genererà una nuova ondata di terrorismo proveniente da paesi musulmani giustificando così un’intensificazione della guerra globale al terrorismo (GWOT) dell’America: “la proclamazione del califfato … potrebbe alimentare una nuova generazione di terroristi determinati ad attaccare coloro che si oppongono al califfato, sia all’interno che all’esterno del mondo musulmano”. (enfasi aggiunta)

Quello che il rapporto del NIC omette di ricordare è che l’intelligence Usa in collaborazione con l’MI6 britannico e il Mossad israeliano sono segretamente coinvolti nel sostenere sia i terroristi che il progetto di califfato.

Per parte loro, i media hanno avviato una nuova ondata di menzogne ​​e montature, concentrandosi su “una nuova minaccia terroristica” proveniente non solo dal mondo musulmano, ma da “terroristi islamici cresciuti in casa” in Europa e Nord America.

L’ecologia nel capitalismo e i danni per l’umanità da: www.resistenze.org

Jose L.Aedo | unidadylucha
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

25/06/2014

Che il capitalismo non si faccia scrupolo di inquinare il pianeta non è una novità. Per la borghesia ciò che conta è ottenere il massimo profitto privato e, se la società trae miracolosamente vantaggio da alcune delle sue azioni è del tutto incidentale. Così il capitalismo può arrivare a introdurre metodi di produzione meno inquinanti solo perchè consentono di ottenere un maggiore plusvalore, migliorando il processo di produzione o commercializzando prodotti “ecologici” o a “marchio verde” che permettono di aumentare le vendite e strappare quote di mercato ad altre aziende. Inoltre, questa riduzione dell’inquinamento all’interno del modo di produzione capitalistico è piuttosto residuale, per quanto vengano amplificati gli esempi che hanno arricchito un manipolo di poche persone. Che piaccia o no, i dati mostrano che le emissioni globali di CO2 aumentano anno dopo anno (1,2).

Recentemente ho conosciuto attraverso un rapporto dell’ONU e il Norwegian Refugee Council (Consiglio Norvegese per i Rifugiati), che 144 milioni di persone sono sfollate tra il 2008 e il 2013 a causa di disastri climatici direttamente connessi al riscaldamento globale (siccità, inondazioni, ecc.) si suppone l’85% del totale dei rifugiati a livello mondiale del periodo di riferimento. Molti di questi cambiamenti si verificano all’interno dello stesso paese, rendendo difficile il controllo e la registrazione. Questi cambiamenti sono di solito legati anche ai conflitti armati le cui cause sono sfumate dai nuovi scenari climatici (4,5). Emissioni incontrollate di CO2 stanno causando queste situazioni drammatiche.

Il problema colpisce anche il nostro paese: secondo l’ultimo rapporto IDMC (Centro di monitoraggio sull’immigrazione interna) nel 2012 sono stati registrati 9.000 spostamenti a Malaga per alluvioni e 5.000 nelle Isole Canarie per incendi forestali, terzo e quinto posto rispettivamente, nel totale delle persone che si sono spostate in Europa. In tutto, sono stati registrati in Spagna 22.000 trasferimenti causati da calamità naturali, cifre modeste se paragonate a quelle della Cina, con 49.782.000 migrazioni o dell’India che ne conta 23.755.000. La concentrazione di CO2, come abbiamo detto, non solo aumenta di giorno in giorno raggiungendo livelli che sono considerati estremamente pericolosi (6) e va gradualmente superando i 400 spostamenti per milione di CO27. Lungi dal promuovere le energie rinnovabili sempre più aumenta il consumo di petrolio e gas naturale e vengono introdotti nuovi metodi di estrazione come la fratturazione idraulica o fracking, metodo che ha anche molti inconvenienti per l’ambiente naturale (8).

Sul principale problema dell’ecologismo, le emissioni di CO2, qualcuno potrebbe obiettare che non esiste la possibilità di sviluppare l’economia senza inquinare e che dobbiamo scegliere tra economia ed ecosistema, uno slogan che il capitalismo ripete all’infinito. Tuttavia, le tecnologie necessarie per risolvere questi problemi esistono, tecnologie che dal punto di vista capitalista non riescono a farsi strada. A proposito vorrei accennare del caso concreto delle strade solari (9) e della sostenibilità nel capitalismo. Questo progetto consiste nella sostituzione di strade, parcheggi, marciapiedi, ecc. con pannelli solari esagonali interconnessi fra loro. Ci sono sufficienti garanzie e vantaggi?

Vediamo cosa offre questa tecnologia. Per cominciare, fornisce una superficie sufficientemente dura come l’asfalto, in grado di sopportare pesi e condizioni gravose (circa 110 tonnellate secondo i progettisti), produce energia pulita e rinnovabile solare, ridurrebbe l’uso e la dipendenza dai combustibili fossili e la produzione di CO2, fornisce un modo semplice per interrare i cavi elettrici e telefonici, include LED per segnalare le corsie, i parcheggi e avvertire dei pericoli come frane, auto ferme incidentate o animali, poichè hanno anche sensori di pressione… Inoltre, la distribuzione modulare facilita le riparazioni. Secondo una stima, solo negli Stati uniti  sostituendo le strade principali con questo tipo di pannelli, il paese otterrebbe tre volte l’energia attualmente consumata. A sua volta si genererebbe una nuova industria in base a questa tecnologia che ridurrebbe il problema della disoccupazione e potrebbe assorbire totalmente i/le lavoratori/trici dell’industria energetica.

Questo progetto risolverebbe tanti problemi legati alla CO2, ma per quanta risonanza stia ottenendo, non può andare avanti nel contesto economico attuale. Perché no? Per iniziare consideriamo i monopoli di combustibili fossili (petrolio e carbone). Non prenderanno posizione contro questa tecnologia? Il petrolio smetterebbe di essere necessario per fare l’asfalto delle strade e per fornire carburante per le auto in quanto sarebbe possibile ricaricare un auto elettricamente sulla stessa strada sia con ricaricatori a presa, sia senza fili, sfruttando il movimento (10) e l’uso del carbone si potrebbe ridurre significativamente o addirittura completamente. L’obsolescenza programmata, così necessaria per il capitalismo, è un problema anche per la sua attuazione e per la lunga durata. Questa tecnologia è resistente a tutte le condizioni atmosferiche, sopporta grandi sollecitazioni, ecc. Ma il problema principale è, di nuovo, il vantaggio privato: poiché questa tecnologia è molto costosa dal punto di vista capitalista e la quantità di plusvalore che si può trarre è piuttosto basso.

Perciò traiamo due conclusioni: in primo luogo, al capitalismo non importa inquinare purché si ottenga profitto e secondo, il capitalismo non implementerà mai una tecnologia utile per l’umanità se compromette il profitto stesso. Cosa devono dire i comunisti in proposito? La classe operaia non ha alcun interesse al profitto privato, ma a quello sociale, in questo caso la sua stessa sopravvivenza sul pianeta Terra. Per questo motivo siamo obiettivamente interessati alla lotta contro il capitalismo e alla realizzazione del socialismo-comunismo per avere la certezza che si rispetti l’ecosistema e lo sviluppo della vita, oltre a tutti i vantaggi sociali, economici, culturali, ecc. che solo questo sistema può offrire. Unicamente attraverso la lotta generale per il socialismo-comunismo si può combattere in modo coerente per l’ecologismo e per le condizioni ambientali del pianeta.

Solo la classe operaia attraverso la rivoluzione socialista può ottenere il necessario per la sopravvivenza della specie umana.

“[…] comprendiamo ogni giorno più esattamente le sue leggi e conosciamo ogni giorno di più quali sono gli effetti immediati e quelli remoti del nostro intervento nel corso abituale della natura. In particolare, dopo i poderosi progressi compiuti dalla scienza in questo secolo, siamo sempre più in condizione di conoscere, e quindi di imparare a dominare anche gli effetti naturali più remoti, perlomeno per quello che riguarda le nostre abituali attività produttive. Ma quanto più ciò accade, tanto più gli uomini non solo sentiranno, ma anche sapranno, di formare un’unità con la natura, e tanto più insostenibile si farà il concetto, assurdo e innaturale, di una contrapposizione tra spirito e materia, tra uomo e natura, […]” – Friedrich Engels, Dialettica della Natura (Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia [ndt])

Note:
[1] http://www.energias-renovables.com/articulo/las-emisiones-mundiales-de-co2-crecen-un/
[2] http://www.20minutos.es/noticia/1981076/0/carbono/cambio-climatico/emisiones/
[3]  http://sociedad.elpais.com/sociedad/2014/05/22/actualidad/1400771922_130152.html
[4] http://www.nacion.com/vivir/ambiente/Aumento-emisiones-CO2-conflictos-hambrunas_0_1405459584.html
[5] http://www.huffingtonpost.com/2014/05/14/climate-change-national-security_n_5323148.html
[6] http://www.teinteresa.es/tierra/Registran-concentracion-CO2-hemisferio-ONU_0_1145287549.html
[7] http://www.rtve.es/noticias/20140526/co2-atmosfera-registro-abril-nivel-mas-alto-historia-hemisferio-norte/943482.shtml
[8] http://unidadylucha.es/index.php/internacional/710-los-peligros-del-fracking
[9] http://www.elconfidencial.com/tecnologia/2014-05-27/la-locura-de-las-carreteras-solares-seduce-a-los-inversores_136669/
[10] http://www.slashgear.com/qualcomm-halo-inside-the-tech-of-the-worlds-largest-wireless-car-charging-trial-07255855/
Fonti:
Kolmannskog, Vikram y Afifi (2014). “Disaster-Related Displacement from the Horn of Africa” en Report No.15. Bonn: United Nations University. Institute for Environment and Human Security (UNU-EHS) http://ehs.unu.edu/file/get/11763.pdf
IDMC (2013). Global Overview 2012: People Displaced by Disasters. Ginebra: IDMC/NRC. http://www.internal-displacement.org/assets/publications/2013/2012-global-estimates-corporate-en.pdf
IDMC (2014). Global Overview 2014: People Internally Displaced by Conflict and Violence. Ginebra: IDMC/NRC. http://www.internal-displacement.org/assets/publications/2014/201405-global-overview-2014-en.pdf
https://www.indiegogo.com/projects/solar-roadways

Caccia made in Italy per i raid israeliani a Gaza www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 09-07-14 – n. 506

Antonio Mazzeo | antoniomazzeoblog.blogspot.it

09/07/2014

Mentre nella striscia di Gaza è in atto l’operazione militare “Bordo protettivo”, la più devastante degli ultimi due anni, la testata giornalistica Heyl Ha’Avir annuncia che nelle prossime ore due caccia addestratori avanzati M-346 “Master” di produzione italiana saranno consegnati alle forze armate israeliane. Si tratta dei primi velivoli prodotti dagli stabilimenti di Venegono Superiore (Varese) di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, ordinati da Israele nel febbraio 2012. Gli M-346 giungeranno nella base di Hatzerim, nei pressi di Beersheba, deserto del Negev, dove – secondo le autorità militari – saranno impiegati per la formazione di piloti e operatori di sistemi.

I “Master” saranno denominati “Lavi” (leone in ebraico), come il progetto per un sofisticato caccia di produzione nazionale, cancellato nel 1987 per i suoi insostenibili costi finanziari. “I Lavi consentiranno uno sviluppo qualitativo e quantitativo nell’addestramento dei futuri piloti”, ha dichiarato il generale Shmuel Zucker, capo delle acquisizioni di armamenti del ministero della difesa d’Israele. Alenia Aermacchi conta di concludere la consegna dei restanti 28 esemplari entro il 2016.

Il governo israeliano ha deciso di assegnare i caccia M-346 alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica militare per addestrare i piloti alla guida dei cacciabombardieri di nuova generazione come “Eurofighter”, “Gripen”, Rafale, F-22 ed F-35, ma potranno essere utilizzati anche per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. I velivoli di Alenia Aermacchi prenderanno il posto degli obsoleti TA-4 Skyhawk di produzione statunitense, alcuni dei quali furono utilizzati nei bombardamenti di Gaza nel 2010.

Il primo addestratore M-346 è stato presentato il 20 marzo scorso nel corso di una cerimonia tenutasi presso lo stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Superiore, alla presenza di alti ufficiali del Ministero della Difesa e dell’aeronautica militare israeliana e dei partner industriali stranieri. Alla produzione dei caccia (la cui copertura finanziaria è assicurata dal gruppo UniCredit) concorrono infatti importanti aziende internazionali. Northrop Grumman Italia fornisce il sistema per la misura di assetto e direzione “LISA 200”, basato su giroscopi a fibre ottiche realizzati nello stabilimento di Pomezia; Elbit Systems, grande azienda israeliana specializzata nella realizzazione di tecnologie avanzate, sviluppa il nuovo software caricato sugli addestratori per consentire ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, alla caccia alle installazioni radar e all’uso di sistemi d’arma all’avanguardia. In vista del nuovo “Lavi”, Elbit Systems ha costituito con IAI – Israel Aircraft Industries il consorzio denominato “TOR”, ottenendo dal governo israeliano finanziamenti per 603 milioni di dollari.

Il consorzio ha già comunicato di aver completato nella base di Hatzerim la costruzione del centro di addestramento a terra destinato ad accogliere i simulatori di volo. Parte del supporto logistico e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 saranno garantite in loco da personale di Alenia Aermacchi, grazie ad un contratto di 140 milioni di euro sottoscritto lo scorso anno con le imprese israeliane. Altra azienda impegnata nella produzione di componenti per l’M-346 è Honeywell Aerospace Europe, con sede a Raunheim (Francoforte) ma controllata interamente dalla statunitense Honeywell International, Inc..

I bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza hanno preso il via martedì 8 luglio e secondo fonti palestinesi avrebbero già causato la morte di 28 civili e più di un centinaio di feriti. Il governo di Tel Aviv ha ammesso di aver compiuto 160 attacchi aerei, “colpendo 120 postazioni e rifugi di militanti di Hamas o luoghi da dove venivano lanciati razzi contro Israele”. Intanto non è escluso che nelle prossime ore venga scatenata un’offensiva via terra. Un imponente dispiegamento di militari è stato registrato alle frontiere con Gaza e il governo ha autorizzato l’esercito ad attivare 40.000 riservisti. “Se avremo la necessità d’intervenire con un’operazione terrestre, noi lo faremo”, ha dichiarato in un’intervista televisiva il ministro dell’interno Yitzhak Aharonovitch. “Quest’opzione esiste e le istruzioni del premier Netanyahu sono di prepararsi ad una profonda, lunga, continua e forte campagna a Gaza. Noi non ci fermeremo sino a quando non si arresterà il lancio di razzi contro Israele”.

Striscia di Gaza, Israele fa strage di civili: 53 morti e 465 feriti | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

E’ salito ulteriormente il bilancio provvisorio delle vittime palestinesi nella Strsicia di Gaza. Secondo il portavoce del ministero della Salute locale i morti sono 53 (tra cui 9 minori) e 465 i feriti da quando lunedi’
sera’ sono iniziati i raid aerei israeliani nell’operazione Protective Edge, (Margine Protettivo): per un totale di 430 nelle 48 ore. Molte donne e bambini tra le vittime. Israele ha anche ripreso la pratica degli ‘omicidi selettivi’: come quello che ha visto un drone aprire il fuoco su due individui in sella a una motocicletta nel settore nord della Striscia, uno dei quali e’ rimasto ucciso sul colpo mentre l’altro e’ stato ferito gravemente. 

Il passaggio all’operazione vera e propria da parte di Israele e’ scattato l’altra notte con una forte offensiva aerea: secondo l’esercito i raid su Gaza sono stati diverse centinaia e moltissimi di questi contro lanciatori di razzi nascosti. Gli altri sono stati diretti contro civili inermi, che Israele definisce ufficialmente “scudi umani”. Più di due milioni gli abitanti interessati dai bombardamenti nella striscia di Gaza.
In un raid, che ha fatto tre morti, e’ stato colpito, su un auto in transito nella via al-Wahda, Mohammad Shaaban, ”il comandante del commando della marina” di Hamas. Ma l’attacco piu’ cruento si e’ verificato in un casa colpita a Khan Yunis con 10 morti, fra cui due bambini e 35 feriti. ”E’ stata una strage”, hanno detto nelle strade della citta’.
Dall’altra sera, secondo il portavoce militare di Tel Aviv, su Israele sono caduti ben 130 razzi e di questi 23 sono stati intercettati dal sistema Iron Dome.I razzi erano tutti diretti su obiettivi militari.L’escalation non sembra diminuire: Israele ha richiamato 40 mila riservisti mentre Benyamin Netanyahu ha dato ordine all’esercito di prepararsi per una possibile operazione terrestre che e’ ”sul tavolo”. Il premier, dopo le polemiche di questi giorni su una sua risposta ‘debole’ ad Hamas, ha annunciato chiaro e tondo che Israele ”non trattera’ piu’ con i guanti” la fazione islamica. ”Hamas – ha aggiunto – ha scelto di far salire la tensione e paghera’ un prezzo pesante per averlo fatto”. La reazione palestinese non si e’ fatta attendere: il presidente palestinese Abu Mazen si e’ appellato alla comunita’ internazionale perche’ Israele termini “immediatamente” l’escalation’ a Gaza e i suoi raid aerei.

Sullo scacchiere internazionale l’escalation in atto sta suscitando forte apprensione: il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha sottolineato la sua ”estrema preoccupazione” ed ha condannato il recente lancio di razzi da Gaza su Israele. Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha definito ”vile” l’attacco dei razzi su Israele, ma ha espresso preoccupazione per le vittime civili di entrambe le parti.  La Ue “condanna” il lancio di razzi da Gaza contro Israele e chiede un immediato cessate il fuoco tra Hamas e lo Stato ebraico. La Ue “deplora” il crescente numero di vittime civili, anche di bambini, causato dalla risposta armata israeliana. “La sicurezza dei civili – prosegue la Ue – e’ un parametro importante”. In Italia, il ministro degli esteri Federica Mogherini ha dichiarato che ”bisogna evitare che si inneschi una spirale irreversibile”.

Il segretario generale della Lega Araba, Nabil el-Araby, ha chiesto una riunione “immediata” del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui raid israeliani contro Gaza. Sul campo la situazione si complica: Abu Obeida, portavoce del braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedine al Qassam ha avvertito che i missili saranno lanciati verso Tel Aviv “e anche oltre”.

Su quanto sta facendo Israele nella striscia di Gaza è intervenuto anche il segretario del Prc Paolo Ferrero: “Altri morti e feriti a Gaza: è intollerabile questa nuova ritorsione da parte di Israele – scrive Ferrero in una nota – che allunga all’infinito la catena della vendetta e produce morti su morti. Il governo Renzi deve assumere una posizione contro il governo israeliano e lo deve fare anche l’Europa, subito, prima che continuino a morire bambini e donne, nella Striscia di Gaza. E’ una vergogna e il mondo sta ancora a guardare, di fronte all’arroganza e alle violazioni dei diritti umani da parte del governo israeliano, che non rispetta alcuna legalità internazionale”.

Riforma elettorale e costituzionale, ma con quale idea di rappresentanza? Parla il rettore Fabrizio Cassella | Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Le riforme costituzionali e di riassetto del sistema di rappresentanza parlamentare stanno tenendo il banco della discussione politica da molti mesi, per non parlare di anni. Il dibattito tra le varie organizzazioni politiche è molto serrato circa l’elettività del Senato e l’immunità dei suoi futuri senatori, cioè i rappresentanti delle regioni, un po’ come – nei fatti – è il Bundesrat tedesco.
L’altro dibattito è quello sulla legge elettorale: dopo la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che eliminava gli elementi di incostituzionalità del ‘porcellum’, il Parlamento sta cercando di mettere in piedi una nuova legge elettorale. Del quadro politico che si è andato a formare, di riforme costituzionali, di rappresentanza e partecipazione popolare ne abbiamo parlato con Fabrizio Cassella, costituzionalista e rettore dell’Università della Val d’Aosta.Di riforme costituzionali e di superamento del bicameralismo se ne parla da anni. Dopo molto tempo, però, pare si sia arrivati ad una strettoia che, pur essendo tale, sembra decisiva. Il tavolo Pd/M5S, però, salta, nonostante le riprese da entrambe le parti. Qual è, secondo lei, l’istantanea del quadro politico attuale?
È una situazione di corsa verso una meta non ben identificata. Mi pare che la velocità di Renzi sia indubbia quanto anche, però, per alcuni versi immotivata, se si stanno a vedere gli obiettivi. Mi spiego: le riforme costituzionali, per definizione, hanno un significato se sono condivise. Questi continui strappi, queste accelerazioni continue, fanno sì che si aumenti la resistenza. Per definizione nei confronti delle riforme costituzionali, si sviluppa resistenza. Questo, peraltro, è un aspetto virtuoso del sistema cioè quello del cercare di riflettere prima di abbandonare una strada e di intraprenderne un’altra.
Questa resistenza, però, inizia ad essere sempre più stimolata da questi stop&go continui. Il rischio che io vedo, francamente, è che alle riforme ci si arrivi ma che esse poi siano solo rappresentative di un refrain.
Come dire: ‘le abbiamo fatte’ senza porsi la domanda del ‘ma in cosa consistono?’.
Ormai ‘le riforme’ sembrano quasi un mantra: nella trasmissione ‘In Onda’ di qualche giorno fa, trasmessa dall’emittente La7, era presente Catricalà che, interpellato, affermava criticamente: ‘Va bene tutto, ma per ora si sono scritte solo delle copertine, non ancora i contenuti’.
In realtà, comunque, non pongo la questione su un piano critico, è ovvio che chi affronta la questione delle riforme corre rischi enormi. Quindi, tanto di cappello a chi ha deciso di farne un punto d’orgoglio. Come cittadino, certo, va bene se si fanno ma bisogna vedere il contenuto delle stesse, non tanto sul piano ‘è meglio un Senato piuttosto che un altro’ o ‘meglio una legge elettorale piuttosto che un’altra’ ma sul fatto che l’obiettivo finale a cui si tende, e che ora mi pare sia un po’ confuso, sia poi effettivamente raggiunto.

Già nella nostra precedente intervista del 14 ottobre 2013, parlavamo di superamento del bicameralismo perfetto e di ipotesi del Senato delle regioni e delle autonomie. Ora, il superamento del bicameralismo perfetto si traduce, nella proposta del Partito democratico, in un Senato non elettivo.
Lei che idea si è fatto a riguardo, anche come esponente di un’autonomia come quella Valdostana?
Ci sono due aspetti diversi: le competenze e la composizione. Sulle competenze, quindi sul superamento del bicameralismo perfetto, cioè, riduzione dei tempi della complessità e dell’incertezza del contenuto nella formazione delle leggi, questo va nel senso della semplificazione.
E, inoltre, della formazione di un processo decisionale più efficiente. È chiaro che il prezzo è quello della composizione di interessi più ampi: se riduco l’ambito dove viene assunta la decisione e riduco i tempi lascio fuori qualcosa in termini di condivisione, di considerazione di interessi contrapposti et cetera. Però, probabilmente, questa è un’esigenza sentita e che io vedo soprattutto dal punto di vista della certezza dei contenuti, cioè: il problema grosso del nostro bicameralismo perfetto è sintetizzato dal fatto che un disegno di legge parte con ottimi propositi – e con un drafting legislativo, anche funzionale al raggiungimento di essi – ma che alla fine arriva ad essere un documento finale che ha tenuto conto di tutto che, però, non corrisponde più all’obiettivo iniziale. O non è più funzionale al raggiungimento di quegli obiettivi. E questa è una degenerazione del sistema che va corretta. Per quanto riguarda la composizione vige un dibattito più serrato: da parte di alcuni colleghi, ad esempio, c’è l’opinione che è la Nazione che deve essere rappresentata attraverso le sue componenti e che non può essere altrimenti, ovvero, devono essere i cittadini che eleggono i componenti del Senato.

E’ vero, ma dall’altra parte c’è anche, come dire, il modello ‘lato sensu’ federalista, cioè dove i rappresentati non sono i cittadini ‘uti singuli’ ma le comunità territoriali.
Che l’attuale disegno di legge, che pare che la prossima settimana arrivi in aula, corrisponda questo secondo modello, sì corrisponde. Ma nel senso che c’è lo strumento. Il problema è che, a monte, ci sono i territori da rappresentare? Non lo dico col dubbio che ci siano comunità con una propria cultura, storia, tradizioni, costumi, perché quello è fuori da ogni dubbio. Il problema è se queste comunità si percepiscono loro stesse come un elemento di unità, certamente composito, ma che si riconoscono in una matrice unitaria da fare in modo da sedersi in una Camera assieme ad altri rappresentanti territoriali per portarvi le istanze del proprio in quella sede. Forse questa omogeneità dei territori non c’è. In fin dei conti continuiamo a basarci sull’idea che la nostra ripartizione territoriale è regionale… la nostra storia è comunale.

Non crede, però, a proposito di quello che ha detto circa il superamento del bicameralismo perfetto, che ci sia una strozzatura della rappresentatività?
Mi spiego: nei giorni scorsi Renzi ha dichiarato come sia più rappresentativo un consigliere regionale che ha preso milioni di voti che non, testualmente, «un Mineo o un Minzolini».
Se si volesse andare nello specifico, per la verità, neanche i deputati li ha scelti nessuno, secondo il ragionamento renziano, date le liste bloccate.
Quindi la questione delle preferenze della legge elettorale, estremamente connessa con la riforma costituzionale, è un tema che, secondo lei, si può ridurre in una tempesta in un bicchier d’acqua o è qualcosa di più ampio?
Concettualmente il problema è più ampio. Dopodiché, però, bisogna cercare di far coincidere le concezioni della rappresentanza nella loro ‘più che bicentenaria’ elaborazione dottrinale con l’applicazione pratica. A me pare che oggi noi siamo arrivati ad una concezione della rappresentanza molto strumentale, cioè, si ha necessità di uno strumento per poter attribuire alla volontà di tutti la decisione di pochi. Oggi però la mano è più calcata. Costruisco un’assemblea ma essa, in realtà, è il portato di una serie di partiti con le loro liste (domani, forse, se passa la riforma del Senato, gli ambiti territoriali, le regioni eccetera) ma non ha nulla a che fare con il rapporto tra mandanti/mandatari, elettori/eletti, rappresentanti/rappresentati.
Cioè, il rappresentante, il deputato, che torna nel suo collegio, che ‘porta la notizia’ dalla Capitale, si confronta con le esigenze del territorio e della comunità, si rende portavoce di un’istanza, è antistorica: faceva parte della concezione di Edmund Burke in un contesto completamente diverso.
Oggi, secondo me, ci siamo ridotti all’essenza minima: cioè, io ho bisogno di poter fare in modo che una decisione sia imputabile a tutti.
Per fare questo si cerca nel modo più vicino alla tradizione, cioè l’elezione, oppure vado anche all’estremo opposto, cioè il sorteggio, come teorizzato da costituzionalisti francesi contemporanei. Tutto sommato, noi oggi siamo diventati, come opinione pubblica un po’ protestanti, noi che abbiamo una cultura cattolica.
Perché? Perché cerchiamo di introdurre il controllo della collettività rispetto all’operato, che è un controllo che normalmente, però, nei paesi veramente a cultura prestante, cioè dove il protestantesimo ha influenzato la cultura politica, il controllo è preventivo.
Basti pensare all’atteggiamento degli americani per cui se si ha solo un’ombra moralmente percepita come ‘non pulita’, non ci si può candidare.
In Italia, da questo punto di vista, siamo fortemente cattolici perché stiamo a sentire le promesse di questo o quell’esponente politico ma, a posteriori, diventiamo un po’ protestanti dicendo ‘quel rappresentante X ha tradito la fiducia’.
Si cerca di creare una sorta di controllo rispetto al codice morale della collettività che viene elaborato volta per volta, situazione per situazione e, in quel momento lì, conta poco qual è la tua investitura.
Fino ad ora, l’investitura di tutti i soggetti che riempiono le pagine della cronaca più bieca, cioè quella dello sperpero del denaro pubblico, è un’investitura elettiva che è passata attraverso delle fasi elettorali. Poi, certo, nell’ultima fase della vita repubblicana, queste fasi elettorali sono state tali per cui non c’è più stato il voto sulla persona ma sui listini, quindi andando ad attenuale il rapporto elettore/eletto.

A tal proposito, in questi giorni si fa un gran parlare di immunità, riguardo quello che dovrà essere il ‘Bundesrat’ italiano. I consigli regionali, però, sono stati i più grandi ‘contenitori di scandali’, tra corruzione et similia. Penso al Lazio, all’Abruzzo, al Veneto, alla Sardegna, alla Campania, al Piemonte. Quella dell’immunità per i Senatori/Consiglieri regionali non rischia di essere un’arma a doppio taglio?
Vista così di pancia, come ognuno di noi la vede, è sacrosanto. Se si vuole vederla in una prospettiva più lunga, ci si dovrebbe chiedere ‘posso, oggi, rinunciare ad una garanzia (oggi sfruttata) per un futuro nel quale si ammetterà che, effettivamente, l’esigenza di tenere sufficientemente protetta la rappresentanza politica da un esercizio improprio delle funzioni giurisdizionali, soprattutto quelle inquisitorie?’.
Mi è perfettamente chiaro che è contrario alla sensazione di qualunque cittadino, ma forse anche del buon senso!
Però, dal punto di vista delle soluzioni tecniche è un po’ quando il medico dice ‘guardi quest’intervento è da fare’, nonostante il paziente si senta benissimo. Il problema non è l’imminenza dello stato ottimale di salute del paziente, quanto la malattia che potrebbe degenerare a lungo andare nel tempo, quindi il dottore farà in modo che l’operazione si realizzi nel più breve tempo possibile.
Questo fatto dell’immunità la si prenda quasi come una medicina amara in questo senso.

Un po’ come il proemio della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso… («Così a l’egro fanciul porgiamo aspersi di soavi licor gli orli del vaso: succhi amari ingannato intanto ei beve, e da l’inganno suo vita riceve»)
Esatto, proprio così!

C’è anche un tema che riguarda la partecipazione popolare, in tutto questo, però. In un periodo di astensione fortissima in termini elettorali, di populismi, c’è una forte richiesta di partecipazione politica. Non crede che il Senato non eletto andrebbe a restringere questa ‘pulsione’ partecipativa, così come sarà per le leggi di iniziativa popolare? E’ una medicina amara anche questa?
No, non è una medicina amara. I temi sono due: l’iniziativa popolare, in questo caso legislativa, e l’altro è l’elezione dei componenti della seconda Camera. Partendo dal secondo tema, l’elezione dei componenti della seconda Camera fanno il paio col discorso che facevamo prima, cioè: che cos’è che è ‘rappresentato’? Sono rappresentati i cittadini singolarmente, cioè quelli legittimano che con il voto il ruolo, o sono rappresentate delle comunità maggiormente organizzate? Che poi, magari, non le percepiamo come tali, ma l’obiettivo non è quello di non rendere rappresentativa la seconda Camera, ma renderla rappresentativa di altro.

Oggi noi abbiamo le due Camere che rappresentano lo stesso soggetto: il ‘rappresentato’ è uguale. Si potrebbe cercare la differenza tra l’elettorato attivo e passivo ma lo vedo più come un escamotage per ricercarne una qualche forma di differenziazione che non la sostanza effettiva.
Si tratterebbe, in questo caso, di cambiare il ‘rappresentato’: le comunità organizzate ce le ho dentro il Senato mentre, la Nazione (come dicevamo prima) e il ‘singolo’ alla Camera. Il Presidente di Regione che va al Senato, però, è stato eletto dalla sua comunità, quindi non va lì in forza di un mandato dall’alto, va lì in quanto esponente scelto dai cittadini di una comunità territoriale. Va al Senato per rappresentare la comunità territoriale nella sua omogeneità, per quanto lo possa essere. Il problema è se l’organizzazione di queste comunità sia oggi rispondente al sentire comune e al governo territorio. Quindi torneremmo al discorso che stavo facendo prima, la rappresentanza comunale.
Tra il dire che il soggetto rappresentato è diverso e dire che non c’è rappresentanza, secondo me, c’è un passaggio in mezzo. La rappresentanza c’è ma è di altro, non degli stessi soggetti che sono rappresentati alla Camera.

Sulle firme per le leggi d’iniziativa popolare, effettivamente, sono un po’ più critico. È vero che i lavori Parlamentari sono intasati da ogni genere di iniziativa, però non sono quelle di iniziativa popolare quelle che creano problemi.
E infatti quest’innalzamento del numero delle firme potrebbe essere percepito non molto bene dall’opinione pubblica.
Sembra essere un provvedimento senza ‘ratio’ che rischia di suonare come uno sfregio della partecipazione.