I partigiani bolognesi: “L’Anpi è la cosa più pulita che è rimasta nella politica italiana”

Milano, le mani delle famiglie mafiose sulle feste di quartiere da: redattore sociale

Relazione del Comitato di esperti: su 46 feste, 44 sono state gestite da due sole famiglie. Personaggi legati a famiglie criminali impongono la loro presenza in queste occasioni. Si stima che il mercato delle feste sia attorno agli 1,2 milioni di euro

08 luglio 2014

MILANO – Le feste di via di Milano sono un’occasione “di aggregazione e di certificazioni di interessi e comportamenti illegali”. Lo scrive nero su bianco il Comitato di esperti antimafia nella sua Quarta relazione al sindaco Giuliano Pisapia, che domani sarà presentata alla Commissione antimafia di Palazzo Marino. Secondo una stima elaborata dal presidente della Commissione David Gentili durante i giorni dei mercatini di Natale, questo business delle feste muoverebbe a Milano circa 1,2 milioni di euro.

Questo schema “non ha equivalenti in grandi città italiane”, si legge nella Relazione.Invece che un’occasione di socialità, le feste di quartiere milanesi sono diventate un modo per esercitare il controllo del territorio. “La struttura delle feste, i criteri di ottenimento e assegnazione dei diritti di parteciparvi con le proprie mercanzie, i metodi di esazione e pagamento, configurano infatti una rete di relazioni in virtù delle quali alcuni personaggi del commercio ambulante realizzano in modo assolutamente indebito una sorta di signoria territoriale”, si legge nella Relazione del Comitato presieduto da Nando Dalla Chiesa. Il risultato è che il controllo delle feste in sostanza è in mano ad una persona (“magari travestito da associazione culturale”) che concede autorizzazioni per le bancarelle, organizzazione logistica, reclutamento degli artisti di strada e altri servizi del genere fuori dal circuito legale. E il meccanismo si trasferisce dalle piccole feste di via a manifestazioni più rilevanti, come appunto i mercatini di Natale. Segnali d’allarme sul fatto che le mafie ci stiano mettendo le mani ce ne sono: in una delle ultime feste “un esponente di una nota famiglia di Buccinasco (paese dell’hinterland di Milano dov’è fortissima la presenza della ‘ndrangheta, ndr)” “abbia imposto la sua presenza (per attività marginali ma in realtà di controllo del perimetro della festa”, proseguono gli esperti antimafia nel documento.

Prendendo in esame i numeri del 2013, appare chiaro che qualcosa non torni: delle 46 feste, 44 sono state gestite da due famiglie, i Carlino (attraverso Milano sì! Città viva e Nuova Asco.Ci) e i Pagliuca (attraverso l’Associazione culturale nazionale artigiani e commercianti , l’associazione culturale Mercante in piazza e il comitato Dergano). Per questo sia il Comitato di esperti che la Commissione antimafia di Palazzo Marino stanno lavorando per eliminare gli intermediari e rendere possibile una gestione diretta del Comune degli spazi destinati alla festa. (lb)

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Per i migranti cala l’occupazione, quella che resta è mal pagata Fonte: rassegna

L’occupazione tra gli uomini immigrati è scesa di 10 punti tra il 2008 e il 2012 e chi un lavoro ce l’ha resta spesso “intrappolato in impieghi a bassa produttività e mal pagati”. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto sull’integrazione dell’Ocse

Il tasso di occupazione tra gli uomini immigrati in Italia è calato drasticamente negli anni della crisi, di 10 punti percentuali tra il 2008 e il 2012, un calo all’incirca doppio rispetto ai nativi, e questo perché i lavoratori migranti sono concentrati soprattutto nei settori dell’edilizia e del manifatturiero, tra i più colpiti dalla recessione economica. E’ quanto emerge dal rapporto “L’integrazione degli immigrati e dei loro figli in Italia”, redatto, su richiesta del Cnel, dall’Ocse e presentato oggi a Roma.

Le donne immigrate, invece, restano per lo più impiegate in lavori di cura e assistenza, e qui l’andamento dell’occupazione “dipende dai risparmi delle famiglie, che stanno notevolmente diminuendo”. E anche se tra la popolazione in età lavorativa in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è maggiore rispetto a quello dei nativi, molti stranieri “sono intrappolati in lavori a bassa produttività e mal pagati e costituiscono buona parte dei lavoratori in condizioni di povertà”.

Spesso, denuncia l’Ocse, gli immigrati entrano nel circuito del lavoro sommerso e irregolare, dello sfruttamento e della discriminazione. Ciò vale anche per “quel 10% classificato come altamente qualificato, che rappresenta l’unico gruppo con tassi di occupazione più bassi rispetto ai nativi”. Complessivamente, gli immigrati, uomini e donne, costituiscono rispettivamente il 31 e il 40% dei lavoratori poco qualificati nel 2012.

Solo la metà di loro ha un titolo di studio superiore alla licenza media e pochi parlano italiano al momento dell’arrivo. Il passaggio alla scuola superiore non è facile e, ricorda l’Ocse, “solo otto regioni consentono agli studenti immigrati con qualifica professionale post-triennale di accedere a un quarto anno di formazione e solo due regioni al quinto anno”. Il rapporto registra infine tra i figli di immigrati un crescente tasso di abbandono scolastico e una percentuale di Neet pari a un terzo degli stranieri tra i 15 e i 24 anni.

Ingroia: dai nostri errori passati la forza di cambiare | Autore: Antonio Ingroia da: controlacrisi.org

“Pensare”. Si con­clu­deva con que­sta parola un arti­colo di Alberto Asor Rosa sul mani­fe­sto di qual­che giorno fa. Il suo ragio­na­mento sul futuro della Lista Tsi­pras e della sini­stra di alter­na­tiva era molto sem­plice, guar­dava al merito.Con­si­dero il suc­cesso della Lista Tsi­pras figlio legit­timo delle scon­fitte della “Sini­stra Arco­ba­leno” e di “Rivo­lu­zione Civile”. Senza quelle espe­rienze e senza le cor­re­zioni dovute non ci sarebbe stata la Lista Tsi­pras, almeno non nelle forme in cui l’abbiamo cono­sciuta. Non aggiungo altro sull’esperienza del pas­sato per­ché oggi dob­biamo guar­dare avanti. Ma sia i garanti che le forze poli­ti­che che hanno ade­rito al pro­getto sape­vano che forse que­sta era una delle ultime occa­sioni di soprav­vi­venza e di rina­scita. Anche sui ter­ri­tori la voglia di unità, e il con­se­guente lavoro uni­ta­rio, sia pure tra mille fibril­la­zioni, è stata figlia delle divi­sioni delle pre­ce­denti espe­rienze, che non biso­gnava ripetere.

Dopo le ele­zioni, invece, stiamo vivendo un com­pren­si­bile periodo di disordine.In que­sta fase non sta aiu­tando il tra­va­glio di Sel. Rispetto molto il loro dibat­tito per­ché ne per­ce­pi­sco la pas­sione di diri­genti e mili­tanti che pro­vano a fare sin­tesi su due posi­zioni poli­ti­che oggi con­trap­po­ste: con il Pd per un nuovo cen­tro­si­ni­stra o alter­na­tivi al Pd per con­tri­buire alla costru­zione di un sog­getto poli­tico altro. A mio parere ter­tium non datur, ma è giu­sto che discu­tano. Que­sto però mina la tenuta del pro­getto con un peri­colo assai serio, che sui ter­ri­tori molti per­dano l’entusiasmo con­se­guente il suc­cesso elet­to­rale. Spero deci­dano in fretta.

Noi pos­siamo por­tare un ele­mento di chia­rezza e dare una mano a chi è inde­ciso. Mi rife­ri­sco a Sel ma anche a tante altre asso­cia­zioni e movi­menti che non hanno ade­rito in un primo momento alla Lista Tsi­pras e che ora guar­dano a quell’insieme di valori con inte­resse. Segniamo una strada da per­cor­rere per con­vin­cere a salire sulla nostra nave chi ancora non c’è.

E torno alla pro­po­sta di Asor Rosa il quale indica un mare sicuro, al di là delle for­mule orga­niz­za­tive, quello di dieci-dodici punti di pro­gramma in cui si spie­ghi per­ché si sta insieme e per­ché lo si fa qui e ora. Che poi non è altro che quel che ha detto più volte Tsi­pras: par­tiamo dalle cose che ci uniscono.

Potrebbe essere que­sto il tema prin­ci­pale dell’assem­blea del pros­simo 19 luglio, senza par­larci troppo addosso di arti­fi­ciose forme orga­niz­za­tive. In fondo, tro­vare dei punti con­di­vi­si­bili, cioè «pen­sare», per dirla ancora con le parole di Asor Rosa, è la cosa che alla sini­stra rie­sce pro­ba­bil­mente meglio di altro e forse meglio che agli altri.

Io di que­sti punti ne pro­pongo un paio.

Il primo è un grande piano per il lavoro, alter­na­tivo alla con­tro­ri­forma ren­ziana figlia della con­tro­ri­forma For­nero. Su que­sto il movi­mento che pre­siedo, “Azione civile”, sta già pre­pa­rando una pro­po­sta inno­va­tiva pronta ad essere messa a dispo­si­zione della Lista Tsipras.

La seconda pro­po­sta è una guerra spie­tata al feno­meno della cor­ru­zione, affin­ché si affronti, come si è fatto con la mafia, anche que­sto pro­blema con una cura da cavallo. È un’emergenza che ci costa 60 miliardi di euro l’anno, secondo alcuni studi anche più di 100. E noi abbiamo pronto un arti­co­lato pro­getto di legge che pre­vede la con­fi­sca dei patri­moni dei cor­rotti da immet­tere nel cir­cuito dell’economia della legalità.

E l’organizzazione?

Sarà giu­sto par­lare anche di que­sto nell’assemblea del 19, serve un orga­ni­smo snello e prov­vi­so­rio ma non la con­si­dero una prio­rità. Un orga­ni­smo prov­vi­so­rio serve per tra­ghet­tarci verso quella che sarà, in futuro, una fase più strut­tu­rata, ma solo quando sarà a tutti chiaro per­ché stiamo insieme e per fare cosa e come costruire una coa­li­zione sociale per un polo poli­tico nuovo e alter­na­tivo a quelli oggi in campo.

Inps: Cgil, fotografia sofferenza sociale, temi da affrontare per ripartire Fonte: rassegna

“Il rapporto Inps fotografa la sofferenza sociale dell’Italia. I dati sulla disoccupazione e la precarietà, sulla consistenza delle pensioni in essere, sull’impoverimento progressivo del lavoro, sulle debolezze del nostro sistema di welfare, dicono con chiarezza che se non si affrontano questi temi non si ricostruiscono davvero le condizioni per ripartire”. E’ quanto afferma il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica, in merito a quanto emerso oggi dal rapporto dell’istituto di previdenza.

In particolare, sottolinea la dirigente sindacale, “sono oramai chiare le conseguenze nefaste delle riforme previdenziali attuate a partire dal 2009 e culminate con la Monti-Fornero. Si sono rese incerte e aleatorie le prospettive di chi oggi soffre di più la crisi occupazionale, sia per l’età di accesso che per l’adeguatezza delle prestazioni”.

Si è inoltre, continua, “contribuito ad aggravare la crisi del mercato del lavoro, ritardando oltre misura la possibilità di uscita e con ciò determinando una nuova realtà di lavoratori maturi senza alcuna prospettiva, nonché iniquità profonde, quale quella sulle donne e sui lavori più precoci e più faticosi. Riaffermiamo perciò la necessità di intervenire con misure strutturali che cambino questo sistema reintroducendo flessibilità e solidarietà, per renderlo socialmente equo e sostenibile”, conclude Lamonica.

Povere pensioni! Inps: Sotto mille euro 43% pensionati (6,8 milioni di persone) da: controlacrisi.org

Non riceveranno gli 80 euro al mese, ma non certo perché se la passano bene. Anzi. Nel 2013 il 43% dei pensionati, ovvero 6,8 milioni di persone, ha ricevuto uno o più assegni per un importo totale medio mensile “inferiore a 1.000 euro lordi. Tra questi, il 13,4% pari a 2,1 milioni si situa al di sotto di 500 euro”. Sono dati che comunica l’Inps nel suo consueto rapporto annuale. L’anno 2013 porta con sè un altro dato negativo: il crollo delle pensioni liquidate. Crollo dovuto alla stretta prevista dalla riforma Fornero. Se si passa alla Gestione privata, le nuove liquidazioni, per anno di decorrenza, mostrano per i dipendenti privati un calo del 32% per le pensioni di anzianità/anticipate e del 57% per la vecchiaia sul 2012. Per l’Inps, il 2013 evidenzia “un saldo negativo di 9,9 miliardi”, dovuto “in larga parte” all’ex Inpdap. Il patrimonio netto è invece pari a 7,5 miliardi (dato di preconsuntivo), valore che “migliora” tenendo conto della legge di stabilità. Quindi, chiarisce l’istituto, non è a rischio la “sostenibilità del sistema pensionistico”.Il commissario straordinario dell’Inps, Vittorio Conti, parla anche degli ammortizzatori sociali: “Quasi 1,5 milioni sono stati nel solo 2013 i beneficiari di trattamenti connessi alla perdita del lavoro ed alla disoccupazione”. D’altra parte “tra il 2012 ed il 2013, è stato di oltre 54 mila unità il saldo negativo delle aziende con dipendenti e le posizioni lavorative sono diminuite di quasi 500 mila unità”.