Francesca Rolla, staffetta partigiana e donna della rivolta di Piazza delle Erbe a Carrara

“Tutti a Roma per fermare la controriforma Renzi/Berlusconi” L’appello di Pancho Pardi Tratto da: temi.repubblica.it

calderoli-finocchiaro-riformeL’appello di Pancho Pardi

di Pancho Pardi – 3 luglio 2014
Prepariamoci ad andare davanti al Senato il giorno in cui comincerà in aula la discussione della riforma istituzionale. Ancora non sappiamo quando ma teniamoci pronti. Abbiamo alcuni buoni motivi per farlo.

Il primo. Questo Parlamento composto da nominati in base a una legge elettorale incostituzionale non ha alcuna legittimità a modificare la Costituzione. Solo Camere elette con una legge che restauri il principio dell’articolo 48 (il voto è personale ed eguale) ne avranno il diritto.

Al contrario la legittimità invocata dal governo Renzi poggia su due argomenti inconsistenti.
Le riforme le avrebbe volute il popolo quando ha votato per lui nelle primarie del PD. Renzi, come Berlusconi, è un analfabeta costituzionale: le primarie del PD non sono il suffragio universale e in ogni caso chi l’ha scelto come candidato leader del partito non ha sottoscritto in anticipo le fantasie che ha partorito dopo (il Senato come dopolavoro dei sindaci).

In secondo luogo il successo nelle elezioni europee non sostituisce un successo ancora futuribile nelle elezioni politiche. Nè conferisce nobiltà istituzionale alla chirurgia di partito che l’ha innalzato al vertice del potere politico. La realtà è semplice e cruda: i parlamentari del PD si sono consegnati a lui perché, a torto o a ragione, avevano fiutato che con lui avrebbero portato a termine la legislatura. Dopo di che venga pure il diluvio.

Il secondo motivo. Le riforme non sono di Renzi. Sono di Berlusconi e Renzi e già questo basterebbe ad aumentare la diffidenza. Sono il prodotto di un patto oscuro i cui termini reali sono ignorati anche da parte della classe dirigente PD. Alcune voci della stampa hanno ad esempio già parlato di una promessa di grazia a Berlusconi, anche di fronte a nuove eventuali condanne, mantenuta dal futuro presidente della Repubblica.
Al di là delle illazioni, e senza troppi tecnicismi, le riforme sono pessime.

La legge elettorale è platealmente incostituzionale come quella attuale: con un mostruoso premio di maggioranza mantiene il voto diseguale ed esclude dalla rappresentanza politica milioni di cittadini. Se mai dovesse essere approvata e promulgata faremo scattare decine di ricorsi analoghi a quello che ha prodotto la dura critica della Corte Costituzionale alla legge attuale.

La riforma del Senato è un brutto pasticcio con un fine chiarissimo. Il pasticcio: non è più, forse, il dopolavoro sindaci ma sarà, forse, il dopolavoro consiglieri regionali. Le sue competenze sono aumentate rispetto al disegno originale, ma l’aumento (insufficiente perché sottrae al Senato importanti questioni di diritto universale) è un espediente retorico per mascherare il declassamento.

Il fine: declassare il Senato e lasciare intatta la Camera, formata sulla base di una legge elettorale ultramaggioritaria, permette al partito che prende più voti un dominio assoluto: dittatura della maggioranza e dittatura del leader sulla sua stessa maggioranza. Svuotare il Senato significa fare della Camera, unica assemblea elettiva, un organismo prono al volere del capo. Era il sogno di Berlusconi: Renzi sta applicando il programma che Berlusconi non era riuscito a realizzare.

La rappresentanza politica non conta più nulla, la governabilità è tutto. Con la stessa logica i provvedimenti del governo Renzi svuotano dall’interno l’articolazione democratica e i diritti sindacali dei grandi organismi pubblici (scuola, amministrazione).

Il sindaco di Firenze faceva il “mestiere più bello del mondo” ma alla prima occasione se n’è liberato per farne un altro ancora più bello. Ma è rimasto sindaco: si comporta come se fosse stato eletto direttamente dal popolo. Invece si trova dov’è non per volontà del popolo ma per volontà del suo partito o, meglio ancora, perché il suo partito si è arreso alla sua volontà.

Lottare per più di un decennio contro Berlusconi e ritrovarsi nelle mani di Renzi non è un destino accettabile. Chi ha impedito a Berlusconi, leader della destra, di rovinare la Costituzione non può lasciare che lo faccia Renzi, che si dice di centrosinistra. Aggiornare la Costituzione si può fare ma va fatto con sapienza ed equilibrio e soprattutto senza farsi prendere la mano dall’analfabetismo costituzionale.

Facciamo appello a tutti i parlamentari dotati di spirito democratico affinché sappiano comportarsi in commissione e in aula con dignità e onore.
Facciamo appello ai cittadini affinché sentano il bisogno di manifestare in prima persona il loro diritto-dovere di custodi della Costituzione.

Scambiamoci la promessa di ritrovarci tutti insieme, senza sigle e senza bandiere, davanti al Senato il giorno in cui la legge andrà in aula.
Appena sarà noto il giorno tutti pronti a partire per Roma.

Tratto da: temi.repubblica.it

Wu Ming, “L’armata dei sonnanbuli” e il potere della contronarrazione | Autore: valerio sebastiani da: controlacrisi.org

Di Wu Ming è uscito da poco un romanzo che può essere considerato, così come ha ripetutamente sottolineato lo stesso collettivo, un’opera di svolta.
Da dove e verso dove? Nel giro di presentazioni che Wu Ming sta effettuando in Italia, viene fuori con forza che ormai l’aspetto simbolico delle rivolte e la sua capacità di aderire a ciò che di più profondo muove le coscienze non è post ma ante. Qualcuno potrà dire che questo è sicuramente un must dell’opera dei bolognesi, ma certamente con “L’armata dei sonnambuli”, romanzo non meglio identificato, su e nella Rivoluzione Francese, l’esplicitazione del tema è portata a tal punto da farne un meraviglioso oggetto/soggetto di approfondimento.

Il potere è narrazione
Da dove, dunque? Il viaggio inizia ne 1999 con “Q”, e la consapevolezza del collettivo di scrittori, all’epoca Luther Blissett, è già quella di piegare la forma romanzo – corale e coreutica – per dare voce ai senza voce, per tessere una narrazione che sia contro, critica, conflittuale tesa a dare un nuovo colore al mito, all’epos, non di mainstream, ma dei dimenticati dalla Storia. Il potere siamo noi. Noi riflettiamo potere; assimiliamo potere. Ne vestiamo le vie infinite, ne trasmettiamo tramite mani, bocche, occhi, le propaggini più variegate. Nell’era massmediatica in cui un continuum turbolento di piattaforme, protesi e maschere crea una catena relazionale che tanto si ossida e crea più anelli di giunzione, quanto noi parliamo, comunichiamo, dialoghiamo: il potere è racconto. Il potere è storia. Il potere è narrazione.Il potere ha stabilito una nuova forma di governo, lontana dall’immagine da litografia del monarca che tiranneggia sul picco più elevato della piramide, e impone la sua violenza, il suo governo, verticalmente. Viviamo ora nel contagio virale delle storie che le protesi del governo, i media – nelle loro più varie entità: libri, film, mezzi di comunicazione e informazione – fanno circolare tra noi. Storie che, scenarizzate e articolate in disegni e schemi, provocano in noi reazioni, atti e affezioni, delineano pensieri, veicolano opinioni, formano mentalità, in molteplici strati. Se il potere allora si presenta come un canalizzatore di condotte, di comportamenti e capace di indurre condizionamenti che rimbalzano tra un soggetto e l’altro forgiandone i desideri è con il lavoro dei Wu Ming che gli insorti del XXI Secolo devono fare i conti, chiosandone i messaggi indossati dai loro scenari.

Salta il romanzo storico
Verso dove, allora? Nuovi scenari, nuovi eroi, nuovi miti. Squadrati, spezzettati e ricomposti, scevri da ogni assolutizzazione storica, epurati. La nuova storia, o narrazione, o racconto, o plot che dirsi voglia, riemerge così dalle pagine di un loro romanzo storico e instilla dubbi, problematizza la Storia stessa. Chiaro è che perfino la struttura sulla quale poggia il genere “romanzo storico” venga messa in discussione. Totale coerenza storica? E perché? La Storia si avviluppa, ritorna indietro, si congela, assume nuovi colori nei canali e nelle narrazioni tossiche e mainstream dei potenti, diventa spuria, contaminata, e perché no, strumentalizzata. Nelle viscere pulsanti del Terrore e della contro-rivoluzione reazionaria post-terrore si mescolano documenti storici tratti dai quotidiani del tempo a figure estranee, ma in qualche modo familiari, che molto bene si prestano a provocare quello straniamento brechtiano, che approda molto facilmente ad uno step successivo, già scalato dal collettivo di scrittori: l’allegoria storica. E allora che compaiano pure nei cortili dei manicomi mesmerizzatori in grado di controllare le volontà altrui. Compaia pure Scaramouche, personificazione del popolo parigino, con annessa maschera, a infilzare neo-borghesi speculatori e muschiatini proto-camicie nere braccioarmato dei monarchici. L’allegoria non è nemmeno troppo velata, anzi in certi passi urla e si dibatte, chiedendo sfrontata d’esser colta e assimilata.

La rivoluzione è donna
“La rivoluzione è donna”, diceva qualcuno, e al giorno d’oggi lo dicono anche i muri. E difatti in questo romanzo, la donna è motore propulsore della fabula, riuscendo a stigmatizzare gli eventi truculenti del Terrore e post-terrore parigino. Se in “Q” le donne comparivano come delle oleografie, come caratteri piuttosto vaghi che vivevano solo in funzione degli impulsi sessuali dei personaggi maschili. Come potrebbero Marie Nozière o Claire Lacombe, rivoluzionarie, accontentarsi del perimetro delle vicende? Impossibile. Queste figure nello sviluppo della fabula hanno vissuto un divenire parallelo alla storia stessa, e nei cunicoli di questa hanno forgiato gli elementi affinché l’ingranaggio potesse continuare a funzionare.
Peccato che molti giornalisti o sedicenti tali abbiano fatalisticamente ignorato questo aspetto. Non a caso Wu Ming1 durante recenti interviste ha spesso parlato di un “divenire donna” che il Collettivo ha imposto alla creazione dei loro “oggetti letterari”. Senza dubbio, la maturazione è giunta. Lo si coglie anche nel linguaggio, giunto ad un mistilinguismo veramente gustoso, già affrontato, certo, nulla di nuovo nella contaminazione di più registri di linguaggio, dal dialetto bolognese orientale, al riemergere lacaniano della lingua d’origine in un flusso di coscienza. Ma ciò che è interessante è come il linguaggio riesca ad accoppiarsi ai soggetti, giungendo anche ad elevarsi a voce collettiva, riuscire cioè a fornire la plebe, il popolo, di un linguaggio vero e proprio, che vive nel romanzo come una nube sempre gravida di tuoni e fulmini, pronta a esplodere nei colori di contaminazioni dialettali, in brulicanti canali di informazione ora distorta, ora gonfiata, pronti a riversarsi nelle onde dell’immaginario collettivo, spesso vivo grazie a quelle fatali “voci di corridoio” e “leggende metropolitane”.

La vertigine del V Atto
Ma ciò che nel romanzo provoca veramente vertigine e disorientamento, in perfetta coerenza con la poetica della contronarrazione, è il V Atto. Un corrispondente a quello che erano negli altri libri i cosiddetti “titoli di coda”, in cui venivano enumerate le fonti, i dati storici, insomma la materia prima, carne e sangue. Ma questa volta non si tratta di una semplice appendice, di una sterile enumerazione di dati storici. E’ una parte integrante nel racconto. E’ come se i personaggi stessi si spogliassero di fronte ai lettori, in uno slancio da Opera all’Italiana, con gli attori cantanti che fanno ammenda al pubblico, enunciando la morale della vicenda. Ma qui non c’è un’etica dimostrata, c’è il dato storico, c’è la sorpresa di (ri-)scoprire il dato storico in coerenza con l’intera narrazione; i personaggi ritornano in maniera conturbante, sconvolgente, a strapparti dalla tua propria condizione di lettore, facendoti diventare allo stesso tempo osservatore e demiurgo di quelle vicende. E’ come se Wu Ming ti stesse dicendo: “la Storia e questa, puoi crederci oppure no, la scelta è tua, hai vie infinite d’interpretazione”.

Il web una possibilità di narrazione collettiva?
Le briglie del potere non reggono. Ma la strada da battere per giungere a una liberazione dal capitalismo tossico, almeno nelle forme artistiche che esso avviluppa, è ancora zeppa di zolle. Sicuramente queste righe che incespicano nella loro insufficienza, nella loro incompletezza, tentando di chiosare qualcosa che non è solo un libro in senso stretto, con un intreccio e uno scioglimento, non saranno d’aiuto, ma magari potranno formare un altro tassello. Un tassello ad unirsi nel processo spettacolare (non si colga come aggettivo) che ha visto il web popolarsi di pratiche interattive, interventi di varia natura, fotografie, origami addirittua, ad arricchire l’essenza estetica del romanzo, a farsi strumento critico celato dalla giocosità del partecipare a un nuovo livello di canalizzazione del racconto.

Sopravvivere alle controrivoluzioni
In conclusione pare proprio che questa piattaforma politica, quella del raccontare nuove storie ad ogni costo, in questi tempi di desertificazione del reale debba essere assunta soggettivamente e collettivamente. Tutto ciò per fornire un campo di azione resistente per tutti e tutte coloro che vogliono sopravvivere alle controrivoluzioni d’ogni tempo e luogo. Per rivoltare l’egemonia delle immagini televisive, multimediali, che con la loro tossicità e facilità di trasmissione e assunzione, incarnano una chimera fatale per lo sviluppo di un pensiero che sia veramente critico e militante. Per costruire una mitopoiesi che, come auspica Citton nel suo volume “mitocrazia”, possa essere veramente di sinistra, scevra da quelle mitologie ipocrite, banali e banalizzatrici, che forniscono il corredo a quella élite politicamente non identificabile che popola i principali canali di alfabetizzazione e indottrinamento.

Il populismo tecnocratico del «rottamatore» | Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Lelio Demichelis

Renzismo alla prova/Renzi parla al popolo e lo raggiunge con le sue brevi frasi tempestive. I giornali e i notiziari televisivi moltiplicano e ripetono i suoi messaggi. Gli avversari vi si aggrappano, i comici ne fanno un successo. Ma ora è il momento di capire: si passerà dalle parole ai fatti?

L’Italia, paese di populisti e di populismi. Ne ha conosciuti ben tre (e mezzo), nel ultimi vent’anni, un record mondiale. Populismo: che è concetto classico della politica e della sociologia ma che tuttavia è un processo culturale prima che politico. E oggi economico prima che culturale e politico, nel senso che è appunto l’economia capitalista ad essere oggi un processo culturale prima che economico, producendo – prima delle merci e del denaro – le mappe concettuali, cognitive, relazionali, affettive necessarie per la navigazione nel mercato; trasformando quello che era il cittadino dell’illuminismo in lavoratore, merce, capitale umano – ovvero in mero homo oeconomicus. Tre populismi interi: Berlusconi, Grillo e Renzi. E il mezzo populismo della Lega. Tre padri politici invocati dal popolo perché lo sorreggano, lo portino da qualche parte, gli dicano cosa deve fare, perché questo stesso popolo si ritiene incapace (o non più desideroso) di assumersi la responsabilità di essere sovrano di se stesso.
Effetto culturale – questo – dell’antipolitica capitalista, che per essere sovrano assoluto e culturalmente monopolista deve rimuovere ogni sovrano concorrente.
Berlusconi: il populista che prometteva la modernizzazione neoliberale del paese. In realtà, un populismo del cambiare tutto per non cambiare nulla (soprattutto i suoi interessi personali e aziendali).
Un populismo aziendalista, con la figura del padre/leader sostituita da quella dell’imprenditore che si è fatto da solo (o quasi), perfetta nell’esprimere il modello culturale che tutti dovevano apprendere: l’edonismo, il godimento immediato, la deresponsabilizzazione egoistica ed egotistica.
Per legittimare – questa l’azione appunto culturale, pedagogica prima che economica – le retoriche neoliberiste dell’essere imprenditori di se stessi e della competizione come unica forma di vita.
Bossi e la Lega: il mezzo populismo (non solo perché limitato a una parte del territorio), apparentemente il più classico dei populismi con il richiamo alla tradizione, ai simboli di terra e di sangue. All’essere padroni a casa nostra: da intendere però non come sovrani sulla nostra terra ma come padroni nel senso antico del capitalismo. Populismo da piccola impresa, da capitalismo molecolare come versione localistica dell’ordoliberalismo tedesco e della sua pedagogia per imporre il modello impresa all’intera società.
Grillo: il populista contestatore, il teorico del net-populismo come forma perfetta della democrazia. Grillo come l’uomo del cambiamento ma incapace di cambiare (dice solo no) e forse populista anche di se stesso.
E Matteo Renzi. Un populismo di tipo nuovo ma evoluzione dei precedenti. Perché anch’egli cerca il rapporto diretto con il popolo e lo invoca come propria totalizzante legittimazione. Perché aspira ad essere insieme Partito di Renzi e Partito della Nazione. Un partito-non-partito tuttavia, ormai anch’esso trasversale – e quasi un non-luogo nel senso di Marc Augé: come un aeroporto, un supermercato, un luogo di consumo di politica.
Un populismo che invoca il popolo contro le caste e il sindacato salvando invece le oligarchie che lo sostengono come un sol uomo; che ha grandi mass-media schierati dalla sua parte e che gli consentono ciò che mai avrebbero consentito a Berlusconi; un populismo fideistico e teologico-politico (noi contro loro, noi il tutto che non accetta il due e il tre e il molteplice e gli eretici; noi il nuovo, gli altri il vecchio).
Un populismo che vuole rottamare appunto il vecchio, ma che non rottama, non corregge (una volta si chiamava autocritica, ma il nuovo che avanza travolge anche la memoria) i molti errori del passato: il sì all’austerità, all’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio.
Un populismo finalizzato alla modernizzazione dell’Italia – e ogni populismo è stato, storicamente anche una via per la modernizzazione, facendo accettare al popolo, in nome del popolo quelle trasformazioni che altrimenti non sarebbero state possibili per trasformare un paese e quel popolo. Per questo, quello di Renzi è un populismo tecnocratico: che produce quella modernizzazione neoliberista che Berlusconi non è riuscito a produrre e Grillo fatica a poter produrre.
Un populismo nel nome della tecnocrazia, che la tecnocrazia ama; un populismo che trasforma (forse questa volta per davvero) il potere politico nel senso richiesto dalla tecnocrazia: meno democrazia (la riforma del Senato, le proposte di nuova legge elettorale); meno diritti sociali e quindi politici (diventati un costo); più decisionismo; meno partecipazione e più adattamento alla realtà immodificabile del mercato; meno cittadinanza attiva e più accettazione della ineluttabilità del reale. Perché le sue pratiche politiche – al di là delle apparenze e delle discussioni con Angela Merkel e di alcuni interventi comunque virtuosi – sono tutte dentro alla cultura della modernizzazione richiesta dall’ideologia neoliberista (flessibilità del lavoro, privatizzazioni, un nuovo modo di essere imprenditori di se stessi, riduzione ulteriore dello stato sociale, crescita invece di sviluppo, competizione invece di solidarietà); e la flessibilità sul Fiscal compact (invece della sua abolizione, per evidente irrazionalità e surrealtà economica), pure invocata, è un pannicello caldo rispetto al nuovo new deal che sarebbe invece necessario (e urgente). Un populismo futurista, inoltre: nel nome della velocità, delle macchine, delle parole in libertà, dell’azione per l’azione.
Il populismo di Renzi è dunque più di un classico neopopulismo, che ha dominato la scena per trent’anni coniugando populismo e neoliberismo, mercato e popolo, modernizzazione e impoverimento e disuguaglianze. E’ un neopopulismo tecnocratico – per altro discendenza diretta di quello neoliberista – che scardina ancor più di quello neoliberista le forme e le pratiche della democrazia; riduce a niente la società e la società civile; attacca il sindacato o lo rende inutile (in coerenza con le tecnocrazie globali); che spettacolarizza se stesso proponendosi come outsider, come rottura, come alternativa, in realtà portandoci nella società dello spettacolo della tecnocrazia.
Una tecnocrazia che non si espone più direttamente con i noiosi e antipatici tecnici, ma con la fantasia e l’estro di un populismo mediatico e spettacolare, moderno e postmoderno insieme, dove twittare è più importante che ascoltare.

Gaza, è di nove morti il bilancio dei raid aerei israeliani | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

E’ di nove palestinesi uccisi il bilancio di una lunga serie di raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza fatti tra ieri e oggi. Secondo alcune fonti ufficiali sei di questi sono militanti dell’armata di Hamas. Viene anche precisato che Israele ha bombardato un sito appartenente alle Brigate Ezzedin al-Qassam, nella zona di un aeroporto abbandonato al di fuori della città di Rafah, vicino al confine con Israele. I corpi dei sei, ha riferito il capo dei servizi di emergenza di Gaza, Ashraf al-Qedra, sono stati rinvenuti oggi prima dell’alba. Sono stati ritrovati, precisa la televisione al-Aqsa, in un tunnel scavato dalle Brigate. Altri tre sarebbero morti in attacchi israeliani, sferrati in risposta al lancio di oltre 35 razzi da Gaza tra ieri ed oggi.

Prima dell’alba, Israele ha bombardato almeno 14 obiettivi lungo la Striscia di Gaza, tra cui lanciarazzi nascosti, campi di addestramento e strutture dei militanti. Da parte loro, riferisce la Bbc, le Brigate Ezzedin al-Qassam, hanno promesso che Israele pagherà un “prezzo enorme”. “Il nemico pagherà un prezzo”, ha scritto sulla sua pagina Facebook Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas. “L’omicidio da parte del nemico israeliano di membri delle Brigate al-Qassam e della Resistenza rappresenta una pericolosa escalation e il nemico israeliano ne pagherà il prezzo”, si legge.

Intanto, il governo israeliano sta facendo di tutto per difendersi dal fango del ragazzo bruciato vivo. Non solo il primo ministro israeliano Netanyahu ha telefonato in mattinata a Hussein Abu Khder, padre di Mohammed, per offrirgli le proprie condoglianze ed “esprimergli l’indignazione mia personale e quella dei cittadini d’Israele per il riprovevole omicidio”, secondo alcune fonti giornalistiche di Tel Aviv (Haaretz sia Ynet), dopo decine di fermi sono saltati fuori tre rei confessi. Il punto, però, è che fin dalle prime ore dal fatto è stato lo stesso Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, a chiedere all’Onu l’istituzione di una indagine internazionale su quanto accaduto.

Le battaglie del Migliore. In un volume le lettere inedite del leader del Pci Fonte: L’Unità | Autore: Mario Tronti

A cura dell’Istituto Gramsci un corposo epistolario in cui Togliatti dal 1944 al 1964 dibatte, polemizza, mostra la forza delle sue idee e l’impegno per costruire un ceto politico nuovo. Mario Tronti su Togliatti: «Faceva grande politica perché era armato di alta cultura. Questi erano i comunisti italiani, non lo dimenticate»

ECCO UN LIBRO DA LEGGERE. E DA CUI IMPARARE: PER CHI FA POLITICA, PER CHI VORREBBE FARLA, PER CHI CERCA DI PENSARLA, soprattutto per chi avrebbe bisogno di sapere che dietro di noi c’è una storia e che non tutto quello che accade oggi è cominciato questa mattina, o ieri sera, con l’ultimo telegiornale. La guerra di posizione in Italia – Epistolario 1944-1964 titolo eloquente dovuto, credo, alla intelligenza tutta politica di Giuseppe Vacca, che lo giustifica subito nella sua Prefazione con le parole del leader comunista, 1962, X Congresso del partito: «Ciò che prevediamo è, in Paesi di capitalismo sviluppato e di radicata organizzazione democratica, una lotta, che può estendersi per un lungo periodo di tempo e nella quale le classi lavoratrici combattono per diventare classi dirigenti e quindi aprirsi la strada al rinnovamento di tutta la struttura sociale». Concetto gramsciano, questo, della guerra di posizione, strettamente legato alla lotta per l’egemonia. E infatti troviamo qui un Togliatti molto gramsciano, ma che non smette mai, nemmeno per un momento, di essere togliattiano.
Le lettere scelte per questo volume, per due terzi inedite, sono una piccola parte di quelle possedute dalla Fondazione Gramsci. E si sa che queste forme antologiche vanno sempre incontro a obiezioni critiche sul perché e sul come. Ma i due curatori, Gianluca Fiocco e Maria Luisa Righi, hanno fatto un buon lavoro di contestualizzazione delle singole lettere, con utili rimandi a notizie storiche e bibliografiche. La lettura si presenta così molto agevole. Si è quasi esclusivamente puntato sui rapporti con uomini politici e figure intellettuali. E quel Togliatti «che privilegia la penna al telefono» e scrive e risponde e ribatte, al giornalista, allo studioso, al compagno di base, viene avanti ai nostri occhi nella sua originale consistenza umana, e il tutto ce lo restituisce così com’era e non come lo dipinge la pubblicistica corrente. Incontra Croce, parla di Pietro Giannone e dell’illuminismo italiano, legge il carteggio Labriola-Spaventa, discute con l’editore Einaudi, risponde a un compagno di Campobasso su come vada definita la Rivoluzione russa e consiglia «Rivoluzione socialista d’Ottobre».
In questi giorni e mesi, stiamo sperimentando che tanto risulta difficile parlare di Togliatti quanto risulta facile parlare di Berlinguer, nei due anniversari concomitanti. E questo perché? Ma perché si espunge dalla figura di Berlinguer proprio il fatto di essere, egli, un prodotto del ceto politico di formazione togliattiana. Uno dei capolavori di Togliatti è di aver creato, con l’autorità di pensiero e azione, attraverso un partito di tipo nuovo, un ceto politico di tipo nuovo: in alto e in basso, dirigenti e militanti. Condizione essenziale perché ci sia politica, e non quelle altre cose strane che si raccontano adesso intorno a noi.
Il libro si apre simbolicamente con un’intervista a un inviato speciale della Reuters, aprile 1944, dove alla domanda sul Pcd’I dei primi anni troviamo questa risposta: «Nei primi anni della sua esistenza il Partito comunista italiano commise gravi errori di settarismo, non seppe fare una politica di unità del popolo per la difesa delle libertà democratiche contro il fascismo. Di questi errori trasse profitto la reazione e noi oggi ci guarderemo bene dal ripeterli».
Quegli errori non furono più ripetuti, vivente Togliatti ed esistente, appunto, una classe dirigente che veniva da quella suola, compreso il tutto Berlinguer. Per il dopo, lasciamo stare. Il libro si chiude altrettanto simbolicamente con gli auguri di guarigione che don Giuseppe Dossetti, dal ritiro di Monteveglio, invia a Togliatti, 15 agosto 1964, due giorni dopo il grave male che lo ha colpito: «La notizia della Sua malattia mi ha profondamente toccato emi determina a fare ora quello che tante volte avrei desiderato, cioè assicurarla del mio costante ricordo… Passando gli anni e purificandosi in me, nel mio nuovo stato, tante cose, ritornavo solo agli aspetti più essenziali e profondi di un rapporto, che mi sembra sia stato ricco di umanità e sincerità».
Da registrare tra le cose più interessanti del volume lo scambio epistolare, costante, con la straordinaria figura di don Giuseppe De Luca. Ricordava Togliatti alla sorella Nuccia, a un anno dalla morte di don Giuseppe, il 28 febbraio 1963, come dai troppo rari incontri, fosse scaturita una corrente non solo di comprensione e simpatia, ma di amicizia. «Vi era qualcosa di comune, mi pare, negli orientamenti della nostra cultura. In questo senso, che entrambi avevamo vissuto, anche se partendo da posizioni diverse e con diverso punto di arrivo, la grande crisi e svolta del Novecento». Approdati a rive diverse, «lui sacerdote, io non credente». Ma con in comune, un cammino. E quando don De Luca inviava quello che considerava «il suo biglietto da visita», l’Introduzione all’Archivio italiano per la storia della Pietà, ricordava a Sua Eccellenza quella volta in cui «augurai un archivio, non certo della Pietà ( ma avete anche voi la vostra, e lo dico chiaro lì dentro ) ma della redenzione sociale». La lettera è datata 4 giugno 1951. Il 25 maggio, le elezioni amministrative a Roma avevano visto il tentativo, appoggiato da ambienti ecclesiastici e contro il parere di De Gasperi, di una lista civica anticomunista comprendente le destre. De Luca si rivolge a Togliatti: «E in questi nostri giorni di irrespirabili parole, quasi tutte cattive e, peggio, false, è un piacere, anzi è una gioia e quasi una gloria un rapporto così…». Questo è Togliatti: nel totus politicus, nulla di ciò che è umano risulta estraneo.
Ma questa scelta di lettere ruota tutta intorno a quel tema tipicamente togliattiano che, dal confronto con Bobbio in poi si declinerà come politica e cultura. È incredibile la cura quasi quotidiana, puntigliosa, spigolosa, con cui interviene sui prodotti intellettuali, film, romanzi, opere storiche, musica, arti figurative. Disputa con Vittorio Gorresio per una virgola in un sonetto di Guido Cavalcanti. Bacchetta i suoi politici, e i suoi giornalisti, quando, secondo lui, commettono errori di giudizio. Accenti, a volte comprensivi, altre volte intolleranti, con notevoli errori anche suoi propri, e incomprensioni e chiusure. Ma Togliatti, alla scuola di Gramsci, è stato un combattente nella «battaglia delle idee», come non a caso titolerà la sua rubrica su Rinascita.
Noi, giovani intellettuali politici di allora ci siamo formati su quelle pagine. Ci è rimasto il gusto della lotta sul terreno del pensiero come parte integrante dell’impegno pratico. Penso ai giovani in formazione di oggi. Dove vanno a nutrire la loro testa? Sull’Espresso o Panorama? Su Micromega? Togliatti era un polemista temibile, nella scrittura e nella parola. Se lo poteva permettere. Faceva grande politica perché era armato di alta cultura. E questo erano i comunisti, italiani. Ricordiamolo a chi lo ha dimenticato. E aver dimenticato è colpa minore rispetto a chi ha rimosso, e dissipato, e seppellito.

Mezzogiorno, la crisi nella crisi documentata da Bankitalia Autore: redazione da: controlacrisi.org

La Banca d’Italia ha pubblicato oggi i due documenti ‘L’economia delle regioni italiane nel 2013’ e ‘La domanda e l’offerta di credito a livello territoriale’. Il primo documento analizza le dinamiche dell’economia reale (componenti della domanda, attivita’ produttive e mercato del lavoro) e del credito nelle diverse aree del Paese; il secondo contiene i risultati di un’analisi sulle condizioni di domanda e offerta di credito condotta su un campione di oltre 360 intermediari. In entrambi esce un quadro drammatico soprattutto per il Mezzogiorno, martoriato da disoccupazione e più alto costo del denaro (8% contro poco più del 6% delle altre aree).Nel 2013, il PIL e’ risultato in flessione in tutte le aree del Paese, ma i dati sono eterogenei. La flessione e’ stata maggiore (-4 per cento) e piu’ accentuata rispetto al 2012 (-2,9) nel Meridione, mentre si e’ attenuato il calo nel Centro (-1,8 dal -2,5 dell’anno prima), nel Nord Est (-1,5 dal -2,5 del 2012) e soprattutto nel Nord Ovest (-0,6 dal -2,3 dell’anno precedente).
Per il 2014 emergono segnali di ripresa, sebbene ancora moderati e differenziati tra le diverse aree. Il riavvio dell’attivita’ delle regioni centro-settentrionali non si e’ ancora esteso a quelle meridionali, meno aperte agli scambi internazionali.
Nel 2013 le esportazioni sono aumentate al Nord, rimaste pressoche’ stabili al Centro, calate nel Mezzogiorno. La flessione dei consumi e degli investimenti e’ stata piu’ accentuata nel Meridione.

Nell’industria in senso stretto, il valore aggiunto ha evidenziato nel 2013 una flessione in tutte le aree, piu’ intensa nel Mezzogiorno e al Centro. L’indicatore del livello degli ordini ha fatto, pero’, registrare sempre nel corso del 2013 una tendenza positiva: gli ordini sono, infatti, tornati a crescere nelle regioni centro settentrionali, trainati dalla componente estera e accompagnati da un decumulo delle scorte; e anche nel Mezzogiorno si e’ registrata una ripresa degli ordinativi, sebbene piu’ lenta che nelle altre aree.
Nelle costruzioni la diminuzione del valore aggiunto e’ stata piu’ accentuata nelle regioni meridionali rispetto al resto del Paese; nei servizi il valore aggiunto si e’ contratto in tutte le ripartizioni, con un calo significativo nel Meridione, ma con l’eccezione del Nord Ovest, dove e’ cresciuto dell’1,1 per cento.

Ancora, il dramma del lavoro che non c’e’ sta assumendo al Sud connotati sempre piu’ drammatici, soprattutto per i giovani e cioe’ gli under 29: il tasso di disoccupazione ha raggiunto nel 2013 il 19,7% nel Meridione, il 9,1 al Centro Nord; per i giovani fino a 29 anni, e’ rispettivamente pari al 43 e al 23%. Il tasso di attivita’, pari alla quota di individui occupati o in cerca di lavoro nella popolazione fra 15 e 64 anni, e’ diminuito di 0,5 punti percentuali nel Nord Est e nel Mezzogiorno, mentre e’ rimasto pressoche’ stabile al Centro (-0,1) ed e’ cresciuto nel Nord Ovest. Il tasso di attivita’ femminile e’ cresciuto nel Nord Ovest e al Centro ed e’ calato nelle altre due ripartizioni.
Il divario fra il Centro Nord e il Mezzogiorno e’ rimasto ampio. Nel Nord Est e nel Mezzogiorno si e’ osservata una contrazione nel numero di persone attive, rispettivamente di circa 34.000 e 113.000 unita’, a cui ha corrisposto un aumento di coloro che, pur disponibili a lavorare, hanno dichiarato di aver smesso di cercare un’occupazione in quanto scoraggiati dalle condizioni del mercato del lavoro (rispettivamente 25.000 e 77.000). Nel Nord Ovest e al Centro, dove le forze di lavoro sono rispettivamente aumentate e rimaste stabili, il numero di scoraggiati e’ comunque aumentato, di circa 32.000 e 21.000 unita’. Nel 2013 la quota di scoraggiati sulla popolazione fra 15 e 64 anni era significativamente piu’ elevata del Mezzogiorno, dove era pari al 7,2 per cento contro l’1,7 per cento del Centro Nord. Il tasso di disoccupazione e’ cresciuto di 2,5 punti nel Mezzogiorno e di 1,1 nel Centro Nord, riflettendo le differenze nell’andamento del numero di occupati.
Tra i piu’ giovani (15 e 29 anni), il tasso di disoccupazione e’ cresciuto in modo piu’ marcato nel Mezzogiorno, arrivando al 42,9 per cento, contro il 23,0 nel Centro Nord. Per la stessa classe d’eta’, anche il totale dei disoccupati in rapporto alla popolazione e’ stato superiore nel Mezzogiorno (14,9 per cento, contro 10,6 nel Centro Nord), con un divario in crescita di 0,3 punti percentuali nell’ultimo anno.