LA DEMOCRAZIA AUTORITARIA di Marco Travaglio Il FQ 06-07-2014

LA DEMOCRAZIA AUTORITARIA
di Marco Travaglio Il FQ 06-07-2014
Ecco cosa accadrà se le “riforme” di Renzi, Berlusconi & C. entreranno in vigore: un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Cari lettori, scriveteci il vostro pensiero sul modo migliore di opporci al rischio di questo disegno incostituzionale e piduista

1. CAMERA. Con l’Italicum e le sue liste bloccate, sarà ancora composta da 630 deputati nominati dai segretari dei partiti più grandi. Quelli medio-piccoli saranno esclusi da soglie di accesso altissime. Il primo classificato (anche col 20%) avrà il 55% e potrà governare da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coinciderà con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.
2. SENATO. Con la riforma costituzionale, sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale. Sarà dominato dal primo partito e comunque non potrà più controllare il governo: niente fiducia né voto sulle leggi (solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali).
3. OPPOSIZIONE. I partiti di opposizione saranno decimati dall’Italicum. I dissenzienti dei partiti governativi potranno essere espulsi e sostituiti in commissione (vedi Mauro e Mineo). La “ghigliottina” entra in Costituzione: corsia preferenziale per le leggi del governo da approvare in 2 mesi, con divieto di ostruzionismo e emendamenti strozzati.
4. CAPO DELLO STATO. Se lo sceglierà il capo del governo e del primo partito dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Col 55% dei deputati, gli basteranno 33 senatori. Dopo il precedente presidenzialista di Napolitano, il Colle potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.
5. CORTE COSTITUZIONALE. Il governo controllerà 10 dei 15 “giudici delle leggi”: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le supreme magistrature). Difficile che la Consulta possa ancora bocciare leggi incostituzionali o dar torto al potere politico nei conflitti con gli altri poteri dello Stato.
6. CSM E MAGISTRATI. Anticipando la pensione delle toghe da 75 a 70 anni, il governo decapita gli uffici giudiziari. I nuovi capi li nominerà il nuovo Csm, con 1/3 di laici vicini al governo e un presidente e un vice fedelissimi al governo, previo ok del Guardasigilli. Progetto di dirottare i giudizi disciplinari dal Csm a un’Alta Corte per 2/3 politica, cioè governativa.
7. PROCURATORI E PM. Dopo la lettera di Napolitano e il voto del Csm sul caso Bruti-Robledo, il procuratore capo diventa padre-padrone dei pm, privati dell’autonomia e dell’indipendenza “interne”. Per assoggettare Procure e Tribunali, basterà controllare un pugno di capi, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.
8. IMMUNITÀ. Superata dai tempi e screditata dagli abusi, l’immunità parlamentare da arresti e intercettazioni rimane financo per i senatori non più eletti. Il voto a maggioranza semplice consente al governo di mettere in salvo i suoi uomini alla Camera e di nominare senatori “scudati” i sindaci e i consiglieri regionali nei guai con la giustizia.
9. INFORMAZIONE. Senza abolire la Gasparri né toccare i conflitti d’interessi, la tv rimane proprietà dei partiti: il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni e indebolita dall’evasione del canone) e B. controlla Mediaset. I giornali restano in mano a editori impuri: aziende perlopiù ricattabili dal governo e bisognose di aiuti pubblici per stati di crisi e prepensionamenti.
10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliere i deputati e di eleggere i senatori, oltreché della sovranità nazionale (delegata a misteriose autorità europee), non avranno altre armi che i referendum abrogativi (sempre più spesso bocciati dalla Consulta) e le leggi d’iniziativa popolare: ma per queste la riforma costituzionale alza la soglia da 50 a 250 mila firme.

L’UOMO SOLO AL COMANDO
IL PACCHETTO ISTITUZIONALE DI RENZI & B. MINA IL SISTEMA DI CONTRAPPESI FRA POTERI DELLO STATO
Marco Travaglio,
Unendo i puntini delle varie riforme vaganti tra governo e Parlamento, costituzionali e ordinarie, ma anche di certe prassi quotidiane passate sotto silenzio per trasformarsi subito in precedenti pericolosi, come le continue interferenze del Quirinale nell’autonomia del Parlamento, della magistratura e della stampa, viene fuori un disegno che inquieta. Una democrazia verticale, cioè ben poco democratica: sconosciuta, anzi opposta ai principi ispiratori della Costituzione, fondata invece su un assetto orizzontale in ossequio alla separazione e all’equilibrio dei poteri. Ce n’è abbastanza per dare ragione all’allarme inascoltato dei giuristi di Libertà e Giustizia sulla “svolta autoritaria”. All’insaputa del popolo italiano, mai consultato sulla riscrittura della Costituzione, e fors’anche di molti parlamentari ignoranti o distratti, il combinato disposto di leggi, decreti e prassi – di per sé all’apparenza innocue – rischia di costruire un sistema illiberale e piduista fondato sullo strapotere del più forte e sul depotenziamento degli organi di controllo e garanzia. Il pericolo è una dittatura della maggioranza (“democratura”, direbbe Giovanni Sartori) a disposizione del primo “uomo solo al comando” che se ne impossessa, diventando intoccabile, incontrollabile, non contendibile, dunque invincibile. Vediamo come e perché. Nella speranza di suscitare un dibattito fra i lettori e nel Palazzo. Prima che sia troppo tardi.
1. CAMERA. La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.
2. SENATO. Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieri scadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.
3. OPPOSIZIONE. Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà essere espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.
4. CAPO DELLO STATO. Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.
5. CORTE COSTITUZIONALE. Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.
6. CSM E MAGISTRATI. Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-B., saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.
7. PROCURATORI E PM. Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice , le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.
8. IMMUNITÀ. L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentire alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione.
9. INFORMAZIONE. Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.
10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

Costituente europea per l’Altra Europa Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Musacchio e Massimo Torelli

Sinistra. Partito della nazione? No, l’opposto. L’esperienza della lista Tsipras in Italia, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna dimostra la necessità di organizzare su base sovranazionale quella larga parte di società che si oppone all’austerità e alla «flessibilità»

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«Par­tito della Nazione» è l’allocuzione più in voga per defi­nire il Pd di Renzi. Se la ter­mi­no­lo­gia dovrebbe lasciare inter­detti per la per­dita di con­no­tato sociale che pre­sup­pone e per l’aggiunta di con­no­tati tri­bali che rie­vo­cano vec­chi fan­ta­smi, ancor più dovrebbe risul­tare inac­cet­ta­bile rispetto a quella dimen­sione euro­pea che tutti rico­no­scono come lo spa­zio ine­lu­di­bile dell’oggi. Ma in realtà la dimen­sione “neu­tra” della nazione è pre­ci­sa­mente quella pro­po­sta come com­ple­men­tare alla accet­ta­zione fata­li­stica dell’«Europa Reale», del «ce lo chiede l’Europa».

Nell’epoca del capi­ta­li­smo glo­bale finan­zia­riz­zato, di cui que­sta Europa è una arti­co­la­zione, le dimen­sioni sociali sono annul­late, i con­flitti ban­diti. Le iden­tità tol­le­rate sono quelle che fanno parte dell’articolazione della mega mac­china. Le Nazioni ritro­vano una loro dimen­sione ma in realtà come non luo­ghi chia­mati a guer­reg­giare e a pat­teg­giare tra loro in rela­zione subordinata.

E peg­gio va ai cit­ta­dini della Nazione, siamo sem­pre più depri­vati dagli ele­menti fon­danti della cit­ta­di­nanza sia in ter­mini civili che sociali, ridotti in stato di pre­ca­riz­za­zione esi­sten­ziale e messi alle dipen­denze del sistema.
Que­sto è il regno delle élite s, che ha sosti­tuito la demo­cra­zia di massa del ‘900. Éli­tes che a loro volta pos­sono venire sacri­fi­cate se la per­si­stenza del sistema lo richiede. La «rot­ta­ma­zione», ter­mine non a caso mec­ca­ni­ci­stico, parla pre­ci­sa­mente di que­sto. Qua­lun­que pezzo può essere sosti­tuito se rischia di incep­pare il meccanismo.

In que­sto qua­dro si inse­ri­sce l’attualità del voto euro­peo, non c’è dub­bio che esso ha mostrato ampie zone di estrema sof­fe­renza che chie­dono alla mac­china di ripen­sare agli ingra­naggi per con­ti­nuare a fun­zio­nare così come da progetto.

Qui si situa il punto di attacco del «ren­zi­smo» al qua­dro euro­peo. Renzi col­loca la pro­pria mac­china nazione, in cui il motore reale sta assai più nella dimen­sione gover­na­tiva che in quella par­ti­tica così come in tutti i «sistemi reali», nella pro­spet­tiva della rot­ta­ma­zione di alcuni ingra­naggi per con­sen­tire alla mac­china di con­ti­nuare a fun­zio­nare.
Nel modo con cui egli ha affron­tato l’incipit del seme­stre ita­liano c’è pre­ci­sa­mente que­sto. L’accettazione del qua­dro, l’«Europa reale», cioè l’Europa finan­zia­ria, di mer­cato, austera e ade­mo­cra­tica, coniu­gata con una revi­sione interna di alcuni mec­ca­ni­smi, l’idea della «auste­rità espan­siva», e il bale­nare del ricam­bio interno, del sacri­fi­cio di parte delle éli­tes .

Il punto di arti­co­la­zione tra accet­ta­zione del qua­dro e ricam­bio interno si rea­lizza pre­ci­sa­mente intorno alla dimen­sione della cosid­detta auste­rità espan­siva, bril­lan­te­mente defi­nita da Emi­liano Bran­cac­cio «Fles­si­bi­lità nel rigore». In un qua­dro rigido, di rigore, la fles­si­bi­lità richie­sta è quella di attac­care Costi­tu­zioni, demo­cra­zia diritti e stato sociale.
In Ita­lia il tutto avviene con la com­pli­cità della grande stampa nazio­nale (can­cel­lano dai pro­pri arti­coli il ter­mine rigore, così resta solo fles­si­bi­lità, per esal­tare vit­to­rie ine­si­stenti di Renzi). Non a caso nel discorso al Par­la­mento ita­liano di illu­stra­zione delle linee guida del seme­stre Renzi ha dedi­cato una cita­zione di merito a Schroe­der, per aver per­messo, a suo dire, con le riforme del lavoro ( Hertz vier ) che hanno fles­si­bi­liz­zato strut­tu­ral­mente il mer­cato del lavoro, di coniu­gare auste­rità e occupazione.

La par­tita delle nomine euro­pee si sta chiu­dendo come pre­vi­sto da mesi, male, con la con­ferma delle lar­ghe intese dell’austerità. Per­ché ciò che non si vuole è che cambi il gioco. Ed è que­sto, pre­ci­sa­mente, che dob­biamo fare noi e che abbiamo già avviato con la lista L’Altra Europa con Tsi­pras. A par­tire dai fondamenti.

Se Renzi dice par­tito della Nazione, noi dob­biamo lavo­rare a un pro­cesso per un vero sog­getto Euro­peo, di demo­cra­zia, di sini­stra, di movi­mento, nuovo, che rifugge il mino­ri­ta­ri­smo, che supera sto­rie e appar­te­nenza, che coin­volge dagli attivi nella lotta per la difesa della Costi­tu­zione ai mili­tanti del movi­mento No Tav.
L’affermazione di Tsi­pras in Gre­cia, di molte forze di alter­na­tiva euro­pea vec­chie e nuove, come Pode­mos in Spa­gna, il pas­sag­gio del quo­rum della nostra lista ita­liana, dicono che que­sto spa­zio c’è.

Pro­prio la vicenda ita­liana mostra come sia stato pre­miato non un sem­plice biso­gno di rap­pre­sen­tanza ma l’avvio della messa in campo di un pro­getto pre­ci­sa­mente a dimen­sione euro­pea, unico, nato nella spe­ci­fi­cità ita­liana, rom­pendo con schemi e pra­ti­che che hanno perso, che non riprende modelli adatti ad altri paesi. Con un lea­der, Tsi­pras, un pro­gramma, l’europeismo di sini­stra e demo­cra­tico, una pro­po­sta per la fase che abbiamo di fronte, la revi­sione del debito, un sistema di alleanze, sog­getti sociali di rife­ri­mento. È que­sta strada che va continuata.

Quando diciamo pro­getto costi­tuente a dimen­sione euro­pea pen­siamo al pro­cesso per una sog­get­ti­vità capace nei ter­ri­tori di muo­versi con respiro euro­peo, di pro­muo­vere coa­li­zioni sociali costi­tuenti l’Altra Europa, ripar­tendo pre­ci­sa­mente da uno dei ter­reni dove è avve­nuta la scon­fitta poli­tica e sociale del movi­mento ope­raio del ‘900. A una sog­get­ti­vità che lavora, col­la­bo­rando in par­ti­co­lare con le nuove sog­get­ti­vità come Pode­mos, per con­sen­tire un allar­ga­mento e un raf­for­za­mento delle rela­zioni esi­stenti verso le realtà del Nord Europa e dell’Est, dove più debole è la situa­zione. E che lo fa con­ti­nuando ad avere espli­ci­ta­mente come lea­der di rife­ri­mento Ale­xis Tsi­pras, per altro vice­pre­si­dente della Sini­stra Europea.

È que­sta nuova fron­tiera che può con­sen­tire di valo­riz­zare al meglio gli ele­menti di nuova poli­tica, di cit­ta­di­nanza, ter­ri­to­riale, di intel­let­tua­lità, di rifon­da­zione della sini­stra che sono state com­po­nenti impor­tanti del suc­cesso dell’Altra Europa.

Golpe strisciante in Venezuela, tre ricercati Fonte: il manifesto | Autore: Geraldina Colotti

Fissato il processo contro il leader oppositore Leopoldo Lopez, ancora detenuto

caracas

Altri tre ordini di cat­tura per il ten­ta­tivo di assas­si­nio con­tro il pre­si­dente vene­zue­lano, Nico­las Maduro. I ricer­cati sono l’avvocato Gustavo Tarre Bri­ceño, l’ex gover­na­tore dello stato Cara­bobo, Hen­ri­que Salas Römer, e Robert Alonso Bustillo. Figure legate all’opposizione, i cui nomi sono stati dif­fusi dal pre­si­dente del Par­la­mento, Dio­sdado Cabello, durante il suo pro­gramma tele­vi­sivo set­ti­ma­nale. Da marzo, è in corso una vasta inchie­sta, sol­le­ci­tata dalla lea­der­ship di governo a seguito delle rela­zioni di intel­li­gence in merito a piani di golpe. Dagli inizi di feb­braio, l’opposizione oltran­zi­sta ha infatti cer­cato di infiam­mare il paese con pro­te­ste vio­lente, che hanno pro­vo­cato 43 morti e circa 800 feriti. Obiet­tivo, la «salida», l’uscita di Maduro dal governo in un Vene­zuela reso ingovernabile.

Un obiet­tivo lan­ciato da Leo­poldo Lopez, Maria Corina Machado e Anto­nio Lede­zma: tre lea­der di oppo­si­zione in lotta per il potere all’interno della Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud). Una coa­li­zione varie­gata e liti­giosa che ha facil­mente vol­tato le spalle al suo mag­gior rap­pre­sen­tante, Hen­ri­que Capri­les Radon­ski, due volte per­dente nella com­pe­ti­zione per la pre­si­denza: prima con Hugo Cha­vez (scom­parso il 5 marzo del 2013) e poi con Nico­las Maduro.

Lopez è finito in car­cere come uno dei man­danti delle pro­te­ste e il suo pro­cesso è fis­sato per il 23 luglio. Machado è stata desti­tuita dal suo ruolo di par­la­men­tare per vio­la­zione della costi­tu­zione: per aver accet­tato l’invito dell’allora pre­si­dente del Panama, Ricardo Mar­ti­nelli e aver par­lato all’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) in rap­pre­sen­tanza del suo paese e con­tro il governo Maduro, senza essere stata dele­gata dal Par­la­mento. Anto­nio Lede­zma con­ti­nua a fare il sin­daco della Gran Cara­cas e a cer­care tri­bune media­ti­che per ripro­porre «la salida».

Cabello ha affer­mato che per oggi, giorno in cui il Vene­zuela festeg­gia la firma dell’indipendenza, il par­tito di Lopez, Volun­tad Popu­lar, sta orga­niz­zando atti­vità «di sabo­tag­gio, insieme a un grup­petto di estrema destra». Secondo il pre­si­dente del Par­la­mento, anche gli oltran­zi­sti hanno pronta una loro rete infor­ma­tiva «per quando Lopez sarà pre­si­dente, ovvero l’anno del poi, il mese del mai». Cabello ha anche rive­lato lo svol­gi­mento di una nuova riu­nione, a Madrid, tra i rap­pre­sen­tanti della destra vene­zue­lana e quella spa­gnola, capi­ta­nata dall’ex pre­si­dente José Maria Aznar.

Quella delle reti gol­pi­ste finan­ziate e pilo­tate dall’estero è una delle prin­ci­pali piste emerse dall’inchiesta. Per rea­liz­zarli, poli­tici, impren­di­tori e oppo­si­tori, den­tro e fuori dal paese, hanno messo a dispo­si­zione «fondi milio­nari» con i quali hanno por­tato avanti «diversi pro­getti ter­ro­ri­stici». Così hanno spie­gato alla stampa i ver­tici del Par­tito socia­li­sta unito del Vene­zuela (Psuv), a fine mag­gio. In quell’occasione, hanno mostrato i risul­tati di una serie di inter­cet­ta­zioni, postali e ambien­tali. E’ emerso il ruolo cen­trale di Machado, grande spon­sor degli Stati uniti: l’unica che si è pre­sen­tata recen­te­mente dal giu­dice e ha rispo­sto alle domande per circa 8 ore. «Non vede l’ora di essere arre­stata per assu­mere il ruolo della per­se­gui­tata», ha com­men­tato in pre­ce­denza Cabello.

Secondo l’inchiesta gover­na­tiva, a gui­dare i passi della ex depu­tata di estrema destra c’era soprat­tutto l’ambasciatore Usa, Kevin Whi­ta­ker, attual­mente di stanza in Colom­bia. L’uccisione di Maduro – hanno spie­gato i lea­der cha­vi­sti – avrebbe pro­dotto una situa­zione di vio­lenza indi­scri­mi­nata di cui la destra avrebbe appro­fit­tato. Whi­ta­ker avrebbe anche sug­ge­rito gli arti­coli del gior­na­li­sta di oppo­si­zione Nel­son Boca­randa, all’origine delle vio­lenze post-elettorali scop­piate dopo la vit­to­ria risi­cata di Maduro su Capri­les e ampli­fi­cate da quest’ultimo. Il ruolo di Whi­ta­ker era già emerso dai cablo­grammi con­se­gnati a Wiki­leaks dall’ex sol­dato Usa Brad­ley Man­ning (ora Chelsea).

Come rias­sume il sito che sostiene Man­ning (ww.refusingtokill.net), dal 2006, Washing­ton ha usato e finan­ziato un pro­gramma in cin­que punti per sov­ven­zio­nalre oltre 300 Ong: «Per pene­trare dalla base la poli­tica di Cha­vez, pro­teg­gere gli inte­ressi vitali degli Usa» nel paese petro­li­fero e «iso­lare Cha­vez a livello inter­na­zio­nale». Il lea­der boli­va­riano viene citato in circa 6.000 docu­menti del Cablo­gate, e il Vene­zuela è risul­tato al cen­tro delle atten­zioni Usa anche nelle suc­ces­sive rive­la­zioni del Data­gate. La Mud ha cri­ti­cato la deci­sione dei giu­dici in merito ai tre ordini di cat­tura e ha difeso i ricer­cati. In molti, però, nell’alleanza di oppo­si­zione – a comin­ciare da Capri­les – hanno con­si­de­rato un errore la «salida» e hanno con­sta­tato l’esaurirsi della vio­lenza di piazza.

Intanto, «il governo della strada» di Maduro, con­ti­nua a valo­riz­zare le misure sociali. Ieri è stato aumen­tato il sala­rio anche agli ope­rai e agli impie­gati del set­tore pub­blico, dopo l’aumento delle retri­bu­zioni minime e delle pen­sioni. Il Par­la­mento sta discu­tendo misure per valo­riz­zare la giu­sti­zia indi­gena nelle comu­nità native del paese. Il governo sta anche riu­scendo a rim­pa­triare la pie­tra Kueka, sim­bolo sacro per i Pemon, finita in Ger­ma­nia. A livello inter­na­zio­nale, il mini­stro degli Esteri, Elias Jaua, ha por­tato a casa l’entrata del Sal­va­dor (ora gover­nato dall’ex guer­ri­gliero San­chez Céren) nell’alleanza Petro­ca­ribe, che con­sente ai paesi mem­bri di rice­vere petro­lio da Cara­cas a prezzi soli­dali. Il segre­ta­rio di Stato Usa, John Kerry, ha inviato le feli­ci­ta­zioni di Washing­ton per i 203 anni di indi­pen­denza del Vene­zuela: Washing­ton – ha detto allu­si­va­mente — «s’impegna a dare appog­gio a tutti i vene­zue­lani nella loro ricerca per un futuro più demo­cra­tico e prospero».

Sicilia, la protesta di Greenpeace contro le trivellazioni che rischiano di compromettere l’ecosistema Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Lo scorso 4 giugno c’è stata la firma di un protocollo di intesa tra la Regione Siciliana e Assomineraria, Eni, Edison e Irminio per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio presenti nel Canale di Sicilia. Un’attività che mette in serio pericolo le splendide coste a vocazione turistica dell’isola. Gli attivisti di Greenpeace, ieri e oggi, hanno portato proprio sulla spiaggia di Mondello e nel porto di Palermo la loro protesta estrema, simulando un disastro ecologico ed esponendo uno striscione con il messaggio: “Un mare di bugie – Crocetta regala il nostro mare ai petrolieri”.

“Solo due anni fa, l’allora candidato alla presidenza della Regione – hanno ricordato i militanti di Greenpeace – firmava il nostro appello contro le trivellazioni nel Canale di Sicilia”. Dalla nave Rainbow Warrior, ormeggiata nel porto di Palermo, gli ambientalisti chiedono all’Anci Sicilia di intraprendere una battaglia giudiziaria per fermare il progetto “OffShore Ibleo” al largo della costa tra Gela e Licata. Per Greenpeace lo studio di impatto ambientale di Eni e’ “insufficiente”, mentre definisce il decreto ministeriale “silente” sotto il profilo del rischio geologico ed ambientale e della sicurezza in caso di incidenti, autorizzando, tra l’altro, attivita’ rischiose in un’area tutelate con siti della rete “Natura 2000”.
“Questo decreto e’ scandaloso – ha detto in conferenza stampa il direttore della campagne di Greenpeace Alessandro Gianni’ -. E’ gravissimo che sia stato autorizzata la realizzazione di impianti industriali quando non si conoscono nemmeno gli scenari da valutare”. Dal monitoraggio dell’associazione, sul rischio ambientale da trivelle emerge poi che sarebbero una ventina le concessioni in fase di definizione per progetti di ricerca e coltivazione di compagnie petrolifere nella costa sud della Sicilia, da Marsala a Ragusa. Per fermare “le perforazioni nel mare Nostrum”, per Greenpeace tocca ai sindaci agire per chiedere la revoca delle autorizzazioni.

Primi passi della lista. E il 18 arriva Tsipras Fonte: Il Manifesto | Autore: ro.ci.

Altra Europa. Confronto tra i comitati territoriali e i tre eurodeputati Spinelli, Forenza e Maltese. “Non è una lista di scopo ma un progetto politico antiliberista e contro l’austerità”. L’assemblea ha espresso”solidarietà attiva” al teatro Valle contro il sindaco di Roma Marino

«Sini­stra», «Syriza ita­liana», «Sog­getto costi­tuente». Par­lando molto di se stessa, ma con il desi­de­rio di ini­ziare a fare poli­tica al più pre­sto, la lista «L’Altra Europa con Tsi­pras» ieri si è incon­trata al cen­tro con­gressi Fren­tani a Roma. L’incontro con i tre euro­par­la­men­tari eletti il 25 mag­gio e iscritti al gruppo del Gue (Bar­bara Spi­nelli, Eleo­nora Forenza e Cur­zio Mal­tese) e i par­titi, le reti e i comi­tati ha chia­rito il per­corso che por­terà la lista all’assemblea nazio­nale fis­sata la sera del 18 luglio e il 19 luglio a Roma, forse al tea­tro Vit­to­ria. L’incontro vedrà la par­te­ci­pa­zione del pre­si­dente di Syriza Ale­xis Tsipras.Si ini­zierà il 18, nel tardo pome­rig­gio, con un’assemblea pub­blica alla quale par­te­ci­perà Tsi­pras. L’assemblea pro­se­guirà il giorno suc­ces­sivo e sarà intro­dotta da una rela­zione del lea­der greco. Seguirà una ple­na­ria. Nel pome­rig­gio ci saranno i work­shop tema­tici su pre­ca­rietà, wel­fare e red­dito; Fiscal com­pact, New deal euro­peo e lotta alla finanza spe­cu­la­tiva; ter­ri­to­rio, ambiente ed ener­gia; migra­zioni nel medi­ter­ra­neo; par­te­ci­pa­zione e modelli di demo­cra­zia; costi­tu­zione ita­liana ed euro­pea. Al ter­mine dei lavori, ci sarà una nuova assem­blea che varerà un coor­di­na­mento più sta­bile e un pro­gramma di base in vista dell’autunno.

Que­sti gruppi di lavoro avranno l’obiettivo di strut­tu­rare cam­pa­gne per il seme­stre dell’«Altra Europa» in coin­ci­denza con il seme­stre a guida ita­liana del Con­si­glio Euro­peo. In que­sta cor­nice si discu­terà se orga­niz­zare alla fine dell’anno — in coin­ci­denza con il Con­si­glio euro­peo che Renzi dovrà orga­niz­zare a con­clu­sione del seme­stre — una mani­fe­sta­zione euro­pea sul modello, più volte evo­cato, del forum euro­peo o di quello mon­diale dei «social forum».

«Renzi ha annul­lato il ver­tice euro­peo sulla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile dell’11 luglio a Torino, non potrà scap­pare per sem­pre» è stato detto dal palco. Per pre­pa­rare l’assemblea di metà luglio, i comi­tati ter­ri­to­riali, le reti e gli ex can­di­dati della lista lavo­re­ranno in forma aperta alla defi­ni­zione dell’ordine del giorno, della com­po­si­zione della pre­si­denza e dei temi poli­tici in discus­sione anche con riu­nioni in video-conferenza.

Bar­bara Spi­nelli non è tor­nata sulle pole­mi­che sca­tu­rite dalla sua scelta di optare per il seg­gio a Bru­xel­les, diver­sa­mente da quanto affer­mato in cam­pa­gna elet­to­rale, e ha insi­stito sulla neces­sità di sta­bi­lire un rap­porto diretto e di con­ti­nua ela­bo­ra­zione poli­tica con chi l’ha eletta. Una pro­po­sta con­di­visa con gli altri eletti che ha tro­vato riscon­tri nell’assemblea. Pochi gli accenni alla crisi che ha inve­stito Sel a seguito della fuo­riu­scita dei depu­tati gui­dati da Gen­naro Migliore con­trari all’adesione al pro­getto Tsipras.

Il dibat­tito ha chia­rito che l’«Altra Europa» non è una «lista di scopo», ma un pro­getto poli­tico anti­li­be­ri­sta e con­tro l’austerità che vuole creare una sog­get­ti­vità poli­tica. Lo stru­mento scelto per «radi­carsi nella società» è una «demo­cra­zia basata su un pro­cesso di code­ci­sione tra can­di­dati, eletti e comi­tati». L’assemblea e gli eletti hanno espresso «soli­da­rietà attiva» al tea­tro Valle «dele­git­ti­mato» dal sin­daco di Roma Igna­zio Marino che ha «annun­ciato di voler porre fine a que­sta “ano­ma­lia” sgom­be­rando l’occupazione».