L’appello di Pancho Pardi “Tutti a Roma per fermare la controriforma Renzi / Berlusconi” da: micromega


di Pancho Pardi

Prepariamoci ad andare davanti al Senato il giorno in cui comincerà in aula la discussione della riforma istituzionale. Ancora non sappiamo quando ma teniamoci pronti. Abbiamo alcuni buoni motivi per farlo.

Il primo. Questo Parlamento composto da nominati in base a una legge elettorale incostituzionale non ha alcuna legittimità a modificare la Costituzione. Solo Camere elette con una legge che restauri il principio dell’articolo 48 (il voto è personale ed eguale) ne avranno il diritto.

Al contrario la legittimità invocata dal governo Renzi poggia su due argomenti inconsistenti.
Le riforme le avrebbe volute il popolo quando ha votato per lui nelle primarie del PD. Renzi, come Berlusconi, è un analfabeta costituzionale: le primarie del PD non sono il suffragio universale e in ogni caso chi l’ha scelto come candidato leader del partito non ha sottoscritto in anticipo le fantasie che ha partorito dopo (il Senato come dopolavoro dei sindaci).

In secondo luogo il successo nelle elezioni europee non sostituisce un successo ancora futuribile nelle elezioni politiche. Nè conferisce nobiltà istituzionale alla chirurgia di partito che l’ha innalzato al vertice del potere politico. La realtà è semplice e cruda: i parlamentari del PD si sono consegnati a lui perché, a torto o a ragione, avevano fiutato che con lui avrebbero portato a termine la legislatura. Dopo di che venga pure il diluvio.

Il secondo motivo. Le riforme non sono di Renzi. Sono di Berlusconi e Renzi e già questo basterebbe ad aumentare la diffidenza. Sono il prodotto di un patto oscuro i cui termini reali sono ignorati anche da parte della classe dirigente PD. Alcune voci della stampa hanno ad esempio già parlato di una promessa di grazia a Berlusconi, anche di fronte a nuove eventuali condanne, mantenuta dal futuro presidente della Repubblica.
Al di là delle illazioni, e senza troppi tecnicismi, le riforme sono pessime.

La legge elettorale è platealmente incostituzionale come quella attuale: con un mostruoso premio di maggioranza mantiene il voto diseguale ed esclude dalla rappresentanza politica milioni di cittadini. Se mai dovesse essere approvata e promulgata faremo scattare decine di ricorsi analoghi a quello che ha prodotto la dura critica della Corte Costituzionale alla legge attuale.

La riforma del Senato è un brutto pasticcio con un fine chiarissimo. Il pasticcio: non è più, forse, il dopolavoro sindaci ma sarà, forse, il dopolavoro consiglieri regionali. Le sue competenze sono aumentate rispetto al disegno originale, ma l’aumento (insufficiente perché sottrae al Senato importanti questioni di diritto universale) è un espediente retorico per mascherare il declassamento.

Il fine: declassare il Senato e lasciare intatta la Camera, formata sulla base di una legge elettorale ultramaggioritaria, permette al partito che prende più voti un dominio assoluto: dittatura della maggioranza e dittatura del leader sulla sua stessa maggioranza. Svuotare il Senato significa fare della Camera, unica assemblea elettiva, un organismo prono al volere del capo. Era il sogno di Berlusconi: Renzi sta applicando il programma che Berlusconi non era riuscito a realizzare.

La rappresentanza politica non conta più nulla, la governabilità è tutto. Con la stessa logica i provvedimenti del governo Renzi svuotano dall’interno l’articolazione democratica e i diritti sindacali dei grandi organismi pubblici (scuola, amministrazione).

Il sindaco di Firenze faceva il “mestiere più bello del mondo” ma alla prima occasione se n’è liberato per farne un altro ancora più bello. Ma è rimasto sindaco: si comporta come se fosse stato eletto direttamente dal popolo. Invece si trova dov’è non per volontà del popolo ma per volontà del suo partito o, meglio ancora, perché il suo partito si è arreso alla sua volontà.

Lottare per più di un decennio contro Berlusconi e ritrovarsi nelle mani di Renzi non è un destino accettabile. Chi ha impedito a Berlusconi, leader della destra, di rovinare la Costituzione non può lasciare che lo faccia Renzi, che si dice di centrosinistra. Aggiornare la Costituzione si può fare ma va fatto con sapienza ed equilibrio e soprattutto senza farsi prendere la mano dall’analfabetismo costituzionale.

Facciamo appello a tutti i parlamentari dotati di spirito democratico affinché sappiano comportarsi in commissione e in aula con dignità e onore.
Facciamo appello ai cittadini affinché sentano il bisogno di manifestare in prima persona il loro diritto-dovere di custodi della Costituzione.

Scambiamoci la promessa di ritrovarci tutti insieme, senza sigle e senza bandiere, davanti al Senato il giorno in cui la legge andrà in aula.
Appena sarà noto il giorno tutti pronti a partire per Roma.

(3 luglio 2014)

Esercito e coloni, la vendetta israeliana contro i Territori da: il manifesto

Cisgiordania. Case demolite, fattorie date alle fiamme, bambini investiti dalle auto dei coloni: l’ufficiosa operazione israeliana contro il popolo palestinese

Soldati israeliani

La puni­zione col­let­tiva del popolo pale­sti­nese sta nel corpo car­bo­niz­zato di Moham­mad. Nelle mace­rie delle case demo­lite dai bull­do­zer israe­liani in Cisgior­da­nia, per­ché di pro­prietà di pale­sti­nesi sospet­tati dell’uccisione dei tre coloni ado­le­scenti. Sta negli attac­chi feroci con­tro una fat­to­ria a sud di Nablus, data alle fiamme dai coloni. Sta nella mar­cia di cen­ti­naia di israe­liani nella Città Vec­chia di Hebron e nella con­se­guente aggres­sione ai resi­denti palestinesi.

Sta anche nell’omissione del nome del gio­vane pale­sti­nese ucciso a Geru­sa­lemme negli arti­coli delle testate di mezzo mondo, per le quali ci sono indi­vi­dui degni di essere con­si­de­rati per­sone e altri che non restano che un numero. In attesa della rea­zione del governo di Tel Aviv al ritro­va­mento dei corpi dei tre coloni uccisi a Halhul, sud della Cisgior­da­nia, in Area C (sotto il con­trollo mili­tare e civile israe­liano), a rea­gire è la base: movi­menti dei coloni, gang, estre­mi­sti pro­dotto di una società mili­ta­riz­zata e fon­data sulla paura del nemico comune.

Ieri è stato un altro giorno di ten­sione in Cisgior­da­nia. All’alba nel vil­lag­gio di Idhna le forze mili­tari israe­liane hanno demo­lito la casa di Ziad Awwad, altro sospetto nel caso dei tre coloni, e lasciato 13 per­sone (di cui 8 bam­bini) senza un tetto sulla testa, dopo aver dato alle fiamme – poche ore dopo il ritro­va­mento dei cada­veri – le abi­ta­zioni di due pre­sunti mem­bri di Hamas, Amer Abu Eisha and Mar­wan al-Qawasmeh. Negli scon­tri che sono seguiti alla demo­li­zione della casa della fami­glia Awwad, sei pale­sti­nesi sono rima­sti feriti.

Mar­tedì era toc­cato ai negozi del vil­lag­gio di Al-Khader, alle porte di Betlemme, distrutti dai sol­dati e di nuovo alla città sotto asse­dio di Hebron: cen­ti­naia di coloni hanno mar­ciato per le strade della Città Vec­chia aggre­dendo i resi­denti pale­sti­nesi. Intanto, a nord della Cisgior­da­nia, nel campo pro­fu­ghi di Jenin moriva per un colpo di pistola al petto il 18enne You­sef Abu Zagha. Sem­pre nella gior­nata di ieri, l’esercito israe­liano ha arre­stato 42 pale­sti­nesi tra Hebron, Nablus, Sal­fit, Tul­ka­rem, Ramal­lah, Betlemme e Qal­qi­liya per­ché con­si­de­rati da Tel Aviv mem­bri di Hamas.

Dove non arriva l’esercito, sono i coloni ad ope­rare. Ieri nel vil­lag­gio di Aqraba, a sud di Nablus, la fat­to­ria della fami­glia Bani Jaber è stata il tar­get di un gruppo di coloni del vicino inse­dia­mento di Ita­mar che ha dato fuoco alla strut­tura. La fami­glia è riu­scita a met­tere in salvo gli ani­mali, ma la fat­to­ria è andata distrutta. Nelle mura esterne, i coloni hanno scritto con lo spray le frasi che spesso accom­pa­gnano que­sto tipo di vio­lenze, sem­pre più fre­quenti: “Price Tag”, il prezzo che la popo­la­zione pale­sti­nese deve pagare come puni­zione per ogni atto che dan­neg­gia il movi­mento dei coloni.

Il giorno pre­ce­dente a finire nel mirino dei coloni era stata una bam­bina di soli nove anni, volon­ta­ria­mente inve­stita da un’auto, Sana­bel Attous, del vil­lag­gio di Jab’a, rico­ve­rata in ospe­dale con gravi ferite alla testa, e il 28enne Nouh Edris, inve­stito a sud di Hebron. Lo spet­tro poli­tico israe­liano ha ieri con­dan­nato l’uccisione di Moham­med a Geru­sa­lemme e in pas­sato si è più volte espresso con­tro le aggres­sioni dei coloni, con­si­de­rati alla stre­gua di schegge impaz­zite. Schegge che non sono che il pro­dotto, però, di una poli­tica fon­data sulla vio­lenza e l’espropriazione: nei duris­simi com­menti dei prin­ci­pali lea­der israe­liani ad uscire è la voglia di ven­detta, di puni­zione di un intero popolo («Morte al nemico, toglie­te­gli il sor­riso», «Chissà quanti mem­bri di Hamas reste­ranno vivi dopo sta­notte»). I coloni non fanno che met­tere in pra­tica le vio­lente dichia­ra­zioni della loro classe politica.

Ieri il pre­mier Neta­nyahu ha con­dan­nato l’omicidio di Moham­med Abu Khdeir, defi­nen­dolo un «abo­mi­ne­vole cri­mine», die­tro pres­sante richie­sta del pre­si­dente dell’Autorità Pale­sti­nese Abbas di avviare un’inchiesta seria sull’accaduto. Bibi ha pro­messo che le inda­gini si faranno «per­ché Israele è uno Stato di legge». Lo stesso Stato, però, che sta discu­tendo di come rea­gire all’uccisione dei tre coloni: se parte della coa­li­zione di mag­gio­ranza (Casa Ebraica in testa) punta all’ovvia espan­sione colo­niale, altri – da Livni a Lapid – chie­dono di limi­tarsi alla distru­zione di Hamas. Gaza è di nuovo nel mirino, facile preda da get­tare in pasto all’opinione pubblica.

Per ora, nes­suna deci­sione defi­ni­tiva è uscita dalle stanze dei bot­toni israe­liane: il timore è che un’azione mili­tare non venga giu­sti­fi­cata da una comu­nità inter­na­zio­nale che negli ultimi tempi si è mostrata meno pro­pensa ad aval­lare ogni offen­siva di Tel Aviv.

Nel mirino dell’opinione pub­blica pale­sti­nese fini­sce, invece, il pre­si­dente Mah­moud Abbas e la fer­rea volontà di Ramal­lah di non met­tere in discus­sione il coor­di­na­mento alla sicu­rezza con Israele, nono­stante il tar­get sia Hamas, “alleato” di governo. Le pro­te­ste dei giorni scorsi con­tro i sim­boli della coo­pe­ra­zione (sta­zioni di poli­zia e uffici del Dipar­ti­mento del Coor­di­na­mento Civile) sono mes­saggi chiari: la popo­la­zione non accetta più che l’ANP fac­cia da spec­chietto per le allo­dole dei cri­mini israeliani.

Criticità ambientali del progetto per una centrale a biomasse a Furnari (Messina) da: i siciliani giovani

La ventilata realizzazione di una centrale elettrica alimentata a biomasse in un’area agricola del Comune di Furnari (già noto alle cronache ambientaliste per subire da anni l’inquinamento causato dalla vicina discarica di rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, una delle più grandi del Meridione), oltre a suscitare le dure proteste dei cittadini, ha innescato una violenta querelle, a suon di dichiarazioni sulla stampa, comizi, manifesti, ecc., tra maggioranza e opposizione.

Il progetto, presentato formalmente il 23 aprile scorso dalla Comet Bio srl di Messina (rappresentante legale l’ing. Ivo Blandina, già presidente provinciale di Confindustria), prevede la costruzione in contrada Maraffino di un impianto di co-generazione, per la produzione combinata di energia elettrica e termica, alimentata da biomasse “pravalentemente forestale”, di poco inferiore al megawatt di potenza, consentendo così una procedura abilitativa semplificata (P.A.S.). Successivamente alla convocazione della conferenza dei servizi del 5 giugno scorso in cui hanno dato il loro parere tutti gli enti interessati, l’amministrazione furnarese ha pubblicato sul sito internet del comune alcuni documenti relativi alla centrale Comet Bio, compreso il verbale della conferenza stessa. Verbale del quale, a leggerlo con attenzione, fanno “parte integrante ed essenziale” ben otto note allegate relative ai pareri espressi dagli altri enti convocati (le direzioni Servizi Tecnici di Viabilità e Ambiente della Provincia Regionale di Messina, gli assessorati dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità e del Territorio e dell’Ambiente della Regione siciliana, il Comando del Corpo Forestale, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente – Arpa Sicilia, il Comando Regione Militare Sud; la Soprintendenza dei Beni Culturali). Nonostante sia stata conclamata la pubblicità e disponibilità di questi atti, alla data odierna è reperibile integralmente solo il parere della Soprintendenza che ha bocciato l’impianto perché “sarà realizzato su aree agricole indiziate di presenze archeologiche e in aree contraddistinte dalla presenza di Beni isolati”.

Dal verbale della conferenza dei servizi si evince tuttavia che l’assessorato regionale dell’Energia ha ritenuto di non dovere di esprimere alcun parere; l’assessorato Territorio e Ambiente ha declinato ogni commento in attesa di chiudere l’istruttoria, riservandosi comunque di richiedere “ulteriore documentazione integrativa”; no comment pure dal Comando Regione Militare Sud, che necessita di altri 90 giorni per esaminare il progetto.

La Direzione Servizi Tecnici di Viabilità della Provincia Regionale di Messina ha invece espresso “il proprio nulla-osta per quanto di competenza ai soli fini viabili, con la condizione, che, prima dell’inizio dei lavori, sia ottenuta l’autorizzazione prevista dall’art. 26 del D.L. 285/92”, relativo al nuovo codice stradale. La strada provinciale di collegamento al futuro sito, secondo quanto documentato nel corso della conferenza dei servizi, risulta attualmente però “in molti tratti dissestata a causa di frane verificatesi in occasione dell’alluvione del 2008; per la maggior parte impraticabile; interdetta (da un’ordinanza sindacale) alla viabilità dei mezzi pesanti”. Il Comando del Corpo Forestale della Regione Sicilia ha invece autorizzato i lavori di realizzazione dell’impianto a biomasse “ai soli fini del vincolo idrogeologico”, condizionandoli però al rispetto delle previsioni progettuali e al conferimento in discarica autorizzata per rifiuti speciali dei volumi in eccedenza. “Inoltre dovranno essere acquisiti gli ulteriori nulla osta di competenza delle Autorità Amministrative preposte alla gestione di eventuali altri vincoli che gravano sulla zona”, raccomanda il Corpo Forestale.

Ancora un “parere favorevole condizionato” quello espresso dall’Arpa Sicilia – Struttura Territoriale di Messina. Nello specifico, nella nota indirizzata al Comune di Furnari e assunta al prot. n. 5576 del 5 giugno 2014, l’Arpa richiama l’attenzione del Comune su alcuni aspetti che, se non esaurientemente chiariti, possono costituire motivo di diniego dell’autorizzazione.

Ma quali sono queste condizioni che l’Arpa ritiene necessarie per la “valutazione positiva del progetto”?

Se la ratio della normativa sull’utilizzo delle FER (Fonti energia rinnovabili) è il principio della riduzione dei gas serra, non si può non evidenziare come debba essere garantito che l’approvvigionamento delle materie prime risponda ad un’esigenza di offerta prevalentemente locale (la cosiddetta filiera corta). Se il cippato (legno triturato) per la centrale dovesse invece arrivare da altre province (quando non addirittura da altre nazioni), tutto su camion, andata e ritorno, addio “filiera corta” e “non inquinamento”.

La Comet Bio ha dichiarato che l’impianto sarà “alimentato da biomassa costituita da materiale vegetale prodotto dalla lavorazione esclusivamente meccanica di legno vergine proveniente da interventi selvicolturali, da manutenzione forestale e da potatura nella forma di cippato ovvero di trucioli non contaminati da inquinantì”, entro un raggio di 30-40 km, prevalentemente Monti Peloritani (area tra i torrenti Mazzarà e Patrì e bosco di Malabotta) all’interno dei territori comunali di Furnari, Tripi, Fondachelli Fantina, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Francavilla di Sicilia, Antillo, Rodì Milici. La fornitura del materiale vegetale, secondo quanto asserito a Tempo Stretto da Ivo Blandina  sarebbe “più che garantita da parte di proprietari di boschi e imprenditori agricoli, presenti nella compagine sociale, per circa 15.000 tonnellate annue; altri proprietari di boschi e imprenditori agricoli locali disponibili, ad oggi, per circa 5.000 tonnellate annue”.

Al riguardo – secondo quanto previsto dal punto 16.1, del Decreto Ministeriale del 10 settembre 2010 – “la valorizzazione dei potenziali energetici delle diverse risorse rinnovabili presenti nel territorio nonché della loro capacità di sostituzione delle fonti fossili […] la combustione ai fini energetici di biomasse di origine agricola-forestale potrà essere valorizzata ove tali fonti rappresentano una risorsa significativa nel contesto locale ed un’importante opportunità ai fini energetico-produttivi”. E’ così che l’Arpa Sicilia ha chiesto alla Comet Bio di presentare “un’esaustiva relazione in merito al materiale vegetale che sarà combusto indicando con certezza la tipologia ed i siti di approvvigionamento presi in considerazione nella stima dei quantitativi annui dichiarati a progetto, dando evidenza anche alla continuità temporale annua di tale approvvigionamento”. “Particolari cautele”, aggiunge l’Arpa, “dovranno essere impiegate nella gestione delle ceneri di combustione”, mentre per la verifica di conformità delle emissioni in atmosfera e diffuse “si dovrà fare riferimento a misurazioni o campionamenti della durata pari a un’ora di funzionamento dell’impianto nelle condizioni di esercizio più gravose”. Il gestore dell’impianto sarà inoltre obbligato all’osservanza delle disposizioni di legge per la protezione della popolazione “dalle esposizioni ai campi elettrici e magnetici alla frequenza di rete generati dagli elettrodotti”.

L’Arpa evidenzia anche come la relazione tecnica della Comet Bio sia carente per quanto riguarda la valutazione dell’impatto delle emissioni sonore, ritenendo “necessario integrare la documentazione prodotta con una valutazione di impatto acustico redatta da un tecnico competente ai sensi della legge 447/95 ai fini di accertare il rispetto dei limiti di rumore assoluti e differenziali previsti in relazione al contesto ambientale in cui insiste l’insediamento”. L’Arpa, infine, prescrive che nel caso in  cui la Comet Bio intendesse “utilizzare biomasse diverse da quelle dichiarate, di tale intenzione si dovrà dare evidenza […] al fine di poter poi proporre idonee prescrizioni”.

Nel progetto per la centrale a biomasse, la società di Blandina ipotizza che “a seguito di considerazioni di carattere tecnico e/o economico, una volta terminato il periodo d’incentivazione, l’impianto possa essere riconvertito”, senza però precisare a quali altre attività. Da qui i timori di amministratori, cittadini e ambientalisti che l’impianto possa essere utilizzato a medio-lungo termine per l’incenerimento dei rifiuti della vicina megadiscarica di Mazzarrà Sant’Andrea. “Si tratta di un timore privo di alcun fondamento”, replica lo stesso Blandina. “La specifica tecnologia prevista per questo impianto di biomasse non è assolutamente utilizzabile per la combustione di materiale che non sia di origine vegetale”.

Creare un inceneritore di rifiuti da una centrale a biomasse è comunque vietato dalle normative vigenti, ricordano gli ambientalisti. Per effetto della cancellazione dell’art. 17 del decreto legislativo n. 387 del 2003, un impianto a biomasse, una volta autorizzato, può bruciare solo i combustibili di questa specie inclusi nell’elenco dell’allegato X del decreto legislativo 152/2006: cioè legno cippato non trattato, scarti agroforestali e oli vegetali. Pertanto, se la Comet Bio volesse provare a riconvertire l’impianto di Furnari in un inceneritore per rifiuti dovrebbe aprire un nuovo procedimento autorizzativo che prevede obbligatoriamente lo svolgimento di una valutazione d’impatto ambientale (Via), se l’impianto dovesse trattare 100 tonnellate al giorno. In questo caso il progetto dovrà tener conto delle direttive europee di gestione e trattamento dei rifiuti che antepongono il recupero di materia al recupero energetico e chiedono agli enti preposti al rilascio delle autorizzazioni di privilegiare soluzioni alternative o negare il nulla osta qualora l’impatto dell’impianto proposto provochi più svantaggi che vantaggi ambientali.

Sull’argomento è intervenuto pure il professore Beniamino Ginatempo dell’associazione Zero Waste Sicilia. “Nel progetto presentato dalla Comet Bio non è dimostrato che sia possibile alimentare la centrale a biomasse con il necessario quantitativo minimo compreso fra le 14.000 e le 16.000 tonnellate l’anno, con cippato tutto proveniente da filiera corta. L’impresa dovrebbe produrre degli atti in cui risulti garantito l’impegno annuale dei fornitori e per tutti i 20 anni dell’esercizio previsto, a tale fornitura.” Ginatempo, ordinario di Fisica dell’Università di Messina, solleva poi profondi dubbi sulla reale convenienza economica dell’impianto previsto a Furnari. “Nonostante gli incentivi statali, per la Comet si può giustificare un investimento solo con una conversione in corso di vita dell’impianto a non precisate altre attività. Tale ipotesi, del resto, è esplicitamente non esclusa dal progetto esecutivo, quindi ritenuta sempre possibile…”.

Gallino: «L’antidoto al Fiscal Compact è la partecipazione popolare» da: il manifesto

Intervista. Oggi al via la raccolta firme per il referendum «Stop austerità, sì alla crescita». Il sociologo torinese lo appoggia insieme ad una possibile iniziativa legislativa popolare. «Renzi nasconde la situazione economica. Non se ne rende conto, anche perchè aderisce al credo neoliberale dominante»

La fles­si­bi­lità del rigore pro­duce con­fu­sione nel governo. Il sot­to­se­gre­ta­rio Del Rio ha rilan­ciato gli Union bond, un fondo fede­rale al quale gli stati con­fe­ri­scono pezzi del loro patri­mo­nio immo­bi­liare usato come garan­zia per inve­sti­menti strut­tu­rali e per dimi­nuire il debito, men­tre per il mini­stro dell’Economia Padoan «la que­stione non è all’ordine del giorno». Con il socio­logo Luciano Gal­lino, già autore del più affi­lato libro con­tro l’austerità, Il colpo di Stato di ban­che e governi (Einaudi), pro­viamo a esplo­rare le ragioni di que­sto con­flitto. «La pro­po­sta di Del Rio viene da quella Prodi-Quadrio Cur­zio di qual­che anno fa – afferma Gal­lino –In que­sto momento equi­vale a dare al vicino le chiave di casa e la pas­sword del pro­prio conto in banca, lasciando inten­dere di fare quello che vuole. La mutua­liz­za­zione del debito così intesa signi­fica cedere la sovra­nità eco­no­mica ad ele­menti incontrollabili».

Il mini­stro Padoan sostiene che per la cre­scita e la soste­ni­bi­lità del debito non biso­gna cam­biare le regole e appli­care la fles­si­bi­lità pro­messa da Renzi. È realistico?

Il rea­li­smo è fatto di numeri, regole, defi­ni­zioni. Fin­ché si parla gene­ri­ca­mente di fles­si­bi­lità, chiun­que può inten­derla come vuole. La poli­tica eco­no­mica fino ad oggi adom­brata dal governo instilla ulte­riori dosi della medi­cina dell’austerità basata sull’accrescimento dell’avanzo pri­ma­rio, la ridu­zione delle spese sta­tali che hanno sca­vato un buco enorme tra il pre­lievo fiscale dello stato e quello che lo stato resti­tui­sce ai cit­ta­dini in beni e ser­vizi. Qual­cuno del governo ha detto che occorre ridurre ancora il peso dello stato sull’economia. Data la situa­zione in cui ci tro­viamo è l’annuncio di un suicidio.

Ieri a Stra­sburgo Renzi ha detto di non volere cam­biare le regole dell’austerità, ma che serve una cre­scita che pur­troppo non ci sarà. C’è qual­cosa che non torna. Sta forse nascon­dendo la reale situa­zione dell’economia?

Direi pro­prio di si. In parte non se ne rende conto, in parte è d’accordo per­chè la men­ta­lità del suo governo è simile a quella dei governi pre­ce­denti che hanno spo­sato il credo neo­li­be­rale. Le idee per uscire dal guado non ci sono e con­ti­nuano ad insi­stere sulle solite poli­ti­che: sgravi fiscali per le imprese, qual­che euro per i con­sumi, leg­gine per modi­fi­care il mer­cato del lavoro. Così nel 2100 saremo allo stesso punto, ma in una situa­zione cer­ta­mente peg­giore. Occorre qual­che grosso pro­getto, a livello euro­peo, per un robu­sto rilan­cio degli inve­sti­menti con­nessi all’occupazione. Invece gli inter­venti a piog­gia in cui que­sto governo è spe­cia­liz­zato, come i pre­ce­denti, non hanno alcuna effetto sulla cre­scita. Pen­sare che un’azienda non assuma per­so­nale per­chè gli costa qual­che punto di per­cen­tuale in più è una pia illu­sione. In Ita­lia non si assume per­chè non si ha idea di quale pro­dotto ven­dere domani.

Non si parla mai di fiscal com­pact che imporrà dal 2016 tagli al debito pub­blico per 50 miliardi all’anno per vent’anni. Secondo lei perché?

Le pres­sioni di Bru­xel­les, della Bce e della Ger­ma­nia per appli­carlo alla let­tera sono tali che non si vede come non si possa appli­carlo. Stiamo par­lando di decine di miliardi per abbat­tere il debito pub­blico ma che gra­ve­ranno sull’avanzo pri­ma­rio. Seguendo una ten­denza ven­ten­nale, nel 2013 lo stato ita­liano ha pre­le­vato dai cit­ta­dini una somma supe­riore ai 500 miliardi, resti­tuendo in ter­mini di acqui­sto di beni, ser­vizi e sti­pendi poco più di 430 miliardi. Que­sto non basta per far fronte il fiscal com­pact e si punta a dila­tare il diva­rio tra il pre­lievo fiscale e quello che lo stato resti­tui­sce ai cit­ta­dini. Per que­sto l’idea dello stato minimo è folle: i media e i governi hanno impo­sto l’idea che quella sta­tale è solo una spesa pas­siva, men­tre invece cor­ri­sponde agli stipndi degli inse­gnanti, dei medici, per i ser­vizi pub­blici. Se uno taglia 50 miliardi in nome dell’avanzo pri­ma­rio, il risul­tato è un salasso dell’economia reale. Con la con­se­guenza di abbat­tere la domanda, aumen­tare la disoc­cu­pa­zione e la deflazione.

Oggi parte la rac­colta firme per il refe­ren­dum no fiscal com­pact. Cosa ne pensa?

È molto posi­tivo. Non tanto per­chè pensi che ne usci­ranno delle solu­zioni imme­diate. L’insieme di forze e poteri che si oppon­gono al cam­bia­mento delle poli­ti­che fiscali e mone­ta­rie sono tali da non spe­rarci. Ma è impor­tante che un buon numero di cit­ta­dini si renda conto dei pro­blemi in cui siamo, oscu­rati dal silen­zio dei media.

C’è chi invece pro­pone un’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare sullo stesso tema che potrebbe affian­carsi al refe­ren­dum. È una strada percorribile?

Più se ne parla, meglio è. La pro­po­sta fatta da Gae­tano Azza­riti su «Il mani­fe­sto» si rife­ri­sce all’iniziativa dei cit­ta­dini euro­pei (Ice) intro­dotta dall’articolo 10 del Trat­tato di Lisbona e in vigore dall’aprile 2012. Que­sto tipo di ini­zia­tiva pre­vede che i cit­ta­dini pos­sano pren­dere posi­zione su que­sto o su quel tema. Ben venga dun­que anche il ricorso a que­sto tipo di stru­menti che hanno il van­tag­gio di stare nei trat­tati. Si tratta di chie­dere qual­cosa alla Com­mis­sione ciò che si è guar­data bene dal fare: la par­te­ci­pa­zione. Così facendo è riu­scita a tenere nasco­ste le con­se­guenze dei vari trat­tati. Come si vede dalle trat­ta­tive segrete sul trat­tato Usa-Ue sul libero com­mer­cio (Ttip), uno degli aspetti inqua­li­fi­ca­bili della comis­sione a guida Bar­roso è non avere infor­mato i cit­ta­dini sulle sue con­se­guenze. Da mesi sono in corso trat­ta­tive e nego­ziati che met­tono a rischio i ser­vizi, l’agricoltura, la pro­prietà intel­let­tuale, i diritti del lavoro e molto altro. E nes­suno sa nulla. È una situa­zione inau­dita. Oggi biso­gna dare voce ai cit­ta­dini, senza però illu­dersi sui risul­tati a breve termine.

Trattativa, Maurizio Avola: tra Falange Armata, Rosario Cattafi e Forza Italia da: antimafia duemila

avola-backIbridi connubi nella deposizione dell’ex boss catanese

di Lorenzo Baldo – 3 luglio 2014
Palermo. Ritardi. All’italiana, si potrebbe dire. Sta di fatto che l’audizione dell’ex boss catanese Maurizio Avola all’udienza odierna al processo Trattativa inizia con tre ore di ritardo. Nonostante la procura di Palermo avesse provveduto da metà giugno a informare chi di dovere della citazione del suddetto teste, allo stesso Avola viene comunicato ufficialmente solamente questa mattina (con tutte le conseguenze che una simile tempistica comporta). Decisamente uno strano ritardo, di cui, allo stato, non è dato sapere se sia o meno riconducibile al Dap, al suo legale o ad altri. Solo alle 13:00 si entra nel vivo. Il killer del direttore de “I Siciliani” Pippo Fava è collegato in videoconferenza da un sito riservato. Rispondendo alle domande del pm Francesco Del Bene Avola ripercorre la sua carriera criminale che lo ha portato a compiere più di 80 omicidi per conto della cosca Santapaola. Per quasi 10 anni, dal 1984 fino al 1993, è un feroce assassino di Cosa Nostra, nonché esperto di esplosivi. Nel mese di febbraio del ’93 viene arrestato, un anno dopo decide di collaborare. Da quel momento parla di fatti di mafia, ma anche di politica, istituzioni e servizi segreti. In tutti questi anni i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri tornano molto spesso nelle sue dichiarazioni.

“Dietro le bombe del ‘92 e ‘93 ci sarebbe il disegno politico di una lobby imprenditoriale. I personaggi che avrebbero stretto un patto scellerato con Cosa Nostra appartengono al mondo dell’alta finanza, della politica e dei servizi deviati”, aveva detto fin dall’inizio della sua collaborazione. Maurizio Avola aveva già raccontato di alcune riunioni svoltesi nella provincia di Messina. “Eravamo agli inizi degli anni ‘90 e Nitto Santapaola era latitante da quelle parti. Anche lui (Santapaola, ndr) avrebbe preso parte a quegli incontri organizzati con Dell’Utri. I motivi delle visite siciliane del manager di Publitalia erano due: porre un freno agli attentati organizzati da noi catanesi contro la Standa e pianificare una serie di investimenti della mafia nei Paesi dell’Est”. Ma l’ex boss aveva anche parlato del piano per eliminare l’ex pm Antonio Di Pietro. “In epoca successiva alle stragi, durante un colloquio con Marcello D’Agata (consigliere di Nitto Santapaola, ndr) – aveva raccontato Avola agli investigatori –, questi ebbe ad accennarmi al proposito di ‘fare un altro favore ai politici’ uccidendo il dottor Antonio Di Pietro”, precisando che l’eliminazione di Di Pietro sarebbe stata richiesta a Cosa Nostra “per tutelare presunti interessi illeciti dell’on. Bettino Craxi e del sen. Cesare Previti, messi in pericolo dalle indagini del magistrato”. In aula Avola racconta di quell’incontro avvenuto all’hotel Excelsior di Roma, in cui erano presenti Cesare Previti, il finanziere Pierfrancesco Pacini Battaglia, i boss Eugenio Galea e Marcello D’Agata, il massone Michelangelo Alfano e un tale “Sariddu” che poi aveva scoperto essere l’ex avvocato barcellonese condannato per associazione mafiosa Rosario Pio Cattafi. L’ex killer aveva già raccontato ai magistrati di quanto era venuto a sapere all’interno di Cosa Nostra in merito alle dichiarazioni dei boss catanesi Aldo Ercolano (Vice di Sanpapaola, ndr) ed Eugenio Galea, di ritorno da una riunione con Totò Riina in cui si era deciso di “attaccare lo Stato” e di “creare un nuovo partito politico nel quale inserire uomini di Cosa Nostra incensurati, che avrebbero così potuto curare direttamente gli interessi di Cosa Nostra”. Davanti alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto l’ex boss specifica che quel nuovo partito “doveva intervenire e si dovevano cambiare tutte cose”. “Stiamo aspettando un segnale forte da Dell’Utri e da Michelangelo Alfano, un grosso massone, che non conosco”, gli avrebbe infatti confidato Eugenio Galea. Per seguire l’iter di quella strategia stragista, tra fine aprile e i primi di maggio del ‘92, l’ex killer di Cosa Nostra era stato mandato a Firenze proprio per studiare gli obiettivi da colpire attraverso determinati atti intimidatori. Sul punto specifico lo stesso Avola aveva già spiegato agli inquirenti che in quel periodo Cosa Nostra aveva come “obiettivo ultimo quello di dare una ‘spallata’ al vecchio sistema politico e creare le condizioni idonee perché si affermasse quella nascente forza politica di cui Galea aveva appreso nel corso di quella riunione (Forza Italia, ndr)”. Tutto ciò con  azioni di tipo terroristico da rivendicare con il nome di “Falange armata”. Davanti alla Corte l’ex boss catanese spiega che quella sigla non apparteneva assolutamente al repertorio di Cosa Nostra. Di fronte ad alcune contestazioni del pm per qualche suo vuoto di memoria, Maurizio Avola ricostruisce (a volte faticosamente, altre più speditamente) episodi e circostanze già cristallizzate nei verbali di diverse procure.

Quell’esplosivo “militare”
“Prima della strage di Capaci consegnammo a Termini Imerese (Pa) alcuni pacchi con dell’esplosivo che proveniva dalla ex Jugoslavia. Si trattava di panetti da 5 chili avvolti in un involucro chiuso dentro nascosti in casse su cui c’era la scritta T4”. A domanda del pm Di Matteo Avola specifica l’appartenenza “militare” di quell’esplosivo.

Cattafi, il principe nero
Si torna quindi a parlare dell’ex avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) Rosario Pio Cattafi, considerato anello di congiunzione tra clan siciliani, apparati dello Stato e alta finanza. Alcuni anni fa lo stesso Avola aveva già tracciato il profilo criminale di quest’ultimo. Come è noto Cattafi è stato arrestato nel 2012 nell’ambito dell’operazione antimafia “Gotha 3”, condannato a 12 anni per associazione mafiosa e attualmente è detenuto al 41bis. “Tramite Cosa Nostra so chi è Saro Cattafi, ma di persona non lo conosco – aveva dichiarato alcuni anni fa Avola –. So, per quello che mi fu detto da Calogero Campanella, che apparteneva ai servizi segreti, che scambiava favori con personaggi dei servizi, ci faceva dei favori, degli omicidi e loro ci facevano passare della droga, coprivano i reati, diciamo … questo io l’ho saputo nel febbraio 1994, tramite un trasferimento in aereo da Catania ad Ancona, ho viaggiato insieme a Calogero Campanella, che era il capo decina della famiglia Santapaola … eravamo tradotti tutti e due con l’aereo militare … certe volte delle discussioni [da Barcellona Pozzo di Gotto, ndr] le portava il Gullotti tramite il Cattafi, invece di venire lui a Catania, li portava il Gullotti; cioè il referente era Gullotti per i catanesi …  Io so che [Cattafi, ndr] ha avuto un incontro a Roma con un certo Battaglia, se si chiama Filippo non lo so … io so che si dovevano incontrare con altri personaggi a Roma per fare una certa … e comunque si doveva fare questo favore a dei socialisti [uccidere Antonio Di Pietro, ndr] che si stavano organizzando per rientrare nelle fila del … io sono cresciuto vicino ad un consigliere della famiglia Santapaola e dovevo essere io uno degli autori, perché ero un killer fidato della famiglia … era il ‘92, dopo le stragi di Capaci, era settembre … a me, come mi dicevano i consiglieri, il favore si doveva fare a Craxi e il socialismo che ritornava un po’ alla normalità … [Cattafi, ndr] ha fatto incontrare queste persone in albergo … il consigliere nostro con persone di Roma in un albergo romano per concordare la strage, perché la strage la dovevamo fare noialtri … [l’albergo era, ndr] l’Excelsior a Roma… che si doveva fare questa operazione diciamo noi altri e ritornare un po’ nella normalità … perché Catania è tartassata ormai da blitz, pentiti … [questo attentato si doveva fare, ndr] al Nord Italia … serviva in parte ci serviva perché essendo un’altra grossa strage al Nord, ci toglieva il pensiero della Sicilia”. E ancora: “so che [Cattafi, ndr] ha avuto degli incontri con Carletto Campanella, dove voleva …  voleva avvisare Benedetto Santapaola che lo stavano arrestando … e lui parlava con Carletto Campanella di traffichi di droga che lui faceva favori per i servizi segreti, in cambio passava un quantitativo enorme di droga …  solo che il Carletto Campanella era al 41 bis e non è riuscito a fare filtrare la notizia a Catania … non lo so se è riuscito a parlare che era carcerato o era libero … lui raccontava a Carletto Campanella che aveva fatto dei favori, in servizi segreti … Cattafi. Il Cattafi, sì … e entravano enormi quantitativi di droga dalle frontiere, cioè non facevano fare le perquisizioni … poi ho sentito anche D’Agata Marcello, sentire parlare di questa persona che aveva queste amicizie [nei servizi segreti, ndr]”. Pur senza entrare troppo nello specifico (a volte con qualche esitazione a fronte delle contestazioni del pm), l’ex killer di Cosa Nostra conferma di fatto in aula queste precedenti dichiarazioni. Che, per quanto riguarda Cattafi e i suoi legami “extra Cosa Nostra”, si intersecano con quelle rese da Filippo Malvagna lo scorso 27 giugno.

Strane convergenze
Nella scorsa udienza il nipote dell’ex boss catanese Giuseppe Pulvirenti, detto “U Malpassotu”, aveva raccontato di essere andato a visionare un immobile che si trovava tra Taormina e Letoianni destinato a diventare sede di riunioni di mafia “dove dovevano partecipare imprenditori, gente delle istituzioni, si parlava di roba di massoneria. E dove dovevano essere decisi dei grossi affari che si prospettavano per la Sicilia”. A detta dello stesso Malvagna Cattafi era proprio “una delle persone più interessate a portare questi personaggi in questa abitazione” in quanto aveva “agganci con
il mondo dell’imprenditoria, qualcuno delle istituzioni, cioè faceva parte della massoneria”. Prossima udienza giovedì 10 luglio con l’audizione del collaboratore di giustizia Antonino Galliano.