Se il premier-padre si identifica con il figlio da: il manifesto

L’analisi . Non è Telemaco l’uomo del riscatto

Ulisse e le sirene

Mat­teo Renzi è gio­vane ma ciò non giu­sti­fica la man­canza di cul­tura che spiega, almeno in parte, la sua incli­na­zione all’approssimazione (qua­lità tra le meno auspi­ca­bili per la sua impor­tante fun­zione).
Ogni gio­vane sco­la­riz­zato si sup­pone che abbia letto, sia pure distrat­ta­mente, l’Odissea o per­lo­meno che ne abbia visto qual­cosa in uno dei suoi adat­ta­menti tele­vi­sivi. Per quanto curioso possa sem­brare que­sto non sem­bra il caso del nostro pre­mier che nel suo discorso a Stra­sburgo ha riven­di­cato l’eredità di Telemaco.

Quel Tele­maco che, pre­fe­ren­dolo a Ulisse citato da tutti (con suo disap­punto), ha preso come modello di una gene­ra­zione che deve riscattarsi.

Ulisse è una figura com­plessa, e ben più signi­fi­ca­tiva di Tele­maco, non adatta a essere uti­liz­zata come modello prêt a por­ter per­ché elude le sem­pli­fi­ca­zioni e le sug­ge­stioni. È una delle più impor­tanti figure dell’etica (le esem­pli­fi­ca­zioni del senso di respon­sa­bi­lità) che ci hanno lasciato in ere­dità gli anti­chi: in lui è con­fi­gu­rato l’incontro del senso dell’appartenenza con il desi­de­rio della sco­perta e della libertà, l’apertura (che ama l’esposizione e l’imprevedibilità) del con­sueto all’inconsueto, il lutto che tra­sforma la con­tem­pla­zione del pas­sato in nostalgia/immaginazione del futuro. Non offre solu­zioni (nono­stante la sua leg­gen­da­ria inge­gno­sità) ci inco­rag­gia a vivere in con­tatto con il sapere che nasce dal pathos della nostra espe­rienza (il sen­tire pro­fondo che non disde­gna né il pia­cere né il dolore).

Con­trap­porre Tele­maco a Ulisse è un non­senso. Tele­maco è l’adolescente che intra­prende il viag­gio della ricerca del padre, il viag­gio di ini­zia­zione alla vita adulta. Che il nostro primo mini­stro si iden­ti­fi­chi con lui non è una buona noti­zia: essendo già padre di figli ci si aspetta che il rag­giun­gi­mento della mag­gior età sia in lui compiuto.

Tele­maco si riscatta dal ruolo di figlio mes­sia­nico della madre (e dal suo posto di com­pa­gno ille­git­timo di lei che mina il suo avve­nire di uomo) risco­prendo il padre. Augu­rar­gli un destino diverso sarebbe improv­vido per cui non si può che spe­rare che Renzi ritrovi la strada del suo vero riscatto. Ci si può, tut­ta­via, scom­met­tere che que­sto sia già acca­duto da tempo, che certe sue uscite un po’ sfor­tu­nate siano solo il frutto di let­ture un po’ fret­to­lose. Sarà a causa dei suoi tanti impegni.

CASA CERVI MONUMENTO NAZIONALE > Raccolta firme fino al 25 luglio 2014

CASA CERVI MONUMENTO NAZIONALE > Raccolta firme fino al 25 luglio 2014

-> Firma la PETIZIONE ONLINE per CASA CERVI MONUMENTO NAZIONALE

-> Leggi la PROPOSTA DI LEGGE e il COMUNICATO dei Deputati del Parlamento Italiano

MANIFESTO A3-RACCOLTA FIRMAE

Casa Cervi, oggi museo frequentato da decine di migliaia di cittadini, è il luogo di memoria legato alla storia della famiglia omonima, al sacrificio dei sette fratelli, e a tutta la storia della Resistenza fatta dalla parte dei contadini italiani.

L’Istituto Cervi nasce il 24 aprile 1972 da quattro soci fondatori: Provincia di Reggio Emilia, Comune di Gattatico, ANPI nazionale e Alleanza Contadini (oggi CIA). Consegue lo status di ente morale con Decreto del Presidente della Repubblica il 18 luglio 1975.

Un sito unico nel suo genere: i piedi ben piantati nella terra reggiana, dove affondano le sue radici identitarie, ma i pensieri rivolti ad un confine più ampio. Forse la stessa visione che avevano i Cervi, quando ruotavano il loro mappamondo, diventato non a caso l’emblema di questa storia insieme al primo trattore.

Da allora l’ente intitolato a Papà Cervi ha fatto molta strada; luogo frequentato da generazioni di Italiani di tutte le età, è anche un organismo fatto di territori: si associano al Cervi istituzioni, associazioni culturali e soprattutto enti locali. Grandi città (Roma, Milano, Firenze), provincie, regioni e soprattutto piccoli comuni dal Piemonte alla Sicilia. Ad oggi sono quasi 150 i soci ordinari dell’Istituto Cervi, compagni di strada raccolti negli oltre 40 anni di attività al servizio dei valori democratici, della storia del ’900, dello studio delle campagne italiane.

Casa Cervi rimane l’essenza della missione culturale (e statutaria) dell’Istituto. E’ il fulcro di una ampia aggregazione popolare che si riconosce nell’eredità antifascista, come dimostrano le 15.000 persone degli ultimi 25 aprile, e le “pastasciutte antifasciste”, rievocazione partecipatissima della festa dei Cervi per la caduta di Mussolini il 25 luglio ’43. Ma anche un laboratorio di educazione storica e divulgazione civile riconosciuto dal Ministero per l’Istruzione. Con la nuova costruzione della Biblioteca-Archivio “Emilio Sereni”, edificata nel 2008, ha portato sul podere dei Cervi un grande patrimonio di saperi e documenti, punta avanzata sullo studio del paesaggio, le sfide del governo del territorio, la conservazione dell’identità rurale italiana.

Casa Cervi, già nel 2012, è stata dichiarata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali:

”Sito di notevole interesse culturale e storico-artistico per la sua valenza storica ed architettonica, quale testimonianza esemplare dell’identità e della storia del Novecento, che a partire dal territorio reggiano, ha assunto un valore di patrimonio culturale conosciuto e condiviso nell’intera Nazione.”

In questo contesto nasce la Proposta di Legge per la dichiarazione di Casa Cervi quale Monumento Nazionale, rendendola a tutti gli effetti patrimonio simbolico e valoriale di tutti gli italiani.

Molti parlamentari hanno già firmato questa proposta.

Tutti i cittadini possono sostenere la dichiarazione di Casa Cervi a Monumento Nazionale.

Come?

Partecipando e firmando la PETIZIONE in favore della Legge.

scarica la Proposta di legge

Gaza aspetta la rappresaglia da: il manifesto

Israele celebra i funerali dei tre ragazzi uccisi, mentre il gabinetto di sicurezza decide le ritorsioni contro i palestinesi. Non tutti i ministri sono per l’offensiva militare invocata dalla destra

Funerali ieri di un giovane palestinese

Stessa gior­nata, stati d’animo diversi. Forte com­mo­zione in Israele, ten­sione lace­rante nei Ter­ri­tori occu­pati pale­sti­nesi. Israele ieri si è stretta intorno alle fami­glie di Naf­tali Fraen­kel, Eyal Yifrach e Gilad Shaar, i tre ado­le­scenti rapiti il 12 giu­gno e tro­vati morti due giorni fa vicino ad Halhul, in Cisgior­da­nia. Uccisi, dicono i ser­vizi di sicu­rezza, da una cel­lula di Hamas. La loro morte segna un intero paese: quando la ragione ormai vol­geva al pes­si­mi­smo, tanti cul­la­vano ancora la spe­ranza di vederli tor­nare a casa. Erano diven­tati i figli di tutti gli israe­liani. Però ieri, a poche decine di chi­lo­me­tri dal cimi­tero di Modiin, dove sono stati sepolti i tre ragazzi, pian­geva anche una fami­glia pale­sti­nese, quella di You­sef Abu Zagha, 17 anni, ucciso dal fuoco dei sol­dati entrati all’alba nel campo pro­fu­ghi di Jenin. Per il por­ta­voce dell’esercito You­sef era un «mili­tante di Hamas», col­pito per­ché aveva ten­tato di sca­gliare un ordi­gno. Una ver­sione che testi­moni pale­sti­nesi smen­ti­scono secc­ca­mente. Il ragazzo, dicono, non aveva bombe e si tro­vava in strada con altri gio­vani che urla­vano e lan­cia­vano sassi ai sol­dati israe­liani entrati nel campo profughi.

«Riposa in pace, figlio mio. Sen­ti­remo sem­pre la tua voce nei nostri cuori». Sono le parole con le quali Rachel Fraen­kel ha dato a Nof Aya­lon l’ultimo saluto al figlio Naf­tali durante la ceri­mo­nia che ha pre­ce­duto il fune­rale a Modiin al quale ha par­te­ci­pato l’intera lea­der­ship israe­liana: dal pre­si­dente uscente Shi­mon Peres a quello entrante Reu­ven Rivlin, al pre­mier Neta­nyahu, ai mini­stri, ai due rab­bini capi. Ana­lo­ghe ceri­mo­nie si sono svolte a Elad, dove viveva Eyal Yifrach, e nella colo­nia israe­liana di Tal­mon, vicino Ramal­lah, dove abi­tava Gilad Shaar. Ad ognuno dei riti ha par­te­ci­pato un mini­stro. A dif­fe­renza di Rachel Frankel, Uri Yifrach ha usato parole minac­ciose rivol­gen­dosi agli assas­sini del figlio. «Voi siete dei mal­fat­tori, la nazione di Israele ha pro­messo che il vostro giorno arri­verà», ha avver­tito evo­cando la rap­pre­sa­glia che l’opinione pub­blica israe­liana chiede a gran voce al governo Neta­nyahu. Israele la «farà pagare» ad Hamas ha pro­messo il mini­stro della difesa Moshe Yaa­lon. «Con­si­de­riamo Hamas respon­sa­bile del seque­stro e dell’omicidio, e sap­piamo come far­gliela pagare — ha detto — con­ti­nue­reno a dare la cac­cia agli assas­sini, non avremo tre­gua e non tace­remo fino a che non li avremo cat­tu­rati». L’interesse poli­tico ha avuto il soprav­vento su dolore e rab­bia. Yaa­lon ha pro­po­sto la costru­zione di una nuova colo­nia dedi­cata ai tre ragazzi uccisi, che dovrebbe sor­gere nell’avamposto di Gvaot, con­ge­lato nel 2002, a sud di Geru­sa­lemme. Una colo­niz­za­zione senza freni la chie­dono i set­tler israe­liani, unita, a una pesante puni­zione a tutti i palestinesi.

Israele sospetta del seque­stro Amar Abu-Eisha e Mar­wan Kawa­smeh, due pale­sti­nesi di Hebron, noti come mili­tanti di Hamas, che non hanno fatto ritorno a casa dal giorno del rapi­mento. La prova certa del loro coin­vol­gi­mento in effetti non è stata resa pub­blica ma l’esercito ha già demo­lito le loro abi­ta­zioni lasciando in strada i loro fami­gliari. Sono stati pub­bli­cati invece altri par­ti­co­lari delle fasi suc­ces­sive al seque­stro. Uno dei tre ragazzi ha effet­tuato, sia pure per pochi secondi, una tele­fo­nata al numero d’emergenza della poli­zia. Nella regi­stra­zione dif­fusa si sente la voce di Ghi­lad Shaar che dice «Sono stato rapito» seguita da una inti­ma­zione, in ebraico con accento arabo: «Giù la testa, abbassa la testa». Poi gli echi sof­fo­cati di quelli che potreb­bero essere cinque-sei colpi di pistola. A que­sto punto qual­cuno alza a tutto volume la radio dell’automobile e la con­ver­sa­zione si tronca. Una chia­mata che, secondo gli inve­sti­ga­tori, avrebbe allar­mato i rapi­tori che, cre­den­dosi ormai indi­vi­duati, hanno ucciso subito i ragazzi, si sono libe­rati dei loro corpi nei pressi di Halhul e hanno dato fuoco all’automobile usata per il rapi­mento allo scopo di far per­dere le tracce. Invece la poli­zia non aveva dato cre­dito a quella tele­fo­nata e l’allarme è scat­tato solo quando le fami­glie hanno denun­ciato che i tre ado­le­scenti non ave­vano fatto ritorno a casa. Una delle ipo­tesi delle auto­rità è quella di un seque­stro andato «storto».

Le inten­zioni dei rapi­tori con ogni pro­ba­bi­lità erano quelle di scam­biare i tre ado­le­scenti con pri­gio­nieri poli­tici pale­sti­nesi e non di ucci­derli. Ieri sera al ter­mine di una gior­nata segnata dagli appelli della destra israe­liana ad appro­vare una mas­sic­cia ope­ra­zione mili­tare con­tro i pale­sti­nesi – il mini­stro degli esteri Lie­ber­man ha insi­stito per rioc­cu­pare Gaza – e da aggres­sioni ten­tate e rea­liz­zate a danno di alcuni pale­sti­nesi, Neta­nyahu era atteso ad un incon­tro con la stampa. «Dob­biamo pren­dere gli assas­sini, quelli che hanno par­te­ci­pato al rapi­mento e all’uccisione», ha pro­cla­mato, aggiun­gendo che Israele con­ti­nuerà a por­tare avanti le sue ope­ra­zioni con­tro le strut­ture di Hamas in Cisgior­da­nia e a Gaza. Nell’esecutivo gli orien­ta­menti ieri erano diversi. Alcuni, gui­dati dall’ultranazionalista Naf­tali Ben­nett, spin­ge­vano per l’avvio di un’offensiva mili­tare, con­tro Gaza e in Cisgior­da­nia. Altri, appog­giati da Neta­nyahu, pro­po­ne­vano una rea­zione più con­te­nuta. A pagare in ogni caso saranno soprat­tutto i civili palestinesi.

“C’è un altro modo per riformare il Senato” intervento di Carlo Smuraglia sull’Unità

l'Unità - 2 luglio 2014(4)

Le ragioni della “Grande Guerra” da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 01-07-14 – n. 505

Emiliano Cervi | senzatregua.it

28/06/2014

Il 28 giugno ricorre il centenario dall’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando, a Sarajevo, ad opera di Gavrilo Princip, giovane studente serbo affiliato all’organizzazione nazionalista segreta e pan-slava della “Mano nera”: sarà il casus belli  che porterà alla deflagrazione del conflitto che viene generalmente riconosciuto come il più terribile, sanguinoso ed insensato che l’umanità abbia mai conosciuto, un passaggio storico che verrà ricordato come uno spartiacque. Esisterà un “prima” ed un “dopo” la carneficina che irrorerà di sangue l’Europa intera. Come la definì successivamente Harold Begbie,  autore e giornalista inglese che durante il conflitto pubblicò numerosi poemi propagandistici per l’intervento armato, la guerra era stata “un tale scempio di massacri, una tale anarchia indiscriminata di uccisioni e mutilazioni, una tale oscenità di folli carneficine, quale nessun uomo aveva mai visto fin dall’inizio dei tempi”.

Sarà un passaggio storico che influenzerà e determinerà molti eventi importanti, come vedremo in seguito. Diventa necessario quindi fare uno sforzo per comprendere correttamente il contesto e le cause che portarono alla guerra, immedesimandosi con la gioventù di allora e cercando di comprenderne il sacrificio e la sofferenza, ma soprattutto per imparare una lezione che è più complessa di quanto possa apparire. Il lavoro si suddividerà in tre parti: la prima riguardante la situazione europea nei primi anni del XX secolo, il gioco di alleanze, gli interessi economici ( e quindi gli scontri ) tra le grandi potenze imperialiste e il ruolo dei partiti socialisti. Seguirà una trattazione più incentrata sullo svolgimento delle operazioni militari, il ruolo dell’Italia e le testimonianze dei soldati dal fronte, per terminare infine con una valutazione più generale sull’esito del conflitto mondiale, gli scenari che esso ha aperto e l’esempio della rivoluzione bolscevica.

Finisco questa breve introduzione con una riflessione personale: mi sembra,  e me ne convinco sempre più studiando e approfondendo l’argomento, che lo scenario europeo di inizio XX secolo presenti delle analogie evidenti ( e a mio modo di vedere, inquietanti ) con la situazione odierna. Naturalmente fatte le debite differenze come stili di vita, costumi e progresso tra i due contesti, ritengo che il paragone sia fattibile: lo scenario di un mondo multipolare in cui le grandi potenze imperialiste si sfidano a livello globale per il controllo delle risorse economiche, le crisi locali che aumentano la tensione e il livello di scontro tra questi grandi attori e ultimo ma non ultimo l’evidente difficoltà teorica e di comprensione delle dinamiche della società da parte della maggior parte dei partiti comunisti. Invito il lettore a tenere con se e a considerare, mentre si affronterà una delle pagine più sanguinose e terribili della storia dell’Umanità, questa mia riflessione, che se riterrà corretta non può che portare ad un urgenza, per così dire “gramsciana”: la necessità di istruirci e di organizzarci .Credo che il FGC abbia intrapreso con impegno e coraggio, tra mille difficoltà, questa strada.

La “Grande guerra”, un conflitto annunciato 

“Non è possibile alcuna altra guerra per la Prussia-Germania, eccetto una guerra mondiale e una guerra mondiale di un’estensione e di una violenza davvero finora impensabili, in cui da otto a dieci milioni di soldati si massacreranno l’un l’altro e nel fare questo devasteranno l’intera Europa finché non l’avranno resa più spoglia di quanto qualsiasi sciame di locuste abbia mai fatto. La devastazione della guerra dei Trent’anni concentrata in soli tre o quattro anni e distribuita sull’intero continente; fame, pestilenza, disperazione generale di entrambi gli eserciti e di tutte le persone civili, causata da un grande dolore; disperata confusione dei nostri meccanismi nel commercio, nell’industria e nei crediti bancari, per finire in una bancarotta generale, nel collasso dei vecchi Stati e della loro tradizionale saggezza statale, fino al momento in cui le corone rotoleranno a dozzine sui pavimenti e non ci sarà nessuno a raccoglierle. E’ assolutamente impossibile prevedere come andrà a finire e chi uscirà vittorioso dallo scontro; solo una cosa è assolutamente certa: lo sfinimento generale e lo stabilirsi delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia”.  Friedrich Engels, 1887

Praticamente con ventisette anni di anticipo, Friedrich Engles tratteggia lo scenario apocalittico che contraddistinguerà la Grande guerra, la distruzione e la violenza mia conosciuta fino ad allora e soprattutto le condizioni per la “vittoria finale” della classe operaia e l’instaurazione della dittatura del proletariato: pochissimi a quel tempo previdero con  precisione il futuro. No, Friedrich Engels non era un mago da fiera, nè un pazzo visionario: era “semplicemente”, insieme a Karl Marx, il fondatore del socialismo scientifico! Non si è trattato quindi di una previsione ma di un’analisi scientifica dei meccanismi economici e poi politici che regolano la società capitalista, oggi come allora: ed è quindi nel solco di questa grande arma di analisi e interpretazione che  cercherò di muovermi.

L’Europa e le grandi potenze imperialiste

E’ indubbio che lo stato più potente, che poteva contare sullo sfruttamento di numerose colonie in tutto il mondo, di ricchissimi traffici e rotte commerciali e che vantava la migliore marina militare fosse la Gran Bretagna: maggior disponibilità finanziaria, un sistema produttivo all’avanguardia e bilancia commerciale che segnava sempre enormi avanzi commerciali, facevano del Regno britannico l’imperialismo dominante e più influente di tutto il XIX secolo, apprestandosi a diventarlo ( teoricamente ) anche in quello successivo. Naturalmente anche gli altri paesi del continente presentavano dati di crescita importanti ma che non raggiunsero il livello di quello britannico fino almeno a metà 1913. A questo proposito può venirci in aiuto, anche graficamente, l’andamento del PIL ( indicatore magari non eccessivamente rigoroso ma certamente indicativo ) preso in esame dal 1900 fino al 1914: risulta immediatamente evidente come in termini esclusivamente economici siano gli USA i veri outsider in questo confronto tra le varie potenze. Tralasciamo però l’analisi su questo paese in forte crescita, per il ruolo relativo e marginale che ha avuto negli equilibri pre-bellici mentre ci soffermeremo sulle dinamiche tutte europee.  Gli inglesi avevano ovviamente tutto l’interesse a fare in modo che la situazione rimanesse quella di inizio secolo: ogni scontro e rivalità imperialista nel continente sarebbe stata fondamentale per indebolire i suoi “concorrenti” e per rimanere egemone a livello globale. Tutta la politica e la diplomazia britannica si sono mosse in questo senso praticamente fino a qualche giorno prima dell’inizio del conflitto, nell’agosto del 1914.

Quello che spaventava oltremanica era infatti la possibilità che nello scontro inter-imperialista un solo grande paese europeo ( fosse esso la Germania, quanto la Francia o l’odiata Russia ) potesse avere la meglio dei propri rivali e costituire così una sfera di influenza in tutta Europa che sarebbe stata a quel punto un rivale difficilmente affrontabile, sotto ogni punto di vista. Per questo motivo la poderosa crescita del capitalismo prussiano spaventa e non poco. La Germania del Kaiser Guglielmo è un misto di militarismo sfrenato, di grandi gruppi industriali e di una classe aristocratica terriera ( gli  Junker ) in lento declino ma ancora capace di far valere il proprio peso nell’agenda politica del Paese.

Già sul finire del secolo l’imperialismo tedesco incomincia ad eguagliare i livelli di quello britannico, se non per estensione territoriale e rete commerciale, sicuramente dal punto di vista produttivo e militare. Ma come dicevo in precedenza, questa rivalità era comunque accettata dall’impero britannico e non erano rare ( basti pensare al progetto della ferrovia Berlino-Baghdad cui parteciparono capitali anglo-tedeschi ) le collaborazioni o addirittura le spartizioni di colonie e territori. In tutto ciò è utile ricordare come la famiglia reale inglese fosse imparentata con quella dell’imperatore tedesco e che la formazione militare dei generali prussiani sovente ebbe luogo al di là della Manica: sicuramente, a discapito di una vulgata popolare ormai abbastanza consolidata, non v’erano sentimenti anti-tedeschi o anti-inglesi che avrebbero potuto avere un ruolo determinante nella scelta delle alleanze e nei destini della guerra .

Piuttosto la grande paura del II° Reich si rivolgeva ad est: la Russia degli Zar, con i suoi territori sconfinati, con milioni e milioni di soldati, con un’economia che stava incominciando velocemente a diventare più moderna ( poche erano però le città che presentavano un apparato industriale simile a quello delle città europee, quelle in cui poi successivamente la classe operaia costruì le basi della Rivoluzione ). Era convinzione diffusa che una continua crescita avrebbe portato inevitabilmente ad uno scontro di interessi inconciliabile tra i due paesi: da decenni i generali tedeschi preparavano piani di guerra rivolti verso il gigante russo, che da par suo intensificava lo sfruttamento delle risorse dei suoi possedimenti, schiacciava sotto il  suo tallone tutte le numerose popolazioni che componevano l’impero, perfezionava l’oppressione di classe nei confronti di una nascente classe operaia e dava battaglia, dai suoi confini occidentali fino a quelli orientali, per l’occupazione di importanti territori strategici da un punto di vista militare ed economico ( dalla Crimea fino alle steppe mongole e alla Cina ). Era latente lo scontro sotterraneo e per il momento soltanto diplomatico tra queste due potenze. La Russia dei Romanov era consapevole in ogni caso della forza dell’imperialismo tedesco: anche in questo senso va intesa l’alleanza militare con la Francia, già più volte umiliata dalla Prussia negli anni precedenti, e la sua volontà di espandere la propria influenza ad est, scontrandosi prevedibilmente con l’impero giapponese.

La guerra che ne conseguì, nel 1905, evidenziò alcuni punti fondamentali: in primo luogo l’esercito russo, sconfitto senza appello da quello giapponese, non era in grado di competere con gli eserciti più preparati e equipaggiati come quello tedesco; inoltre la crescente inconciliabilità di interessi tra le grandi potenze poteva risolversi soltanto con la forza. La guerra russo-giapponese era rimasta confinata ad un livello “locale” ma se un conflitto fosse deflagrato nel cuore dell’Europa sarebbe diventato di portata mondiale: di questo tutte le diplomazie occidentali ne erano convinte e consapevoli. La Francia, come accennato, nonostante l’umiliazione subita e la perdita dell’Alsazia e della Lorena aveva fatto registrare anch’essa una crescita importante, dovuta in primis allo sfruttamento delle colonie africane ed asiatiche, anche se non ai livelli anglo-tedeschi, che non furono mai raggiunti. Il governo francese e lo stato maggiore dell’esercito erano però pronti a mobilitare milioni di soldati in chiave antitedesca, per riprendersi quanto perduto ( due regioni industriali ricche di materie prime come detto in precedenza ) ed eliminare un concorrente in costante ascesa e decisamente pericoloso che metteva in discussione e a repentaglio i possedimenti extraeuropei,  di cui le ripetute crisi marocchine di inizio secolo erano state un’avvisaglia.

Chi invece, nello stadio finale del capitalismo, della fusione dei capitali finanziari con quelli industriali, ormai segnava il passo erano gli imperi austro-ungarico e quello ottomano. Non certo per estensione territoriale o per mancanza di un esercito numeroso ma per l’evidente debolezza della propria economia, assolutamente non paragonabile a quella degli altri paesi imperialisti. Come possiamo evincere dal grafico, nemmeno sommando il PIL di Austria e Ungheria, l’impero asburgico raggiunge i livelli del Regno d’Italia trainato dal Nord industriale. Non sarà un caso che l’evento scatenante della guerra si verificherà, mettendo in moto il meccanismo delle alleanze, nella periferia dell’Europa, in quella parte dei Balcani amministrati dall’impero asburgico e mai domi, tra sentimenti indipendentisti e di fratellanza slava con l’impero russo.

Come abbiamo visto quindi, non si trattò di un evento che colse di sorpresa le grandi potenze, che più di una volta si erano trovate sull’orlo di crisi poi risolvibili tramite le diplomazie: durante questa fase di vera e propria colonizzazione del mondo risultava più conveniente l’accordo rispetto allo scontro e lo sfruttamento condiviso di interi territori. Basta guardare la carta sottostante per rendersi conto di come l’imperialismo allungava i suoi tentacoli nei più remoti angoli della terra ma di come, allo stesso tempo, il “cuore” di questo conflitto si trovava esattamente nel continente europeo.

Crisi diplomatiche e a volte veri e propri conflitti in Africa (Marocco, Sudan,Africa equatoriale, etc), in Asia ( Cina, Corea, Sud-est asiatico), nelle Americhe (dove gli Stati Uniti, nel loro splendido isolamento aldilà dell’oceano, conquistavano pezzo per pezzo quello che restava dell’impero spagnolo ormai in declino ) e nell’Europa stessa ( Crimea e Balcani ). Le alleanze che seguirono furono quindi frutto, oltre che inevitabilmente ai rapporti di forza che si venivano creando, della volontà di mantenere un equilibrio che permettesse a tutte le grandi potenze di poter continuare la rapina delle risorse delle colonie.

A supporto di questa tesi, riporto questi dati che possono aiutarci a valutare meglio le dinamiche dei capitali.

Alla fine del XIX vi era una notevole integrazione nei mercati internazionali del capitale, dovuta sia al progresso tecnologico sia alla collaborazione ( oggi diremmo integrazione ) tra le varie istituzioni dei paesi occidentali: il capitale si presentava perfettamente mobile ( cioè in grado di essere investito senza particolari difficoltà ) e flessibile ai differenziali dei saggi di rendimento tra le nazioni. Se andiamo a scomporre il dato degli investimenti in Europa e nel resto del mondo troviamo una differenza evidente: se Francia e Germania investono più del 50% dei capitali nel vecchio continente la Gran Bretagna si comporta in modo diametralmente opposto. Significa che i capitali franco-tedeschi trovano il modo di dare i loro frutti continuando a sfruttare la forza lavoro del continente, quella classe operaia sempre più numerosa e minacciosa; al contrario di quanto avveniva nella madrepatria del Regno britannico, dove invece i tassi di rendimento per gli investimenti nazionali continuava a decrescere. Aiutandoci con questa semplificazione grafica del mercato dei capitali in quel periodo possiamo notare come il saggio di rendimento europeo ( re) sia minore di quello del “Nuovo mondo” ( rnw ). In un mercato perfettamente integrato, a livello mondiale e non solo europeo questo saggio si attesterebbe su ( r*) ma non essendolo ecco che possiamo individuare l’esportazione di capitale in F.

Trova conferma la teoria leninista per cui le colonie diventano necessarie per continuare ad assicurare al capitale, e alla classe borghese che li detiene, un adeguato tasso di profitto che non sarebbe più raggiungibile altrimenti: e questo, per l’Imperialismo, val bene una guerra. Si potrebbero sottolineare altri aspetti interessanti analizzando questi dati, come per esempio la quantità di capitale tedesco investito negli Stati Uniti, che entreranno in guerra contro il Reich nel corso della guerra, e addirittura in Russia: oppure specularmente di come capitali francesi fossero presenti in ingenti quantità nel campo “nemico”, in Austria-Ungheria così come in Turchia. Ciò dimostra, a mio modo di vedere, come le motivazioni di questo conflitto ( e volendo generalizzare, di quelli passati e futuri ) non siano stati dettati solo da sentimenti nazionalisti e patriottici come la propaganda e una certa “storia” preconfezionata vogliono farci credere: chi deteneva il Capitale, i grandi banchieri e i grandi industriali di tutte le borghesie dei paesi imperialisti, non si facevano certo problemi di etnie e nazionalità nel decidere quale investimento sarebbe stato il più fruttuoso e quale il popolo da sfruttare maggiormente:

“La febbre degli armamenti ha da molto tempo invaso la “società” inglese ed il governo inglese, proprio come quelli francese, tedesco, ecc. […] I suoi cantieri (Vickers, Armstrong, Brown e altri) godono di una fama mondiale. Essa e altri paesi spendono centinaia e migliaia di milioni per preparare la guerra; […] E tra gli azionisti e i direttori dei cantieri navali, delle fabbriche di polvere da sparo, di dinamite, di cannoni, ecc. vi sono ammiragli e famosissimi uomini di Stato inglesi di tutti e due i partiti, sia il conservatore sia il liberale. Una pioggia d’oro cade direttamente nelle tasche dei politici borghesi, che costituiscono una compatta cricca internazionale la quale incita i popoli a competere in fatto di armamenti e tosa questi popoli crudeli, stolti, ottusi e sottomessi come si tosano le pecore! […]

L’Inghilterra fa parte della Triplice Intesa, nemica della Triplice Alleanza. L’Italia fa parte della Triplice Alleanza. La celebre ditta Vickers (Inghilterra) ha succursali in Italia. Gli azionisti e i direttori di questa ditta (per mezzo dei giornali venduti e dei “faccendieri” corrotti dal parlamento, poco importa se conservatori o liberali), tentano di scagliare l’Italia contro l’Inghilterra e viceversa. Quanto al profitto, lo riscuotono sia dagli operai inglesi che dagli operai italiani, e scorticano il popolo dei due paesi.

I ministri e i deputati conservatori e liberali partecipano quasi tutti a queste ditte. Una mano lava l’altra. […] Lo stesso, naturalmente, avviene in tutti i paesi capitalistici. Il governo è un comitato di commessi della classe dei capitalisti che viene pagato bene. I commessi sono essi stessi degli azionisti. E tutti insieme tosano le pecorelle al frastuono di roboanti discorsi sul “patriottismo”… (Lenin, Gli armamenti e il capitalismo)

L’unico argine possibile al conflitto mondiale: il ruolo dei socialisti 

Quella presunta utopia che terrorizzava le case reali europee, regni ed imperi, si aggirava sempre più per l’Europa e non si trattava certo di uno spettro. Partiti socialisti ed organizzazioni operaie erano sorte in tutto il continente, sotto l’influenza diretta delle idee rivoluzionarie di Karl Marx e Fridrich Engles e del loro “Manifesto del Partito comunista”. Non solo,  queste organizzazioni  riunite tutte nella II^ Internazionale ( di fatto guidate dalla socialdemocrazia tedesca) avevano conquistato col passare del tempo, anche una forte rappresentanza politica e larghissimo consenso e riconoscimento nella classe lavoratrice. Riporto questi dati sulla rappresentanza politica perché penso possano dare l’idea del peso reale dei socialisti nell’Europa di inizio secolo: la prima tabella ci ricorda che il diritto di voto era riservato ad una ristretta cerchia della popolazione ( quella borghese) e che solamente col passare del tempo, e delle lotte dei lavoratori, pian piano questo diritto si era allargato ad altre fasce della popolazione senza mai arrivare al suffragio universale.

Nonostante tutto però i socialisti erano riusciti a conquistare diversi seggi alle elezioni, tanto che in Germania potevano vantare addirittura il 34,8% dei voti, cosa che fece dell’SPD, oltre che un protagonista della politica interna del Reich, anche il partito cardine della seconda internazionale che in quegli anni aveva elaborato una posizione comune contro ogni possibile conflitto tra le potenze europee.La posizione concordata da tutti gli aderenti alla seconda internazionale era riassunta nelle risoluzione adottata a Basilea nel 1912, come Lenin ricorderà, a guerra ormai già iniziata:

“Il manifesto sulla guerra, accettato all’unanimità a Basilea nel 1912, si riferisce proprio alla guerra fra l’Inghilterra e la Germania ed i loro rispettivi alleati attuali, che scoppiò poi nell’anno 1914. Il  manifesto dichiara apertamente che nessun interesse del popolo può giustificare una simile guerra,  condotta per i profitti dei “capitalisti ed a vantaggio delle dinastie”, sul terreno della politica  imperialista di rapina delle grandi potenze. Il manifesto dichiara apertamente che la guerra è  pericolosa “per i governi” (tutti, senza eccezione), rileva il loro timore di una “rivoluzione  proletaria”, cita con la massima precisione l’esempio della Comune del 1871 e dell’ottobre-dicembre  del 1905, cioè l’esempio della rivoluzione e della guerra civile. In tal modo il manifesto di Basilea fissa, proprio per questa guerra, la tattica della lotta rivoluzionaria degli operai su scala  internazionale contro i propri governi, la tattica della rivoluzione proletaria. Il manifesto di Basilea  ripete le parole della risoluzione di Stoccarda , e cioè che in caso di guerra, i socialisti devono sfruttare la “crisi economica e politica” che ne deriva per “affrettare l’eliminazione del dominio di  classe capitalistico”, cioè di sfruttare le difficoltà che la guerra crea ai governi e l’indignazione delle masse, ai fini della rivoluzione socialista.” Lenin, Il socialismo e la guerra

Questa risoluzione fu completamente tradita dalla maggior parte delle socialdemocrazie europee e trainate dall’esempio di quella tedesca ( solamente casi isolati, come l’unico deputato socialista serbo, una minoranza dei socialdemocratici russi o in un primo momento il Partito Socialista Italiano votarono contro i crediti di guerra ) si affrettarono a votare i crediti di guerra necessari allo scoppio del conflitto, macchiandosi così di tradimento nei confronti delle loro stesse risoluzioni e soprattutto nei confronti delle masse lavoratrici che furono gettate come “carne da cannone” nei campi di battaglia e nelle trincee che segnavano i fronti tra le potenze imperialiste in armi.

Può sembrare un ruolo marginale, quello delle avanguardie della classe lavoratrice: si può sempre pensare che in qualche modo i crediti di guerra sarebbero stati votati lo stesso, con qualche artificio tipico delle democrazie borghesi. Certamente questo è plausibile ma non nega l’essenza del problema: i paesi imperialisti, più di qualsiasi avversario e rivale sullo scenario internazionale, avevano paura della sollevazione in armi delle grandi masse popolari guidate dai partiti socialdemocratici. Erano consapevoli, traendo le giuste conclusioni dalla prima grande esperienza rivoluzionaria ( la Comune di Parigi del 1871, poi soffocata nel sangue), che il pericolo reale si trovava “in casa”. Non era un mistero, come abbiamo visto il programma della Seconda Internazionale lo dichiarava pubblicamente!

Se da un lato si metteva in pratica una dura repressione nei confronti dei militanti sindacali e socialisti, dall’altro i governi europei cercavano di blandire, di corrompere quella che verrà poi definita l'”aristocrazia operaia”, ovvero i dirigenti di maggior spicco di queste organizzazioni. Entrambe le politiche diedero i frutti sperati, chi detiene il monopolio della forza ( lo Stato ) lo usa contro i propri avversari politici. Quello che in ogni caso è evidente e non ascrivibile alle azioni dei governi europei è però l’abbandono totale di ogni teoria rivoluzionaria da parte di quei partiti e dei loro dirigenti, convinti di poter diventare un rappresentante politico “affidabile” agli occhi dello “Stato”, di poter concorrere alla politica nazionale e di ottenere un riconoscimento  istituzionale. Che era soltanto quello che si auguravano i grandi capitalisti, le banche e i proprietari terrieri: la smobilitazione delle masse in senso rivoluzionario per la difesa della “patria”. Così Lenin rispondeva ai socialisti che avevano tradito l’Internazionale:

“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (e precisamente con mezzi violenti). Questa celebre espressione appartiene ad uno dei più profondi scrittori di problemi militari, Clausewitz . Giustamente i marxisti hanno sempre ritenuto questa tesi come la base teorica per intendere il significato di ogni guerra concreta. Marx ed Engels hanno sempre considerato le varie  guerre precisamente da questo punto di vista. Applicate questa teoria alla guerra attuale. Vedrete che, nel corso di decenni, di quasi mezzo secolo, i governi e le classi dominanti in Inghilterra in Francia, in Germania, in Italia, in Austria, in Russia hanno condotto una politica di depredazione delle colonie, di oppressione di altre nazioni, di soffocamento del movimento operaio. Appunto tale politica – e soltanto essa – ha la sua continuazione nella presente guerra. […]Basta ricordare che la guerra attuale è la continuazione della politica delle “grandi” potenze e delle classi fondamentali nell’interno di esse, per vedere subito la stridente antistoricità, la falsità e l’ipocrisia dell’opinione secondo la quale l’idea della “difesa della patria” sarebbe giustificabile in questa guerra.” Lenin, Il socialismo e la guerra

Gli esiti delle lotte di classe condotte in ogni paese avevano allora importanza non solo nazionale ma influivano addirittura nello scenario internazionale. Pensiamo per esempio alla neutralità italiana che si protrasse fino al 1915: la scelta di accettare un’alleanza piuttosto che un’altra ( sia l’Intesa che l’Alleanza proponevano la spartizione di territori e regioni intere) presentava rischi, dovuti sia all’esito della guerra che all’affidabilità di chi li proponeva. Ma la propaganda e la mobilitazione dei socialisti italiani cresceva, rimanere fuori dal conflitto avrebbe dato forza maggiore al Partito Socialista e alle masse lavoratrici in ottica rivoluzionaria. Quale fosse il rischio più temuto, la borghesia italiana lo dimostrò velocemente: non fidandosi delle promesse del Kaiser Guglielmo e rivendicando le terre irridente, l’Italia dichiarerà guerra all’Austria-Ungheria aprendo un fronte che risulterà decisivo negli equilibri della grande guerra. 

Fonti oltre a quelle già citate nell’articolo:
Kevin H.O’Rourke, Jeffrey G.Williamson, Globalizzazione e storia – L’evoluzione dell’economia atlantica nell’ottocento
Mario Isneghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra
Roberto Raja, La Grande Guerra
Gian Enrico Rusconi, 1914: attacco a occidente
Niall Ferguson, Il grido dei morti

Il tempo di Pepe Mujica Fonte: Pop Off | Autore: Erri De Luca

Erri De Luca presenta la prima biografia in italiano di Pepe Mujica, ex guerrigliero e presidente dell’Uruguay: “Il presidente impossibile”

Il 1900 è stato il secolo delle rivoluzioni. Con questa radicale for­mula politica sono state rovesciate tirannie e imperi coloniali, si sono armate resistenze contro invasioni e si sono riscattate indipen­denze. Dall’Asia, all’Africa, alle Americhe, passando per Europa e Oceania, il mondo è stato riscritto dalle rivoluzioni. L’unica terra emersa non coinvolta è stata l’Antartide. Ne scrivo per esperienza diretta. Ho fatto parte dell’ultima genera­zione rivoluzionaria del 1900, nell’organizzazione Lotta Continua. Negli anni settanta la sinistra non parlamentare d’Italia era retro­via di molti movimenti rivoluzionari. Ospitammo e sostenemmo materialmente militanti delle lotte armate provenienti da tutte le parti del mondo. Un caso per tutti: Lotta Continua promosse sul suo giornale quotidiano una pubblica raccolta di fondi per fornire armi al MIR, i rivoluzionari cileni, dopo il colpo di stato militare che aveva rovesciato il governo Allende. Fu raccolta una somma considerevole per l’epoca, che fu messa nelle mani di un esponente di quel movimento, poi ucciso dalla dittatura. La figura professionale del 1900 è stata il rivoluzionario, due le sue prospettive di carriera: presidente o bandito. In qualche caso i due destini hanno coinciso. L’esempio più celebrato è quello di Nelson Mandela, dirigente della lotta armata di liberazione del suo paese, rinchiuso per decenni come terrorista e bandito, poi eletto presi­dente. Lui racchiude l’esemplare carriera politica del 1900. Vita parallela è quella di PepeMujica. A differenza di Mandela, la sua è in pieno svolgimento e illumina il secolo in corso, il duemila dopo Cristo, o, come preferisco dire, il 410 d.C., dopo Chisciotte, data di sua prima pubblicazione. È successo al secolo delle rivoluzioni di saltare, come Chisciotte, in groppa a un mucchio di suoi Ronzinante e spronarli contro ingiu­stizie immense e forze soverchianti. Nell’urto sproporzionato si sono consumate le generazioni ma il bilancio è attivo. I Ronzinante han­no prevalso, Chisciotte, cioè la rivoluzione indomita e visionaria, ci vedeva giusto e lontano. Il pessimismo dei Sancho Panza, il loro op­portunismo aveva torto. Chisciotte, ovvero la rivoluzione del 1900, è stato “il cavaliere invincibile degli assetati”, secondo la definizione scritta da Nazim Hikmet, poeta turco a lungo prigioniero politico. Pepe Mujica è il compagno che ognuno avrebbe voluto a fianco e che molti hanno conosciuto sotto diversi nomi. La sua vicenda prima che politica è sentimentale, perché fondata sul primo sentimento che affiora alla coscienza: la giustizia. La prima obiezione di un bam­bino, la sua prima critica agli adulti ha questa formula: non è giusto. È il suo primo segnale di coscienza indipendente. La formazione di un carattere rivoluzionario inizia da un urto e da una compassione. I tupamaros di Raúl Sendic sono stati esempio entusiasmante di lotta armata popolare, con le loro azioni rivolte a suscitare il mas­simo di consenso e realizzando il massimo di critica e di denuncia del sistema di corruzione al potere. La notizia delle loro imprese dilagava negli anni settanta in tutto il mondo e faceva dell’Uruguay un punto di riferimento. Sotto la dittatura militare hanno scontato la pratica rivoluzionaria con la rappresaglia carceraria. Per la durata di tre Olimpiadi le loro vite sono state rinchiuse nel buio di uno stanzino sigillato. Le tortu­re, dalle percosse a quella della sete che spingeva a bersi le urine, han­no schiacciato i loro corpi per dodici anni, quattromila giorni senza sapere nemmeno che ora fosse, senza poter scambiare una parola: se questo è un uomo? Sì, questo è un uomo, uno che non si è disinte­grato dentro uno dei peggiori tritacarne del secolo dei rivoluzionari. Poi nel primo contatto con l’aria senza sbarre, la libertà fu essere scaraventati fuori dal passato e dovere imparare da zero il presente, studiarlo come il meccanismo di un orologio smontato, cercando di rimontare i pezzi. Pepe Mujica in quei giorni di convalescenza dalla clausura scrive gli articoli della sua nuova cittadinanza, fondata sulla fedeltà alla prima. A inizio della sua costituzione scrive: niente odio. Questo è il presidentePepe Mujica e il suo nuovo Uruguay democra­tico che insieme inaugurano il tempo moderno e il futuro praticabile. A me lettore di queste pagine fa venire voglia urgente di andare a vederlo.

Syriza italiana – Garanti e intellettuali, giù dal piedistallo Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Liguori*

L’articolo di Piero Bevi­lac­qua(il mani­fe­sto, 28 giu­gno), ha il merito di ricor­dare alcuni temi che sono di fronte all’insieme di forze che hanno dato vita alla bella espe­rienza della Lista Tsipras.Alcune ipo­tesi che egli for­mula per con­ti­nuare que­sta espe­rienza mi sem­brano però lon­tane dalla realtà che abbiamo vis­suto negli ultimi mesi. Il prin­ci­pale punto che egli affronta riguarda il ruolo dei “garanti” e il suo futuro. Nes­suno nega che l’iniziativa “gia­co­bina” da essi assunta abbia avuto il merito di ren­dere pos­si­bile una coa­li­zione di forze altri­menti dif­fi­cile da rea­liz­zare (pur non dimen­ti­cando che sarebbe potuta essere più vasta, senza pre­clu­sioni ingiu­ste e che si è rischiato di pagare caro).

Piero Bevi­lac­qua però scrive che i “garanti” sono «un gruppo di per­so­na­lità intel­let­tual­mente auto­re­voli… al di sopra di ogni sospetto che può costi­tuire la garan­zia e il cen­tro di attra­zione, una sorta di ’nucleo nobile di rap­pre­sen­tanza’ di una nuova for­ma­zione poli­tica», sia pure rivi­sto e ampliato rispetto a quello ini­ziale. Si pro­pone in un sol colpo l’estensione senza limiti della “situa­zione emer­gen­ziale” in cui è nata la Lista e la tra­spo­si­zione a sini­stra della logica del “governo dei tec­nici”, qui ribat­tez­zati “per­so­na­lità intel­let­tual­mente auto­re­voli”. Senza dire di una rap­pre­sen­tanza che si pro­clama tale in quanto si auto­de­fi­ni­sce “nobile”.
Senza sco­mo­dare Ros­sana Ros­sanda, che ebbe a scri­vere giu­sta­mente (e lo ricordo anche tenendo conto della lezione di Gram­sci, tanto spesso frain­tesa) che gli intel­let­tuali non pos­sono pre­ten­dere uno sta­tus pri­vi­le­giato ma sono, sul piano della for­ma­zione della volontà poli­tica col­let­tiva, sem­plici com­pa­gni tra i com­pa­gni. Voglio par­tire dall’esperienza a cui ho par­te­ci­pato nell’Università della Cala­bria, dove inse­gno, nella con­vin­zione che essa sia tutt’altro che unica e iso­lata. Ebbene, il comi­tato di soste­gno alla Lista Tsi­pras che abbiamo for­mato alla Uni­cal ha visto par­te­ci­pare a pari titolo docenti, stu­denti, ricer­ca­tori pre­cari e altre com­pa­gne e altri com­pa­gni (a nes­suno, in ogni caso, è stato chie­sto il discu­ti­bile titolo di “intel­let­tuale auto­re­vole”). È stata una espe­rienza non set­ta­ria, mobi­li­tante, inclu­siva, coin­vol­gente, gene­rosa. Va aggiunto che parte fon­da­men­tale in essa hanno avuto i mili­tanti delle for­ma­zioni poli­ti­che esi­stenti (in primo del Prc, ma non solo), che si sono let­te­ral­mente messi al ser­vi­zio di can­di­dati anche non del loro par­tito, ospi­tan­doli, por­tan­doli in giro, orga­niz­zando per loro incon­tri e ini­zia­tive. Senza il Prc e senza Sel non si sareb­bero nean­che rac­colte le firme neces­sa­rie per pre­sen­tare le liste. E lo dice uno che dopo la morte del Pci, non è più stato iscritto a nes­sun partito.

Ora, il pro­blema è il seguente: le migliaia di com­pa­gne e com­pa­gni che, ovun­que in Ita­lia, hanno con la loro mobi­li­ta­zione reso pos­si­bile il risul­tato del 25 mag­gio devono essere posti sotto tutela, entrando a far parte di una nuova forza poli­tica in nuce (la cui strut­tura è tutta da discu­tere), che comun­que dovrà essere diretta da “intel­let­tuali auto­re­voli” auto­pro­cla­ma­tisi tali e pro­cla­mati “nucleo nobile di rap­pre­sen­tanza”? Se, come Bevi­lac­qua sostiene, essi sono da tutti rico­no­sciuti come punto di rife­ri­mento (gruppo diri­gente), si sot­to­pon­gano a una ovvia veri­fica demo­cra­tica della base. Per evi­tare le fal­li­men­tari espe­rienze del pas­sato, il prin­ci­pio è quello della nomina dal basso, secondo il prin­ci­pio “una testa un voto”. Altre strade non riu­sci­reb­bero a non essere o a non appa­rire auto­ri­ta­rie ed elitarie.

Anche sugli altri impor­tanti temi sol­le­vati da Bevi­lac­qua si dovrà tor­nare: dal pro­blema non banale della lea­der­ship nella poli­tica odierna (che per noi è, appunto, un pro­blema e non può non esserlo); al tema dei pro­grammi, e in primo luogo, io credo, di un “pro­gramma fon­da­men­tale” della nuova forza poli­tica che dica al paese non le dieci cose che faremmo subito se ne aves­simo la forza, ma quale tipo di società e di Stato pro­po­niamo e ci impe­gniamo a pro­pu­gnare non nel pros­simo anno o alle pros­sime ele­zioni, ma per i pros­simi due-tre decenni.
La discus­sione di massa che dovrebbe met­tere a punto que­sto pro­gramma fon­da­men­tale sarebbe forse anche la strada migliore per costi­tuire un gruppo diri­gente ten­den­zial­mente omo­ge­neo, che superi in modo nuovo la pre­va­lenza delle lea­der­ship per­so­nali e in genere il pro­cesso di per­so­na­liz­za­zione della poli­tica e pas­si­viz­za­zione di massa oggi pre­va­lenti.

* Uni­ver­sità della Calabria

Le ’ndrine puntavano alla Tav | Fonte: Il Manifesto | Autore: Mauro Ravarino

Piemonte. Nell’inchiesta una cava di rifiuti speciali in Val di Susa. «Operazione San Michele» contro l’articolazione torinese di una cosca di Crotone

«Ce la man­giamo io e te la torta dell’alta velo­cità». È il 6 mag­gio del 2011 e a par­lare al tele­fono sono Gio­vanni Toro, impren­di­tore edile tori­nese con­si­de­rato il tra­mite della ‘ndrina dei Greco per infil­trarsi negli appalti pub­blici, e Gre­go­rio Sisca, uno degli espo­nenti della cosca sul ter­ri­to­rio. Vogliono entrare nell’affare Tav in Val di Susa «per­ché si tratta di lavori per 200 milioni di euro».

I due sono stati arre­stati ieri mat­tina, rispet­ti­va­mente per con­corso esterno e per asso­cia­zione mafiosa, dai cara­bi­nieri del Ros nell’operazione «San Michele» con­tro l’articolazione tori­nese della cosca dei Greco di San Mauro Mar­che­sato (Cro­tone), gui­data da Mario Audia e Dome­nico Greco, in grado di acca­par­rarsi in Pie­monte lavori per cen­ti­naia di migliaia di euro. Nell’ordinanza che ha por­tato in car­cere venti per­sone per vari reati, il gip di Torino parla di «for­tis­simo inte­resse da parte della ’ndran­gheta all’acquisizione dei lavori per la rea­liz­za­zione della Tav».

Cosa voleva fare la ’ndran­gheta in Val di Susa? L’idea era quella di uti­liz­zare una cava di pro­prietà di Toro, tra i comuni di Chiusa di San Michele e Sant’Ambrogio (in Bassa Valle), come depo­sito di rifiuti spe­ciali per le ditte «ami­che» che avreb­bero lavo­rato alla Torino-Lione. «A giu­gno parte la prima tri­vella — si dicono Toro e Sisca — dob­biamo pulire la Valle dello sma­rino». Lavoro deli­cato, visto che, è bene ricor­dare, in quelle rocce c’è la pre­senza di mine­rali ura­ni­feri e amian­ti­feri. E ancora sulla fran­tu­ma­zione di rifiuti da reim­pie­gare nei lavori del Tav: «Lì è un busi­ness che non fini­sce più».

Che i legami con la Valle fos­sero stretti lo dimo­stra anche il con­tatto tra Gio­vanni Toro e Fer­di­nando Laz­zaro, tito­lare dell’Italcoge, impresa fal­lita che si è occu­pata della recin­zione del can­tiere di Chio­monte, dove si scava il cuni­colo esplo­ra­tivo. In una con­ver­sa­zione tra i due, Laz­zaro avrebbe chie­sto di poter usare la cava di Toro per nascon­dere ton­nel­late di rifiuti. Nelle carte Laz­zaro è inda­gato a piede libero per smal­ti­mento ille­cito di rifiuti all’interno della cava di Toro, «ma — ha pre­ci­sato il pro­cu­ra­tore di Torino San­dro Ausiello, capo della Dire­zione distret­tuale anti­ma­fia — non c’entra nulla con l’organizzazione mafiosa sman­tel­lata». Restano, però, da appro­fon­dire le rela­zioni tra lui e Toro. L’azienda di fami­glia dei Laz­zaro, l’Italcoge (col­pita, tra l’altro, dai raid not­turni di un anno fa) era già com­parsa nei dos­sier dell’operazione con­tro la ’ndran­gheta «Mino­tauro», che nel 2012 portò in car­cere 150 persone.

La Torino-Lione non sarebbe stata solo un obiet­tivo futuro per la Toro srl. I No Tav sosten­gono che «avesse già ese­guito impor­tanti lavori pro­prio presso il can­tiere di Chio­monte prov­ve­dendo alla bitu­ma­tura della via­bi­lità interna». Dalle ultime inda­gini risulta, inol­tre, che Gio­vanni Toro (già arre­stato dai Ros nel marzo del 2013), attra­verso le sue società e avva­len­dosi della com­pli­cità di altri impren­di­tori del set­tore, fosse già riu­scito a otte­nere ingenti com­messe lavo­ra­tive, tra cui i lavori in subap­palto per la ristrut­tu­ra­zione della gal­le­ria A32 Pra­pon­tin (Torino-Bardonecchia) e le opere di puli­zia e sgom­bero neve della stessa arte­ria auto­stra­dale e dell’aeroporto di Caselle. Nel 2011 la Toro Srl si aggiu­dicò anche un appalto da 288.960 euro dal Comune di Torino per «inter­venti straor­di­nari sulle pavi­men­ta­zioni delle vie, strade e piazze della città».
Legam­biente sot­to­li­nea come l’attuale inchie­sta sia «l’ennesima con­ferma che i can­tieri, in par­ti­co­lare quelli delle grandi opere, sono a forte rischio di infil­tra­zione delle mafie». Recen­te­mente, a Vol­tag­gio (Ales­san­dria) è stato bloc­cato il can­tiere del Terzo Valico: la ditta Lauro è stata estro­messa dai lavori per il «man­cato rispetto del pro­to­collo legalità».

Canale di Sicilia, “quei corpi come in una fossa comune” Fonte: Il Manifesto | Autore: Luca Fazio

Canale di Sicilia. Dalla ghiacciaia del barcone ormeggiato al porto di Pozzallo sono stati estratti i cadaveri dei migranti morti soffocati. I soccorritori, sconvolti, evocano immagini terribili che ricordano di aver visto “solo nei libri di storia”. I superstiti, quasi seicento persone, raccontano di aver subito violenze dai libici. Sempre ieri, altre centinaia di persone sono sbarcate a Palermo e Trapani

I morti non sono tutti uguali. E le tra­ge­die nem­meno. Però al capo della squa­dra mobile della que­stura di Ragusa, Anto­nino Cia­vola, istin­ti­va­mente è venuta in mente la peg­giore di tutte dopo aver distolto lo sguardo dalla ghiac­ciaia del pesche­rec­cio che per tutta la gior­nata di ieri ha scon­volto i soc­cor­ri­tori nel porto di Poz­zallo: “Sono acca­ta­stati l’uno sull’altro, come all’interno di una fossa comune, che ricorda Auschwitz”.

Un muc­chio di cada­veri nel locale dove di solito ago­nizza il pesce. Un’immagine agghiac­ciante che dice di aver visto “sol­tanto nei libri di sto­ria”, e non c’è defi­ni­zione migliore per dire dell’inadeguatezza di noi tutti che in que­sta sto­ria ci siamo den­tro senza tro­vare la forza per cam­biare il corso degli eventi. I morti fanno paura e ci vuole una buona dose di corag­gio anche solo per guar­darli. “E’ un’esperienza dram­ma­tica, la stiamo vivendo tutti quanti, e per chi sta ope­rando è anche molto pesante”, spiega il pro­cu­ra­tore di Ragusa Car­melo Petra­lia dopo aver fatto un sopral­luogo sul molo.

Ci sono poche parole il giorno dopo l’ennesima strage di migranti, circa trenta esseri umani sof­fo­cati nella stiva di un bar­cone lungo appena venti metri con a bordo quasi sei­cento per­sone. Dopo averne sen­tite di orri­bili e di disgu­sto­sa­mente ipo­crite, forse è meglio il silen­zio. Sul molo è quasi un fune­rale, con le auto­mo­bili delle pompe fune­bri par­cheg­giate e le bare che aspet­tano il loro carico per essere riem­pite. Le uni­che parole di verità, come spesso accade, arri­vano da un prete con il com­pito di rap­pre­sen­tare un vescovo. “Ci vuole più cuore, altri­menti le parole girano a vuoto e non ser­vono a niente, dob­biamo pre­gare per i nostri fra­telli e le nostre sorelle, ma soprat­tutto aprirci a loro”, così don Michele, par­roco di Santa Maria Por­to­salvo e San Paolo, bene­dice le salme che solo dopo molte ore di com­pli­cato lavoro ver­ranno por­tate a terra. Il suo più che un appello è una som­messa rifles­sione, “spero che dopo que­sta com­mo­zione e mobi­li­ta­zione non si ritorni indie­tro dimen­ti­can­dosi quello che è acca­duto, c’è biso­gno dell’impegno di tutti e delle isti­tu­zioni, e se hanno già fatto occorre che fac­ciano di più”.

Ancora una volta, non hanno fatto nulla. Al limite, senza per­dersi in sen­ti­men­ta­li­smi, qual­che poli­tico adesso invoca la sal­vi­fica figura del nuovo Com­mis­sa­rio euro­peo per l’immigrazione. Un com­mis­sa­rio in più, que­sta sarebbe la rispo­sta dell’Europa. Inu­tile aggiun­gere che a Poz­zallo, di fronte allo scafo gal­leg­giante pieno di cada­veri, ieri non c’era alcun rap­pre­sen­tante delle isti­tu­zioni ita­liane. E Stra­sburgo era su Marte. Forse è meglio per tutti, per­ché dopo l’ennesima strage del medi­ter­ra­neo non sarebbe stato così age­vole alle­stire una dolo­rosa messa in scena cre­di­bile davanti a un’altra teo­ria di bare. La pre­senza della poli­tica non è più richie­sta, e la sua assenza non scan­da­lizza più nes­suno. Quando si dice la per­dita di cre­di­bi­lità dal volto disumano.

C’era solo il sin­daco, Luigi Amma­tuna, una brava per­sona: “Ho la morte nel cuore, come se avessi rice­vuto un pugno nello sto­maco”. Il sin­daco con­ti­nua a soste­nere l’operazione Mare Nostrum, “l’Italia così ha evi­tato un numero mag­giore di morti”, e non ha inten­zione di fare la vit­tima della situa­zione, “sono orgo­glioso di essere sin­daco di que­sta città acco­gliente”. Gli abi­tanti e i turi­sti sono dispia­ciuti per quello che è suc­cesso, e comun­que sono suf­fi­cienti pochi metri di distanza per esor­ciz­zare l’idea della morte: “Poz­zallo sa degli sbar­chi attra­verso i gior­nali e la tele­vi­sione: il porto è lon­tano un chi­lo­me­tro dal paese che non se ne accorge”.

I vivi, intanto, rac­con­tano. Sono le dram­ma­ti­che sto­rie di sem­pre, testi­mo­nianze che forse ser­vi­ranno alla pro­cura di Ragusa per con­durre le inda­gini del caso (sareb­bero già stati indi­vi­duati due sca­fi­sti del pesche­rec­cio pro­ve­niente dalla Libia con il suo carico di morte). “Siamo stati trat­tati come bestie dai libici” rac­con­tano i super­stiti, libici che avreb­bero com­piuto “vio­lenze inau­dite nei con­fronti di tutti, ma in par­ti­co­lare degli uomini del cen­tro Africa”. Tra le per­sone ascol­tate dagli inqui­renti ci sono anche amici e parenti delle vit­time: “Abbiamo pro­vato a sal­varli appena ci siamo resi conto di quello che stava acca­dendo, abbiamo fatto di tutto ma pur­troppo era tardi, sem­brava dor­mis­sero, non pen­sa­vamo che fos­sero tutti morti”. Tutti incol­pano i traf­fi­canti libici. “Ci hanno messo lì den­tro come bestie e non pote­vamo uscire per­ché sopra era tutto pieno, non ci pote­vamo muo­vere. Abbiamo chie­sto di poter tor­nare indie­tro per­ché era­vamo troppi e rischia­vamo, ma non c’è stato niente da fare: ci hanno detto ormai siete qui e dovete arri­vare in Italia.

E’ andata meglio agli altri 235 migranti che ieri mat­tina sono sbar­cati al porto di Palermo, tra loro anche 25 donne e quat­tro minori. Altri 184 nel pome­rig­gio sono arri­vati a Tra­pani a bordo di un mercantile.

Senza giusta pena Italia (ri)condannata Fonte: Il Manifesto | Autore: E. Ma.

Carcere. Per la seconda volta in pochi giorni la Corte europea per i diritti umani richiama il governo per aver violato le garanzie di un detenuto e per non aver punito adeguatamente i responsabili. Il caso risale al 2000, quando una trentina di detenuti di San Sebastiano, a Sassari, vennero picchiati come ritorsione per una protesta pacifica

n un’altra con­danna della Corte euro­pea dei diritti umani, per l’Italia non poteva aprirsi in modo peg­giore il seme­stre di pre­si­denza euro­pea. Per la seconda volta in pochi giorni, i giu­dici di Stra­sburgo hanno riscon­trato una vio­la­zione dell’articolo 3 della Con­ve­zione per le vio­lenze delle forze dell’ordine su per­sone fer­mate o arre­state. Sot­to­li­neando soprat­tutto ancora una volta, dopo il recente caso di Dimi­tri Alberti, che gli agenti col­pe­voli degli atti di vio­lenza – avve­nuti sta­volta nel car­cere di San Seba­stiano di Sas­sari nell’aprile del 2000 – non hanno rice­vuto pene pro­por­zio­nali al reato commesso.

Le cause di que­sta sorta di “impu­nità” sono molte: un pro­cesso che si è allun­gato per oltre otto anni con la con­se­guenza che molti col­pe­voli sono stati pro­sciolti per pre­scri­zione dei reati com­messi, e anche per l’inefficacia dell’azione san­zio­na­to­ria. Secondo quanto appu­rato dai giu­dici euro­pei, infatti, sono state com­mi­nate pene troppo leg­gere. Ad esem­pio, uno degli agenti è stato con­dan­nato per omessa denun­cia e dun­que san­zio­nato solo con una multa da 100 euro, men­tre altri suoi col­le­ghi sono riu­sciti ad otte­nere la sospen­sione della con­danna alla reclu­sione. Non solo: la Cedu rileva anche la dif­fi­coltà di appu­rare se gli agenti peni­ten­ziari respon­sa­bili delle vio­lenze siano stati poi ade­gua­ta­mente sot­to­po­sti ad azione disci­pli­nare. Il governo ita­liano non lo dice. Per i giu­dici di Stra­sburgo, però, il dete­nuto che ha pre­sen­tato il ricorso — Valen­tino Saba, che fu tra coloro che subi­rono vio­lenze e che oggi dovrà rice­vere dall’Italia un risar­ci­mento di 15 mila euro per danni morali, anche se lui ne aveva chie­sti 100 mila — è stato sot­to­po­sto a trat­ta­mento inu­mano e degra­dante ma non a tor­tura, come soste­neva l’ex dete­nuto. Nel pro­ce­di­mento davanti alla Cedu si erano costi­tuiti parte «ami­cus curiæ», soste­nendo le ragioni di Saba, il Par­tito Radi­cale ita­liano, quello Trans­na­zio­nale trans­par­tito e l’associazione «Non c’è pace senza giustizia».

All’epoca dei fatti, il caso venne sol­le­vato pro­prio sul  mani­fe­sto  dall’associazione Anti­gone. Che nel terzo rap­porto sulla con­di­zione delle car­ceri scri­veva: «Il 27 marzo 2000 i dete­nuti del car­cere San Seba­stiano di Sas­sari ini­zia­rono una pro­te­sta paci­fica rumo­reg­giando con le sbarre della cella a mez­za­notte meno un quarto. Col­pi­rono con le posate sulle grate, danno fuoco alle len­zuola, fecero esplo­dere le bom­bo­lette di gas. Alla loro pro­te­sta seguì quella dei diret­tori. A causa del loro scio­pero, infatti, i dete­nuti furono lasciati senza viveri del “soprav­vitto” e senza siga­rette. Il 3 aprile 2000 venne orga­niz­zato uno sfol­la­mento gene­rale dei dete­nuti da tra­sfe­rire in altri isti­tuti dell’isola. Durante la tra­du­zione una tren­tina di dete­nuti ven­nero bru­tal­mente pic­chiati. I parenti pro­te­sta­rono. Scat­ta­rono le prime denunce, l’associazione Anti­gone il 18 aprile 2000 incon­trò i ver­tici dell’Amministrazione peni­ten­zia­ria. Il 20 aprile le madri dei gio­vani dete­nuti pic­chiati orga­niz­za­rono una fiac­co­lata. Il 3 mag­gio 2000 la Pro­cura emise 82 prov­ve­di­menti di custo­dia cau­te­lare, di cui 22 in car­cere e 60 agli arre­sti domi­ci­liari. Ven­nero coin­volti il Prov­ve­di­tore regio­nale dell’Amministrazione peni­ten­zia­ria, la diret­trice, il coman­dante del reparto».

E invece della con­danna euro­pea si dice «sor­preso» il segre­ta­rio del Sappe, Donato Capece: «Lo abbiamo detto e lo voglio riba­dire: a Sas­sari non ci fu nes­suna spe­di­zione puni­tiva con­tro i dete­nuti ma si tenne una neces­sa­ria ope­ra­zione di ser­vi­zio per rista­bi­lire l’ordine in car­cere a seguito di una dif­fusa pro­te­sta dei ristretti». Ecco per­ché, molto pro­ba­bil­mente, come sot­to­li­nea la Cedu, gli autori di quei «trat­ta­menti inu­mani e degra­danti» non subi­rono un’adeguata azione disci­pli­nare, man­te­nendo il loro posto in servizio.