Trattativa, Gargani: “in Parlamento sapevano delle revoche dei 41bis” da: antimafia duemila

gargani-governo-41bisNuove rivelazioni e gravi reticenze dell’ex esponente democristiano

di Lorenzo Baldo – 26 giugno 2014
Palermo. “In Parlamento si sapeva delle revoche degli oltre 300 provvedimenti di carcere duro per i mafiosi decisi da Conso (Giovanni Conso, all’epoca Ministro della Giustizia, ndr). Io ne parlai al Guardasigilli e lui commentò dicendo che la sua era stata una decisione autonoma in quanto era un garantista”. E’ una vera e propria rivelazione quella dell’ex esponente democristiano Giuseppe Gargani chiamato a deporre all’udienza odierna del processo sulla trattativa Stato-mafia. Rispondendo all’avvocato di Massimo Ciancimino, Roberto D’Agostino, l’ex europarlamentare apre una breccia nel muro di gomma creato attorno a quella che a tutti gli effetti è stata una merce di scambio nella trattativa tra Stato e mafia: il 41bis. Come è noto il 5 novembre 1993 a 334 detenuti non venne prorogato il regime di carcere duro. Secondo l’accusa quella scelta rientrerebbe di fatto tra le concessioni dello Stato a Cosa Nostra a fronte di una trattativa. Di fronte alla nuova rivelazione dell’ex europarlamentare Di Matteo incalza: “in che modo lei apprese della mancata proroga degli oltre 300 decreti di 41bis prima di andare a parlare con il Ministro Conso?”. “Non ricordo, forse dalle agenzie”, replica l’ex democristiano, il pm sottolinea che non risultano agenzie nell’immediatezza di quelle mancate proroghe. L’on Gargani si arrampica allora sugli specchi adducendo quella sua conoscenza alle “cose che si dicevano all’interno del partito”, per poi aggiungere un’ ulteriore considerazione: “…vuole che all’interno del Parlamento non si sapesse…”. Quindi in soldoni: tutti sapevano di quelle mancate proroghe meno che il Ministro dell’Interno dell’epoca, Nicola Mancino, che fino a questo momento ha sempre negato di esserne stato messo a conoscenza. “Mancino mi disse che l’aveva saputo a cose fatte…”, ammette candidamente Gargani davanti alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto. Se non fosse un processo legato a fatti di sangue sembrerebbe il classico coup de théâtre sul quale cala il sipario. E stamattina di teatro se n’è visto molto durante la deposizione di Giuseppe Gargani. Tra tante negazioni e svariati “non ricordo” è andata in scena una recita degna di Carlo Goldoni.

Carta canta
Per comprendere meglio la caratura di Gargani è importante ricordarsi della memoria depositata dalla Procura di Palermo ad avallo della relativa richiesta di rinvio a giudizio per gli imputati al processo sulla trattativa. In merito alle dichiarazioni di Giovanni Conso e Nicola Mancino i pm hanno evidenziato che “si è acquisita prova di una grave e consapevole reticenza”. Di fatto Mancino è imputato per falsa testimonianza; Conso, con l’allora Direttore del DAP Adalberto Capriotti e l’on. Giuseppe Gargani sono indagati per false dichiarazioni al pm “in ossequio alla previsione di legge che impone il congelamento della loro posizione in attesa della definizione del procedimento principale”. Nella loro memoria i magistrati hanno rimarcato che la condotta era stata contestata ad ognuno degli imputati “in funzione della rispettiva posizione nell’ambito della trattativa”.

Su il sipario!
Con voce stentorea e una discreta mimica facciale l’on. Gargani risponde, a tratti faticosamente, alle domande del pm. Le evidenti contraddizioni di chi difende l’indifendibile risaltano agli occhi fin da subito, e si commentano da sole. A suo dire non esiste nessun dialogo tra lui e Claudio Martelli sui motivi della destituzione di Vincenzo Scotti da Ministro dell’Interno, la causa di quella sostituzione andrebbe, secondo lui, ricercata unicamente nelle mancate dimissioni da parlamentare dello stesso Scotti a fronte di una “regola” inspiegabilmente stabilita in quel momento storico per chi ricopriva incarichi di Governo.

Le paure di Mannino
Tra svarioni e strafalcioni Gargani risponde a Di Matteo in merito alla questione spinosa del suo dialogo con Calogero Mannino “intercettato” casualmente dalla giornalista del Fatto Quotidiano, Sandra Amurri, il 21 dicembre del 2011. “Hai capito, questa volta ci fottono – aveva detto Mannino a Gargani nella ricostruzione della Amurri –, dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”. Messo alle strette l’on. Gargani fornisce una versione riveduta e corretta del suo stesso interrogatorio reso lo scorso anno alla Procura di Palermo. Nel suo racconto in aula spariscono quindi i riferimenti espliciti alle “verità” di Ciancimino jr il quale, invece, nell’odierno racconto di Gargani, diventa unicamente “un menzognero”. Scompare altresì ogni riferimento ambiguo verso Ciriaco De Mita: la ragione per la quale Mannino gli avrebbe chiesto di incontrarlo sarebbe stata unicamente legata al fatto della “memoria storica” di De Mita. Nessuna pressione e nessun tentativo quindi di far combaciare le dichiarazioni di tutti i protagonisti. Il livello di assurdità raggiunge il suo picco massimo quando lo stesso Gargani riferisce di non aver comunicato a Mannino l’esito dell’incontro con De Mita, quasi fosse un’ovvietà. Anche in questo caso nel suo precedente interrogatorio Gargani non era stato così tranchant, l’ex esponente democristiano risponde alle contestazioni del pm: “non mi riconosco in quella frase…”, per poi aggiungere di aver usato “una formula impropria”. Subito dopo ridimensiona notevolmente il suo ruolo politico. Pur ricoprendo incarichi politici e istituzionali Gargani asserisce che all’epoca non sapeva nulla di quanto avveniva all’interno della Dc (nemmeno in merito al documento di solidarietà verso Vincenzo Scotti firmato da decine di democristiani in solidarietà dopo la sua destituzione), allo stesso modo l’ex europarlamentare afferma che non sapeva nemmeno che Giulio Andreotti avesse definito una “patacca” l’allarme di attentati ad esponenti delle istituzioni e di un rischio di “destabilizzazioni delle istituzioni” lanciato a marzo del ’92 da Vincenzo Scotti. Insomma, Gargani non sapeva nulla. Chissà perché allora gli ex ministri Martelli e Scotti riferiscono delle sue “pressioni” relative al decreto sul 41bis finalizzate a farlo convertire in legge successivamente, con il nuovo governo, nonostante fosse avvenuta da poco la strage di Capaci. E’ notorio che quel D.L. avrebbe visto la sua piena attuazione solamente dopo la strage di via D’Amelio. Secondo Martelli e Scotti lo stesso Gargani si sarebbe quindi fatto portavoce di una sorta di “malcontento” della Dc (e non solo) a fronte della rigidità di quel provvedimento. Ma anche su questo punto Gargani non ricorda, anzi, ha proprio rimosso.
Prossima udienza venerdì 27 giugno con l’audizione in videoconferenza del collaboratore di giustizia Filippo Malvagna.

Lettera aperta: la solidarietà “all’amico degli amici” da: antimafia duemila

dellutri-pag-pub-corrieredi Giorgio Bongiovanni – 26 giugno 2014

Oggi sulle colonne del Corriere della Sera è stata pubblicata un’intera pagina dedicata all’ex senatore Marcello Dell’Utri (costata oltre 50mila euro) voluta dalla moglie Miranda Ratti nel quale amici, colleghi, politici e familiari esprimono la propria solidarietà. Tra i firmatari chi con il fondatore di Forza Italia ha lavorato a Publitalia (Niccolò Querci, consigliere Mediaset e vicepresidente di Publitalia ‘80) alla Fondazione biblioteca o al settimanale Il Domenicale (l’ex direttore Angelo Crespi), il cugino Massimo Dell’Utri, attuale professore dell’Università di Sassari, il deputato Massimo Palmizio, l’intellettuale Camillo Langone, Candia Camaggi (ex responsabile Fininvest Lugano), Alessandro Salem, dg dei contenuti Mediaset, la squadra dilettantistica Bacigalupo di Palermo (fondata nel 1957). A coloro che hanno preso parte all’iniziativa, e alle loro famiglie, vorrei ricordare che lo scorso maggio la Cassazione ha confermato definitivamente la condanna a sette anni di reclusione per Marcello Dell’Utri, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto per decenni si configurò come quel sicuro anello di congiunzione che garantiva proficui contatti tra Cosa nostra e ambienti politici. L’amico a cui date solidarietà ha infatti favorito soggetti criminali, assassini, narcotrafficanti, torturatori, infanticidi, stragisti, terroristi.

Con la vostra solidarietà non avete commesso un reato punibile dalla giustizia umana, ma uno che va molto al di là di questo. Della qualità delle amicizie di Marcello Dell’Utri, le cui azioni possono essere considerate quantomeno antietiche e certamente criminali, cosa pensano i firmatari che oggi lo sostengono? E soprattutto, cosa può pensare l’opinione pubblica e i cittadini tutti che leggono decine e decine di nomi attorno alla scritta “Al tuo fianco, Marcello” dedicata a un detenuto che per anni ha frequentato i boss di Cosa nostra?

Ilva, Fim Fiom e Uil l’11 luglio a Roma per il futuro del siderurgico. La lettera di una vedova: “Operai ribellatevi”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La fabbrica uccide, denunciate cio’ che di sbagliato c’e’ la’ dentro, ribellatevi: Stefania Corisi è la vedova di Nicola Darcante, un operaio di 39 anni del reparto Ocm-Cap (Officina centrale di manutenzione-carpenteria) del Siderurgico dell’Ilva morto il 16 maggio scorso per un carcinoma alla tiroide che gli era stato diagnosticato solo 6 mesi prima. Stefania ha preso carta e penna rivolgendosi ai colleghi di suo marito ed invitandoli a fare del tutto per scongiurare un atroce destino. Un destino che l’ha gia’ duramente provata anche con la morte del suo papa’, Peppino Corisi, anche lui operaio del siderurgico, morto nel marzo del 2012 per un cancro: per ricordare la sua tragica storia, simile a tante altre nella citta’ dell’Ilva, venne affissa, in via De Vincentis, una targa su cui e’ scritto “Ennesimo decesso per neoplasia polmonare”. Ora Stefania sta tirando su da sola due bambine piccole, di due e otto anni: sono soprattutto loro, le sue figlie, e tutti i bambini di Taranto che – racconta – le danno la forza per combattere la sua battaglia, per dire ‘no’ ad altre morti.

L’appello ai colleghi del marito e’ straziante e coraggioso: “lo so che ci si trova davanti a un bivio, il lavoro o la salute, – scrive – ma non abbiate paura di denunciare cio’ che di illecito e di sbagliato c’e’ in quella fabbrica, se non volete farlo per voi, fatelo per le vostre famiglie …ribellatevi”. Nel reparto dove fino a poco prima di morire Nicola Darcante ha voluto lavorare sono una quindicina i casi di tumore e disfunzioni alla tiroide diagnosticati: per questo la magistratura ha aperto un’inchiesta dopo la segnalazione dei sindacati. Stefania, rimasta vedova a 34 anni, oggi scrive: ”Vedova, una parola che per me e’ un macigno. Nicola ha trascorso sei lunghissimi mesi di sofferenza atroce. Tanta sofferenza non la merita nessuno, nemmeno il peggiore degli uomini. Non e’ giusto”. ”Voi – dice oggi ai colleghi del marito – avete il diritto di crescere i vostri figli, perche’ loro hanno bisogno di voi. Mio marito non potra’ piu’ farlo, lo hanno portato via dalle nostre figlie di 2 e 8 anni”. E poi un monito: “Non permettete a nessuno di rubarvi il futuro. Lottate, ragazzi, non pensate che tutto cio’ che accade intorno a voi, in quella fabbrica, sia normale e che vada bene pur di portare a casa un misero stipendio. Nessuna cifra – grida la vedova di Nicola Darcante – vale quanto vale la vostra vita”. Il giorno del funerale furono in tanti a dare l’ultimo saluto all’operaio 39enne nella chiesa “Gesu’ Divin Lavoratore”, nel quartiere Tamburi, quello a ridosso del Siderurgico. La lettera di Stefania Corisi arriva tra l’altro nel giorno in cui l’Usb (Unione sindacale di base) rende noto che sono stati 3.874 i si’ emersi nel referendum per l’istituzione di un fondo in favore dei lavoratori con gravi patologie. Al referendum hanno partecipato 3.921 lavoratori; i 3.874 si’ rappresentano il 98,80% dei votanti. L’Usb propone a ciascun lavoratore di versare nel fondo l’equivalente di 3 ore di ferie all’anno quindi, complessivamente, potrebbero essere accumulate 36.000 ore di ferie (12.000 lavoratori per tre ore), corrispondenti a circa 360mila euro. ”Vogliamo dare sostegno ai colleghi piu’ sfortunati”, sottolinea il coordinamento provinciale dell’organizzazione sindacale. La decisione di avviare la consultazione tra i lavoratori e’ stata presa proprio dopo i casi di tumore nel reparto Carpenteria e dopo la morte di Nicola Darcante. Oggi Stefania guarda quella fabbrica e ripete quello che ha scritto nella lettera: ”Il profitto di pochi a scapito della salute di tanti: questo ha ammazzato Nicola”.
Sul futuro del sito di Taranto c’è molto preoccupazione. Si parla di nuovi assetti societari. Arcelor Mittal, potente multinazionale dell’acciaio, visita lo stabilimento di Taranto per prendere conoscenza di tutti gli aspetti produttivi, occupazionali, gestionali e amministrativi, mentre il neo commissario Gnudi mette piede a Taranto ma non incontra il sindacato. On una nota Fim, Fiom e Uilm esprimono il loro disappunto e invitano il Governo a prendere in mano la situazione. Intanto, per l’11 luglio proclamano uno sciopero con manifestazione a Roma. La nuova fase di lotta sarà preceduta da una campagna di assemblee per la prossima settimana.

Cgil, Cisl e Uil criticano la cosiddetta riforma della pubblica amministrazione: “Poco coraggiosa”Autore: redazione da: controlacrisi.org

“Un progetto poco coraggioso senza un vero disegno di riforma che non cambierà in alcun modo il rapporto tra cittadini e Pubblica amministrazione”. Così la Cgil, ha commentato ieri il decreto sulla Pubblica amministrazione pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dalla critica del sindacato si salvano, le norme di contrasto alla corruzione che “rispondono ad una situazione di emergenza politica e morale e alle quali dovranno essere accompagnate ulteriori misure in tema di appalti con una riforma organica, e di reintroduzione del reato di falso in bilancio per il quale la Cgil chiede tempi di approvazione rapidi”.

Per il resto il giudizio è negativo: “L’unico disegno che appare è il ritorno ad una scoperta occupazione da parte della politica sull’amministrazione pubblica, attraverso l’incremento delle quote di nomina di dirigenti esterni scelti discrezionalmente dalla politica. Un sistema che non ha mai portato benefici ai cittadini e al Paese in termini di efficienza, di efficacia, di legalità e di risparmio economico, mentre continuano ad essere presenti per l’ennesima volta ripetuti tagli lineari alla spesa pubblica”.

La Cgil critica anche “le misure punitive e di dubbia legittimità nei confronti dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni. In particolare in tema di demansionamento professionale ed economico, in deroga alle norme vigenti anche nel settore privato, e di mobilità obbligatoria introdotta senza regole e senza contrattazione”. Risulta chiaro che anche con questi provvedimenti, il governo continua a “negare quella privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici che la Cgil aveva fortemente contribuito a costruire e della quale oggi rivendica la piena e completa attuazione”.

“Contro una politica che vuole un rapporto di lavoro e una P.A. subalterna, l’antidoto, infatti, non può che essere l’unificazione del sistema di regole tra lavoro pubblico e privato”. Si ripropone “un modello di cambiamento della pubblica amministrazione, già fallito in passato, che prevede una continua e asfissiante moltiplicazione di leggi, norme e regolamenti, che impediscono un reale cambiamento e una riappropriazione da parte dei cittadini della cosa pubblica”.

I patti clandestini del governo Renzi | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda

A quale maggioranza risponde l’attuale governo? Formalmente, il PD ha i non molti voti della sua tornata elettorale più infelice; ma Renzi ha l’abitudine di consultare Forza Italia e la Lega prima ancora di riferire a via del Nazareno e al Parlamento. Sono veri e propri patti, anche se non formalizzati, perché non è formalizzato in nome di quale potere o funzione Silvio Berlusconi deve dire la sua sulle riforme istituzionali e la Lega ha incaricato niente meno che Calderoli, l’autore del Porcellum, a scrivere con Anna Finocchiaro le formule dell’abolizione e ricostituzione del Senato.

La senatrice Finocchiaro si duole altamente che il governo l’abbia abbandonata sul tema dell’immunità che sarebbe ancora concessa al nuovo Senato, cioè a quegli eletti che sarebbero nominati per esercitare il proprio incarico. “Che cosa vogliono da me?” si lamenta ripetutamente alludendo al Presidente del Consiglio e alle chiomate creature che costituiscono il governo. Ma non è difficile capire che vorrebbero da lei il rispetto per delle regole fissate in altra sede, appunto con Forza Italia e Lega, senza che il governo ne risponda letteralmente. Anzi, Renzi le ha fatto sapere con qualche ruvidezza che considera il problema dell’immunità parlamentare per i senatori del tutto secondario. E questa dichiarazione, mentre da tutte le parti gli abbienti incaricati di questo o quel lavoro pubblico stanno dando l’assalto alla diligenza che hanno più vicino, non è la meno sorprendente.

C’è da chiedersi che idea ha l’Italia, stampa compresa, della democrazia rappresentativa. Se ne può pensare anche molto male, ma è innegabile che essa ha un sistema di regole che in questo momento appare quanto mai irriso e confuso. C’è un livello politico di accordi fuori sistema che tuttavia valgono più degli accordi formali: nessuno si sogna più di ricondurre il PD nel Parlamento italiano al semplice posto che gli avevano assegnato le ultime legislative, tutti aspettano di sapere, sia pure in forma ellittica, che cosa Forza Italia, mai ridotta a così modeste proporzioni, e idem la Lega, decidono nel merito della ristrutturazione della democrazia italiana. Però non si può dire in chiare lettere, insieme rivalutando Berlusconi e negandogli il ruolo che gli viene dato. In questi giorni, il Movimento 5 Stelle e Renzi “se parlen” insomma qualcosa di meno che essere già fidanzati, ambedue i soggetti fanno sapere che sperano ciascuno di approfittare dell’altro, fino a calcolare al millimetro quali saranno i rispettivi ambasciatori all’incontro che avverrà nei prossimi giorni. Certo nessun atto della Camera lo registrerà, ma sarà quello che conta. Sta di fatto che l’Italia ha bisogno di riforme istituzionali urgenti, almeno così si dice, ma esse si stanno facendo nel modo più strano e opaco, come se si volesse battezzare un bambino portandolo in chiesa nottetempo.

Tutto questo sembra una prova di particolare efficienza e rapidità del nostro Primo Ministro; e per primi i giuristi che finora stavano alla custodia della correttezza dei nostri istituti, da qualche settimana evitano di prendere posizione. E così la stampa: apparentemente, tutti – partiti e media – sembrano convinti che il Senato vada abolito, nessuno ha ricordato le ragioni per cui la Costituente del 1948 lo ha voluto proprio come Camera di seconda lettura, non per gusto di ripetere, ma rafforzarne le scelte. Non è che gli Italiani siano stati messi davanti allo stesso scenario per decidere se fosse ancora giustificato oppure no; la democrazia riammodernata appare elastica, a volte rigidissima, a volte facile da eludere, ma con questo sistema non si sa più né che cosa è legale nella sostanza e nella forma, né che cosa non lo è. Riformare questo o quel pezzo della Costituzione è diventato più semplice che far votare una legge.

È nel pieno di questo baillame che l’Italia si vanta di piegare le rigidità dei bilanci europei stabilite dai trattati. Ieri veniva elogiata la flessibilità di Angela Merkel, convinta perfino ad accettare come ministro degli esteri d’Europa la signora Mogherini di cui non abbiamo modo di conoscere l’esperienza né le gesta: manifestamente, si spartiscono i posti in Europa in un mercato nel quale ognuno porta i suoi e non ci sono criteri di visibilità o di giudizio accessibili a tutti. La distanza fra gli incarichi dell’Unione e la gente che dovrebbe votarla non può che allargarsi offrendo spazio ai populismi che sembrano spaventare tutte le forze politiche, salvo le multicolori facce dell’estrema destra. La preoccupazione dei primi giorni è durata non più di una settimana.

Il mantra delle riforme | Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Burgio

Intervento. Come mai non c’è una voce dissontante tra i grandi media che plaudono a Renzi? La crisi ha avviato una torsione oligarchica che si riflette nel sistema dell’informazione

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Non credo di essere il solo a pro­vare nau­sea per l’ossessivo mar­tel­la­mento sulle «riforme». Un incubo. In pas­sato abbiamo denun­ciato l’abuso di que­sto nobile lemma del les­sico poli­tico, e l’ironia che ne ribal­tava il senso. Sullo sfondo della glo­ba­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta, «riforme» erano i colpi inferti alle con­qui­ste sociali e ope­raie, dalle pen­sioni alle tutele del lavoro, al carat­tere pub­blico di sanità, scuola e uni­ver­sità. Non ave­vamo ancora visto nulla. Non ave­vamo imma­gi­nato che cosa sarebbe stato il man­tra delle riforme al tempo del ren­zi­smo trion­fante. Non c’è gior­nale né tele­gior­nale che non gli dedi­chi il posto d’onore. E che fior di riforme! Da set­ti­mane ten­gono banco quelle del pub­blico impiego e del Senato: la pre­ca­riz­za­zione del primo e il ridi­men­sio­na­mento del secondo, tra­sfor­mato in una docile Camera degli ammi­ni­stra­tori.
Nel merito di entrambe ci sarebbe molto da dire. Il governo stra­parla di cre­scita e occu­pa­zione, ma intanto minac­cia i dipen­denti pub­blici – notori nababbi fan­nul­loni – con misure che scon­vol­ge­ranno let­te­ral­mente la vita di milioni di fami­glie, soprat­tutto se il lavo­ra­tore in que­stione è una donna con figli. Quanto al Senato, il dise­gno è stato demo­lito dai più impor­tanti costi­tu­zio­na­li­sti, che hanno mostrato come esso miri, in siner­gia con la nuova legge elet­to­rale, a costi­tu­zio­na­liz­zare la pri­ma­zia dell’esecutivo quale pro­dut­tore di norme. Cioè a rove­sciare l’ispirazione anti-autoritaria della Carta del ’48. Ma non è della sostanza delle riforme che vor­rei par­lare, bensì del deplo­re­vole stato dell’informazione poli­tica, tra le prin­ci­pali con­cause – credo – del disa­stro italiano.

Pren­der­sela con i gior­na­li­sti, si sa, non serve a molto. La cor­po­ra­zione rea­gi­sce nel nome della sacra libertà di stampa, che peral­tro da noi non scop­pia di salute. E si trin­cera die­tro un bril­lante argo­mento: se c’è un pro­blema, per­ché pren­der­sela con chi si limita a par­larne? Pec­cato che le cose non siano tanto sem­plici. E che tra rac­con­tare e fare – o tra fare e tacere – non corra tutta que­sta distanza quando ci si muove sulla scena pubblica.

L’anno scorso que­sto gior­nale con­dusse, soli­ta­rio, una cam­pa­gna con­tro il sistema media­tico, impe­gnato ad aval­lare la men­zo­gna secondo cui la crisi sarebbe di per sé causa di povertà e disoc­cu­pa­zione. Come se fosse ine­vi­ta­bile affron­tarla per mezzo delle misure deflat­tive che, ovvia­mente, l’hanno ali­men­tata, e non fosse nem­meno imma­gi­na­bile aggre­dirla redi­stri­buendo risorse (quindi impo­nendo misure dra­sti­che di equità fiscale) e rilan­ciando la domanda effet­tiva di beni e ser­vizi. Da ultimo lo ha ammesso per­sino il pre­si­dente della Bce, pun­tando il dito sull’austerity e sulla mio­pia dei ver­tici comu­ni­tari, pri­gio­nieri della teo­lo­gia mone­ta­ri­sta. Ma nem­meno que­sto ser­virà. I tagli alla spesa reste­ranno il piatto forte della poli­tica eco­no­mica. Chi vive di sti­pen­dio con­ti­nuerà a rischiare di per­derlo e se lo vedrà man­giare dal «rigore». E la vul­gata amman­nita al popolo rimarrà quella del «risa­na­mento» e dei sacri­fici «neces­sari per i nostri figli».

Adesso, qui da noi, si è aggiunta la grande nar­ra­zione delle riforme. Per non farci mai man­care niente. Da quando «il pre­mier Renzi» ha con­qui­stato il Pd e palazzo Chigi e ha sban­cato alle ele­zioni di mag­gio, non ci si salva più. Il rac­conto delle sue gesta e dei suoi pro­getti occupa inva­ria­bil­mente gran parte dei noti­ziari, come al tempo del duce. Ed è come una bomba a grap­polo, che dis­se­mina veleni.

Intanto, è un rac­conto incom­pren­si­bile. Si dice che l’una forza poli­tica o sin­da­cale difende la pro­po­sta del governo men­tre l’altra auspica una modi­fica. Ma come in un tea­trino di mario­nette, quasi si trat­tasse di gusti per­so­nali. Nes­suno che si azzardi a chia­rire la vera posta in gioco, quali con­se­guenze com­porti, poniamo, la non-elettività dei sena­tori o la facoltà di spo­stare di decine di chi­lo­me­tri, senza uno strac­cio di moti­va­zione, la sede di ser­vi­zio nel pub­blico impiego. Quel che conta è aval­lare la grande dice­ria del cam­bia­mento. Il governo tra­sforma, «cam­bia verso»: que­sto importa, e guai al disfat­ti­sta che eccepisce.

Poi la reto­rica delle riforme assorbe, di fatto, ogni ana­lisi del qua­dro economico-sociale, che eva­pora dinanzi al «grande can­tiere» rifor­mi­sta. Sem­bra che tutto, let­te­ral­mente, ne dipenda, col risul­tato di oscu­rare tutti i pro­blemi di un paese sem­pre più affan­nato e spa­ven­tato. Si salva, per forza di cose, il discorso sulla cor­ru­zione, troppo ingom­brante per met­terlo a tacere. Ma sul resto – la chiu­sura delle fab­bri­che; i con­trac­colpi sociali e morali della disoc­cu­pa­zione; la povertà delle fami­glie; il degrado delle scuole, delle uni­ver­sità, degli ospe­dali pub­blici, delle biblio­te­che, del ter­ri­to­rio – il più stretto silenzio.

Ora, la que­stione del fun­zio­na­mento per­verso di quella che ci osti­niamo a chia­mare «infor­ma­zione» è dav­vero troppo deli­cata e seria per­ché non la si torni a porre. Come mai fun­ziona così? Come mai non c’è di fatto voce dis­so­nante tra i mag­giori organi dell’informazione scritta o par­lata? La spie­ga­zione clas­sica – che i prin­ci­pali media sono per tra­di­zione gover­na­tivi – non basta, per­ché que­sto feno­meno, con que­ste carat­te­ri­sti­che tota­li­ta­rie, è tutto som­mato recente. Non basta nem­meno evo­care la que­stione pro­prie­ta­ria, che pure va tenuta pre­sente. I mag­giori media pri­vati, in linea di prin­ci­pio indi­pen­denti, sono in mano a grandi capi­ta­li­sti, certo poco inte­res­sati a un’opinione pub­blica infor­mata e poten­zial­mente cri­tica. Resta che ancora dieci anni fa il coro non era una­nime. Si scon­tra­vano let­ture diverse, fon­date su diverse attri­bu­zioni di respon­sa­bi­lità. Allora cos’è suc­cesso poi, per­ché oggi ci ritro­viamo in que­sta situazione?

Azzardo sche­ma­ti­ca­mente una spie­ga­zione come prima ipo­tesi. Forse pro­prio la crisi ha cam­biato le cose, rive­lan­dosi, anche da que­sto punto di vista, un pro­cesso costi­tuente. Dal 2007 sono in corso in tutto l’Occidente tra­sfor­ma­zioni strut­tu­rali della dina­mica pro­dut­tiva che ven­gono modi­fi­cando, a cascata, la com­po­si­zione sociale e i rap­porti di classe, i sistemi poli­tici, gli assetti di potere in seno alle classi diri­genti, l’intero qua­dro delle rela­zioni inter­na­zio­nali.
Viene gene­ra­liz­zan­dosi – soprat­tutto nella peri­fe­ria – il modello della cre­scita senza occu­pa­zione, che tende a sem­pli­fi­care la strut­tura sociale nel senso della pola­riz­za­zione pre­co­niz­zata dal vec­chio Marx. I corpi inter­medi vedono fatal­mente ero­dersi i pro­pri resi­duali mar­gini di mano­vra. La sfera poli­tica subi­sce duri con­trac­colpi, come mostra, non sol­tanto in Ita­lia, il degra­darsi del bipo­la­ri­smo a puro masche­ra­mento di un grande cen­tro con­ser­va­tore che «riforma» instan­ca­bil­mente lo stato di cose al solo scopo di con­so­li­darlo. In una parola, le demo­cra­zie euro­pee si ven­gono alli­neando al modello ame­ri­cano, met­tendo fuori gioco, forse defi­ni­ti­va­mente, l’idea sov­ver­siva adom­brata dai nostri Costi­tuenti, quella di una demo­cra­zia par­te­ci­pata, fon­data sulla sovra­nità della classe lavo­ra­trice. Si tratta di una ten­den­ziale tor­sione oli­gar­chica delle dina­mi­che di con­trollo e di governo, nella quale sem­bra di poter cogliere la rispo­sta difen­siva e aggres­siva del capi­ta­li­smo alla crisi sto­rica della pro­pria espan­si­vità. In que­sto con­te­sto non sor­prende la meta­mor­fosi in atto nel sistema infor­ma­tivo: il suo modo di ope­rare e soprat­tutto la sua nuova sostan­ziale univocità.

Oggi non serve più infor­mare e orien­tare l’opinione pub­blica nel con­flitto sociale di massa, come avve­niva al tempo della prima Repub­blica, sullo sfondo di uno sce­na­rio poli­tico real­mente plu­ra­li­sta, e ancora, ben­ché sem­pre meno, sino a pochi anni addie­tro. Serve, al con­tra­rio, disin­for­mare per diso­rien­tare, in modo da oscu­rare il pro­cesso di costi­tu­zione del nuovo ame­ri­ca­ni­smo e da lasciare mano libera all’azione distrut­tiva dei governi e dei poteri sovra­na­zio­nali che det­tano loro l’agenda. Serve pri­vare il grosso della popo­la­zione degli stru­menti di deci­fra­zione dei pro­cessi in corso e, soprat­tutto, pre­ve­nire la for­ma­zione di pen­sieri cri­tici.
Per que­sto non deve mera­vi­gliare la sostan­ziale omo­ge­neità del sistema media­tico, intento a rap­pre­sen­tare la scena poli­tica sulla base di un qua­dro inter­pre­ta­tivo ampia­mente con­di­viso. Gli accenti diver­gono natu­ral­mente, ma ormai sol­tanto sui det­ta­gli. Men­tre sui fon­da­men­tali si impon­gono i tabù, le auto-evidenze, le nuove orto­dos­sie. Ovvia­mente tutto que­sto non avviene nel vuoto né nel silen­zio, ma, in appa­renza, den­tro un finto pieno. Si parla, si stra­parla, addi­rit­tura si annega nei talk-show. Lo spa­zio pub­blico è satu­rato da chiac­chiere fini a se stesse che dimo­strano bril­lan­te­mente che non c’è pro­prio null’altro di cui par­lare e, soprat­tutto, nient’altro da dire. Magari, di que­sto passo, la «gente» finirà con lo stan­carsi, qual­che testata chiu­derà, qual­che cen­ti­naio di gior­na­li­sti andrà a casa. Pazienza. Anzi, tanto meglio. O c’è qual­cuno che rim­piange i tempi in cui si cre­deva ancora nelle ideo­lo­gie, se non addi­rit­tura nell’esistenza di classi in con­flitto tra loro?