Verità sull’omicidio Agostino: una lotta contro il tempo da: antimafia duemila

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di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 25 giugno 2014
Il Gip si riserva di decidere sulla richiesta di archiviazione
Palermo.
Il Gip Maria Pino si è riservata di decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata lo scorso dicembre dalla Procura di Palermo in merito all’omicidio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio uccisi il 5 agosto del 1989. Nell’udienza camerale che si è svolta ieri il pm Nino Di Matteo ha esposto le motivazioni dell’istanza della Procura, dal canto suo l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, ha rinnovato la sua opposizione alla richiesta di archiviazione.
Nel prossimo numero di Antimafia Duemila, in edicola nel mese di luglio, verrà trattato ampiamente il caso dell’omicidio Agostino-Castelluccio.
Riportiamo in anteprima uno stralcio dell’articolo.

Depistaggi e omertà di Stato
Il Gip si riserva di decidere sulla richiesta di archiviazione per l’omicidio Agostino
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

Cosa può dire la giustizia italiana a un padre, a una madre e ad una famiglia intera, che da 25 anni chiede la verità sull’omicidio del proprio congiunto? Che la prescrizione sta letteralmente “salvando” uno dei protagonisti del depistaggio delle indagini su quell’assassinio?! E’ una risposta amara quella che giunge a Vincenzo e Augusta Agostino, genitori del poliziotto Nino Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989 insieme a sua moglie Ida Castelluccio. La Procura di Palermo, nelle vesti dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, ha chiesto nel dicembre del 2013 l’archiviazione per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto, sospettati di essere i killer di Nino Agostino e di sua moglie Ida e per Guido Paolilli, l’ex poliziotto indagato per aver depistato le indagini sull’omicidio. Per quest’ultimo, a parere della Procura, è scattata la prescrizione in quanto il reato a lui contestato è stato consumato nell’agosto 1989. La richiesta di archiviazione giunge dopo che la stessa Procura di Palermo nel 2007 aveva avanzato una serie di motivazioni che indicavano la necessità di continuare ad indagare sul delitto Agostino-Castelluccio.

Il ruolo oscuro di Paolilli
Nella richiesta di archiviazione dei pm Di Matteo e Del Bene viene focalizzata l’attenzione sulla figura del tutto ambigua di Guido Paolilli. Sotto la lente di ingrandimento finisce nuovamente la nota intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano (Pe). Mentre in televisione va in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parla del biglietto trovato nel portafoglio del figlio – dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell’armadio di casa” – contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) interroga il padre: “Cosa c’era in quell’armadio?”. E la risposta è del tutto eloquente: “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”. Quali “carte” ha stracciato Paolilli? Su ordine dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera? E soprattutto perché? Nella richiesta di archiviazione, in merito a questa specifica intercettazione, Di Matteo e Del Bene scrivono: “Durante l’interrogatorio negava, sebbene lo stato di evidente imbarazzo, di avere pronunciato quelle parole”. Dalle indagini condotte è emerso che Guido Paolilli frequentava Agostino prima del suo omicidio. Ufficialmente Paolilli era in servizio alla Questura de L’Aquila e sovente veniva aggregato alla sezione Antirapine della Squadra Mobile di Palermo diretta da La Barbera, anche se non se ne conosce il reale motivo. Ma è soprattutto il verbale di relazione redatto dallo stesso Paolilli ed inviato al capo della Squadra Mobile ad infittire il mistero. Nel documento viene evidenziato come nel corso delle indagini sul delitto Agostino erano state effettuate “tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l’Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l’altro, di temere per la propria incolumità. I 6 fogli venivano opportunamente sequestrati e posti a disposizione della S.V. per i relativi accertamenti”. Nella richiesta di archiviazione i pm rimarcano come questi sei fogli non siano inseriti tra i documenti acquisiti fin qui dalla Procura e come i verbali agli atti evidenziano solo due accessi di perquisizione all’interno dell’abitazione di Agostino. Dal canto suo Paolilli, risentito nel luglio del 2013, non ha minimamente chiarito la questione, per altro scegliendo di non voler rinunciare alla prescrizione.

Quei gravi depistaggi
Il pm Nino Di Matteo evidenzia al Gip Maria Pino che le indagini sull’omicidio Agostino hanno comunque dimostrato come fin dall’inizio sia stata accreditata la “pista passionale”, quale causa del duplice omicidio, a fronte di un vero e proprio “depistaggio”. Secondo il magistrato, però, gli elementi finora raccolti non sarebbero sufficienti ad affrontare un processo con la certezza di una condanna per gli imputati. Per Di Matteo resta comunque assodato che le indagini “non hanno dimostrato l’estraneità di Madonia e Scotto”, il coinvolgimento diretto dei due boss mafiosi è di fatto accertato. Secondo la Procura è altresì evidente che lo stesso Paolilli è responsabile di “depistaggio” e di “favoreggiamento” in merito agli omicidi Agostino-Castelluccio, ma la prescrizione non perdona. E comunque, secondo il pm, in caso di archiviazione, si potrebbe ripartire proprio dagli elementi di novità che, a latere di questa stessa indagine, stanno emergendo.

Nessuna prescrizione
Di tutt’altro avviso l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, secondo il quale sarebbe invece erroneo il calcolo fatto dalla Procura per la prescrizione del reato di favoreggiamento. “L’attività di favoreggiamento – sottolinea il legale – non può ritenersi cessata al momento in cui fece sparire documentazione rilevante reperita nella disponibilità di Agostino. Gli indizi di reità a carico di Paolilli, infatti, sono emersi solo con l’intercettazione, di cui si è già detto, del 21 febbraio 2008, cosicché fino a quella data sarebbe stato obbligo per Paolilli riferire all’A.g. ogni circostanza a sua conoscenza. Tale inadempienza deve far ritenere consumato il reato di favoreggiamento almeno fino alla data del 21 febbraio 2008, cosicché l’ipotesi di reato ascritta a Paolilli non può in alcun modo ritenersi prescritta”.

Non archiviate!
E’ il 3 febbraio di quest’anno quando l’avv. Fabio Repici inoltra formale opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto e per l’ex poliziotto Guido Paolilli. Per il legale della famiglia Agostino la posizione di Gaetano Scotto appare “sufficientemente raggiunta da elementi di responsabilità che rendono ben plausibile per lui l’esercizio dell’azione penale”. E proprio in merito a Scotto lo stesso Repici ribadisce la risultanza di “una piena convergenza del molteplice” e cioè quel valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’art. 192 del codice di procedura penale. Vengono quindi citate le “dichiarazioni di reità palesemente autonome” di alcuni collaboratori di giustizia: Vito Lo Forte (che riferisce quanto saputo da Pietro Scotto) e Oreste Pagano (la cui fonte è Alfonso Caruana), secondo i quali Agostino e la moglie erano stati assassinati “perché il poliziotto conosceva e stava per denunciare la contiguità di appartenenti alla Polizia di Stato all’organizzazione Cosa Nostra”. Nel documento difensivo vengono evidenziati determinati “elementi indiziari” ricavabili dalle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia. Si comincia con Giovanni Brusca, che “ha riferito della compartecipazione dei fratelli Nino e Salvino Madonia e di uomini d’onore della famiglia dell’Acquasanta, per l’appunto come Scotto, alla commissione di omicidi nel 1989”. E’ la volta poi di  Angelo Fontana, che ha parlato della “responsabilità” di Gaetano Scotto nell’attentato contro Giovanni Falcone all’Addaura. E poi ancora Baldassarre Ruvolo, che ha riferito della stretta frequentazione fra Gaetano Scotto e Nino Madonia proprio nell’estate 1989. Anche le dichiarazioni dei familiari dell’agente Agostino acquisiscono ulteriore importanza. Viene ricordato che la madre del poliziotto, Augusta Giacoma Schiera, ha riconosciuto in Gaetano Scotto “l’uomo dal quale il figlio si sentì seguito all’aeroporto catanese di Fontanarossa”. Così come la testimonianza di Ida Castelluccio durante l’agguato mortale, secondo la ricostruzione del legale le sue parole – “io so chi siete, vi conosco” – riferite da Vincenzo Agostino “evocano il suo rapporto di parentela con la moglie di Gaetano Scotto”. Nella richiesta di opposizione ci sono  altresì quegli “elementi logici” ricavabili dalle dichiarazioni rese da Saverio Montalbano (allora dirigente del commissariato San Lorenzo, dove formalmente Agostino prestava servizio) in merito alla confidenza rivoltagli da Giovanni Falcone in merito all’omicidio di Nino Agostino (“Io devo la vita a questo ragazzo”, ndr). Secondo il ragionamento dell’avv. Repici questa stessa circostanza “richiama con evidenza l’attentato subito dal dr. Falcone un mese e mezzo prima del delitto Agostino ad opera degli stessi affiliati delle famiglie mafiose di Resuttana e dell’Acquasanta”. Ad avvalorare la tesi difensiva viene citata la condanna definitiva all’ergastolo riportata da Gaetano Scotto insieme, tra gli altri, a Salvatore Madonia, per un omicidio commesso il 29 aprile 1989, solo tre mesi prima dell’omicidio Agostino. E proprio riguardo a Scotto vengono riportati ulteriori elementi di “prova logica” che a dire della difesa derivano dalle dichiarazioni di Vito Lo Forte sui rapporti (confidati a Lo Forte da Pietro Scotto, fratello di Gaetano) fra lo stesso Scotto ed esponenti della Polizia di Stato e dei servizi segreti e “perfino dalle risultanze relative all’indagato Paolilli e alle anomalie che hanno contraddistinto l’operato della Polizia di Stato (circostanze che corroborano e rendono compatibili perfino le divergenti dichiarazioni di Brusca e Giovanbattista Ferrante, con riferimento a una partecipazione al duplice omicidio oggetto del presente procedimento), in aggiunta al dato temporale sicuramente non trascurabile della immediata consecutio fra l’attentato all’Addaura e il duplice omicidio Agostino-Castelluccio”. (…)

(l’articolo integrale sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila)

Firmate l’appello per la sopravvivenza dell’Istituto Gramsci Siciliano

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Realfonzo: “Un referendum contro l’austerità: passiamo dalle parole ai fatti” da: micromega


L’economista è nel comitato che promuove la consultazione popolare contro il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio: “Le misure imposte dall’Europa hanno aggravato la crisi, con tagli indiscriminati alla spesa pubblica e gli aumenti della pressione fiscale”. E le nuove aperture di Angela Merkel sul Patto di Stabilità? “Si sta semplicemente passando dall’austerità espansiva all’austerità flessibile. Bisogna cambiare politiche economiche e contrastare il rigore”. Infine, un invito a movimenti e partiti: “Raccogliamo insieme le 500mila firme necessarie”.

intervista a Riccardo Realfonzo di Giacomo Russo Spena

Riccardo Realfonzo, un comitato di economisti e giuristi ha indetto per domani, 26 giugno,una conferenza stampa per promuovere una campagna referendaria basata su 4 quesiti, lo slogan è “Stop all’austerità. Riprendiamoci la crescita. Riprendiamoci l’Europa”. Innanzitutto è interessante analizzare l’orientamento eterogeneo e trasversale dei promotori: da Mario Baldassarri (uomo vicino al centrodestra) a Lei. Avete trovato un’intesa comune superando la dicotomia destra/sinistra?

Noi riteniamo che le politiche di austerità, con i tagli indiscriminati alla spesa pubblica e gli aumenti della pressione fiscale, siano una sciagura per l’Italia e più in generale per l’Europa. Già nel 2010 io ed altri promuovemmo una lettera contro l’austerità che fu sottoscritta da circa 300 economisti italiani e stranieri, tra cui autorevolissimi studiosi, ma i governi italiani non hanno mutato di una virgola la loro azione. Ci siamo quindi convinti che di fronte a questa sciagura ed emergenza nazionale ed europea, sia necessario mettere in campo il più ampio schieramento possibile di forze politiche e sociali. Da qui abbiamo definito un comitato promotore largo ed eterogeneo, con personalità molto diverse per formazione culturale e sensibilità politica.

Arriviamo alle ragioni della consultazione popolare. Sotto accusa vengono poste le politiche di austerity dell’Europa; in primis, il pareggio di bilancio in Costituzione e il Fiscal Compact. Per voi sono misure economiche che aggraveranno ulteriormente la crisi. Perché?

Intanto è ciò che si è verificato sino a oggi. Le politiche del rigore hanno ampiamente peggiorato la situazione, come è ormai provato dalla letteratura scientifica: l’Europa ha risposto alla crisi scoppiata a fine 2007 con l’austerity, con il risultato che la produzione di ricchezza è ancora oggi inferiore ad allora, e abbiamo sette milioni e duecentomila disoccupati in più. In Italia, uno dei Paesi costretti a praticare le politiche più drastiche, la disoccupazione è raddoppiata e continua ad aumentare senza sosta, il prodotto interno lordo rimane inferiore del 9% rispetto al 2007 e milioni di imprese hanno chiuso i battenti. C’era una volta la teoria dell’“austerità espansiva”, secondo cui i tagli della spesa pubblica favoriscono la crescita. Ma si tratta di una teoria falsificata dagli eventi. L’austerità produce recessione e disoccupazione. Ed è ora di dire basta.

Secondo il comitato promotore infatti si uscirà dalla crisi soltanto col rilancio di politiche espansive. Eppure gli ultimi indici economici parlano di leggera ripresa economica in Europa, anche se a macchia di leopardo. La sua spiegazione?

A riguardo va chiarito, dati della Commissione Europea alla mano, che il pil dell’eurozona è ancora inferiore rispetto al valore del 2007 per circa un punto e mezzo. All’interno di questo dato recessivo si assiste a una crescente divergenza tra Paesi che stanno riprendendo a crescere e quelli che crollano drammaticamente. Gli squilibri territoriali crescenti sono soprattutto l’esito dei processi cumulativi spontanei del mercato che tendono a concentrare lo sviluppo nelle aree centrali, a danno delle “periferie”. Al tempo stesso, c’è da considerare che i Paesi periferici sono stati costretti dai vincoli europei a praticare politiche di super austerità, con conseguenze devastanti, mentre altri – Germania in testa – hanno tratto vantaggio dal valore relativamente contenuto dell’euro.

Secondo alcuni la cancelliera Angela Merkel, anche sotto la spinta del governo italiano, starebbe aprendo alla possibilità di politiche economiche meno “austere” in Europa. Cosa ne pensa?

Sarei molto cauto sulle aperture della Merkel: si dice favorevole a usare i margini di flessibilità già presenti nel Patto di Stabilità, lasciandolo invariato, senza dunque un reale cambiamento nella politica economica. Il blocco tedesco non è orientato a rivedere i vincoli europei, ma solo a rendere un po’ più elastiche le modalità e i tempi per rispettare i vincoli. La mia impressione, dunque, è che si passi dalla ottusa intransigenza dell’“austerità espansiva” a una forma di “austerità flessibile”, che va un po’ incontro ai Paesi in difficoltà senza però cambiare realmente il segno delle politiche economiche. Aggiungo che si tratterebbe di una flessibilità concessa principalmente ai Paesi che praticano riforme incisive. Ma mi chiedo: di quali riforme parliamo? Se si tratta di riforme che vanno ancora nella direzione della deregolamentazione del mercato del lavoro allora siamo sempre più nei guai, perché è ormai provato che queste riforme non favoriscono la crescita occupazionale. Insomma, se passassimo dall’“austerità espansiva” a una “austerità flessibile” saremmo ben lontani dall’imprimere la svolta di cui l’Italia e l’eurozona hanno assoluto bisogno.

Alla luce di queste analisi come giudica l’azione del governo Renzi e le pressioni che esercita in Europa?

Farei due osservazioni distinte. Da un lato, bisogna sottolineare che il Documento di Economia e Finanza (DEF) messo a punto dal ministro Padoan si muove nel rispetto dei vincoli europei e assume i principi dell’“austerità espansiva”. Infatti, il DEF disegna il percorso di abbattimento del debito verso il 60% previsto dal Fiscal Compact, confidando di arrivare a fare insieme, da qui a pochi anni, due cose che insieme non si possono fare: avanzi primari (cioè eccessi del prelievo fiscale sulla spesa pubblica di scopo) nell’ordine del 5% e tassi di crescita reale del pil prossimi al 2%. Sotto questo aspetto le previsioni del governo sono davvero poco credibili. Dall’altro lato, però, a dispetto di ciò che c’è scritto nel DEF, il presidente Renzi sembra consapevole che bisogna superare l’austerità e fa in tal senso pressioni in Europa. È però assolutamente necessario andare ben oltre l’“austerità flessibile” e il mio auspicio è che la spinta popolare, dal basso, della iniziativa referendaria possa aiutare in tal senso.

Voi mettete sotto attacco l’Europa dell’austerity e della tecnocrazia. Nel discorso non parlate dell’euro, a differenza di forze euroscettiche o in Italia del M5S. Come mai?

Su questi temi si fa spesso confusione. Il problema non è l’euro in sé. L’eurozona potrebbe funzionare in un quadro di politiche economiche espansive assecondate dalle autorità di politica monetaria, e in presenza di forti meccanismi redistributivi tra aree forti e aree deboli. In assenza di queste condizioni, per alcuni Paesi i costi della rinuncia allo strumento del tasso di cambio possono giungere a superare i benefici dell’adesione alla moneta unica. Insomma, di questo passo alcuni paesi potrebbero considerare razionale l’uscita dall’unione monetaria. E questo rischierebbe di segnare il fallimento del grande progetto di unione tra i popoli europei, messo in campo all’indomani della seconda guerra mondiale. Bisogna fermare questa deriva.

Referendum su trattati internazionali non sono possibili. Questo perché lo dovrebbe essere?

Credo che i giuristi del comitato referendario abbiano fatto un lavoro eccellente. I quattro quesiti propongono di abrogare alcune disposizioni della legge 243 del 2012, la legge ordinaria che applica la riforma costituzionale del pareggio di bilancio spingendo sulla linea di austerità addirittura più del fiscal compact e dei trattati europei. Questo referendum quindi non abroga né trattati né norme costituzionali, non potrebbe, ma porta i cittadini ad esprimersi finalmente contro l’austerità. E di ciò non si potrà non tenerne conto.

Qualche partito sosterrà tali quesiti o pensate di farcela con il solo sforzo di movimenti e società civile?

Noi ci rivolgiamo a tutti i partiti e movimenti, e a tutte le forze sociali che in questi anni in vario modo hanno criticato le politiche di austerità e i vincoli europei. Ora, sostenendo il referendum e aiutandoci a raccogliere le 500mila firme, hanno la possibilità di passare dalle parole ai fatti.

A parte il referendum su acqua pubblica e contro il nucleare negli anni si sono susseguite soltanto sconfitte per mancanza del quorum. Non si rischia l’effetto boomerang?

Direi di no. E poi sarebbe ben poca cosa rispetto ai rischi che corrono l’Italia e l’eurozona procedendo con questa politica economica. Dobbiamo dire stop all’austerità prima che sia troppo tardi.

(25 giugno 2014

Riforma del Senato, verso una nuova casta di nominati da: micromega


di Nadia Urbinati, da facebook.com/nadia.urbinati.5

All’inizio il problema era il bicameralismo perfetto ora è il bicameralismo. Questa riforma si orienta di ora in ora verso un radicale rifacimento dell’assetto istituzionale della nostra Repubblica. Due principi si stanno imponendo che reinterpretano il significato della rappresentanza e del suffragio: i cittadini sono sovrani dimezzati; il voto dei cittadini serve solo a formare una maggioranza. Infatti chi vuole ardentemente questa riforma, l’ha giustificata con questi due argomenti: un Senato eletto costa troppo e rende troppo lento il processo decisionale. Sono due argomenti molto problematici e essenzialmente ideologici, il primo per lo meno volgare e il secondo insofferente per la deliberazione democratica. Entrambi sono poco convincenti e per nulla comprovati. Sui costi: la democrazia costa al suo sovrano, che è fatto di cittadini che vivono del loro lavoro. Devono pagare per le funzioni pubbliche di cui lo stato democratico ha bisogno e spetta a chi svolge quelle funzioni essere attenti a limitare i costi. L’esito di anni di mal uso e abuso delle risorse pubbliche da parte di parlamentari dovrebbe essere affrontato riscrivendo le regole relative al loro uso delle risorse non cancellando un organo eletto, ovvero facendo pagare ai cittadini decurtandoli del loro potere di elezione. Sembra che la responsabilità prima dei costi della politica stia nel potere democratico: se non si votasse si spenderebbe meno. Questo à il senso del messaggio sui costi del Senato eletto.

Circa il secondo argomento, quello delle celerità decisionale: è un fatto che nei regimi democratici la tensione tra il potere esecutivo e quello legislativo sia fondamentale e permanente. Ma la tensione dovrebbe risolversi con il riconoscimento della priorità del secondo. La massima tocquevilliana per cui la democrazia si corregge con più democrazia dovrebbe quindi essere così interpretata: nell’equilibrio dei poteri (un bene che il costituzionalismo moderno ci ha regalato) occorre che il potere di proporre e fare le leggi sia centrale perchè quello che direttamente discende dalla volontà dei cittadini. In una democrazia elettorale, fare le leggi comporta la centralità degli organi che ricevono autorità diretta dal suffragio. Circola tra i costituzionalisti l’idea che il cittadino sia arbitro. Questa riforma è figlia di questa interpretazione che va nella direzione di diminuire il valore e l’estensione del potere elettorale per porre l’accento sui poteri dello stato che il cittadino-arbitro osserva lavorare e giudica. Il cittadino-arbitro è come un giudice imparziale che sta fuori del gioco; i titolari della squadra sono i veri giocatori, non lui/lei. E i giocatori sono liberi di decidere che schema usare, quali ruoli rafforzare e quali indebolire. L’importante è che vincano. L’importante è che il cittadino-arbitro sappia a urne chiuse chi governerà, chi ha vinto. Poi i giochi sono tutti fatti da altri e il cittadino sta a guardare e alla fine del gioco decide se riconfermare quei giocatori o cambiarli. Questa visione della democrazia è così minima che accontenta chi ha una tradizionale allergia alla democrazia.

La riforma che il Partito democratico si appresta a votare piace molto ai democratici minimalisti proprio perchè restringe al massimo il potere dei cittadini-attori (o sovrani) e amplia quello dei cittadini-arbitri. In questa riforma spicca infatti la centralità dei giocatori e soprattutto di coloro che segnano, ovvero di chi fa: del potere esecutivo. Si restringe il dominio del potere legislativo (che è fatto anche di discussione e rappresentanza, non solo di decisione) nel senso che al voto dei cittadini si chiede di esprimere la maggioranza (a questo mira del resto la legge elettorale) e non tanto di vedere rappresentate le proprie idee o interessi; lo stesso vale per la Camera politica, alla quale anche è richiesto di sostenere il governo (della maggioranza) non tanto di controllare, mediare, discutere e se necessario fermare (insomma tutto quello che gli organi deliberativi dovrebbero fare). L’esito auspicato è l’identità della maggioranza monocamerale con l’esecutivo. I rappresentanti, con questa riforma, sono rappresentanti del volere della maggioranza. Si tratta di una riforma di stampo plebiscitario con la quale la bilancia del poteri pende verso l’esecutivo: il fare più che il discutere. Si approda al presidenzialismo senza dirlo. In questo quadro si iscrive la proposta di abolire il Senato eletto.

Perchè bisogna essere critici di questa proposta (che non significa abbandonare l’idea di una riforma del Senato che sappia attuare un parlamentarismo funzionale ovvero che abbia sia il potere di esprimere la maggioranza, e fare leggi, sia che a quello di rappresentare, controllare e infine fermare)? Non è forse vero che Matteo Renzo ha commentato la legge sulla responsabilità dei giudici passata alla Camera dicendo che al Senato la si cambierà? Dunque, anche lui deve amnettere che passare una legge al vaglio due volte consente di correggere errori e migliorare una decisione. Questo solo dovrebbe bastare a convincerci della rilevanza di avere due Camere. Si dice inoltre e insistentemente che un Senato eletto allunga i tempi della politica. Ma si potrebbe obiettare che l’Italia repubblicana ha prodotto un numero spropositato di leggi pur anche con un bicameralismo perfetto! Insomma questi argomenti sono molto poco convincenti. E veniamo così al nodo centrale di questa proposta: l’elezione indiretta dei membri del Senato delle Autonomie.

Cominciamo dall’osservare che volendo riformare la Costituzione, sarebbe opportuno porsi la seguente domanda: Perchè ci proponiamo di attuare questa riforma? Da quale esigenza siamo mossi e per ottenere che cosa? Questo livello preliminare di chiarezza sulle intenzioni è importante perchè consente di affrontare in maniera non approssimativa il problema, ovvero dargli organicità e coerenza. Indubbiamente, sono due le esigenze che giustificano una riforma la legge fondamentale della nostra Repubblica: rendere il sistema politico più trasparente e accountable (rispondenza), e renderlo più funzionale. La prima esigenza detta la legittimitá delle regole e procedure democratiche nell’era del costituzionalismo: neutralizzare e impedire l’arbitrio (anche della maggioranza eletta), e per questo rendere il potere dello Stato più efficacemente esposto al controllo e sapientemente bilanciato nei poteri che lo compongono, in modo che non ci sia accumulo in nessuno di essi. Se questa è l’esigenza, l’elezione indiretta (la nomina da parte degli organismi di governo comunale e regionale) del Senato della Repubblica va nella direzione contraria. Perchè l’elezione indiretta dei componenti di un organo deliberativo (o che partecipa comunque alle decisioni nazionali sebbene non a tutte) è opaca rispetto all’elezione per suffragio dei cittadini. Al contrario, attribuisce un enorme potere discrezionale ad alcuni grandi elettori (sì eletti per suffragio universale, ma per svolgere funzioni di governo territoriale) che in questo modo acquisterebbero un potere superiore a quello di tutti gli altri cittadini, in violazione al principio di eguaglianza politica. Si risolve questo vulnus togliendo al Senato il potere di dare e togliere fiducia al governo, ovvero gli si assegna un potere mezzo-sovrano. In questo modo, si dice, non si toglie nulla al potere dei cittadini e del suffragio. Vero: ma si crea un potere delegato nuovo e molto ampio. Il paradosso di questo Senato nominato è che avrà troppi poteri per essere composto di nominati e troppo pochi poteri per riuscire a controllare gli eletti. Introduce infine un arretramento palese rispetto al suffragio diretto, con un ritorno al XIX secolo quando il voto indiretto venne teorizzato e usato come argine alla democrazia e all’incalzante espansione del suffragio diretto e segreto. Oggi lo si rispolvera per risparmiare e velocizzare la decisione.

L’evoluzione della storia politica occidentale è andata in una direzione contraria a quella del voto indiretto; anche perchè è diventato in poco tempo un fatto provato che questo metodo di nomina serviva a generare e proteggere un’oligarchia social-politica, una classe di notabili sensibili agli interessi locali o di chi li nominava. A riprova di ciò potrebbe essere utile ricordare che il Senato degli Stati Uniti d’America fu nella prima farse della storia della federazione americana composto da nominati dagli Stati e diventò un istituto così corrotto e piegato agli interessi non controllabili dei potentati locali e dei notabili che controllavano le nomine da indurre il legislatore a riformarlo instituendo l’elezione diretta dei suoi membri. Quindi la strada semplificatrice e di risparmio che il Partito democratico promette rischia di produrre nuove sacche di corruzione e di privilegio. Un potere in mano ai grandi elettori locali anche se pagato con rimborsi sarà un’occasione di potere appetibile anche perchè fuori del controllo diretto dei cittadini e quindi meno scalfibile. Prevedibilmente si aumenterà la funzione repressiva e ai magistrati verrà dato un nuovo settore di controllo.

Un secondo argomento che si usa per giustificare questa riforma è che dobbiamo seguire modelli riusciti altrove, per esempio quello tedesco. Ma questo argomento è sbagliato e capzioso. La Germania è una federazione compiuta. Ha una Camera direttamente eletta dai cittadini tedeschi e una Camera dei Länder (Bundesrat). Quest’ultima è composta di membri non eletti a suffragio universale diretto, di esponenti dei governi dei vari Länder. Il fatto molto diverso che la federazione consente è che questa camera di nominati è per davvero espressione degli interessi dei Länder e infatti i suoi membri sono vincolati al mandato ricevuto dai loro governi locali per fare gli interessi di ciò di cui sono i rappresentanti (dei loro territori), in violazione del generale principio del divieto di mandato imperativo. L’Italia annacquerebbe il modello tedesco perchè non darebbe mandato imperativo ai rappresentanti dei territori – ma si potrebbe obiettare che in questo modo dà anche meno controllo e molto meno accountability. Se si vuole davvero fare un Senato delle regioni e dei territori occorrebbe avere il coraggio di approdare a un compiuto federalismo, appunto come in Germania. Diversamente, il libero mandato a membri di un Senato nominato dai territori finirà per ascrive un potere troppo grande, poco o nulla rispondente all’interesse dei territori, e troppo fuori controllo. Questo è il paradosso di un federalismo a metà e di un modello tedesco annacquato. Infine, non si tiene contro del fatto che la Germania ha mantenuto questa sua tradizione dall’Ottocento, non è retrocessa dal voto diretto a quello indiretto, come invece faremmo noi.

La questione è anche di ragionevolezza e prudenza politica: dopo anni di condanne della casta ora si legittima la casta e si chiede agli italiani di devolvere il loro potere di elezione a funzionari ed eletti locali, piccoli potenti che le cronache quotidiane ci restituiscono come attori di una corruzione capillare ed espansa. E’ il risparmio una ragione sufficiente per rispolverare il voto indiretto o non invece la promessa implicita a una nuova generazione locale di prendersi velocemente una fetta di potere discrezionale? Un Senato che non risponde agli elettori perchè non deve comunque sfiduciare il governo è un Senato che ha comunque troppo potere per non generare una nuova oligarchia, una nuova casta.

(23 giugno 2014)

“Pepe Mujica batte Matteo Renzi 1-0”. In libreria la prima biografia del “presidente impossibile” Autore: ca. da. da: controlacrisi.org

l’Italia esce dai mondiali battuta dall’Uruguay. Non è il dispiacere per la nazionale a toccarci che dietro vede il presidente in Matteo Renzi, ma è la gioia oggi a guidarci per la vittoria dell’Uruguay che dietro invece ha un grande presidente, nella persona di Pepe Mujica.

Fortuna e bravura sono i meriti che oggi riconosciamo anche ai tipi di Nova Delphi Libri che stanno uscendo in libreria con la prima biografia italiana di Pepe Mujica, curata da Nadia Angelucci e Gianni Tarquini, con la presentazione di Erri De Luca.  

Ed è proprio De Luca a presentarlo con queste parole: “Pepe Mujica è il compagno che ognuno avrebbe voluto a fianco e che molti hanno conosciuto sotto diversi nomi. La sua vicenda prima che politica è sentimentale, perché fondata sul primo sentimento che affiora alla coscienza: la giustizia. La prima obiezione di un bambino, la sua prima critica agli adulti ha questa formula: non è giusto. È il suo primo segnale di coscienza indipendente. La formazione di un carattere rivoluzionario inizia da un urto e da una compassione. I tupamaros di Raúl Sendic sono stati esempio entusiasmante di lotta armata popolare, con le loro azioni rivolte a suscitare il massimo di consenso e realizzando il massimo di critica e di denuncia del sistema di corruzione al potere. La notizia delle loro imprese dilagava negli anni settanta in tutto il mondo e faceva dell’Uruguay un punto di riferimento.
Sotto la dittatura militare hanno scontato la pratica rivoluzionaria con la rappresaglia carceraria. Per la durata di tre Olimpiadi le loro vite sono state rinchiuse nel buio di uno stanzino sigillato. Le torture, dalle percosse a quella della sete che spingeva a bersi le urine, hanno schiacciato i loro corpi per dodici anni, quattromila giorni senza sapere nemmeno che ora fosse, senza poter scambiare una parola: se questo è un uomo? Sì, questo è un uomo, uno che non si è disintegrato dentro uno dei peggiori tritacarne del secolo dei rivoluzionari. Poi nel primo contatto con l’aria senza sbarre, la libertà fu essere scaraventati fuori dal passato e dovere imparare da zero il presente, studiarlo come il meccanismo di un orologio smontato, cercando di rimontare i pezzi. Pepe Mujica in quei giorni di convalescenza dalla clausura scrive gli articoli della sua nuova cittadinanza, fondata sulla fedeltà alla prima. A inizio della sua costituzione scrive: niente odio. Questo è il presidente Pepe Mujica e il suo nuovo Uruguay democratico che insieme inaugurano il tempo moderno e il futuro praticabile. A me lettore di queste pagine fa venire voglia urgente di andare a vederlo”.

Pepe Mujica, ex tupamaro, così come lo è stato Maurcio Rosencof, di cui la stessa Nova Delphi ha pubblicato prima Le leggende del nonno di tutte le cose, poi Sala 8, oggi è il capo di stato più povero del mondo.

E’ il presidente che dona il 90% del suo stipendio ai bisognosi e che ha legalizzato l’uso della cannabis nel suo paese? L’uomo che parla alla gente con la lingua dei più umili e che fa della sobrietà uno stile di vita?

Il libro della Angelucci e di Tarquini narra del suo presidente di oggi, ma anche di un’infanzia e di una gioventù in un Paese, l’Uruguay, attraversato da grande fermento culturale e politico, della sua adesione alla lotta armata nel Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros, dei lunghi anni passati in carcere, ostaggio della dittatura.

Descrive il suo attaccamento alla terra, la storia d’amore con l’attuale moglie Lucía Topolansky, anche lei ex guerrigliera, il loro proposito di vivere in campagna come contadini in mezzo agli altri contadini. E infine la grande passione per la politica che lo ha portato nel 2009 alla presidenza dell’Uruguay.

A Roma sarà presentato il 3 luglio ore 18 presso la Libreria Arion, Palazzo delle Esposizioni, Via Milano 15/17 con Geraldina Colottii, Riccardo Staglianò, Germano Panettieri e gli autori.

Follie alla Fiat di Pomigliano, licenziati perché inscenano, per protesta, la finta morte di Marchionne Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Ancora un colpo di Marchionne contro i lavoratori di Pomigliano. Quattro tutte blu che nei giorni scorsi avevano protestato contro il reparto-confino di Nola sono stati licenziati. Secondo l’azienda hanno violato ”i piu’ elementari doveri discendenti del rapporto di lavoro”, e per aver provocato ”gravissimo nocumento morale all’azienda ed al suo vertice societario”. Di quale orrendo crimine di sono macchiati? Hanno, per pura protesta, inscenato il suicidio di Sergio Marchionne prima, e la sua veglia funebre poi. Tutto questo per tentare di dare visibilità alla morte, questa volta vera, purtroppo, per suicidio, di una operaia dello stesso reparto.

I manifestanti chiedevano anche il rientro a Pomigliano dei circa 300 operai trasferiti alla logistica di Nola nel 2008 e da allora in cig con scadenza il 13 luglio: la Fiat, nei giorni scorsi, ha avviato la procedura per il rinnovo della cassa integrazione per un anno. I quattro operai, appartenenti al ‘comitato di lotta Cassaintegrati e licenziati’ dello stabilimento Fiat di Pomigliano, domani saranno davanti alla fabbrica per un presidio ai cancelli, in concomitanza con uno sciopero di due ore proclamato dai Cobas lavoro privato dalle 13 alle 15, in segno di protesta contro i provvedimenti disciplinari, ritenuti ”eccessivi” a fronte delle due manifestazioni messe in atto. Le tute blu, affermano che oltre a loro, anche Mimmo Mignano, ex lavoratore del Giambattista Vico, in causa con l’azienda per altri due licenziamenti avvenuti nel 2006 enel 2007, la cui ultima udienza dovrebbe svolgersi il prossimo 17 luglio, ha ricevuto la lettera di licenziamento, dopo quella di contestazione preventiva recapitatagli la scorsa settimana, con la quale Fiat avvertiva l’uomo che in caso di reintegro sarebbe andato incontro a provvedimenti disciplinari.

I quattro lavoratori e Mignano avevano contrapposto le proprie argomentazioni, sostenendo che le manifestazioni erano ”simboliche e caricaturali”, ma erano state ritenute dall’azienda prive di ”elementi giustificativi”. Secondo il Lingotto, infatti, ”la gravita’ degli addebiti sono tali da ledere irreversibilmente il vincolo di fiducia sotteso al rapporto di lavoro, e l’aspettativa di una corretta prosecuzione della collaborazione lavorativa”. ”L’accusa – sottolineano, invece, dal Comitato di lotta – e’ di aver posto in essere un’azione del tutto simbolica e caricaturale con il finto suicidio di Marchionne, all’indomani del vero suicidio di Maria Baratto, nei pressi del polo logistico di Nola in cui da circa 6 anni sono ‘confinati’ e in cassa integrazione circa 316 operai, di cui tre si sono tolti la vita a causa della cassa integrazione e della precarizzazione delle proprie gravissime condizioni economiche e sociali”

La politica nell’era della globalizzazione | Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Raffaele Marchetti

La crisi ci sta svelando una nuova costellazione politica che può difficilmente essere spiegata con le vecchie categorie della sinistra o della destra

Con la recente crisi finanziaria abbiamo assistito a un’epifania politica. Come conseguenza della crisi economica una serie di sistemi politici nazionali sono cambiati drammaticamente. Il sostegno popolare ai partiti tradizionali, sia di centro-destra sia di centro-sinistra, è diminuito in modo vistoso. Nuovi movimenti populisti sono emersi con prepotenza. Le principali politiche economiche sono state «decise esternamente» con le istituzioni europee e quelle internazionali. Coalizioni di governo transideologiche si sono infine formate, con partiti conservatori e progressisti insieme al governo.
Insieme a pesanti effetti socio-economici, con la crisi si è avuta una profonda trasformazione del panorama politico di molti paesi europei, a cominciare dalla Grecia, l’Italia e, entro determinati limiti, anche la Spagna e il Portogallo. In questi paesi, quei partiti che erano tradizionalmente in competizione si sono ritrovati soci al governo. La divisione di lunga data tra forze conservatrici e progressiste si è sempre più confusa. L’antagonismo tra nemici dichiarati (si pensi al caso italiano degli ultimi due decenni con il cleavage pro o contro Berlusconi che ha dominato il posizionamento degli attori politici) ha ceduto il passo ad alleanze pragmatiche nel nome dell’ortodossia dell’Ue.
Se rimanessimo ancorati al paradigma tradizionale della politica tra destra e sinistra non saremmo in grado di dar conto di questi cambiamenti radicali. Circostanze specifiche, decisioni tattiche contingenti o il sempre presente «non ci sono alternative» non offrono che parziali spiegazioni per questi avvenimenti. Questi cambiamenti potrebbero, a prima vista, sembrare dunque contingenti, frutto dell’emergenza finanziaria, e quindi in ultima analisi quasi insignificanti.
La verità è che nell’epoca della globalizzazione ci ritroviamo di fronte a un fenomeno che facciamo fatica a spiegare nella sua complessità e nei suoi mille rivoli di cambiamento e novità. La crisi ci sta svelando una nuova costellazione politica che può difficilmente essere spiegata con le vecchie categorie della sinistra o della destra. I concetti che ci hanno aiutato a dar senso all’esperienza di gran parte del XX secolo sono ora svuotati della loro forza euristica. Non ci spiegano più in modo esaustivo la realtà di oggi e quindi non ci offrono che una guida molto limitata e approssimativa per navigare le circostanze politiche che stiamo vivendo.
Il libro cercherà invece di argomentare che questi avvenimenti post crisi rivelano in ultima istanza una trasformazione fondamentale della politica nell’età della globalizzazione. Una trasformazione che è tanto radicale quanto destinata a durare nel tempo. A livello governativo questi cambiamenti potranno forse venire meno nel futuro per una serie di ragioni che hanno a che vedere con la tattica elettorale, ma la loro ragion d’essere, le loro profonde radici socio-economiche rimarranno immutate in quanto hanno a che vedere con la trasformazione del principale cleavage politico nell’era della globalizzazione. Se in passato il campo politico si divideva tra destra e sinistra (Bobbio 1999), oggi la divisione fondamentale della politica (il cleavage, appunto) si centra sulla tensione tra integrazione sopranazionale e preservazione nazionale delle dinamiche economiche, sociali e, in ultima analisi, politiche.
L’ipotesi di fondo di questo libro è proprio che un quadro concettuale con migliori chance di interpretare correttamente la costellazione politica attuale sia quello centrato sul fenomeno della globalizzazione. È con riferimento al posizionamento politico rispetto a questioni di policy centrali per la globalizzazione come l’integrazione dei mercati, la delega di sovranità, la partecipazione alle organizzazioni regionali, ma anche l’accettazione delle politiche sovranazionali ortodosse e l’adozione di standard «universali», che noi possiamo meglio capire le divisioni politiche di oggi, il campo sul quale si gioca la partita politica di quest’epoca sia a livello nazionale, sia a livello internazionale (si pensi al dibattito che sta animando la campagna elettorale delle elezioni per il Parlamento europeo del maggio 2014).
Con ciò non si vuole suggerire che i tradizionali principi associati alla comprensione della politica di destra o sinistra siano senza più alcun valore o senza utilità. Normativamente essi svolgono ancora un’importante funzione nella guida della valutazione di molte scelte politiche. Tuttavia, questi punti di riferimento ideologico sono di poco valore pratico quando dobbiamo decifrare le decisioni politiche fondamentali prese da attori nazionali o internazionali. Quello che veramente conta in questi casi è l’attitudine nei confronti della globalizzazione, che non coincide necessariamente con il posizionamento lungo il continuum destra-sinistra tradizionale. Nella politica di oggi, la decisione fondamentale riguarda proprio il posizionamento nei confronti del quadro di riferimento ultimo, ossia la collocazione nei confronti delle sfide della globalizzazione. Solo una volta che questa decisione è stata presa, emergono le questioni che hanno a che fare con le scelte politiche di destra o sinistra. Le dispute normative, di conseguenza, rimangono soltanto secondarie rispetto alla grande questione della globalizzazione.
Ora, negli ultimi trent’anni siamo vissuti, in occidente prima e poi via via nel resto del mondo, in sistemi nei quali le decisioni fondamentali a favore della globalizzazione sono state prese a priori, date quasi per scontate. Esse non sono state veramente discusse nei parlamenti nazionali o regionali, e nemmeno nei dibattiti pubblici. Sono state semplicemente assunte. Il consenso nell’establishment politico tradizionale è stato così diffuso per quasi un trentennio che il vecchio detto thatcheriano del TINA (There Is No Alternative) sembrava quasi completamente avveratosi. Una volta assicurate le decisioni fondamentali, allora le dispute politiche che noi conosciamo potevano prendere piede. I partiti di destra o di sinistra a quel punto si trovavano nella condizione di competere in modo anche ruvido per vincere i cuori e le menti dell’elettorato, posto però che la posizione ultima proglobalizzazione fosse messa da parte fuori dall’agone politico e considerata terreno comune e insindacabile. In questo senso, la politica degli ultimi decenni è stata caratterizzata da una competizione che non riguardava i fini ultimi, in quanto poggiava su una piattaforma implicita comune.
Tuttavia è proprio in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, con l’emergere di nuovi partiti e movimenti anti-establishment, che il dibattito sulla questione ultima della globalizzazione si è riaperto. Ed è in questo momento che ci è più facile vedere la fondamentale dicotomia che caratterizza il nostro sistema politico. Durante l’attuale crisi finanziaria, il dibattito politico si è infatti spostato da questioni secondarie a questioni macroeconomiche e politiche chiavi che hanno a che fare con il posizionamento del paese vis-à-vis l’integrazione globale e regionale. In questo modo, il quadro politico-ideologico è cambiato drammaticamente. Il caso italiano è particolarmente illuminante in questo senso.
Nell’estate del 2011, il governo Berlusconi fu forzato alle dimissioni da una montante pressione politica nazionale e internazionale. In quel periodo, la crisi finanziaria colpì il sistema politico italiano e lo cominciò a trasformare. Un nuovo governo fu allora formato senza elezioni, il governo Monti. Questo era nominalmente un governo tecnico, con un mandato per salvare l’Italia dalla bancarotta. La caratteristica più straordinaria del governo Monti fu il sostegno che ricevette sia dal partito di centro-destra di Berlusconi (pdl), sia da quello di centro-sinistra di Bersani (pd). Questa fu per davvero una significativa eccezione nella storia politica italiana (l’unica altra coalizione di governo transideologica si ebbe negli anni Settanta come risposta alla minaccia del terrorismo). All’opposizione andarono tutti quei partiti contrari alle politiche economiche «integrative», ossia politiche intese ad aumentare l’integrazione italiana nel sistema economico regionale e globale. Contro il governo Monti si schierarono partiti localisti della destra populista (Lega), della sinistra (sel) e l’appena emerso partito populista creato da Grillo (m5s). Il governo Monti procedette a varare una serie di riforme strutturali così come richieste dalla triade Banca centrale europea (bce), Commissione europea (ce) e Fondo monetario internazionale (fmi): il sistema pensionistico e quello del mercato del lavoro furono ristrutturati, il bilancio statale gestito con rigore finanziario, e alcune liberalizzazioni furono tentate, invero senza grande successo.
All’inizio del 2013 nuove elezioni sono state indette in Italia. I risultati sono stati particolarmente ostili alla creazione di un governo chiaramente schierato. Così è stato formato un nuovo governo transideologico (governo Letta), di nuovo con il sostegno del pdl, pd e del nuovo partito di Monti (Scelta Civica). Malgrado le alleanze elettorali tra pdl e Lega e tra pd e sel, all’opposizione troviamo lo stesso gruppo eterogeneo che era contro il precedente governo Monti: partiti localisti della destra (Lega), della sinistra (sel) e il partito m5s di Grillo. Il nuovo governo Letta ha fondamentalmente seguito le orme del precedente governo Monti, eccetto per una maggiore sensibilità verso la crescita economica. Decisioni chiave nella direzione di allineare l’Italia sempre di più con l’Europa e con gli standard internazionali dell’ortodossia economica sono state date per scontate, in piena continuità con il precedente governo Monti. Nel febbraio del 2014 si è poi insediato il governo Renzi che poggia anch’esso su una maggioranza transideologica, sebbene più ridotta a motivo del passaggio all’opposizione (per motivi tattico-elettorali più che per motivi di orientamento verso la globalizzazione) del partito guidato da Berlusconi, ora (ri)divenuto Forza Italia.
Ciò che colpisce dei governi Monti e Letta (ma anche, in modo diverso, del governo Renzi) è, da una parte, che partiti di centro-destra e centro- sinistra li abbiano sostenuti insieme e, dall’altra, che l’opposizione fosse composta da partiti di destra e di sinistra che però erano alleati elettorali con i partiti al governo. Da una prospettiva tradizionalista basata sulla distinzione destra-sinistra, questi governi non risultano facilmente spiegabili.
Un modo alternativo, e a mio parere più convincente, di guardare a queste esperienze governative consiste, come anticipato, nell’adottare la prospettiva del dibattito sulla globalizzazione che questo libro analizza. Da questa prospettiva, ciò che era poco chiaro diventa cristallino. I partiti che hanno sostenuto questi governi, a prescindere dalla loro affiliazione ideologica, sono partiti che condividono un’attitudine proglobalizzazione di massima. Con differenze secondarie e malgrado qualche boutade puramente retorica, essi sono d’accordo nel sostenere l’imperativo del rispetto degli standard europei e internazionali della good governance, anche nel caso in cui questo significhi rinunciare a parte della sovranità nazionale e pagare alti costi sociali. Certamente è ipotizzabile influire sulle decisioni prese a livello europeo, o anche internazionale, in modo tale da modificare (parzialmente) le principali linee di policy, ma ciò non mette in discussione l’assunto centrale: l’integrazione politica ed economica sovranazionale è considerata la posizione di default che promette benefici diffusi nel medio-lungo termine.
Al contrario, i partiti all’opposizione di questi governi sono tutti «localisti». Malgrado le grandi differenze di orientamento ideologico, essi condividono il principio secondo il quale il contesto locale/regionale deve avere priorità. Condividono il sospetto e l’ostilità nei confronti di qualsiasi processo che, nel nome del sopranazionalismo, smantelli tale contesto radicato di partecipazione. L’integrazione politica ed economica è qui vista come un progetto guidato dalle élite che in ultima analisi beneficia i centri di potere transnazionali indebolendo e impoverendo i contesti locali. Particolarmente preoccupante, da questo punto di vista, è la progressiva deprivazione delle risorse politiche associata al processo di integrazione sopranazionale. Da questa prospettiva, quanto più deleghi il potere in alto e lontano, tanto meno sarai in grado di controllarlo democraticamente.
Se accettiamo queste considerazioni, alla tradizionale distinzione tra destra e sinistra dobbiamo oggi sovrapporre il nuovo cleavage pro- o antiglobalizzazione (e, per quanto ci riguarda più direttamente, il suo correlato regionalista in termini di posizionamento europeista o antieuropeista). E dobbiamo di conseguenza distinguere tra una destra globalista e una destra localista, così come dobbiamo differenziare tra una sinistra globalista e una sinistra localista: tale doppia distinzione ci aiuta a capire il perché dei governi centristi e della grandi coalizioni globaliste, e delle opposizioni localiste. In parallelo, lo stesso ragionamento va esteso agli schieramenti a livello di Parlamento europeo. Anche qui dovremmo parlare di un centro-destra europeista e di una destra nazionalista, e di un centro-sinistra europeista e di una sinistra tendenzialmente localista, in Italia così come in molti altri paesi membri dell’UE.
Il fatto poi che oggi spopolino i governi centristi globalisti ci dice anche dell’egemonia politica del globalismo sul localismo. Tale distribuzione di forze non è però qualcosa che dobbiamo assumere in modo statico. Questa situazione può facilmente mutare. Si pensi per esempio al ruolo e al peso ben diverso che il localismo e il nazionalismo ebbero in Germania e Italia negli anni Trenta del secolo scorso.
Le trasformazioni in corso in Italia stanno avvenendo anche in altri paesi europei. La politica sta svelando la natura più profonda della divisione politica che sottende molti sistemi politici. In tempi normali, non di crisi, tale contrapposizione fondamentale è forse più difficile da notare perché è dato per scontato e quindi non discusso: la politica in genere si dimena su un piano da gioco più superficiale. Tuttavia, è nei momenti di crisi che questo cleavage fondamentale emerge. In questi momenti possiamo meglio capire i contorni del quadro politico di molti sistemi politici e afferrare di cosa veramente la politica tratti in tempi di globalizzazione. Questo libro intende appunto offrire il quadro concettuale per capire questi e altri cambiamenti che stanno influenzando profondamente la nostra vita.Il testo pubblicato costituisce un estratto del prologo del libro di Raffaele Marchetti, La politica della globalizzazione, Milano: Mondadori Università (€ 16,00 pp. XII + 212, ISBN 9788861842564)

Barbara Spinelli: Gli elettori europei presi in giro, la “grande coalizione” decide ignorando il voto Autore: Barbara Spinelli

Il semestre italiano, se il governo non fa qualcosa, sta cominciando con un’impostura mai vista nella storia dell’Unione europea: basta sfogliare i giornali, e subito è chiaro che i cittadini vengono aggirati. Hanno appena eletto il Parlamento europeo, ma le loro volontà non sono ascoltate.

Per mesi, anzi per anni, è stato detto che il divario creatosi fra l’Unione e i suoi popoli era divenuto insopportabile. Un primo segnale di cambiamento è venuto quest’anno dall’indicazione, nelle campagne elettorali dei vari partiti, del candidato più o meno simbolico alla presidenza della Commissione. (Il nostro gruppo GUE-Ngl, e in Italia l’Altra Europa con Tsipras, aveva indicato Alexis Tsipras).

Quello che sta accadendo è un’impostura perché lo sforzo di colmare il divario è del tutto assente nei presenti negoziati sul futuro delle istituzioni europee e delle loro politiche. Sono i governi a negoziare e decidere sul nome del candidato e anche sul programma, senza alcuna considerazione del messaggio degli elettori.

Vero è che i trattati danno loro questo diritto: è il Consiglio europeo a «proporre» il candidato, che poi sarà eletto dal Parlamento. Ma due condizioni dirimenti vengono ignorate. I governi riuniti in Consiglio devono «tener conto delle elezioni europee», e discutere il profilo del candidato che intendono proporre al nuovo Parlamento. I fautori della candidatura Juncker partono dall’idea che egli ha raccolto più voti, il 25 maggio. Ma se consideriamo l’altissima astensione, e l’avanzata di una serie di partiti euro-ostili o eurocritici, il suo successo si ridimensiona, divenendo praticamente inesistente. Fra l’altro non è il Ppe che ha raccolto più voti ma il Pse: 49 milioni contro 39,9 milioni, anche se il Ppe ha avuto più seggi.

Il Trattato d’altronde parla chiaro: non è dei risultati numerici delle elezioni che si deve tener conto, ma «delle elezioni» in sé: cioè del loro messaggio sostanziale. E il messaggio non va nella direzione della nomina di Juncker, che incarna politiche fallimentari di austerità, e ne è il continuatore. Se si calcolano gli astensionisti, gli euro-ostili, gli euroscettici, gli eurocritici come il GUE-Ngl, una grande maggioranza di cittadini chiede una radicale rottura di continuità. Cosa che Juncker non garantisce, a tutt’oggi.

A ciò si aggiunga che l’imbroglio istituzionale non finisce qui: l’intera struttura dirigente dell’Unione è in causa, di essa si discute in un unico «pacchetto», e quel che si prospetta è una prevaricazione inaudita del Consiglio, dunque del metodo intergovernativo. Si prospetta un regime di Grandi Intese che s’arrocca sullo status quo e taglia le ali a ogni contestazione, ogni critica.

1. Il Presidente della Commissione è in pratica nominato ex ante, senza ascoltare quel che i cittadini hanno detto col voto. La grande coalizione di cui sarà espressione è risicatissima, e non rappresentativa.

2. Anche il Presidente del Parlamento viene indicato dai governi, in un baratto che sembra sfociare nella ricandidatura di Martin Schulz: anche questo non si è mai visto. Angela Merkel lo ha definito il suo candidato, come se spettasse a un singolo Stato membro la nomina ai vertici del Parlamento, per riequilibrare i rapporti dentro la «sua» coalizione di governo nazionale. Si diceva che questa volta il Parlamento europeo sceglieva il candidato alla Commissione (era una forzatura del Trattato, ma ha dato un nuovo colore alle elezioni). Siamo arrivati all’assurdo che non solo questa speranza svanisce. Abbiamo un Consiglio europeo che fa il programma della Commissione, e addirittura designa in anticipo il Presidente del Parlamento!

3. Come Presidente del Consiglio europeo, successore di Van Rompuy, si prospetta nel mercanteggiamento la nomina di una rappresentante danese, molto vicina al governo tedesco: una scelta ben poco europeista, essendo la Danimarca fuori dall’euro e da Schengen. Anche in questo caso lo sponsor è Angela Merkel, secondo la quale “non è essenziale l’appartenenza o meno all’euro e al trattato di Schengen”. Il tutto per dare un contentino al recalcitrante Cameron. Sia detto per inciso, la carica di Presidente del Consiglio europeo non è affatto irrilevante, come scrivono alcuni editorialisti in Italia: con gli anni il Presidente del Consiglio europeo è divenuto più cruciale del Presidente della Commissione.

4. Mercanteggiamenti dello stesso tipo si profilano per l’alto rappresentante per la politica estera e per il Presidente dell’eurogruppo.

Chiediamo al governo italiano di non cominciare il semestre con questo scempio istituzionale.

Chiediamo chiarezza, verità, ascolto delle volontà cittadine. Quando il Presidente del Consiglio italiano dice: “Prima vengono i programmi, poi i nomi”, egli dovrebbe sapere perfettamente due cose:

1. che i nomi già sono praticamente decisi e pronti. Parlare di preminenza del programma oltre a essere un imbroglio intergovernativo è retorica.

2. che la politica della futura Commissione va discussa da quest’ultima col nuovo Parlamento, che le deve votare la fiducia (o la sfiducia) sulla composizione dell’Esecutivo e sul suo programma. Non sta avvenendo – non si discute né col vecchio né col nuovo Parlamento – perché van Rompuy sta già delineando il programma che poi sarà “amministrato” da Juncker: un Presidente-servo sciocco dei governi, che accetta di farsi mettere le manette e non sarà un Presidente sopra le parti, incarnazione di un’Europa solidale. Non farà che rispecchiare i rapporti di forza fra Stati nazione che compongono l’Unione, e privilegiare dentro l’Unione gli Stati più potenti o più prepotenti.

Spero che nasca un’opposizione a questa strategia, che promette la continuazione della vecchia politica con nuovi nomi, e un’ideologia neoliberista appena corretta da qualche frase sulla crescita: imperativo peraltro non nuovo, essendo iscritto neiTrattati. Il Gue-Ngl probabilmente si opporrà, ma spero che altri si aggiungeranno – i Verdi, i liberali – nella battaglia in difesa delle volontà cittadine espresse il 25 maggio. Spero che più vaste convergenze siano possibili, su alcuni punti almeno, contro le Grandi Intese che stanno per rinascere a Bruxelles: a cominciare dai diritti dimenticati in questi lunghi anni di crisi. Spero, soprattutto che il Parlamento trovi le forze in se stesso per divenire Parlamento costituente. Perché di una nuova Costituzione abbiamo bisogno, che crei istituzioni sopra le parti e che dia ai cittadini la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Europa: non più solo a parole, ma sul serio.

Nel più lungo periodo, cioè per l’intero semestre, chiediamo svolte vere, non programmi che conservano lo status quo. Non una retorica sulla crescita che lasci intatto il paradigma neoliberista : il primato dato alla competitività, l’assenza di un autentico New Deal europeo (il primo test sarà il New Deal 4-Europa, per il quale si stanno raccogliendo le firme per un’Iniziativa cittadina).

Ho avuto modo di sfogliare alcune bozze provvisorie del programma italiano, che Renzi presenterà il 24 giugno al Parlamento italiano. Spero davvero che siano provvisorie, perché le conclusioni che traggo sono sconfortanti:

1. non c’è nessuna rottura di continuità con trattati intergovernativi che hanno dimostrato di non funzionare e di produrre profonde devastazioni, come il Fiscal Compact.

2. non ci sono che vaghi accenni al clima, e nulla sulle energie rinnovabili, nonostante gli impegni che dovranno essere presi a Lima.

3. non c’è nulla sulla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Le mafie sono ormai organi transnazionali, e un ruolo importante spetta all’Unione europea, nel combatterli.

4. sulla disoccupazione dei giovani è stata annunciata una grande Conferenza europea a Torino: doveva inizialmente svolgersi l’11 luglio. Con mio grande stupore, è stata rimandata alla fine del semestre e si svolgerà a Bruxelles, per timore di disordini a Torino. Sembrava fosse la preoccupazione centrale del governo. Evidentemente non lo è.

5. non c’è nulla di serio sulla politica estera (Mediterraneo, Russia, Ucraina), e in particolare sul Trattato Europa-Usa per un partenariato commerciale (TTIP): su come vengono minacciate normative italiane ed europee concernenti i beni comuni, i servizi pubblici, il rispetto dell’ambiente. Nulla, nemmeno, sulla scandalosa segretezza che caratterizza l’intero negoziato TTIP.

6. il programma del trio infine (Italia, Lituania, Lussemburgo) è scritto dai servizi del Consiglio, e più precisamente dal loro coordinatore: è anch’egli un uomo di Angela Merkel.

La battaglia europea della nostra Lista sta cominciando. La difenderemo, Eleonora Forenza Curzio Maltese e io, con tutte le forze

Sel, altri tre addii. Ma la «base» frena | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi

La noti­zia, del resto ampia­mente annun­ciata, è arri­vata giu­sto alla fine della sfor­tu­nata par­tita Italia-Uruguay. La pre­si­denza di turno di Mon­te­ci­to­rio annun­cia il pas­sag­gio al gruppo misto di altri tre depu­tati di Sel. Si tratta del veneto Ales­san­dro Zan, del laziale Naza­reno Pilozzi e del pie­mon­tese Fabio Lava­gno. Con loro sal­gono a nove gli abban­doni: Migliore, che per un disguido buro­cra­tico ieri risul­tava ancora iscritto a Sel, Fava, Di Salvo e Piaz­zoni (il loro pas­sag­gio viene stato annun­ciato in aula all’apertura dei lavori); Aiello e Rago­sta, che però già sie­dono nel Pd. Più gli ultimi tre.Ieri pome­rig­gio riu­nione dei fuo­riu­sciti. Un gruppo auto­nomo con i socia­li­sti non è ancora a por­tata di numeri. Un altro sca­glione par­tirà dopo la dire­zione di oggi (tec­ni­ca­mente si chiama pre­si­denza), dove andrà in scena il con­fronto fra i fuori-linea rima­sti e il coor­di­na­mento, che rimet­terà il man­dato nella con­vin­zione di essere ’rifi­du­ciato’. Ven­dola in testa, che ha annun­ciato al mani­fe­sto di voler «sepa­rare la discus­sione fra pre­si­denza e orga­ni­smi. Nes­suno pensi che mi copro con il gruppo dirigente».

Ten­tata dall’addio è la toscana Nardi e il cala­brese Lac­qua­niti. Reste­ranno invece il gio­vane nuo­rese Michele Piras, l’abruzzese Giu­seppe Melilla e il ligure Ste­fano Qua­ranta. Deci­sive le assem­blee ter­ri­to­riali di que­sti giorni. «Resto, in attesa che l’“anguilla” si fermi», spiega al mani­fe­sto Piras, citando l’ultima meta­fora coniata da Ven­dola per il suo par­tito. «In Sar­de­gna la scom­messa su Sel è stata forte e non ci vogliamo ras­se­gnare al fatto che si sia già bru­ciato tutto. Ma non ci sto: il chia­ri­mento sulla linea poli­tica va fatto subito. Biso­gna ridarsi l’obiettivo del cen­tro­si­ni­stra, ricreare le con­di­zioni che hanno por­tato in tutta Ita­lia l’alleanza a gover­nare le città. Se anche Lan­dini ha fatto un’apertura di cre­dito a Renzi, per­ché noi non dovremmo pro­varci?». Pro­messe di bat­ta­glia ne cir­co­lano tante. Dai liguri oggi potrebbe arri­vare la richie­sta di un con­gresso straor­di­na­rio. Altri lavo­rano all’idea di un referendum.

La mag­gio­ranza intanto pensa a una mossa per rimo­ti­vare gli iscritti, non mol­tis­simi fin qui — ma il tes­se­ra­mento è in corso e solo a fine anno si potrà fare un bilan­cio — e per ricom­pat­tare il viet­nam par­la­men­tare. Ma la linea resta quella: all’opposizione ma sfi­dando «posi­ti­va­mente Renzi», «una terza via che non è deriva mino­ri­ta­ria ma pun­golo da sini­stra al governo». Lo ha ripe­tuto ieri sera Ven­dola alla riu­nione di sena­tori e depu­tati: ha rilan­ciato il dia­logo con le sini­stre Pd — di ieri un nuovo col­lo­quio alla camera con Cuperlo — e con i gio­vani della lista Tsi­pras. E ha invi­tato gli inde­cisi a restare nella «terra di mezzo». Duro solo sulle respon­sa­bi­lità di Gen­naro Migliore.

Al suo posto, a Mon­te­ci­to­rio, si fa strada l’ipotesi di affi­dare la pre­si­denza del gruppo — attri­buita pro tem­pore a Fra­to­ianni — a Arturo Scotto, cam­pano ’dia­lo­gante’. «Ma non cac­cia­moci nelle solite media­zioni che ten­gono tutto e non chia­ri­scono niente. Serve un nome che incarni una linea chiara, con la quale misu­rarsi», chiede Piras. Pro­prio Scotto ieri in aula ha dichia­rato il no di Sel alla mozione di appog­gio al discorso di Renzi sul seme­stre euro­peo: «Per Sel sono stati giorni dif­fi­cili. Abbiamo subito una sepa­ra­zione dolo­rosa ma siamo in campo e non ci ras­se­gniamo all’idea di una sini­stra divisa, ris­sosa e marginale».

A Ven­dola il pro­gramma euro­peo del pre­mier pro­prio non è pia­ciuto: «Abbiamo ascol­tato con il mas­simo rispetto le parole di Renzi, ma il suo discorso ha avuto come di con­sueto un anda­mento pre­va­len­te­mente pro­pa­gan­di­stico», «un caro­sello di parole». «Renzi dice che vuole sfon­dare il muro delle poli­ti­che di auste­rity, ma dalla Ger­ma­nia il mini­stro delle Finanze e il capo della Bun­de­sbank dicono che non c’è nes­suna pos­si­bi­lità. Nel discorso di Renzi non c’è stato ter­reno di vera lotta poli­tica ma piut­to­sto un rinvio».

Medio oriente, se la diaspora di Al Quaeda finisce cambia nuovamente lo scacchiere Autore: anastasia latini da: controlacrisi.org

La divisione tra le due macrocorrenti dell’Islam iniziò appena dopo la morte di Maometto e l’apertura della diatriba per la successione del Profeta. Volendo semplificare eccessivamente una serie di eventi molto complessi, diciamo che mentre alcuni ritenevamo che la Parola e il califfato di Maometto dovessero essere gestiti dai suoi discendenti diretti, altri, i sunniti (dal termine Sunna: “tradizione, codice di comportamento”), erano sostenitori di Abu Bakr, suo amico e suocero, che la spuntò e venne eletto quarto califfo, dando inizio ad un monopolio sunnita ai vertici del potere che perdurò per secoli. Gli sciiti, al contrario, seguono l’imam, una figura molto importante per la religione musulmana, considerato un intermediario per la salvezza, che trasmette il principio divino che lo anima al successore dopo la propria morte. Questo processo viene personificato dagli ayatollah iraniani, mentre si attende il ritorno del Mahdi, l’imam nascosto, ultimo discendente di Maometto che un giorno tornerà a illuminare l’Islam.
La conclusione fu la nascita di due confessioni: lo sciismo, la corrente minoritaria dell’islamismo (approssimativamente si calcola che su 1,2 miliardi di persone che professano la religione musulmana, solo 300 milioni siano sciite) e il sunnismo, la corrente maggioritaria che prende le mosse dalle monarchie arabe della Penisola.A secoli di distanza, la guerra tra sunniti e sciiti non si è mai fermata e prende le forme moderne di diversi gruppi armati che si battono per la restaurazione di un califfato in Medio Oriente, contro la corruzione generata dall’avvicinamento dell’Occidente (e dalle sue molte invasioni) e per annientare quella che viene vista come (e che in alcuni casi di fatto è) una dittatura sciita. Sia a Baghdad che a Damasco è infatti la minoranza sciita a detenere il potere: ora al vertice del governo iracheno siede al Maliki, il quale ha tagliato la testa alla coalizione sunnita, estromettendola di fatto dalla scena politica e radicalizzando le tensioni tra i due gruppi militarizzando il paese, con le conseguenze che noi tutti vediamo. Al di là del confine abbiamo Bashar al Assad, sciita alawita, il quale è al centro di una guerra civile che sta massacrando la popolazione a maggioranza sunnita da tre anni e che ha attirato in Siria ogni sorta di gruppo armato, compresi i combattenti di Al Qaeda sopravvissuti all’offensiva statunitense. E’ infatti proprio ciò che è nato dal tronco di Al Qaeda che si offre come alternativa per i sunniti oppressi della Mezzaluna. Molte cellule, che secondo alcune stime sono attive in trenta paesi, continuano a perseguire l’obiettivo dell’organizzazione madre, anche se alcune si sono distaccate da questa a seguito del cambio di leadership dopo la morte di bin Laden nel 2011 e il passaggio dello scettro a Ayman al-Zawahiri, rispuntato recentemente in un’intervista audio in cui esortava i musulmani sunniti ad imbracciare le armi contro “il regime criminale di al Assad” e ai combattenti jihadisti di mettere fine alla lotta intestina e unirsi contro il nemico comune.

Appello a quanto pare ricevuto dalle fazioni di al Nusra e Isil, le quali si sono scontrate per mesi accusandosi di servire gli interessi di Assad , che secondo le ultime notizie si sono incontrate nella città di confine di Abukamal dove hanno raggiunto un accordo. Secondo l’ONDUS (l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria) i capi delle due organizzazioni si sono riunite riconoscendo l’autorità di al-Zawahiri, benché si siano distaccate in passato dalla guida del fronte egiziano, specialmente l’Isil, la quale riteneva che fosse necessario creare un centro territoriale assoggettato, il califfato appunto, da cui far partire la crociata jihadista, mentre la dirigenza di al Qaeda vietò di creare lo Stato islamico prima che gli infedeli e gli occidentali non fossero stati cacciati dal Medio Oriente.

Una foto messa su Twitter da uno dei combattenti dell’Isil conferma la tregua di fatto e sembra che uno dei leader di a Nusra abbia giurato fedeltà alla sua controparte dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che a questo punto potrebbe avere libero accesso alle due parti di un confine già molto poroso. Le due metà di al Qaeda si sono insomma riunite, aggravando ancora di più una situazione che vede minacciata non solo l’unità territoriale di uno stato già al collasso, ma che rischia di far esplodere l’intera regione, rafforzando l’organizzazione terroristica più pericolosa al mondo.Stati Uniti e l’Iran sciita degli ayatollah sembrano pensarla allo stesso modo riguardo la pericolosità dei ribelli jihadisti, tanto da spingere il segretario di Stato Kerry a dichiarare di voler avviare un negoziato con gli iraniani per frenare l’Isil, ovvero da una parte incitare gli sciiti iracheni alla ribellione e dall’altra supportarli con raid aerei americani, quindi con i droni, come richiesto dallo stesso Maliki ad Obama. Lo scenario è ancora fantapolitica dati i conti in sospeso tra le due potenze, come ad esempio riguardo il nucleare.

Ma l’Isil non può essere arginato che da un intervento deciso della comunità internazionale, che si vedrebbe altrimenti un califfato sunnita guidato da terroristi di al Qaeda nel bel mezzo del Medio Oriente, che seguirebbe la via dell’espansione come è tra i principi ispiratori del gruppo e sprofonderebbe in un bagno di sangue tutto il mondo musulmano. Per quanto sembrasse ridicola questa ipotesi fino a qualche mese fa sembra incredibilmente concreta oggi. La domanda a questo punto può essere un’altra: cosa fa l’Unione Europea in tutto ciò?