19 giugno 2014, salone dell Cgil regionale siciliana. Coordinamento regionale con Carlo Smuraglia

 

19 giugno 2014, salone dell Cgil regionale siciliana. Coordinamento regionale con Carlo Smuraglia costituzionalista, partigiano già senatore della Repubblica; grande saggezza, conoscenza ed umanità; la sua è stata una chiara, profonda, semplice lezione ricca di esortazioni a più fare, più studiare, più mobilizzarsi in un momento particolarmente difficile per la democrazia in Italia ed in Europa. Grazie Carlo splendido ragazzino di 91 anni.

 

 

 

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Camusso sempre più giù: precipita il consenso in Cgil da: il manifesto

Il caso. Dopo il Congresso, la leader perde ancora voti. Segreteria “blindata” in funzione anti-Landini e inefficacia rispetto al governo Renzi: debolezze che ormai non piacciono più neanche ai suoi

La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso

Certo non deve essere per nulla facile tro­varsi al ver­tice di un sin­da­cato – ancor di più, della Cgil – quando al governo c’è un “asfal­ta­tore” come Mat­teo Renzi. Ma la segre­ta­ria Susanna Camusso, nono­stante le forti per­dite di con­senso interno subite al Con­gresso dello scorso mag­gio, non sem­bra aver ancora tro­vato la rotta giu­sta per ricom­pat­tare la sua orga­niz­za­zione, per por­tarla al livello richie­sto dalla sfida con il pre­mier. I numeri par­lano chiaro, ed è stato un crollo con­ti­nuo, inar­re­sta­bile: se per eleg­gere la sua mag­gio­ranza al Diret­tivo ha preso un buon 80%, al momento della ricon­ferma a segre­ta­ria quella cifra è pre­ci­pi­tata al 69%. Peg­gio ancora l’altroieri, quando per appro­vare la nuova squa­dra con­fe­de­rale, il Diret­tivo le ha con­cesso uno stri­min­zito 62%.

Di voto in voto, sem­bra avvi­ci­narsi peri­co­lo­sa­mente il 50% (potrebbe notare qual­che mali­gno), cifre a cui un sin­da­cato per tanti versi ancora “antico” come la Cgil – abi­tuato alle auto­ce­le­bra­zioni “bul­gare” – non pare pronto. Ma illa­zioni a parte, quei numeri vanno ana­liz­zati. Anche per­ché noi stessi, ieri, abbiamo par­lato di un 68% e non di un 62%: cifre entrambe vere, solo che la prima si rife­ri­sce al totale dei pre­senti, la seconda a quella degli aventi diritto. E al primo scru­ti­nio, come è avve­nuta que­sta ele­zione, secondo le regole della Cgil conta la seconda. Stesso iden­tico mec­ca­ni­smo si era veri­fi­cato alla ricon­ferma di Camusso: l’aveva votata il 73% dei pre­senti, ma sol­tanto il 69% degli aventi diritto.

Insomma siamo a una per­dita netta di 5 o addi­rit­tura 7 punti rispetto all’elezione a segre­ta­ria: la nuova squa­dra che ha inte­grato Nino Baseotto, Gianna Fra­cassi e Franco Mar­tini, è insomma quasi più sgra­dita della stessa lea­der? O più sem­pli­ce­mente, da ini­zio mag­gio a oggi si sono acuiti i mal­con­tenti insiti nella stessa mag­gio­ranza camus­siana, per­ché la segre­ta­ria non sta riu­scendo ad affron­tarli? Va tenuto conto anche del fatto che Camusso, per la sua rie­le­zione, ebbe 105 voti a favore su 151 aventi diritto, adesso ridotti a 94: con 39 con­trari (con­tro i 36 pre­ce­denti) e 5 aste­nuti (con­tro 2). Gli assenti sono saliti a 12 (con­tro 8), di cui ben 11 della maggioranza.

Insomma, senza voler affo­gare nes­suno con una messe di numeri, è evi­dente che Camusso con­ti­nua a per­dere pezzi. Cer­chiamo allora qual­che moti­va­zione “poli­tica” di que­sta caduta.

Innan­zi­tutto, la nuova squa­dra, e il ten­ta­tivo di iso­lare la mino­ranza: far entrare Nino Baseotto, segre­ta­rio lom­bardo, è un chiaro segnale di guerra. Baseotto aveva infatti fir­mato a fine marzo una let­tera a paga­mento su l’Unità di attacco fron­tale a Lan­dini. Prima ancora, aveva orga­niz­zato un con­ve­gno a Milano, per l’estensione del Testo unico sulla rap­pre­sen­tanza, a cui non aveva invi­tato sol­tanto la Fiom (piut­to­sto incre­di­bile, visto che è una delle cate­go­rie più coin­volte, e insieme l’unica voce dissonante).

Incon­tro mila­nese, tra l’altro, pas­sato alla sto­ria della Cgil non tanto per le tesi espo­ste dagli inter­ve­nuti, quanto più per le “botte” a Gior­gio Cre­ma­schi, che aveva chie­sto di poter intervenire.

Insomma, Baseotto è uno “sherpa”, un “pasda­ran” della segre­ta­ria, che assur­gendo al suo lato destro nel governo con­fe­de­rale della Cgil, ine­vi­ta­bil­mente segna in modo sim­bo­lico quasi una nuova mis­sion per la squa­dra. Esce Nicola Nico­losi, che sep­pure abbia svolto, nella stessa mag­gio­ranza, un ruolo di “spina nel fianco”, poi­ché appar­te­neva all’area Lavoro e Società, adesso essendo pas­sato con i “lan­di­niani” è asso­lu­ta­mente out.

Esce anche Elena Lat­tuada, ma lei andrà a sosti­tuire Baseotto alla guida della Lom­bar­dia. Per tirare le somme, la nuova segre­te­ria viene vista come una blin­da­tura ancora più forte di Camusso intorno a sé e ai suoi: il che già dal Con­gresso ha dato cer­ta­mente fasti­dio a strut­ture come l’Emilia Roma­gna, o lo Spi, che pur restan­dole leali, cre­dono sia comun­que giu­sto – per la salute dell’organizzazione e per una sua mag­giore effi­ca­cia – aprire alla minoranza.

Infatti erano state l’Emilia e lo Spi a sbloc­care l’impasse del Con­gresso, quando fu sospeso per 3 ore al momento dell’elezione degli organi di garan­zia, facendo tor­nare a più miti con­si­gli Camusso, che voleva occu­pare più caselle del con­sueto. Ma le cri­ti­che sono anche per la gestione “esterna” del sin­da­cato, e non solo per la carenza di demo­cra­zia interna: che risul­tati sta otte­nendo la Cgil?

C’è la piat­ta­forma su fisco e pen­sioni con Cisl e Uil – è vero – ma già da ora, per il low pro­file che le si è voluto (o potuto) dare, appare come una bat­ta­glia persa, come fu con­tro la riforma For­nero. E ci sono anche due altre mine poste da Renzi: la prima è l’invio auto­ma­tico dei 730, annun­ciato per il 2015. Vor­rebbe dire il tra­collo dei Caf, grande cen­tro di finan­zia­mento per le ini­zia­tive sin­da­cali. E ancora, il governo vor­rebbe dimez­zare i per­messi sin­da­cali del pub­blico impiego. Pic­coli ter­re­moti che toglie­reb­bero spazi e fondi alla Cgil, e che rischiano di far vacil­lare chi sta al vertice.

L’invenzione del disoccupato | Fonte: Il Manifesto | Autore: Maria Grazia Meriggi

Il libro di Man­fredi Alberti – La “sco­perta” dei disoc­cu­pati. Alle ori­gini dell’indagine sta­ti­stica sulla disoc­cu­pa­zione nell’Italia libe­rale (1893–1915), Firenze Uni­ver­sity Press, euro 13,90 – è un felice esem­pio della ripresa in corso degli studi di sto­ria sociale, del lavoro e del wel­fare in Ita­lia. Il volume siste­ma­tizza, infatti, le acqui­si­zioni sul tema spe­ci­fico indi­cato nel titolo e soprat­tutto apre a nuove cono­scenze con l’analisi appro­fon­dita di ric­che fonti di prima mano. Rap­pre­senta anche un con­tri­buto alla «pre­i­sto­ria» dell’Istituto cen­trale di sta­ti­stica, una di quelle isti­tu­zioni che appar­ten­gono al com­plesso di ten­ta­tivi di moder­niz­za­zione non esclu­si­va­mente auto­ri­ta­ria e cor­po­ra­tiva descritti da Sil­vio Lanaro nell’ormai clas­sico e ancora discusso Nazione e Lavoro.
Un capi­tolo intro­dut­tivo di grande inte­resse richiama gli approcci sto­rio­gra­fici cui Alberti fa rife­ri­mento. Lo fa con ori­gi­na­lità e con grande corag­gio, cogliendo con acume un ambito di «sto­ria sociale dei mondi del lavoro» nelle ricer­che matu­rate fra gli anni Ses­santa e Set­tanta che si pos­sono rias­su­mere nel magi­stero di Ste­fano Merli autore di Pro­le­ta­riato di fab­brica e capi­ta­li­smo indu­striale. E rias­sume, al di là delle intense discus­sioni, ad esem­pio con Giu­liano Pro­cacci, i carat­teri non ideo­lo­gici ma mate­riali con cui quella «scuola» indi­vi­dua nel rap­porto di pro­du­zione imme­diato e nel suo disci­pli­na­mento le con­di­zioni per la nascita della classe ope­raia in Ita­lia. Il lavoro tiene anche conto delle ricer­che più recenti e inno­va­tive – come quelle, in corso, di Michele Nani – sul ruolo delle migra­zioni nella for­ma­zione del pro­le­ta­riato agricolo.L’ABBANDONO DELLE CAMPAGNE

Gli anni della svolta del secolo in cui si con­so­li­dano le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e dun­que una rela­tiva sta­bi­liz­za­zione dei rap­porti di lavoro vedono emer­gere gra­dual­mente la figura del lavo­ra­tore qua­li­fi­cato, soste­nuta dal mestiere. La grande «sco­perta» di que­gli anni – cito qui il nome del «nota­bile demo­cra­tico» Max Lazard – è quella di dis­so­ciare final­mente la disoc­cu­pa­zione come feno­meno di massa dalle «colpe» e respon­sa­bi­lità indi­vi­duali e dalla for­ma­zione per col­le­garla a feno­meni macroe­co­no­mici, soprat­tutto all’innovazione tec­no­lo­gica e orga­niz­za­tiva.
Alberti rico­strui­sce i rap­porti fra que­ste «sco­perte» divul­gate da asso­cia­zioni inter­na­zio­nali – di cui l’Italia ha ospi­tato il primo con­ve­gno nel 1906 – e le spe­ci­fi­cità eco­no­mi­che e sociali del nostro paese. Osserva il nesso pro­ble­ma­tico fra i feno­meni migra­tori, la disoc­cu­pa­zione e l’abbandono delle cam­pa­gne durante la lunga depres­sione, a par­tire dalle pio­nie­ri­sti­che inda­gini di Leone Carpi sui flussi migra­tori che ave­vano preso in esame il pro­blema della carenza di lavoro: un nesso che però l’indagine sta­ti­stica ebbe sem­pre molte dif­fi­coltà a rile­vare. Arnaldo Agnelli, libero docente di eco­no­mia poli­tica all’Università di Pavia e inter­lo­cu­tore dell’Associazione inter­na­zio­nale per la lotta con­tro la disoc­cu­pa­zione, in una ricerca pub­bli­cata nel 1909 fa espli­ci­ta­mente rife­ri­mento al modello neo­clas­sico di mer­cato del lavoro, che ali­men­tava spe­ranze che sta­vano per essere pro­gres­si­va­mente supe­rate pro­prio nella discus­sione euro­pea. Deci­sa­mente più pro­ble­ma­tica e incerta è la que­stione del rap­porto fra emi­gra­zione e mer­cato del lavoro interno.
Sulla scorta delle tesi soste­nute dalle ricer­che di Edward P. Thomp­son, Alberti indi­vi­dua, anche in Ita­lia, nello svi­luppo dei diversi isti­tuti del movi­mento ope­raio «sia le pre­messe mate­riali per l’avvio di un rile­va­mento sta­ti­stico della disoc­cu­pa­zione sia le pre­con­di­zioni di ordine “poli­tico”: il biso­gno di una piena cogni­zione del feno­meno e la neces­sità di disporre di cifre atten­di­bili sulla reale entità della disoc­cu­pa­zione, esi­genze avver­tite in primo luogo dagli stessi lavo­ra­tori orga­niz­zati, in fun­zione della lotta di classe e della bat­ta­glia per otte­nere migliori con­di­zioni di lavoro». Un nesso che si coniuga con il pre­va­lere del mestiere, della cate­go­ria, del sin­da­cato ter­ri­to­riale riscon­tra­bile in tutta Europa.
Dopo l’esordio del con­ve­gno dell’Umanitaria – in piena età gio­lit­tiana – nel periodo della guerra di Libia e della fase d’arresto dell’espansione eco­no­mica di que­gli anni, «il pro­blema della disoc­cu­pa­zione ope­raia e con­ta­dina – scrive l’autore – si impose all’attenzione del movi­mento dei lavo­ra­tori con forza cre­scente. Nell’ottobre del 1912 si svolse a Bolo­gna un con­gresso nazio­nale con­tro la disoc­cu­pa­zione, indetto dalla Cgdl di comune accordo con la Feder­terra». Con­viene qui ricor­dare che pro­prio l’importanza dei brac­cianti nella com­po­si­zione della classe ope­raia ita­liana ren­deva il movi­mento sin­da­cale par­ti­co­lar­mente sen­si­bile ai pro­blemi della pre­ca­rietà strut­tu­rale e quindi del col­lo­ca­mento.
In impor­tanti para­grafi del capi­tolo 3 si ana­liz­zano gli aspetti isti­tu­zio­nali e giu­ri­dici del mer­cato del lavoro nell’Italia libe­rale, con­di­zione indi­spen­sa­bile – e sto­rica – dell’emersione siste­ma­tica della figura del disoc­cu­pato, trac­ciando il mode­stis­simo bilan­cio della nor­ma­tiva giu­ri­dica sui licen­zia­menti.
La terza parte, molto ricca, rico­strui­sce la nascita pro­gres­siva di orga­ni­smi sta­tuali spe­ci­fi­ca­mente pre­po­sti allo stu­dio e alla rap­pre­sen­tanza isti­tu­zio­nale del lavoro, in un con­fronto costante con le espe­rienze degli altri paesi occi­den­tali, favo­rita anche dalla par­te­ci­pa­zione ita­liana a orga­ni­smi inter­na­zio­nali. Un pro­cesso che por­terà alla nascita, in Ita­lia come in molti altri paesi euro­pei, di un vero e pro­prio Mini­stero del Lavoro, nella com­plessa fase di com­pro­messo seguita imme­dia­ta­mente alla prima guerra mon­diale. Il per­so­nale poli­tico e tec­nico e le com­pe­tenze di quel mini­stero si for­mano attra­verso una lunga gesta­zione all’interno dell’Ufficio del lavoro, sorto nel 1902 come agen­zia del Mini­stero di Agri­col­tura, indu­stria e com­mer­cio. Negli stessi para­grafi si rico­strui­sce anche il fon­da­men­tale ruolo svolto in que­sto con­te­sto dalla Società Uma­ni­ta­ria e dal «Bol­let­tino» dell’Ufficio del Lavoro gover­na­tivo (Bul), che esce rego­lar­mente a par­tire dal 1904, una fonte pri­ma­ria finora non inte­ra­mente uti­liz­zata dagli storici.

LA STO­RIA DI UNA CONDIZIONE

Il let­tore – con­ti­nua­mente sol­le­ci­tato da impres­sio­nanti ana­lo­gie col pre­sente – segue in que­sta bella ricerca le pecu­lia­rità della via ita­liana all’«invenzione» del disoc­cu­pato che segue strade ana­lo­ghe in tutta Europa. «Inven­zione» nel dop­pio senso di indi­vi­dua­zione di un sog­getto e di crea­zione delle con­di­zioni in cui dare delle rispo­ste ai pro­blemi posti da esso.
Il disoc­cu­pato emerge len­ta­mente dalla con­di­zione nor­mal­mente pre­ca­ria del lavo­ra­tore povero carat­te­ri­stica della rivo­lu­zione indu­striale fino agli anni Set­tanta del XIX secolo, di mano in mano che que­sta pre­ca­rietà arre­tra prima per via con­trat­tuale, poi – soprat­tutto – con la gene­ra­liz­za­zione del con­tratto nazio­nale nel primo dopo­guerra e infine con leggi che ten­dono a nor­mare sia i licen­zia­menti indi­vi­duali sia quelli col­let­tivi. Ricer­che come que­sta hanno dun­que anche il merito di segna­lare la sto­ri­cità di con­di­zioni che la discus­sione attuale schiac­cia negli ultimi vent’anni fra «for­di­smo» e «postfordismo».

ANPI news n. 125

n. 125 – 24 giugno / 1 luglio 2014
Periodico iscritto al R.O.C. n.6552
APPUNTAMENTI
Una manifestazione ricca di appuntamenti, ma specialmente di ospiti, la Festa Provinciale
dell’ANPI di Monza e Brianza: da Nando Dalla Chiesa – per citarne alcuni – che interverrà al
dibattito sulle mafie nel nord, a Saverio Ferrari a Gianluca Foglia “Fogliazza”.
Segnaliamo, quindi, nella giornata di domenica 29 giugno l’incontro sul tema “ANPI 70 anni
di storia, prospettive future e difesa della Costituzione” dove prenderà la parola
Luciano Guerzoni, Vice Presidente Nazionale Vicario dell’ANPI.
Il programma completo della festa è disponibile su http://www.anpimonzabrianza.it/progetti-
5f.html
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ARGOMENTI
NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI
CARLO SMURAGLIA:
► Leggo sui giornali che sarebbe stato raggiunto l’accordo “conclusivo” sulla
riforma del Senato. Un accordo a tre, Renzi, Berlusconi e Calderoli. Non faccio
commenti, perché su simili intese mi sono già intrattenuto altre volte e non vorrei
insistere sul confronto tra due dei partecipanti a questa intesa ed i componenti
dell’Assemblea Costituente del ’47 (se non ricordo male, Calderoli è anche l’autore
di quella bellissima legge che fu poi comunemente definita come “porcellum”).
Nel merito: si conferma l’immagine di un solenne pasticcio, in cui è difficile ravvisare quel
ruolo di “Camera Alta” che in tanti Paesi è rappresentato dal Senato. Esclusa, ancora una
volta, l’elezione diretta, si ricorre ad un sistema misto, che ha tutti i difetti delle precedenti
versioni, sia per gli eligendi, sia per i contenuti, nonostante qualche positiva correzione, di cui
prendo atto ma che non modifica il quadro generale e tanto meno è suscettibile di incidere
sulla posizione fortemente critica dell’ANPI.
Voglio solo sottolineare un paio di cose di un certo rilievo, sostanziale e simbolico.
La prima riguarda l’esplosione della questione dell’immunità, che ora sarebbe estesa anche ai
nuovi componenti del “Senato”. Non capisco che cosa ci si aspettasse, perché le
contraddizioni e i pasticci finiscono sempre per venire alla luce. Nella versione originaria del
progetto governativo, l’immunità non c’era, e si capisce perché: il progetto era in sostanza
quello di un Senato svirilizzato e ridotto ad un organo di serie C; sarebbe stato assurdo, ad
un simile organo, concedere ai componenti una “garanzia” (qualcuno parla di privilegio).
Adesso, si dice che al progetto ordinario sarebbero apportati miglioramenti notevoli, tali da
avvicinare il nuovo organismo ad un ruolo effettivo. Se così fosse davvero, sarebbe logico
concedere anche ai suoi componenti l’immunità per le stesse ragioni per cui ne godono i
membri della Camera. Ma in realtà non è così ed allora sorge il problema su cui tanti si
stanno affannando in questi giorni.
Insomma bisogna decidere: o si riconosce che il Senato è ridotto, anche nell’attuale versione,
ad un guscio vuoto ed allora l’immunità non può proprio essere presa in considerazione,
oppure si dimostra che finalmente si va verso una Camera Alta vera e allora si deve parlare
di immunità per non creare disparità nei confronti della Camera.
In mezzo a questo inutile e singolare dibattito, nessuno sembra pensare ad una ipotesi
ragionevole, quella di verificare, per la Camera e per il Senato, se e in quali casi l’originaria (e
giusta) garanzia si sia trasformata, nel tempo, in un privilegio, come più volte ha sentenziato
la Corte Costituzionale a proposito della cosiddetta “insindacabilità”.
Una riflessione seria dovrebbe indurre un vero legislatore costituzionale a pensare a qualche
“ritocco”. Per esempio, limitare la garanzia dell’art. 68 della Costituzione solo a ciò che si dice
o si vota in Parlamento; e ancora, come pure è stato proposto da più parti, attribuire l’esame
delle autorizzazioni per l’arresto e le intercettazioni ad un organismo esterno (ad esempio, la
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Corte Costituzionale). Sono due piccole misure a cui accenno solo per esemplificare. Resta il
fatto che una riflessione, questo tema la meriterebbe, perché è giusto che i parlamentari
siano garantiti, ma non che abbiano dei privilegi, che si trasformano in una violazione del
principio di uguaglianza nei confronti del cittadino. Purtroppo bisogna constatare che queste
tematiche non sembrano interessare granché, preferendosi dissertare e discutere sul nulla.
Devo anche dire che l’accordo contiene un’altra perla, a sorpresa e tutt’altro che positiva:
l’elevazione a trecentomila del numero delle firme richieste per l’iniziativa legislativa popolare
(oggi ne bastano cinquantamila). Le ragioni di questo improvviso aumento mi sfuggono,
perché non mi pare che il Parlamento sia stato oppresso o impedito di funzionare da un
eccesso di iniziative popolari. Certamente esso rivela un intento né benevolo né favorevole
nei confronti della partecipazione effettiva dei cittadini.
Semmai, si sentiva l’esigenza di rinforzare l’istituto, oggi piuttosto privo di effetti reali, in
quanto affidato nella sua attuazione ai regolamenti parlamentari, per la verità abbastanza
parchi di indicazioni imperative. Si auspicava la fissazione di termini precisi per la presa in
considerazione e per la decisione in Aula e in seduta pubblica (di esame effettivo o di
archiviazione) in modo che i promotori avessero un minimo di chance, non dico di successo,
ma almeno di una reale presa in considerazione in tempi definiti. Invece, anche questa attesa
andrebbe delusa, secondo l’intesa, restando fermo però l’aumento delle firme, cioè creando
un ulteriore ostacolo all’esercizio di una forma diretta di partecipazione popolare, che, di
questi tempi, andrebbe fortemente rinforzata.
Non mi sembrano necessari ulteriori commenti, perché ognuno potrà valutare da sé il
significato di tutto questo.
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