da Le Repubbliche Partigiane – 1974 – Mario Ricci (Armando).avi

Gonars 1942-1943: il simbolo della memoria italiana perduta

Ritrovare la strada | Fonte: il manifesto | Autore: Norma Rangeri

1110-strada-12

Sem­brano lon­tani anni luce i tempi in cui Sel riu­sciva a con­qui­stare una cen­tra­lità poli­tica facendo nomi­nare Laura Bol­drini pre­si­dente della Camera. Era, quello, non solo il rico­no­sci­mento dell’importante lavoro svolto da Bol­drini, ma anche il risul­tato di un par­tito che aveva un ruolo non mar­gi­nale nella poli­tica e nella società italiana.

Chissà se la con­qui­sta della terza carica isti­tu­zio­nale non abbia influito come una sorta di appa­ga­mento incon­scio. Di fatto, nell’ultimo periodo, la scarsa capa­cità di mobi­li­ta­zione e di pro­get­ta­zione, la con­trad­dit­to­ria pre­senza sul ter­ri­to­rio (a volte isti­tu­zio­nale, con i sin­daci, a volte di oppo­si­zione, con i movi­menti), le fran­tu­ma­zioni della sini­stra non tra­di­zio­nale, la debo­lezza delle lotte sociali e sin­da­cali, hanno con­tri­buito ad appan­nare l’immagine di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà. Un appan­na­mento che senza dub­bio ha col­pito anche il lea­der indi­scusso, Nichi Ven­dola, soprat­tutto dopo il suo coin­vol­gi­mento nelle inda­gini sui disa­stri ambien­tali cau­sati dall’inquinamento dell’Ilva di Taranto.

Ma que­sta fra­gi­lità obiet­tiva avrebbe retto ancora, se non ci fos­sero state le ele­zioni euro­pee, con il risul­tato ecla­tante che ha rega­lato al Pd un pri­mato sto­rico. Una vit­to­ria tal­mente impre­vi­sta che ancora oggi molti osser­va­tori non rie­scono a tro­vare una spie­ga­zione con­vin­cente. Una però sem­bra la più forte i tutti: il desi­de­rio di milioni di ita­liani, di sini­stra, di cen­tro, di destra di vol­tare pagina una volta per sem­pre, rom­pendo in modo ine­qui­vo­ca­bile con il pas­sato. E quindi non si può esclu­dere che nella rot­tura voluta da Gen­naro Migliore e qual­che altro, ci sia anche que­sto stesso desi­de­rio: rom­pere con il pas­sato (Ven­dola), gio­care la par­tita poli­tica in campo aperto, dare fidu­cia alla forze fre­sche, e più gio­vani, che danno corpo al governo.

E non c’è dub­bio che Renzi, gra­zie alla manna elet­to­rale che gli è caduta addosso come un dono inat­teso, oggi eser­citi una grande forza d’attrazione. E che il suo governo richiami quel “lascia­molo lavo­rare”, “non distur­biamo il mano­vra­tore”, “vediamo cosa è in grado di fare”, “se fal­li­sce lui è il disa­stro…” che tanto peso ha avuto nel gon­fiare la sirena del “voto utile”. Chiu­dendo gli occhi sull’alleanza con il centrodestra.

Ma qui è anche la debo­lezza di una cul­tura diversa e, se vogliamo usare una parola fuori moda, di alter­na­tiva. Per­ché è fin troppo facile salire sul carro del vin­ci­tore, o comun­que met­tersi sulla sua scia, quanto è dif­fi­cile dare corpo e obiet­tivi a quel milione e due­cen­to­mila elet­tori che in due mesi, nono­stante tutto, hanno dato fidu­cia alla Lista Tsi­pras. E non c’è dub­bio che “il caso Spi­nelli” abbia offerto un buon pre­te­sto all’esodo dei par­la­men­tari di Sel.

Tut­ta­via, le sin­gole dipar­tite dovreb­bero essere un’avvisaglia e un inci­ta­mento. Non bastano più le cul­ture di pro­ve­nienza, quelle che da Rifon­da­zione in poi hanno cer­cato di rap­pre­sen­tare una sini­stra anti­li­be­ri­sta. Non è più a quella rot­tura del ’91 che dob­biamo vol­gere lo sguardo, quella sto­ria ha biso­gno di ripen­sarsi dal prin­ci­pio, di rin­no­varsi anche pro­fon­da­mente, anche nella lea­der­ship e dun­que nelle gene­ra­zioni. Tenendo ferme le tre scelte di fondo già inscritte nell’esperienza di Sel: la sini­stra, l’ambiente, la libertà.

E’ evi­dente quanto nel nostro paese sia negletta la cul­tura ambien­ta­li­sta, quanto sia eva­ne­scente e paro­laia una vera, radi­cale scelta per quello che una volta si sarebbe chia­mato un altro modello di svi­luppo. Così come è palese l’assenza di una tra­di­zione liber­ta­ria e garan­ti­sta oggi espressa solo da quel che resta del par­tito radi­cale. E, da ultimo, ma deci­sivo per tutto il resto, la dif­fi­coltà di ripen­sare la bat­ta­glia sociale in un momento di estrema dif­fi­coltà delle forze sin­da­cali e dei sog­getti sociali. I nuovi movi­menti, deter­mi­nati dalle ferite della crisi eco­no­mica, dal rivo­lu­zio­na­mento delle forze pro­dut­tive, si sono mani­fe­stati come hanno potuto e saputo, senza tut­ta­via tro­vare uno sbocco, cer­cando invano un inter­lo­cu­tore politico.

Per cam­biare rotta non solo in Europa, per fug­gire dall’altra sirena, quella della ste­rile testi­mo­nianza, biso­gna misu­rarsi con una cul­tura alter­na­tiva e di governo (tutt’altra cosa da una pra­tica mini­ste­riale), biso­gna tro­vare alleanze e indi­care una pro­spet­tiva. Il Pd è un omni­bus a tra­zione per­so­nale, con un pro­ba­bile approdo pre­si­den­zia­li­sta, come ha ben chia­rito il segretario-presidente par­lando di un “Par­tito della Nazione”.
Alla sua sini­stra c’è uno spa­zio enorme, capace di sca­te­nare l’agorafobia, la paura degli spazi aperti, il disa­gio di tro­varsi in una terra sco­no­sciuta, il timore di non riu­scire a con­trol­lare la situa­zione, il desi­de­rio di fuga verso un luogo sicuro. C’è chi pensa di averlo tro­vato nel Pd, c’è chi vuole restare in mare aperto e fati­co­sa­mente si inge­gna a costruire una nuova bus­sola. Di sicuro non abbiamo biso­gno di repli­care vec­chie, dele­te­rie abi­tu­dini (pur­troppo il tafaz­zi­smo è sem­pre in ser­vi­zio). Abbiamo biso­gno di rispon­dere a grandi sfide con grandi ambi­zioni, e più umili mili­tanze sociali.

Syriza italiana – Sinistra, il nuovo soggetto da costruire | Fonte: il manifesto | Autore: Marco Revelli

sinistra-unita-petizione

I tra­va­gli attuali di Sel hanno dato la stura a un fiume di tri­via­lità, spa­rate ad alzo zero in tutte le dire­zioni. Con­tro Ven­dola e Fra­to­ianni, tac­ciati di «arroc­ca­mento iden­ti­ta­rio», di resa al mino­ri­ta­ri­smo e alla mar­gi­na­lità. Con­tro Migliore e gli «scis­sio­ni­sti», accu­sati di tra­di­mento (gli «Sci­li­poti di Renzi», i «Razzi di sini­stra»…). Con­tro la sini­stra in gene­rale, rie­su­mando l’eterno e un po’ fru­sto man­tra della scis­sione come voca­zione e come destino ( «La male­di­zione della sini­stra più sini­stra » inti­to­lava scia­cal­le­sca­mente il quo­ti­diano ren­ziano Europa ). Come se il gusto della sepa­ra­zione abi­tasse solo su que­sto ver­sante dello schie­ra­mento poli­tico in forma di malat­tia incapacitante.

In realtà non è così. Per­ché è vero che la tra­va­gliata vicenda sto­rica del socia­li­smo ita­liano è dis­se­mi­nata di scis­sioni, da quella sto­rica di Livorno del 1921, a quella di Palazzo Bar­be­rini del 1947 che separò nen­niani e sara­gat­tiani, a quella del 1964 che segnò la nascita del Psiup, fino alla rea­zione a catena seguita alla svolta della Bolo­gnina. Ma è altret­tanto vero che nel campo libe­rale non si è stati da meno, a comin­ciare dal big bang che separò all’origine destra e sini­stra sto­ri­che, pas­sando per la con­trap­po­si­zione tra gio­lit­tiani e salan­drini, e dalla dis­se­mi­na­zione dei dif­fe­renti gruppi nota­bi­lari che impe­di­rono nel nostro Paese la nascita di un vero «par­tito della bor­ghe­sia». Per non par­lare della dia­spora a cui si è assi­stito recen­te­mente nel Pdl, scisso in mol­te­plici fram­menti, da Fra­telli d’Italia all’Ncd.
La verità è che in un con­te­sto poli­tico come il nostro, non carat­te­riz­zato da uno «stile di aggre­ga­zione prag­ma­tica» sul modello inglese strut­tu­ral­mente bipar­ti­tico (ma anche lì, come si è visto, le cose stanno cam­biando), la ten­denza alla scom­po­si­zione dei sog­getti poli­tici è fisio­lo­gica, in par­ti­co­lare in momenti di grande tra­sfor­ma­zione «di sistema», in cui le varie cul­ture poli­ti­che ten­dono a ripo­si­zio­narsi in rap­porto al muta­mento dell’insieme. E que­sta è, appunto, una con­giun­tura poli­tica di tal genere. Non c’è dub­bio, infatti, che la nascita del Pd ren­ziano, e la deriva resa visi­bile dai suoi primi passi come sog­getto di governo, met­tono in evi­denza una muta­zione gene­tica insieme del par­tito e del sistema, che offre il segno di una discon­ti­nuità radicale.

Del Par­tito demo­cra­tico, in primo luogo, per­ché esso ha silen­zio­sa­mente, senza modi­fi­che sta­tu­ta­rie e per­sino senza una sen­sata discus­sione, mutato natura e struttura.

Il Pd è, oggi, di fatto, un’appendice del pro­prio lea­der. Da corpo orga­niz­zato in fun­zione della sele­zione e pro­mo­zione del per­so­nale di governo è diven­tato, alla velo­cità della luce, per effetto prima di una sca­lata «esterna» alla sua lea­der­ship, poi per il risul­tato elet­to­rale delle euro­pee, un «par­tito per­so­nale» a tutti gli effetti. Potremmo dire per­sino «dispo­ti­ca­mente per­so­nale», la cui discus­sione interna viene risolta a colpi di ulti­ma­tum (si veda il caso Mineo) e di tweet del capo, e il cui destino dipende sem­pre più, nel bene o nel male, dalle sorti del suo «uomo solo al comando». Un par­tito, potremmo aggiun­gere, total­mente interno per pra­tica e per voca­zione, al para­digma neo­li­be­ri­sta, di cui accetta vin­coli (la linea Mer­kel), refe­renti (si pensi alle riforme coge­stite con Ber­lu­sconi e Lega!) e uomini (si veda il via libera a Junker).

Ma anche, dicevo, muta­zione gene­tica del sistema poli­tico nel suo com­plesso, per­ché il magnete ren­ziano lavora in tutte le dire­zioni, non solo sulla sua sini­stra, fran­tu­mando tutte le for­ma­zioni che gli stanno intorno, da Scelta civica a quel che resta della dia­spora cat­to­lica, e atti­ran­done i fram­menti a voca­zione mini­ste­riale (nel senso con cui Gae­tano Sal­ve­mini usava il ter­mine). E soprat­tutto per­ché la meta­mor­fosi ren­ziana del Pd segna la fine con­cla­mata anche dell’ombra rima­sta di ciò che era la vec­chia sini­stra (di cui, appunto, oggi non resta nep­pure più la memo­ria). Sull’ala sini­stra del nostro sistema poli­tico si apre una gigan­te­sca vora­gine, che attende di essere riempita.

Non pos­sono stu­pire, dun­que, i con­trac­colpi che tor­men­tano il per­corso di Sel, la for­ma­zione poli­tica che stava più a ridosso dell’area Pd, e che sul suo pre­ce­dente assetto e sulla sua, almeno dichia­rata, voca­zione di sini­stra aveva scom­messo. Così come non può stu­pire che il deto­na­tore di que­sta crisi sia stato costi­tuito dall’apparire della lista «L’Altra Europa con Tsi­pras» e dal suo (non da tutti spe­rato) supe­ra­mento della fati­dica soglia, a cui Sel ha con­tri­buito attivamente.

Non può stu­pire per­ché quel pro­getto embrio­nale di sog­get­ti­vità poli­tica alter­na­tiva, soprav­vis­suto (sia pur di misura) alla prova del quo­rum mette all’ordine del giorno, appunto, la costru­zione (non, si badi, la ri-costruzione, o l’esumazione, ma la rie­la­bo­ra­zione su basi nuove) di una sini­stra in Ita­lia all’altezza dei tempi. Ha ragione Asor Rosa quando, su que­sto gior­nale, ci dice che il pro­getto deve neces­sa­ria­mente essere ambi­zioso. Che non può arre­starsi all’amministrazione di quel milione e cen­to­mila voti che la «Lista Tsi­pras» ha rac­colto, ma imma­gi­nare una sini­stra ben più ampia (per­ché i tempi e i modo della crisi non lasciano spa­zio alle voca­zioni testi­mo­niali), deter­mi­nata a riem­pire quella vora­gine. Ed è vero che chi in quella lista ha cre­duto non può pen­sare che essa costi­tui­sca, di per sé, «il sog­getto», o «la forma» già defi­nita o defi­ni­bile per vie interne, di quella grande spe­ranza. Ma quel milione e cen­to­mila può essere il punto da cui par­tire. E quella comu­nità che si è mobi­li­tata per rac­co­glierlo, il cata­liz­za­tore di una chi­mica che pro­duca, in iti­nere, pro­cessi di aggre­ga­zione ampi, inclu­sivi, rispet­tosi delle dif­fe­renti iden­tità, e dei rispet­tivi tempi, capace di rimet­tere in gioco «pub­blici» diversi, den­tro e fuori i tra­di­zio­nali stec­cati della sini­stra politica.

Se una lezione ci viene dai fatti, è che nes­suna delle forme poli­ti­che gene­ra­tesi alla sini­stra del Pd può soprav­vi­vere oggi da sola . E nel con­tempo che il pro­cesso di rico­stru­zione di una sini­stra ita­liana non può igno­rarne nes­suna, così come non può igno­rare l’enorme eser­cito degli sco­rag­giati, degli indi­gnati e dei delusi, migrati nelle aree gri­gie dell’astensione, o del voto «gril­lino», o di quello al Pd «a naso turato». È un buon via­tico, per le talpe che hanno voglia di scavare.