Bomba di Imposimato: “legge elettorale porterà alla dittatura” da: (Ferdinando Imposimato, Facebook

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Governo vuole cancellare il Senato e l’indipendenza della magistratura. “Con liste bloccate corte, tra tre e sei candidati si viola Costituzione”
Ferdinando Imposimato è un magistrato e politico italiano. È presidente onorario della Corte Suprema di Cassazione.

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Ferdinando Imposimato è un magistrato e politico italiano. È presidente onorario della Corte Suprema di Cassazione.

ROMA (WSI) – Di fronte all’offerta del leader del M5S, Il premier Renzi mostra imbarazzo. Prima pretende lo streaming, poi irride Grillo. In realtà Renzi non vuole interferenze nel patto occulto col pregiudicato Berlusconi. Varato l’Italicum, vuole cancellare il Senato e l’indipendenza della magistratura con la legge sulla responsabilità civile.

La legge elettorale è un groviglio che farà saltare l’intero sistema democratico, portando alla dittatura. Si avvera così , grazie a Renzi, il sogno di Berlusconi di un sistema elettorale , che sfoci nella elezione diretta del Capo dello stato. La legge elettorale, incoerente con la sentenza della Consulta, prevede un premio abnorme alla coalizione che supera il 37%, portando il vincitore al 55% dei seggi. In mancanza del 37%, andrebbero al ballottaggio le due coalizioni più votate, con la probabile esclusione del M5S, superato da FI, Lega, NCD e partiti minori, avvantaggiati dal controllo di TV pubbliche e private, grazie al conflitto di interessi che Renzi e i professoroni ignorano. Altro vulnus è l’assenza di preferenze .

Con liste bloccate corte, tra tre e sei candidati si viola l’art 48 della Costituzione “Il voto é personale ed uguale e libero “. Il voto passa alle segreterie di partiti, penalizzando i partiti che vanno da soli.

Concludendo, una minoranza del 40 per cento di votanti , pari al 50 per cento degli aventi diritto al voto , e cioè al 20% degli italiani , privi di libertà, eserciterà un potere assoluto , con la falsa opposizione di Forza Italia e il perpetuarsi delle larghe intese , che controllano i mezzi di informazione . Abolito il Senato, con una sola Camera, tutte le riforme liberticide saranno possibili, anche quella presidenziale e della giustizia da sottoporre al controllo del Governo. Berlusconi propone un referendum sull’elezione diretta del Capo dello Stato nel silenzio di Renzi. Prima di approvare la legge elettorale al Senato, intervenga il Presidente della Repubblica, per le palesi violazioni della Carta. E ci pensino bene i parlamentari del Senato. Potrebbero favorire il ritorno di un condannato o cogliere l’occasione per rivelarsi capaci di salvare l’Italia dal regime.
(Ferdinando Imposimato, Facebook

Vendola: «Sono dimissionario, ma non in fuga» da: il manifesto

Intervista al leader di Sinistra e libertà . «Non sono il proprietario del partito. Mercoledì il mandato di tutti noi è a disposizione, ma non mi copro con il mio gruppo dirigente. E resto qui: Sel si rilancia da subito. Perché il feticcio del governo non serve al paese e nemmeno al Pd»

Nichi Vendola

«Mi sono iscritto alla Fgci nel 1972. Quelli che hanno la mia sto­ria poli­tica hanno incas­sato scon­fitte bru­cianti. Ho vis­suto lo scio­gli­mento del Pci, poi ho con­tra­stato la deriva mino­ri­ta­ria del Prc. Ora quest’ultima scon­fitta è l’esodo di un fram­mento di rap­pre­sen­tanza isti­tu­zio­nale, non una scis­sione. C’è chi è uscito cri­ti­cando Sel sce­gliendo il Pd di De Luca e il Pd cala­brese. E chi pensa che essere sini­stra di governo signi­fi­chi ruz­zo­lare diret­ta­mente nell’area del governo. È un errore, anche nell’interesse della demo­cra­zia ita­liana. Renzi can­ni­ba­lizza interi bacini elet­to­rali. Una parte dell’intelligenza di que­sto paese indica i rischi delle riforme che aumen­tano i poteri dell’esecutivo. C’è allora biso­gno di un pre­si­dio molto forte a sini­stra di Renzi e del Pd. Serve per­sino al Pd».

«Seque­stra­tori di linea», «sabo­ta­tori», «con­for­mi­sti». Migliore, lasciando Sel, ha detto che que­ste parole hanno pesato nella scelta. Ven­dola, li avete spinti o ave­vano già deciso?

La mali­zia reto­rica sta nel sosti­tuire un ragio­na­mento con un capo d’imputazione. Ho detto che c’è un forte rischio di con­for­mi­smo cul­tu­rale nei con­fronti della para­bola del ren­zi­smo. E non va bene, c’è già molta folla plau­dente attorno al gio­vane sovrano. C’è biso­gno di pen­sieri cri­tici, visto che la crisi del paese ristagna.

Non sente di avere una respon­sa­bi­lità nell’accelerazione della crisi di Sel?

Forse si è col­ti­vato un equi­voco sin dall’inizio della legi­sla­tura. Noi ci siamo allon­ta­nati dal mino­ri­ta­ri­smo, siamo nati per costruire una sini­stra di governo che non ucci­desse la parola sini­stra nel governo. Il governo non è una meta sublime ma lo stru­mento per agire il cambiamento.

Alcuni depu­tati, ancora den­tro Sel, dicono che c’è un defi­cit di con­fronto nel gruppo dirigente.

La buona fede della mag­gior parte dei depu­tati di Sel che hanno dato più valore al pro­fumo di redi­stri­bu­zione che c’è negli 80 euro.

È un errore in buona fede?

No, ma non nascon­dia­moci die­tro un dito. È da aprile che si annun­ciava il voto sul decreto come quello che ini­ziava a ribal­tare la linea per con­sen­tire a Sel di sci­vo­lare nell’area del governo. Con Migliore le ten­sioni c’erano sin dal voto del secondo governo Letta. È per­sino imba­raz­zante ricor­dare che il Pci è stato per 50 anni sini­stra di governo dall’opposizione.

All’epoca Alfredo Rei­chlin le diceva che Togliatti aveva votato il governo Badoglio.

La ripe­ti­zione di que­sto schema negli ultimi vent’anni però è diven­tata uno dei sipa­rietti più pate­tici della poli­tica. La crisi è figlia della cul­tura dell’emergenza, in nome della quale biso­gna tutti insieme per­se­guire le poli­ti­che dell’austerità. È un punto che divide anche il socia­li­smo euro­peo: come si può sal­vare l’Europa e rilan­ciare la sini­stra con­ti­nuando a pra­ti­care una poli­tica di destra.

Anche quella di Renzi lo è?

Non m’interessa met­tere eti­chette. La rispo­sta con­creta l’abbiamo avuta con scelte di ulte­riore pre­ca­riz­za­zione del mer­cato del lavoro. Vedremo le riforme. Ma moder­niz­za­zione del paese non può signi­fi­care meno demo­cra­zia. O moder­niz­za­zione signi­fica venirmi a sfa­sciare l’Adriatico con le tri­velle per cer­care il greg­gio, senza che io abbia più facoltà di parola?

Migliore da una parte e Spi­nelli dall’altra l’accusano entrambi di aver tenuto una linea poli­tica ambi­gua. Le sue ‘terre di mezzo’ sono ambigue?

Giu­di­cano ambi­gua la pecu­lia­rità del nostro pro­getto poli­tico, e cioè che si possa rifor­mare il rifor­mi­smo. Ma quel rifor­mi­smo che ha cele­brato il nucleare e l’industrialismo, quanti errori ha fatto? Cosa hanno gene­rato le guerre «uma­ni­ta­rie», in Iraq per esem­pio? Non c’è il dog­ma­ti­smo solo dei radi­cali, c’è anche quello dei rifor­mi­sti. Non abbiamo esau­rito la nostra mis­sione. C’è biso­gno di una sini­stra che allar­ghi l’interlocuzione dei movi­menti. Migliore e Spi­nelli dicono la stessa cosa. Spi­nelli ha sco­perto la nostra linea dopo il voto euro­peo, ma Gen­naro que­sta linea ha con­tri­buito a costruirla. Le altre cose le lasciamo agli psicanalisti.

Con chi ce l’ha?

Con chi ha pen­sato di fare una scelta così in que­sto modo. Non è una scis­sione, è un tweet. Per giu­sti­fi­carla devi par­lare di una comu­nità chiusa che non c’è. Siamo una comu­nità che ha messo insieme tante per­sone e per­corsi. E io ho fatto da garante per tutti, per­sino per le sto­rie col­let­tive e per gli indi­vi­dui per­ché nes­suna logica di mag­gio­ranza sop­pian­tasse la ric­chezza delle cul­ture di pro­ve­nienza. È un anno che cova que­sta roba qua. Lo sape­vamo dell’autonomizzazione di un gruppo, ma io non ho mai pro­po­sto modelli disci­pli­nari. Quando Migliore a fronte di un gruppo par­la­men­tare spac­cato come una mela ha scelto il sì sull’Irpef, anzi­ché la media­zione dell’astensione che teneva tutti insieme, ha scelto di votare con­tro la media­zione. Del resto lo stava dicendo sui gior­nali: il governo, il governo. Come un fetic­cio. Se è così lo vedremo, ma que­sto governo non ha biso­gno di ulte­riore ben­zina nel suo motore, ne ha fin troppa.

Fra­to­ianni ha detto di essere pronto a dimet­tersi. Anche la diret­trice del nostro gior­nale ha par­lato della neces­sità di un ricam­bio di lea­der­ship den­tro Sel. Ci sta pensando?

Non sono il pro­prie­ta­rio di que­sto par­tito. Non ho mai invi­diato i capi­tani della squa­dra. Ho sem­pre spe­rato di avere più spa­zio per la mia vita. Mi sono tro­vato a diven­tare capi­tano di una squa­dra di governo nel Sud, un’esperienza che anche a sini­stra andrebbe cono­sciuta e ana­liz­zata di più. Poi sono stato chia­mato a com­bat­tere una deriva del Prc. Ero solo a dispo­si­zione della mia comu­nità. Per me la mili­tanza nella sini­stra si fa dal quinto piano o dalla strada. Ma sono stato un anti­lea­der. Il mio man­dato è sem­pre a dispo­si­zione. Sono stati dieci anni bel­lis­simi e duris­simi. Sono dimis­sio­na­rio, tutti ci pre­sen­tiamo dimis­sio­nari alla dire­zione di mer­co­ledì. E voglio che la discus­sione fra la mia pre­si­denza e gli orga­ni­smi diri­genti siano sepa­rate. Nes­suno pensi che mi copro con il gruppo diri­gente. Ma sia chiaro, in nes­sun caso lascio Sel. Io sono qua, e Sel è qua e si rilan­cia subito.

Signi­fica che lascia?

Dob­biamo discu­tere, ma non sarebbe una fuga. Nes­suno di noi ha una posi­zione per­so­nale da tutelare.

Que­sto riguarda anche le regio­nali della Puglia? Si ricandida?

Sarà una deci­sione col­let­tiva. Ho i miei pen­sieri e le mie inten­zioni, ma ne le con­di­vi­derò innan­zi­tutto con i miei compagni.

Alle regio­nali pros­sime cer­che­rete un’alleanza con il Pd?

Come sem­pre.

Renzi, alle poli­ti­che, resta un pos­si­bile alleato?

Oggi non c’è un cen­tro­si­ni­stra. E il cen­tro­si­ni­stra non è un dato di natura, è una costru­zione da fare. Cova la domanda di un cen­tro­si­ni­stra di cam­bia­mento, nell’elettorato deluso da Grillo, nell’inquietudine di tutte le mino­ranza del Pd.

La voca­zione mag­gio­ri­ta­ria di Renzi can­cel­lerà il centrosinistra?

A chi con­viene che la radi­ca­lità delle domande sociali sia inter­pre­tata dal popu­li­smo e dal raz­zi­smo, dalla destra xeno­foba? Ci sono ora­zioni fune­bri pre­ma­ture su di noi. Siamo stati influenti quando non era­vamo niente. Avremmo Leti­zia Moratti a Milano se non aves­simo but­tato Pisa­pia nell’agone, i gril­lini a Genova e Cagliari e la Puglia labo­ra­to­rio della destra. Viva Sel, viva la fatica la pas­sione e il culo che ci siamo fatti. Il Pd ha raso al suolo tutto intorno a lui, tranne noi. Il milione e passa di voti di Tsi­pras sono un bel punto di ripartenza.

All’inizio lei aveva dato cre­dito all’innovazione di Renzi. È cam­biato lui o siete cam­biati voi?

Descri­verne quello che accade non signi­fica essere sog­gio­gati. Renzi ha colto la vec­chiezza del Pd, di Ber­lu­sconi, e la stan­chezza di un paese pro­vato dalla crisi. Ha sepa­rato il suo volto dalle respon­sa­bi­lità delle poli­ti­che dell’austerità. Renzi ha dato una spe­ranza, ma ora lo sfi­diamo a dare una rispo­sta all’altezza di quella speranza

riunione segreteria e comitato provinciale

venerdì 27 giugno 2014 ore  17,30 riunione  segreteria  presso cgil
ore 18,30 comitato provinciale presso cgil via crociferi n.40.Si prega la puntualità

o.d.g

approvazione bilancio 2013

tesseramento

festa 70 anniversario anpi

attività primo semestre 2014

varie ed eventuali

la segreteria

cordiali saluti

Camorra e appalti: Iovine incastra i vertici del Pd campano da:epressoonline

Un vero e proprio sistema politico, imprenditoriale e criminale, senza alcun orientamento politico prevalente, l’importante, secondo quanto descritto da Antonio Iovine ex boss dei Casalesi, erano gli affari.

Le rivelazioni di Iovine, il “manager” del clan, stanno coinvolgendo ogni settore della società campana, una piovra in grado di entrare addirittura nel cuore delle aule di tribunale “comprando” sentenze e magistrati. Naturalmente i partiti e la politica sono da sempre stati una fondamentale pedina nello scacchiere dei clan, anche se media e opinione pubblica collegavano gli interessi criminali al solo centro destra Cosentiniano. In un articolo sul Corriere della Sera, Giovanni Bianconi descrive invece il sistema di appalti, accordi e connivenze che il clan dei Casalesi avrebbe costruito con il centro sinistra campano.

Secondo quanto dichiarato da Iovine, i protagonisti del sistema andrebbero ricercati in importanti referenti della sinistra napoletana e campana. Tutto ha inizio con le rivelazioni riguardo il rapporto esistente con l’imprenditore Giovanni Malinconico, già noto alle cronache giudiziarie e condannato in primo grado a 6 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. “Raccontando il rapporto che ho avuto con l’imprenditore Giovanni Malinconico – dichiara Iovine nell’interrogatorio con i PM Antonello Ardituro e Cesare Sirignano – con il quale posso dire di aver avuto una vera e propria società. Poiché aveva in corso un cantiere per una grande opera e aveva bisogno di protezione, chiese di parlare con me. Siamo intorno all’anno 2000. Lui mi diede 250 milioni di lire in varie rate, e da allora abbiamo avuto un rapporto stabile, e in occasione di tutti i lavori che ha avuto mi ha sempre dato ingenti somme di denaro sotto forma di percentuale del 5 per cento”.

“Il Malinconico – prosegue Iovine – otteneva in cambio degli importanti servizi che posso riassumere nel senso che aveva la tranquillità di poter svolgere liberamente la sua attività senza che nessuno potesse interferire chiedendo dei soldi, bloccando cantieri, chiedendo l’assunzione di persone, chiedendo di preferire alcune imprese per le forniture, ad esempio, di calcestruzzo, chiedendo di favorire alcune imprese per i subappalti e così via. Si trattava di una sorta di pacchetto completo che comprendeva anche il fatto che lui si rapportava esclusivamente con me, e poi provvedevo io, di volta in volta, a regolare i conti con chi territorialmente aveva diritto a una quota”.

Un sistema che permetteva ad ingenti somme di denaro provenienti dagli appalti pubblici di finire – secondo la ricostruzione del boss pentito – nelle tasche dei clan, clan che talvolta intervenivano direttamente affinché determinati appalti finissero nelle mani giuste, mentre spesso bastavano i buoni rapporti tra imprenditori ed esponenti politici. In questo caso infatti la “società” poteva avvalersi, per gare d’appalto e finanziamenti – spiega l’esponente dei casalesi – dei legami di Malinconico con importanti esponenti del Pd Campano. Iovine, durante il processo che vede imputato l’ex Sindaco di Villa Literno Fabozzi, ha dichiarato che “il referente dell’imprenditore Malinconico era Achille Natalizio, rappresentante politico in Regione per le forze di centrosinistra; se arrivavano finanziamenti sul consorzio di Caserta, sapevamo che potevamo contare sul legame tra Malinconico e Natalizio”.

Un legame politico confermato dallo stesso Malinconico che ha ammesso di aver finanziato diverse campagne elettorali di uomini del Pd (o Ds) dell’area Bassoliniana: “Nel 2005, in occasione delle elezioni regionali, poiché Natalizio era il referente di Antonio Bassolino per le zone dell’Alto casertano, ricordo che pagai per una cena elettorale tenutasi a Città della Scienza 1.000 euro a persona per dieci persone, come forma di contributo per la campagna elettorale. In altre occasioni ho sottoscritto alcune quote per un totale di 3.500 euro in due occasioni per la Fondazione Sud. Ho dato, inoltre, somme di denaro per tante campagne elettorali; per esempio per il Consiglio comunale di Napoli diedi contributi al Natalizio che appoggiava Paolucci“.

Malinconico mediante la sua “generosità” in campagna elettorale cercava di inserirsi, è egli stesso a spiegarlo, nei ricchi appalti del settore pubblico. Riqualificazione di Bagnoli su tutti: “Ricordo che ci fu la campagna elettorale a Napoli e rammento che mi fu presentato Paolucci e Hubler, e qui entra il fatto del mio interesse come imprenditore di riuscire a lavorare a Bagnolifutura, e diedi anche altri contributi, per la campagna elettorale di Napoli, perché Paolucci fu il primo eletto”.

Riguardo una gara da 5 milioni bandita dalla Regione Campania di cui Natalizio era diventato un membro influente, Malinconico ha dichiarato: “L’appalto è stato aggiudicato con il 48 percento di ribasso e non so dire se ci siano stati interventi per manovrare la gara ma – precisa l’imprenditore – evidentemente la mia appartenenza alla medesima cordata politica, certamente procurava una certa disponibilità nei miei confronti”.

In sintesi, si sta delineando attraverso le dichiarazioni di Iovine e Malinconico un sistema perfetto, che garantiva agli imprenditori di vincere appalti grazie al lavoro istituzionale dei politici amici, che a loro volta ricevevano ingenti finanziamenti per le campagne elettorali. Il tutto sotto il controllo del clan di Antonio Iovine che – in cambio del 5 percento sugli appalti – garantiva le forniture di materie prime e si occupava di dividere i proventi tra i “capizona” in modo da evitare problemi per gli imprenditori.

Diego Civitillo

678 giorni della vergogna dal blog internazionale

di
Lee Marshall è un giornalista britannico che si occupa di viaggi e cinema. Collabora con Condé Nast Traveller, Screen International e altre testate. In Italia dal 1984, vive a Città della Pieve, in provincia di Perugia. Scrive questo blog per Internazionale

Sembra incredibile, ma tra meno di due mesi ricorrerà il secondo anniversario dell’inaugurazione del sacrario dedicato a Rodolfo Graziani in quel di Affile, un paesino laziale nei pressi di Subiaco. È stato inaugurato l’11 agosto 2012. Si sa che a metà agosto i mezzi d’informazione italiani cercano notizie leggere, notizie da spiaggia: quindi il fatto aveva avuto poca risonanza.

Infatti uno dei primi a dedicare un servizio serio alla vicenda era stata la Bbc, seguita dal New York Times e da altre testate straniere. Quasi due anni più tardi, il monumento è ancora lì: un brutto cubo in tufo e travertino con sopra due parole in lettere cubitali: PATRIA e ONORE.


(Corriere Immigrazione)

Proviamo a ricordare chi era Graziani. Nato vicino ad Affile, era un soldato di professione la cui carriera cominciò in Eritrea nel 1908 e si concluse con la nomina a ministro della difesa nazionale e della produzione bellica della Repubblica di Salò, dove promulgò il famigerato “bando Graziani”, chiamando alle armi le classi 1922-24 dei giovani presenti nel territorio dello stato fantoccio (i renitenti furono condannati alla pena di morte). Dopo la guerra e cinque anni di prigione, nel maggio del 1950 Graziani fu condannato per collaborazionismo a 19 anni di carcere, di cui quasi 14 condonati “per la circostanza attenuante dell’aver agito per motivi morale e sociale”. Quattro mesi dopo il verdetto tornò in libertà e nel marzo del 1953 divenne presidente onorario del Movimento sociale italiano. Morì due anni dopo.

Ma l’essere fascista impenitente è stato forse il minore dei crimini di Graziani. Durante la riconquista della Libia, per “pacificare” la Cirenaica deportò centomila civili in campi di concentramento in cui la metà dei prigionieri morì per malnutrizione e per le terribili condizioni igieniche e sanitarie. Il 20 giugno 1930 scrive a Badoglio: “Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”. Per capire il personaggio, basti pensare che un gerarca non esattamente delicato come Italo Balbo, appena nominato governatore della Libia lo rimandò in patria perché considerava i suoi metodi troppo crudeli.

Dopo un anno in Italia tornò in Africa, questa volta in Etiopia, dove comandò il fronte somalo nell’invasione del 1935-36. Non esitò a usare i gas nervini contro il nemico e arrivò a ordinare il bombardamento di un ospedale da campo svedese. Ma è stato con la sua nomina a viceré, alla fine del 1936, che la sua crudeltà raggiunse l’apice. Dopo un attentato contro di lui da parte di alcuni partigiani etiopici, in cui fu gravemente ferito, autorizzò una rappresaglia indiscriminata nel corso della quale furono trucidati migliaia di civili. Poi passò a eliminare l’intera intellighenzia etiopica, i cadetti di un’accademia militare e perfino gli indovini e i cantastorie, colpevoli di pronosticare la fine del dominio italiano. Dando poi credito alla voce che erano stati i monaci copti del monastero di Debra Libanòs a ispirare gli attentatori, mandò il generale Maletti a uccidere tutti i religiosi del monastero chiedendogli di confermare l’esito delle operazioni con le parole “liquidazione completa”. Secondo Graziani le vittime della strage furono 449. Per due studiosi che hanno fatto delle indagini sul campo negli anni novanta, furono tra 1.400 e duemila, tra cui molti seminaristi minorenni.

Ecco l’uomo commemorato dal monumento di Affile, finanziato con i soldi pubblici stanziati dalla regione Lazio per un progetto che faceva riferimento, nella richiesta di finanziamento, solo al “completamento del parco Rodimonte” e alla “realizzazione di un monumento al soldato”, cioè al milite ignoto. Dopo la presentazione di una petizione lanciata dalla scrittrice italiana di origini somale Igiaba Scego e la protesta di vari gruppi, tra cui l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, nell’aprile del 2013 il versamento del saldo di 180mila euro da parte della regione Lazio è stato bloccato dal presidente Nicola Zingaretti in attesa che il comune di Affile apporti “delle modifiche strutturali al monumento e lo intitoli come originariamente concordato ‘al soldato’, facendo scomparire qualsiasi riferimento a Rodolfo Graziani e cancellando questa provocazione, che rappresenta non solo un atto scorretto dal punto di vista legale e amministrativo, ma un’inaccettabile offesa alla libertà, alla democrazia e alla memoria di tutti gli italiani”.

Da allora, niente. Be’, non proprio niente: qualche giorno dopo l’annuncio di Zingaretti, i principali promotori del sacrario – il sindaco di Affile, Ercole Viri, e due assessori ­- sono finiti sul registro degli indagati con l’accusa di apologia di fascismo. E alla fine di maggio del 2014, tre giovani accusati di avere danneggiato il mausoleo con la scritta “Chiamate eroe un assassino” sono stati assolti dal tribunale di Tivoli non solo perché il fatto non sussiste, non essendovi stata nessuna “dispersione, distruzione, o deterioramento definitivo del bene”, ma anche – e qui bisogna ammirare l’eleganza dello schiaffo giudiziario – perché l’impropria destinazione del monumento esclude il fatto che si tratti di un bene pubblico.

Ma quell’orrore è ancora là. Perché?

Per due motivi, credo. Il primo: Affile è un paese un po’ sperduto; se il monumento fosse stato al centro di una grande città non sarebbe stato tollerato (lo so che davanti allo stadio Olimpico di Roma c’è ancora un obelisco che inneggia a Mussolini, ma lasciare in piedi monumenti dell’era fascista è un conto, farne dei nuovi un altro). Ma la “lontananza” di Affile è un’attenuante che chiaramente non sta in piedi: in questa maniera una rimozione geografica diventa una rimozione psico-nazionale.

Il secondo motivo è la politicizzazione della sfera etica in Italia. Qui come in molti altri casi, si perde di vista la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è ripugnante perché tutto viene ridotto a una presa di posizione, una questione tra destra e sinistra, sinistra e destra. Il sindaco di Affile, Ercole Viri, ha giocato questa carta con grande furbizia facendo pubblicare sul sito del comune un’apologia del suo figlio illustre che parte così: “II maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, figura tra le più amate e più criticate, a torto o a ragione, fu tra i maggiori protagonisti dei burrascosi eventi che caratterizzarono quasi mezzo secolo della storia italiana inclusa tra i due conflitti mondiali; interprete di avvenimenti complessi e di scelte spesso dolorose, Graziani seppe indirizzare ogni suo agire al bene per la patria attraverso l’inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato”.

Il problema è che Graziani non è criticato “a torto o a ragione”. È criticato a ragione. Sono critiche fondate su documenti e testimonianze e sul lavoro di molte persone, in primis lo storico del colonialismo italiano Angelo del Boca. Da questo lavoro meticoloso si capisce che Graziani era una specie di Himmler italiano, che non si limitava ad applicare le disposizioni già dure dei suoi capi, ma le rendeva ancora più feroci. In molte lettere si vantava delle sue scelte “dolorose”: “Non è millanteria la mia”, scrisse dopo l’eccidio di Debra Libanòs, “quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debra Libanòs, che da tutti era ritenuto invulnerabile, e le misure di giustizia sommaria applicate sulla totalità dei monaci, a seguito delle risultanze emerse a loro carico”.

Igiaba Scego parla del monumento a Graziani in Roma Negata, un bel libro pubblicato di recente scritto a quattro mani con il fotogiornalista Rino Bianchi, sulle tracce rimosse o trascurate del passato coloniale che la città ancora conserva. E dopo quella prima petizione che aiutò a far bloccare i finanziamenti regionali al comune di Affile, ne ha lanciata un’altra sotto forma di una lettera aperta alla presidente della camera Laura Boldini, per chiedere di buttare giù il monumento. Io l’ho firmata. Perché il pericolo è che l’Italia si abitui a questo scempio e lo faccia diventare qualcosa che ha una sua dignità per il solo fatto di esistere, per il solo fatto di occupare uno spazio.

‘Sellicidio’, c’è la «carta Nencini» | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi

Sinistre. Nel partito di Vendola si annunciano nuove defezioni ’a scaglioni’. Intanto i fuoriusciti ragionano sull’ipotesi di fondare un gruppo con i socialisti. E scommettono sul dimagrimento della pattuglia dei ministri Ncd al governo. Sancirebbe l’irrilevanza della destra nell’esecutivo Renzi. E il loro ingresso in maggioranza. Il governatore pugliese: «Non trattengo chi sale sul carro del vincitore». E chi va «fa un grave errore, ha la bandiera della resa in testa»

Il ’day after’ la «fuo­riu­scita» (copy­right Gen­naro Migliore) di quat­tro depu­tati dal gruppo di Mon­te­ci­to­rio di Sel è il giorno del bilan­cio delle mace­rie. La con­vin­zione dif­fusa è che il ter­re­moto non sia finito. Ileana Piaz­zoni, una dei quat­tro (gli altri sono appunto Migliore, Fava e Titti Di Salvo), pre­vede per la pros­sima set­ti­mana nuove uscite sca­glio­nate. Per­ché, spiega, «nel week end si ter­ranno le assem­blee dei ter­ri­tori». Oggi tocca all’Abruzzo, dove Gianni Melilla riu­nirà i suoi compagni.

Lunedì a Roma altret­tanto farà il sena­tore Mas­simo Cer­vel­lini. Ma è così dap­per­tutto. Dai ter­ri­tori arri­vano noti­zie con­tra­stanti. Da Roma il coor­di­na­tore Gian­carlo Tor­ri­celli, soli­da­mente schie­rato con chi resta, rife­ri­sce che «il sen­ti­mento dif­fuso è con­si­de­rare quanto avve­nuto una mano­vra di palazzo». Tutt’altre atmo­sfere sono quelle rac­con­tate da Michele Piras, depu­tato di Cagliari: «Deci­derò insieme agli altri, nella mia terra, cosa fare. Ma fin qui è stata scon­cer­tante la gestione del con­fronto poli­tico in Sel. Ne porta la respon­sa­bi­lità innan­zi­tutto il pre­si­dente e il coor­di­na­tore», ovvero Ven­dola e Fra­to­ianni. Ste­fano Qua­ranta, di Genova, anche lui in forse, aspetta la dire­zione di lunedì. Poi riu­nirà i liguri. I nomi si rin­cor­rono, i cel­lu­lari sono stac­cati. Man­cano all’appello altri quat­tro, forse cin­que. Altri restano, ma solo «per ora».
Lo «sca­glio­na­mento» delle fuo­riu­scite, lo stil­li­ci­dio, il «sel­li­ci­dio», ha anche l’obiettivo di tenere sulla gra­ti­cola chi resta. Mer­co­ledì la dire­zione «tirerà le somme di quello che suc­cede», spiega Nicola Fra­to­ianni. Prima, lunedì o al mas­simo mar­tedì, il gruppo della camera si riu­ni­sce per indi­care un nuovo pre­si­dente. La scelta potrebbe cadere nell’area dei ’dia­lo­ganti’. Le voci che cir­co­lano indi­cano Fran­ce­sco Fer­rara, uomo di dia­logo, coor­di­na­tore prima di Fra­to­ianni, che mer­co­ledì scorso non era pre­sente al voto sul decreto Irpef ma aveva comun­que segna­lato il suo orien­ta­mento per il sì.
Intanto i ’quat­tro per ora’ comin­ciano a darsi una road map. L’oggetto dell’incompatibilità con il par­tito di Ven­dola è stato la deter­mi­na­zione a strin­gere i bul­loni con il Pd e con il governo. Dal quale arri­vano segnali sem­pre più inco­rag­gianti. Prima Lorenzo Gue­rini, che ha tenuto un rap­porto diretto con Migliore, poi il pre­mier in per­sona hanno annun­ciato «porte aperte». Ieri è stata la volta dell’altra vice del segretario-premier, Debora Ser­rac­chiani: «Non entro in dina­mi­che che appar­ten­gono ad altri par­titi, posso però dire che credo che ci sia una dif­fusa atten­zione verso le riforme. Con­fido che que­sta con­sa­pe­vo­lezza che ormai è dei cit­ta­dini ita­liani, visto il 40,8%, diventi anche un patri­mo­nio comune di chi in que­sto momento siede in Par­la­mento, a pre­scin­dere dal gruppo di appar­te­nenza». Se que­sto non è ’scou­ting’ certo è un invito.
Sul fronte par­la­men­tare si segnala l’attivismo dei fuo­riu­sciti verso i socia­li­sti di Ric­cardo Nen­cini, vice­mi­ni­stro di Lupi. Nella serata di gio­vedì, dopo il voto sull’Irpef, Migliore ha incon­trato il capo­gruppo della com­po­nente Psi del misto, Marco Di Lello, in un cor­ri­doio riser­vato della camera (chia­mato per que­sto Corea). I ’quat­tro’ sie­de­ranno nel misto, ma pun­tano a costruire un gruppo auto­nomo con un rife­ri­mento al Pse, con i socia­li­sti e per­sino qual­che ex mon­tiano. In Sel già è irona: «fare la fine di Nen­cini» in quel par­tito è l’espressione di moda per indi­care lo spau­rac­chio dell’irrilevanza. Fatto sta che lo stesso gio­vedì Di Lello e Nen­cini sono stati avvi­stati al Naza­reno, dove lavora Gue­rini.
La coin­ci­denza è che intanto cir­cola la voce di un mini-rimpasto di governo. Il mini­stro Lupi, unico eletto alle euro­pee di un Ndc scarso di voti, potrebbe deci­dere di andare a Bru­xel­les e lasciare libera la casella dei tra­sporti. Nen­cini lo sosti­tui­rebbe. L’«irrilevanza» degli alfa­niani, come la chiama Migliore, potrebbe essere san­cita da un dima­gri­mento della loro pat­tu­glia ministeriale:pretesto buono per un ingresso sta­bile dei fuo­riu­sciti di Sel nell’area della mag­gio­ranza. Non un ingresso diret­ta­mente nel governo: Migliore lo esclude, «in que­sto momento non sarei nella posi­zione di accet­tare nulla», dichiara al pro­gramma radio­fo­nico Un giorno da pecora. Non nega di pun­tare invece alle even­tuali nuove pri­ma­rie di Napoli, dove il sin­daco De Magi­stris tra­balla da tempo.
Nel frat­tempo Nichi Ven­dola conta i feriti e ina­spri­sce i toni. È «un grave errore» quello dei quattro,«capisco il fascino della nar­ra­zione forte di Renzi però la sini­stra non deve mai por­tare il pro­prio cer­vello all’ammasso», «non posso tenere con la forza accanto a me chi vuole cor­rere sul carro del vin­ci­tore», ma «quello che io non con­tem­plo nella lotta poli­tica è la resa: chi pensa che oggi Sel debba squa­gliarsi e diven­tare una com­po­nente del governo, della mag­gio­ranza di governo o del Pd, ha la ban­diera della resa in testa». La rispo­sta di Titti Di Salvo: «Sel ha scelto un ruolo di oppo­si­zione al cen­tro­si­ni­stra. Penso che debba recu­pe­rare la ragione della sua esi­stenza: met­tersi al ser­vi­zio del paese e non dello sven­to­la­mento di belle bandiere».

Disoccupazione, per Renzi la questione del secolo può attendere | Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta

11 luglio. Il vertice europeo a Torino è stato annullato. Come spiegare che di una questione tanto “cruciale” e “urgente” se ne potrà parlare, con tutta calma, “forse” alla fine della celebrata presidenza italiana o addirittura oltre?

Evi­den­te­mente non è pro­prio con­si­de­rata una noti­zia. Dif­fi­cile tro­varne qual­che trac­cia fuori dalle pagine di que­sto gior­nale. Eppure la can­cel­la­zione del ver­tice dell’Unione euro­pea sulla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile pre­vi­sto per il pros­simo 11 di luglio a Torino e il suo “pro­ba­bile” rin­vio a fine anno nella sede di Bru­xel­les, annun­ciato da Renzi al mar­gine dell’incontro con Van Rom­puy, non è pro­prio un’inezia.

A moti­vare il rin­vio e lo spo­sta­mento del sum­mit per conto del governo ita­liano ci ha pen­sato il mini­stro del lavoro Giu­liano Poletti, evo­cando gravi rischi per l’ordine pub­blico con­nessi con le mobi­li­ta­zioni inter­na­zio­nali con­vo­cate a Torino per con­te­stare il vertice.

Se que­sta fosse dav­vero la ragione del rin­vio i con­te­sta­tori potreb­bero dirsi più che sod­di­sfatti. La sem­plice con­vo­ca­zione di una pro­te­sta con pos­si­bili risvolti di scon­tro sarebbe stata suf­fi­ciente a inci­dere sull’agenda dei governi euro­pei e a sug­ge­rire di con­fi­nare le sedi di una discus­sione che si annun­cia assai poco pre­sen­ta­bile ben lon­tane dalle piazze e dall’ostilità dei cittadini.

Ma nes­sun governo ammet­te­rebbe, con la gros­so­lana inge­nuità esi­bita da Poletti, una ragione così arren­de­vole. Per di più un governo che eser­cita la pre­si­denza di turno dell’Unione e sban­diera di volerne trarre gran pre­sti­gio e grandi risul­tati. Eppure la reto­rica sulla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile di massa infe­sta quo­ti­dia­na­mente i media e le ester­na­zioni della poli­tica gover­na­tiva e non.

Sarebbe la solu­zione di que­sto pro­blema, ci giu­rano, la prio­rità delle prio­rità, lo spar­tiac­que tra declino e rina­scita. Come spie­gare allora che di una que­stione tanto “cru­ciale” e “urgente” se ne potrà par­lare, con tutta calma, “forse” sei mesi dopo il pre­vi­sto, alla fine della cele­brata pre­si­denza ita­liana o addi­rit­tura oltre? E infatti non lo si spiega, men­tre sull’intera fac­cenda cala il silenzio.

Del resto non è la prima volta che i gover­nanti ita­liani con­vo­cano e poi disdi­cono un ver­tice sul “dramma della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile”. Ma Poletti, che fa appunto il mini­stro del lavoro, le vere ragioni dovrebbe cono­scerle bene. La prima è che la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile non è affatto una prio­rità nelle poli­ti­che eco­no­mi­che euro­pee, che si occu­pano piut­to­sto di masche­rarla attra­verso forme fero­ce­mente sfrut­tate di sot­toc­cu­pa­zione e di ricatto.

La seconda è che i governi dell’Unione su que­sto argo­mento non hanno nulla da dire, quan­to­meno nulla di cre­di­bile o dige­ri­bile per le rispet­tive cit­ta­di­nanze. Il ver­tice di Torino avrebbe allora messo a con­fronto una stuc­che­vole incon­clu­denza con una dif­fusa e deter­mi­nata osti­lità sociale. Un’ombra, insomma, sull’alba dorata e gio­va­ni­li­sta del governo Renzi. E una solida con­ferma delle ragioni dei movi­menti, cui a que­sto punto potrebbe spet­tare il com­pito di con­vo­care un pro­prio incon­tro sulla vera natura della “que­stione del secolo”.

Cgil: da inizio anno 500 mln di cig, 570 mila in cassa | Fonte: rassegna

Poco meno di mezzo miliardo di ore di cassa integrazione in cinque mesi, che coinvolgono da inizio anno circa 570 mila lavoratori relegati in cig a zero ore, per una perdita di reddito di 1,8 miliardi di euro, pari a 3.300 euro netti in meno in busta paga. Sono questi in estrema sintesi i dati che emergono dalle elaborazioni delle rilevazioni Inps da parte dell’Osservatorio cig della Cgil Nazionale nel rapporto di maggio.

Il trend di ore richieste, osserva la Cgil, “stabile oltre le 80 milioni mensili, punta per l’ennesima volta verso il miliardo di ore anno: seppur con qualche segnale positivo sul fronte produttivo, nel dettaglio della richiesta di cassa, specie con l’esplosione di quella straordinaria, emerge un quadro di crisi strutturale della crisi economica e produttiva. Il tutto a fronte di un drastico calo della deroga, segno che i finanziamenti stanziati stanno esaurendo la copertura”. Valutazioni che per il sindacato di corso d’Italia dimostrano come “la centralità del lavoro, assumerlo come punto strategico per l’uscita dalla crisi, è ancora il nodo irrisolto: serve agire urgentemente, serve un governo capace di offrire al paese una prospettiva che solo il lavoro può rendere percorribile”.

Dati cig maggio – Dall’analisi di corso d’Italia si rileva come il totale di ore di cassa integrazione a maggio sia stato pari a 96.444.168 di ore richieste e autorizzate, in aumento sul mese precedente del +11,06%. Nei primi cinque mesi dell’anno si sono registrate 487.992.514 ore di cig per un -0,76% sullo stesso periodo dello scorso anno. Nel dettaglio emerge che la cassa integrazione ordinaria (cigo) cala a maggio su aprile del -1,52%, per un totale pari a 22.187.875 di ore. Da inizio anno la cigo invece ha raggiunto quota 119.582.669 di ore per un -29,81% sul periodo gennaio-maggio del 2013.

La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria (cigs), sempre per quanto riguarda lo scorso mese e che sono oltre il 55% del totale delle ore concesse, è stata di 62.301.057 per un +32,70% su aprile mentre nei primi cinque mesi dell’anno si totalizzano 271.157.934 ore autorizzate per un +27,56% sullo stesso periodo dello scorso anno. Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) ha registrato a maggio un calo su quello precedente pari a -31,13% per 11.955.261 di ore richieste. Da inizio anno a maggio, rispetto allo stesso periodo dello scorso, la flessione della cigd è stata del -10,59% per complessive 97.251.911 di ore.

Causali di cigs – Continua a crescere il numero di aziende che fanno ricorso ai decreti di cigs. Da gennaio a maggio sono state 3.484 per un +34,52% sullo stesso periodo del 2013 e riguardano 6.363 unità aziendali (+41,65%). Nello specifico si registra un aumento dei ricorsi per crisi aziendale (1.769 decreti da inizio anno per un +17,70% sui primi cinque mesi del 2013) che rappresentano il 50,77% del totale dei decreti. Crescono le domande di ristrutturazione aziendale (91 per un +3,41%) mentre sono in linea con lo scorso anno quelle di riorganizzazione aziendale (91). Sottolinea lo studio della Cgil che “gli interventi che prevedono percorsi di reinvestimento e rinnovamento strutturale delle aziende continuano ad essere irrilevanti e in dimunuzione, pari al 5,22% del totale dei decreti (erano il 6,91% nel 2013). Un segnale evidente, eppure sottovalutato, del processo di deindustrializzazione in atto nel Paese”.

Regioni – Nelle regioni del nord si registra il ricorso più alto alla cassa integrazione. Dal rapporto della Cgil emerge che al primo posto per ore di cassa integrazione autorizzate nei primi cinque mesi dell’anno c’è la Lombardia con 126.260.570 ore che corrispondono a 146.135 lavoratori (prendendo in considerazione le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il Piemonte con 53.330.683 ore di cig autorizzate per 61.725 lavoratori e il Veneto con 42.591.432 ore per 49.296 persone. Nelle regioni del centro primeggia il Lazio con 39.175.477 ore che coinvolgono 45.342 lavoratori. Mentre per il Mezzogiorno è la Campania la regione dove si segna il maggiore ricorso alla cig con 31.869.590 ore per 36.886 lavoratori.

Settori – La meccanica è ancora il settore dove si è totalizzato il ricorso più alto allo strumento della cassa integrazione. Secondo il rapporto della Cgil, infatti, sul totale delle ore registrate nel periodo gennaio-maggio, la meccanica pesa per 168.370.552, coinvolgendo 194.873 lavoratori (prendendo come riferimento le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il settore del commercio con 66.555.376 ore di cig autorizzate per 77.032 lavoratori coinvolti e l’edilizia con 59.687.198 ore e 69.082 persone.

Occupazione e lavoratori in cig – A maggio, considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (11 settimane da inizio anno), sono coinvolti 1.129.612 lavoratori in cigo, cigs e in cigd. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 22 settimane lavorative, si determina un’assenza completa dall’attività produttiva per 564.806 lavoratori, di cui 300 mila in cigs e 112 mila in cigd. Continua così a calare il reddito per migliaia di cassintegrati: dai calcoli dell’Osservatorio della Cgil si rileva come i lavoratori parzialmente tutelati dalla cig abbiano perso nel loro reddito, a partire da inizio anno, oltre un miliardo e ottocento milioni di euro al netto delle tasse, pari a 3.300 euro in meno in busta paga per ogni singolo lavoratore in cassa a zero ore.

Link Rapporto cig maggio 2014 :
http://host.ufficiostampa.cgil.it//Documenti//private/Cgil_OsservatorioCig_RapportoMaggio2014.pdf

Link Rapporto Causali aziende cigs maggio 2014 :
http://host.ufficiostampa.cgil.it//Documenti//private/Cgil_OsservatorioCig_CausaliAziendeMaggio2014.pdf