Anpi, Cdl e Zona 3 denunciano per apologia del fascismo gli organizzatori di una manifestazione in camicia nera da: anpi provinciale milano

L’ANPI Provinciale di Milano, la Camera del Lavoro di Milano e il Presidente del Consiglio di Zona 3 hanno presentato formale denuncia alla Procura della Repubblica di Milano, per apologia di fascismo e istigazione a delinquere, nei confronti degli organizzatori della manifestazione svoltasi a Milano il 29 aprile scorso, in memoria di Ramelli e Pedenovi.

Questo il testo della denuncia.

Queste le principali manifestazioni e provocazioni neofasciste verificatesi negli ultimi quattro anni a Milano e nei Comuni   della Regione Lombardia.

29 aprile 2011 – provocazione di Forza Nuova nel corso di una iniziativa antifascista svoltasi al Centro Guicciardini per ricordare il 35° anniversario dell’uccisione del giovane Gaetano Amoroso da parte dei fascisti;

8 Luglio 2011 – Aggressione neofascista alla Camera del Lavoro di Milano;

29 Ottobre 2011 – ore 17,30 – Presidio Comitato Permanente Antifascista alla Loggia dei Mercanti per rispondere al raduno nazionale di Forza Nuova;

4 Marzo 2012 ore 10,00 – Presidio Comitato permanente Antifascista alla Loggia dei Mercanti contro iniziativa nazionale della Fiamma Tricolore;

29 Aprile 2012 –  presidio del Comitato Permanente Antifascista alla Camera del Lavoro di Milano. A pochi passi nella sala Congressi della Provincia in via Corridoni, iniziativa neofascista a ricordo di Ramelli e Pedenovi;

6-7 Luglio 2012 – raduno estrema destra europea a Milano all’Hotel Michelangelo;

2 Dicembre 2012 – aggressione e grave ferimento di  un militante di un Centro sociale da parte di un gruppo di naziskin;

5 gennaio 2013 – imbrattamento lapide in via Guerzoni a Milano  e lapide a Sesto San Giovanni, dedicata ai fratelli Casiraghi. Gli imbrattamenti delle lapidi o le asportazioni delle corone sono purtroppo molto numerosi nella nostra città e nei comuni della Provincia;

20 aprile 2013 – raduno neonazista europeo a Malnate, in provincia di Varese, nella ricorrenza del compleanno di Hitler;

29 Aprile 2013 – Sfilata neofascista in piazzale Susa che, strumetalizzando il doveroso ricordo di Ramelli e Pedenovi, fa aperta apologia di fascismo;

15 Giugno 2013 –  raduno europeo nazifascista a Milano, in un capannone di Rogoredo;

23 Giugno 2013 –  partita di calcetto, a Niguarda, organizzata da Lealtà e Azione “Diamo un calcio alla pedofilia”;

14-15 Settembre 2013 – a Cantù, in Provincia di Como, Festival Boreal, organizzato da Forza Nuova, con delegazioni provenienti da tutta Europa;

19 Ottobre 2013 – bombe incendiarie vengono fatte esplodere nella sede dell’Anpi di Legnano, danneggiando la Sezione. Compaiono anche scritte ingiuriose contro i partigiani;

2 Novembre 2013 – profanazione neofascista del sacrario del Monte San Martino (Varese). L’episodio ha assunto una particolare gravità perchè avviene, fra l’altro, proprio in coincidenza con il settantesimo anniversario di quella battaglia ricordata come l’episodio che diede inizio alla lotta partigiana nel Nord Italia e come uno dei primi e significativi esempi di opposizione all’occupazione nazifascista;

17 gennaio 2014 – convegno promosso dal gruppo Alpha, organizzazione giovanile di Lealtà e Azione all’interno del Politecnico di Milano;

21 aprile 2014 – ritrovamento volantini in via Moscova, inneggianti al compleanno di Hitler. Uno di essi è stato infilato nella cassetta postale della sede dell’ANPI Provinciale di Milano in via San Marco 49;

25 aprile 2014 – in mattinata parata neofascista al campo 10 di Musocco, dove sono sepolti i resti di esponenti della Repubblica di Salò, tra cui Alessandro Pavolini, Francesco Colombo, fondatore della Muti, alcuni gerarchi fucilati a Dongo, diversi militanti della X Mas;

25 aprile 2014 – sempre in mattinata, nella sede Aler di via Palmieri1, affittata ad una associazione che fa da prestanome ai neofascisti, Forza Nuova che una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, ha definito come formazione nazifascista, espone uno striscione offensivo nei contronti della Resistenza. L’ANPI di Milano ha per ben due volte chiesto all’Aler, la revoca del contratto di affitto concesso alla società che fa da prestanome a Forza Nuova, senza ricevere alcuna risposta;

29 aprile 2014 – nonostante la diffida scritta del Questore di Milano, da piazzale Susa parte la  consueta sfilata, con ostentazione di simboli e slogans di aperta apologia di fascismo; ?

8 giugno 2014 – torneo di calcetto “diamo un calcio alla pedofilia” a Niguarda, organizzato da Lealtà e Azione, con il patrocinio di Provincia e Regione;

14 giugno 2014 – nel pub discoteca della zona industriale di Brugherio concerto degli Hammerskin indetto per finanziare Alba Dorata, con  delegazioni provenienti da Ungheria e Francia

Lucia Borsellino: “Su agenda rossa indagini dopo vent’anni, è vergognoso” da: antimafia duemila

di AMDuemila – 19 giugno 2014
“Io vi posso dire solo una cosa e portare qui una testimonianza che sarebbe divenuta verità processuale, se solo fosse stata depositata agli atti dalla procura di Caltanissetta” a raccontarlo è stata Lucia Borsellino, figlia primogenita di Agnese e del giudice Paolo ucciso nella strage di via D’Amelio insieme agli agenti di scorta. L’episodio al quale l’attuale assessore alla cultura della Regione Siciliana si è riferita risale a “quando vent’anni fa con mio fratello (Manfredi Borsellino, ndr) andammo a consegnare l’unica agenda rimasta a casa, quella grigia dell’Enel, l’unico documento in cui si evince che mio padre avesse incontrato l’onorevole Mancino e qualcun altro”. La Borsellino ha espresso tutta la sua indignazione in uno sfogo durante la presentazione del libro “Dalla parte sbagliata, la morte di Paolo Borsellino e i depistaggi della strage di via D’Amelio“, di Dina Lauricella e Rosalba Di Gregorio (edito da Castelvecchi). “Questa agenda l’andai a consegnare personalmente – ha continuato – un commesso me la stava sottraendo dalle mani perché fosse messa agli atti. Ho chiesto che venissero fatte le fotocopie davanti a me, pagine per pagina, e me la sono portata a casa”. Per questo passaggio da lei richiesto, ha aggiunto, “Ho visto dei volti quasi infastiditi”.

Lucia Borsellino ha poi raccontato davanti ai presenti che “Quando il caro La Barbera è venuto a casa mia a consegnare la borsa di mio padre ho scoperto dopo vent’anni che questa consegna non era stata verbalizzata agli atti. E quando l’aprii e vidi che non c’era l’agenda rossa che ho visto aprire e chiudere da mio padre quella mattina, perché dormivo nel suo studio, dissi ‘come mai questa agenda non è presente?’ Mi risposero: ‘Ma di quale agenda sta parlando?’. Ho sbattuto la porta e lui ebbe il coraggio di dire a mia madre: “Faccia curare sua figlia perché sta male, sta vaneggiando”. Io queste cose le raccontai a Caltanissetta. E dopo vent’anni sono tornata lì e non c’era nulla, non c’era una traccia nei verbali”.
Il mistero dell’agenda rossa è rimasto a distanza di oltre vent’anni ancora insoluto: Borsellino la portava sempre con sé, eppure questa non è pervenuta alla sua famiglia insieme agli altri effetti personali contenuti nella borsa che il giudice, quando si era avvicinato al citofono per chiamare la madre e accompagnarla dal cardiologo, aveva lasciato all’interno dell’auto. Dopodichè, l’inferno. Ma in quel girone di corpi lacerati e macchine carbonizzate è stata notata, a distanza di anni, in alcuni documenti fotografici e audiovisivi, la presenza del capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli che si allontanava dal luogo della strage con in mano la borsa di Paolo Borsellino, per poi fare ritorno alcuni minuti dopo. L’accusa per la sottrazione dell’agenda si è conclusa però, al Tribunale di Caltanissetta, con un’assoluzione: non ci sono prove del fatto che l’agenda in quel momento fosse effettivamente dentro la borsa, nonostante si sapesse che Paolo Borsellino, soprattutto dopo la morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, la portasse sempre con sé. Fatto sta che, dal giorno, quell’agenda nella quale il giudice scriveva spunti, pensieri e riflessioni scomparve. “Un mese fa – ha proseguito Lucia Borsellino – è venuta la Polizia scientifica nel mio ufficio per farmi un tampone salivare. Ho chiesto a che cosa potesse servire dopo vent’anni, mi hanno risposto: “Per escludere le impronte digitali dalle impronte sulla valigia di mio padre, per vedere chi mai l’avesse potuta prendere”. Tutto questo è un’offesa. Io però voglio continuare a sperare, solo per dare una ragione alla morte di mia madre che negli anni non ha fatto altro che sperare che queste verità venissero fuori. Perché è veramente vergognoso, non solo per noi, ma per i nostri figli, le nuove generazioni. Perché la verità si deve dire, non c’è niente da fare. E loro (Dina Lauricella e Rosalba Di Gregorio, ndr) stanno facendo uno sforzo in questa direzione che spero possa essere anche emulato da altri”
Cosa conteneva effettivamente l’agenda rossa per fare sì che non lasciasse più traccia è uno degli enigmi ancora indecifrabili, anche se non è difficile pensare che Paolo Borsellino, vero ostacolo alla trattativa in corso tra Stato e mafia nei primissimi anni ’90, avesse raccolto una serie si conoscenze che senza dubbio potevano essere considerate pericolose per gli indicibili accordi che le due parti si proponevano di raggiungere.

Petizione per Di Matteo: “Facciamo sentire la nostra voce al Csm” da: antimafia duemila

Il direttore di ANTIMAFIA Duemila interviene al SolMusic

Expo di strumenti musicali, concerti, seminari ma anche uno spazio dedicato all’informazione a Palermo, dove si svolge – dal 19 al 22 giugno – SolMusic, “Il Villaggio Musicale” al Giardino Inglese. Il direttore Bongiovanni, intervenuto nel corso dell’evento (condotto da Mario Caminita) ha richiamato l’attenzione del pubblico sui pm che si occupano del processo trattativa Stato-mafia e in particolare sul sostituto procuratore Antonino Di Matteo. Il pool di magistrati, ha spiegato Bongiovanni “si sta occupando anche delle delicate indagini sulle collusioni e la partecipazione dello Stato alle stragi e alla trattativa” – l’inchiesta bis – “che ha fatto risvegliare Totò Riina, da più di vent’anni al 41bis, che ha detto chiaramente ‘Corleone non dimentica, dobbiamo ammazzare Nino Di Matteo’. Noi invece dobbiamo proteggerlo” insieme agli altri magistrati nel mirino di Cosa nostra.
Si inizia da una semplice firma “alla petizione che chiede al Consiglio superiore della magistratura di nominare Nino Di Matteo procuratore aggiunto” lanciata da Antimafia Duemila insieme a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del Movimento Agende Rosse, che in breve tempo ha superato i 90mila firmatari aderenti da tutta Italia oltre che da varie parti del mondo. Semplici cittadini ma anche parlamentari, giornalisti, artisti, familiari di vittime della mafia che vogliono dare un segnale di concreto sostegno al pubblico ministero e al cosiddetto pool della trattativa. Anche perchè, ha ancora sottolineato Bongiovanni, “purtroppo gli ostacoli maggiori spesso provengono dalla stessa magistratura e dalla politica” alla quale “fa paura che i magistrati possano trovare la verità”, infatti “più vanno avanti, più la politica risponde con regolamenti di conti e vendette contro di loro”. “Il Csm è un organo indipendente – ha poi aggiunto – ma noi vogliamo far sentire la nostra voce”. 

Se Di Matteo fosse nominato procuratore aggiunto sarebbe un segnale forte che il Consiglio superiore della magistratura manderebbe all’esterno, per rendere atto della straordinaria competenza di questo pm data dall’aver preso parte a molti dei processi e delle indagini di mafia (l’omicidio del giudice Saetta, del giudice istruttore Chinnici, le indagini sulla strage di via D’Amelio, il processo all’ex senatore Cuffaro e quello agli ex ufficiali del Ros Mori e Obinu, per citarne solo alcuni). Allo stato dell’arte, invece, la scrivania di Di Matteo vede, accanto alle carte delle indagini e del processo sulla trattativa, quelle che riguardano “ladri di motorini e abusi edilizi” che ancora gli vengono assegnati.
Della stessa opinione Nadia Spallitta, vice presidente del Consiglio Comunale di Palermo: “La nostra democrazia si fonda anche sull’indipendenza dei magistrati. La firma della petizione è anche a sostegno della nostra democrazia e libertà perchè i magistrati sono spesso costretti a sostituirsi alla politica ed alle amministrazioni inadempienti che reggono le fondamenta della nostra Repubblica”. “Solo attraverso la loro indipendenza e libertà, perciò sarebbe fondamentale il ruolo affidato a questo magistrato – ha concluso – possiamo veramente ritenerci cittadini liberi”.

“Migranti, in Cgil c’è uno scarto enorme tra parole e fatti concreti”. Intervista a Pietro Soldini Autore: stefano galieni da: controlacrisi.org

«La nostra organizzazione ha mancato un obbiettivo importante e questo mi preoccupa molto». Pietro Soldini, responsabile nazionale dell’Ufficio Immigrazione della Cgil, ad un mese dalla conclusione del congresso del più grande sindacato italiano, non nasconde delusione, amarezza e anche una certa indignazione. Motivo? L’esigua presenza di migranti nel direttivo nazionale. Numeri che non corrispondono per niente al peso effettivo che hanno tra gli iscritti.Da cosa deriva questa delusione?
«Più che deluso sono seriamente preoccupato. Nella composizione dell’assemblea congressuale, l’organismo fondamentale per decidere del nostro futuro, non c’è stata una adeguata presenza di lavoratori e lavoratrici migranti. C’è stato fra i nostri dirigenti chi ha detto che le ragioni vanno ricercate nella crisi economica. Ma questo è ancora più grave. La crisi riguarda tutti, ancora di più i migranti. È aumentata la loro ricattabilità e il loro sfruttamento. Sono sempre più ingabbiati dal permesso di soggiorno, hanno visto un arretramento dei percorsi di integrazione, una riduzione dei diritti e un aumento delle forme di discriminazione e di razzismo. Avevamo un obbiettivo e l’abbiamo mancato e questa resterà una macchia pesante su tutto il nostro sindacato».

Questo nonostante una forte presenza migrante nel sindacato
«Ora abbiamo a disposizione un programma che ci permette di avere un quadro più dettagliato degli iscritti. Ad oggi ne abbiamo memorizzati circa 4 milioni, ne restano fuori circa 1 milione e 700 mila. Di fatto conosciamo meglio due terzi degli iscritti. Di questi circa il 15 per cento è di origine immigrata. Ed è un dato in crescita. Se ci limitiamo a quelli che hanno meno di 35 anni, la percentuale sale al 25 per cento. Quindi non solo tanti iscritti ma giovani che garantiscono quel rinnovamento generazionale di cui abbiamo bisogno. A fronte di questi dati c’è stato un dimezzamento, rispetto al precedente congresso, di presenza di lavoratori e lavoratrici immigrati nel “direttivo nazionale” che è il nostro organismo centrale. Si è passati da 8 a 4 delegati, da oltre un 4 per cento, che era già assolutamente insufficiente, a meno del 2. Nella platea congressuale poi c’era solo l’1,5 per cento di lavoratori immigrati. Io so bene che l’obbiettivo deciso dalla Cgil nei congressi precedenti, cioè garantire agli immigrati una rappresentanza proporzionale agli iscritti, è molto ambizioso ed ha bisogno di gradualità, tempi lunghi e non traumatici. Ma ho assistito – da fuori perché neanche io ero delegato, discriminazione nella discriminazione – ad un processo regressivo. Quando aumentano gli iscritti e diminuisce una rappresentanza si determina un vulnus democratico. Oltre a certificare il fatto che iscriviamo immigrati ma non sappiamo rappresentarli, questo conferma una assenza di valore sul terreno politico e rivendicativo».

Manca la capacità di aprire rivendicazioni?
«Avverto una condizione di stallo. Rivendichiamo stancamente alcune cose sacrosante, come il superamento della Bossi-Fini, la riforma della cittadinanza, il diritto di voto e tutele contro supersfruttamento e discriminazioni, senza fare tutte le azioni conseguenti. C’è uno scarto enorme fra i documenti di carattere generale e quanto elaborato nel coordinamento immigrazione e nel nostro ufficio. Tanti elementi propositivi sono emersi all’assemblea nazionale dei lavoratori e le lavoratrici migranti del 16 dicembre scorso, ma non vengono assunti come vertenze generali. Il tema immigrazione è trattato in termini marginali. Si ragiona per priorità ma io dubito che, anche guardando con l’ottica delle emergenze da affrontare, l’immigrazione non abbia diritto ad essere messa più in alto in graduatoria. Lo ha dimostrato anche la campagna elettorale per le recenti elezioni europee. Il tema è stato agitato da forze di destra razziste e xenofobe, è emerso un vero e proprio “razzismo militante” che pervade anche i social network. Manca invece una militanza antirazzista, non c’è terreno di scontro politico e culturale su questo tema e anche il centro sinistra continua ad essere reticente. Resta il ragionamento per cui parlare di immigrazione provoca la perdita di consensi».

Ma questo come si ripercuote nel sindacato?
«Parto da un esempio che può apparire parziale ma è rivelatore. Nei giorni del congresso nazionale c’era stato il rapimento delle oltre 200 ragazze in Nigeria, colpevoli di voler studiare. Da noi si era così presi dal dualismo dello scontro interno (Camusso vs Landini) che non si è trovato neanche il tempo per approvare un ordine del giorno rispetto a un fatto così grave. Ma anche ripercorrendo i mesi che hanno portato al congresso nazionale, nelle Camere del Lavoro, nei territori, nelle categorie, si è avvertita una vera e propria crisi di identità e di smarrimento. Non solo ci si è fermati a difendere lo status quo, ma ci si è rivelati inadeguati nell’aprirsi al nuovo. Oggi la Cgil fatica a rappresentare gli immigrati, ma più in generale i giovani, i nuovi lavori, i contratti atipici, il mondo della precarietà. Si è mantenuta la rappresentanza di genere (il 41 per cento dei delegati erano donne) ma ci si è assopiti rispetto all’immigrazione. Non basta poi neanche avere una dirigente donna se questa esige di essere chiamata “Segretario”, al maschile. E questo, scusate se esulo dal tema, dovrebbe far interrogare anche le compagne, non basta semplicemente fare spazio alle donne. Abbiamo un ministro della difesa donna che rispetto agli F35 ha le stesse impostazioni vetero maschiliste. Alcuni elementi politici non sono stati intaccati dalla presenza numerica. E, tornando a noi, non solo ci sono meno immigrati ma, in base alle arcaiche liturgie con cui costruiamo i gruppi dirigenti, liturgie che durano mesi, non sappiamo neanche chi ha scelto i lavoratori immigrati e viene il dubbio che siano stati selezionati quelli ritenuti più affidabili dalla burocrazia interna».

Un processo regressivo che si registra in tutte le categorie?
«Ce ne sono alcune che, nel corso del tempo hanno acquisito dignità e hanno tenuto di più, come la Fillea (edili) e la Flai (lavoratori dell’agricoltura). Qualche passo in avanti lo ha fatto anche la Filcams (lavoratori del commercio). La Flai, più delle altre è riuscita a dare risposte sindacali. C’erano due modi di reagire: o tenere bassa la spinta portata dai lavoratori migranti o utilizzarla come leva. La Flai ha scelto questa seconda strada, ha messo in campo questioni che compongono le ragioni per fare il sindacato, per aprire vertenze, per essere “sindacato di strada” e nelle campagne. Hanno portato temi di cultura politica importanti. Oggi, anche grazie alle vertenze aperte, c’è una piattaforma unitaria che rivendica un nuovo sistema di collocamento pubblico nell’agricoltura, solo pensarlo due anni fa sarebbe sembrata una bestemmia. Questo perché la contraddizione nel mercato del lavoro è esplosa. In altre realtà siamo rimasti indietro, nella Filt ad esempio (trasporti). In questa categoria è concentrato il maggior numero di lavoratori immigrati ma l’organizzazione è rimasta arretrata. Si ragiona ancora come si trattasse solo di ferrovieri, mentre oggi gran parte dei lavori sono esternalizzati e in subappalto, predomina la privatizzazione. Basti pensare alle pulizie, alla logistica, all’autotrasporto, al facchinaggio e sono settori che non riusciamo a rappresentare. Sono entrate in ballo anche cooperative e forme di contrattualizzazione che acuiscono le discriminazioni nei trattamenti. Col risultato che questi lavoratori cercano altrove una tutela sindacale. Anche la Fiom si è trovata nello scontro fra maggioranze e minoranze politiche nella Cgil ed ha anch’essa sacrificato la rappresentanza dei lavoratori immigrati».

Una critica che riguarda l’intero territorio nazionale?
«Questo processo regressivo, scendendo dalle categorie, arriva alle persone in carne ed ossa e pesa di più nelle situazioni fragili e deboli. Nel meridione i lavoratori partivano già svantaggiati in quanto meno tutelati e impiegati nei settori più informali e polverizzati C’è maggiore precarietà anche delle stesse strutture sindacali. Le compagne e i compagni che collaborano con gli uffici immigrazione periferici spesso si sono visti tagliati da una nostra inevitabile spending rewiew interna».

Ed ora che intende fare partendo dal quadro che ci ha delineato?
«Il mio è un giudizio pesante che riflette, come ho già avuto modo di dire, uno stato d’animo personale. Lavoro in questo campo, credo con passione e determinazione, da 12 anni. Ne ho conosciuto dall’interno i percorsi e i processi, per questo ritengo la situazione molto difficile. Se ne può uscire se i lavoratori e le lavoratrici migranti acquistano maggiore consapevolezza. Devono abbandonare ogni condizione di soggezione e non piegarsi a chi dice loro di aspettare il turno. Possiamo vivere nell’idea che si possa parlare di immigrazione solo se ci sono centinaia di morti? Molto si può ancora giocare ma occorre una diversa e più forte capacità organizzativa, occorre coraggio e militanza. Insieme a noi sono nate esperienze di lotta di alto livello come a Nardò, a Rosarno nell’agricoltura o nei cantieri edili. Ci sono realtà del Nord, come Milano e Brescia, che hanno fatto esperienze significative. Ci sono due sentenze del Tar Lazio “conquistate” dalla Cgil e dall’Inca, sulla cittadinanza e sulla tassa del permesso di soggiorno che mettono in mora il Governo, ma hanno bisogno di una spinta dal basso. Bisogna partire da loro e, con maggiore autonomia, riportare le questioni nel dibattito generale, senza avere più timori. Basta con le prudenze».

Un ricordo di Tom Benettollo a dieci anni dalla prematura scomparsa Autore: Alessio Di Florio da: controlacrisi.org

Il 2014 è l’anno di una ricorrenza storica tra le più importanti: esattamente cent’anni scoppiava la Prima Guerra Mondiale, la “Grande Guerra” che diede l’avvio alle disumanità e alle atrocità del Novecento. L’inutile strage avviò la stagione perenne delle “guerre moderne”, quelle dove oltre il 90% delle vittime sono civili, dove intere città vengono bombardate e i massacri sono continui. Iniziò una scia di sangue, morte, devastazione che non è mai più finita. Apparentemente inarrestabile. Ma proprio dalle trincee di quella Guerra, dalle atrocità di quegli anni, nacque la consapevolezza – crescente sempre più nei decenni – che o l’umanità prima o poi porrà fine alle guerre o le guerre porranno fine prima o poi all’umanità. Mentre gli eserciti continuavano a marciare e bombardare e la teoria bellica di Von Clauzewitz ad essere costantemente applicata, gli animi più nobili e appassionati si sono incontrati e hanno cominciato a lavorare costantemente perché il giorno in cui la guerrà sarà tabù possa giungere. Mentre la disumanità si spingeva sempre più oltre nelle sue atrocità, l’umanità tentava di riannodare i suoi fili.Scrisse alcuni anni fa Marco Revelli che “decine, forse centinaia di migliaia di donne e di uomini sono al lavoro, negli interstizi del disordine globale, per riannodare i nodi, ricucire le lacerazioni, elaborare il male” ed ovunque nel mondo “nel cuore di Kabul come nelle banlieux di Parigi, o negli slum di New York o di Londra, tra le macerie di Grozny e la polvere di Mogadiscio” sono essi “l’unico embrione, fragile, esposto, di uno spazio pubblico non avvelenato o devastato nella città planetaria”. Dieci anni fa uno di questi “embrioni”, tra i più attivi, appassionati, lungimiranti, ebbe un malore durante un incontro a Roma convocato da Il Manifesto: il 20 Giugno 2004 lasciava prematuramente questa terra il Presidente Nazionale dell’Arci Tom Benetollo. Lo ricordo ancora, durante quella che è tragicamente diventata la sua ultima Marcia Perugia-Assisi, quando apparve davanti alle telecamere del tg3, bandiera della Pace sulle spalle. La giornalista sembrava scomparire davanti alla mole di quel gigante apparso improvvisamente all’orizzonte.

Ma la vera mole di Tom Benetollo non era quella fisica, era quella morale, era quella dell’impegno. Quella bandiera caricata sulle spalle è la plastica rappresentazione di tutta una vita dedicata alla politica e all’impegno civile. Senza mai cercare inutili riflettori e passerelle, senza chiasso e rumore. “Il tempo del cambiamento è ora” e lui quel tempo lo costruiva quotidianamente. Le parole di Revelli descrivono perfettamente la sua storia. Una storia che lo ha portato ad essere punto di riferimento dell’arcipelago pacifista e della sinistra, da Comiso alla ex Jugoslavia, da Genova ai Social Forum e al “popolo della bandiere della Pace” contro la guerra in Iraq, passando per la nascita del Forum del Terzo Settore, di Banca Etica e di tantissime altre reti, realtà, comunità, iniziative culturali e sociali nelle quali ancora oggi l’Arci è in prima linea. Scrisse ad un’amico dell’Arci in una lettera “In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così il lampadiere vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita…” Quella notte scura lui la visse nella ex Jugoslavia martoriata dalla guerra civile, costruendo dal basso quel che le grandi cancellerie europee e di tutto l’Occidente non sapevano (o non volevano) fare. Soccorrendo la popolazione civile, facendo da scudi umani alla popolazione inerme (son quelli gli anni del sacrificio di Gabriele Moreno Locatelli, della Marcia dei 500 a Sarajevo), costruendo ponti di pace, solidarietà ed umanità. Subito prima di dire “scusate compagni, non mi sento bene…” e di subire il malore che si stava preparando a strapparcelo via stava ricordando proprio quegli anni, gli Anni Ottanta di Comiso e gli Anni Novanta del pacifismo impegnato della ex Jugoslavia, rivendicando il valore di quell’impegno che coinvolse una generazione che poi si ritrovò sulle strade di Genova e di tutto il mondo contro il capitalismo, le guerre, sui percorsi di “un altro mondo possibile”. E Tom Benetollo fu uno dei “lampadieri” più importanti da presidente dell’Arci, orgoglioso degli oltre 5000 circoli e almeno 1 milione e 100mila soci impegnati in mille vertenze, iniziative, movimenti, reti.

I giorni precedenti il decimo anniversario della scomparsa di Tom Benetollo sono iniziati con l’elezione della nuova Presidenza Nazionale dell’Arci. E’ l’omaggio più appassionato e intenso, più vero che gli si possa fare: proseguire il cammino e l’impegno civile, sociale, politico sul quale lui ci ha preceduto. La sua morte, le sue parole mai finite, sono forse, chissà, un segno del destino. Un cammino interrotto improvvisamente, come a indicarci a tutti che tocca a noi continuarlo. E’ una sfida importante per la sinistra come per il pacifismo, per gli amici della nonviolenza come per il popolo della solidarietà.

Nasce nel segno dell’estrema destra il gruppo europeo di Grillo e Farage | Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Si tinge sem­pre più di nero l’alleanza euro­pea del Movi­mento 5 Stelle. Alla vigi­lia di un nuovo incon­tro tra Beppe Grillo e l’euroscettico bri­tan­nico Nigel Farage, che dovrebbe svol­gersi oggi a Bru­xel­les, pro­prio il lea­der dell’Ukip ha annun­ciato ieri di aver rag­giunto i numeri suf­fi­cienti per for­mare un gruppo auto­nomo in seno al par­la­mento europeo.Dopo giorni di intense quanto riser­vate trat­ta­tive, Farage che già pre­sie­deva nella pre­ce­dente legi­sla­tura il mede­simo gruppo — Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, Efd che all’epoca com­pren­deva, tra gli altri, la Lega Nord e i popu­li­sti di estrema destra del Par­tito del popolo danese e dei Veri fin­lan­desi -, ha reso noto l’esito posi­tivo dei col­lo­qui intra­presi con diverse for­ma­zioni e anche con sin­goli eurodeputati.

Accanto a quelli dell’Ukip e del M5S, con­flui­ranno nel nuovo rag­grup­pa­mento gli eletti dell’Unione dei Verdi e degli Agri­col­tori let­toni, quelli del Par­tito dei liberi cit­ta­dini della Repub­blica Ceca, ma soprat­tutto quelli del movi­mento lituano Ordine e giu­sti­zia, l’estrema destra dei Demo­cra­tici Sve­desi, oltre alla depu­tata fran­cese Joëlle Ber­ge­ron, eletta con il Front Natio­nal di Marine Le Pen. In totale, qua­ran­totto depu­tati che si riu­ni­ranno per la prima volta a Bru­xel­les mar­tedì 24 giugno.

Se Grillo parla, quanto alla for­ma­zione del gruppo, di «una grande vit­to­ria per la demo­cra­zia diretta, i cit­ta­dini hanno scelto i loro por­ta­voce e hanno detto loro dove sedere nel Par­la­mento euro­peo», men­tre Farage si dice «orgo­glioso di avere for­mato que­sto gruppo, mal­grado la forte oppo­si­zione poli­tica che abbiamo incon­trato per farlo», non può sfug­gire come l’asse di que­sta alleanza muova da destra per arri­vare fino alle posi­zioni del radi­ca­li­smo nero. E non è tutto.

Se let­toni e cechi si situano infatti tra l’euroscetticismo e la destra ultra­con­ser­va­trice, già la pat­tu­glia di Ordine e giu­sti­zia, gui­data dall’ex pre­mier ed ex pre­si­dente lituano Rolan­das Pak­sas è schie­rata su posi­zioni più che nazio­na­li­ste. Ma soprat­tutto, Pak­sas è stato desti­tuito nel 2004 dalla sua carica pre­si­den­ziale in seguito ad un pro­nun­cia­mento della Corte costi­tu­zio­nale lituana, e un con­se­guente voto del par­la­mento di Vil­nius, per aver intrat­te­nuto rela­zioni rego­lari con il discusso uomo d’affari russo Yuri Bori­sov, il mag­gior finan­zia­tore della sua cam­pa­gna elet­to­rale, cui ha anche con­cesso, pare in modo arbi­tra­rio, la cit­ta­di­nanza del pic­colo paese bal­tico.
Ma ciò che col­pi­sce di più nel nuovo pro­filo dell’eurogruppo Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, è il fatto che sia Farage che Grillo ave­vano più volte rifiu­tato ogni rap­porto con il Front Natio­nal fran­cese, men­tre invece oggi è gra­zie allo scranno occu­pato da Joëlle Ber­ge­ron, 63 anni eletta a Lorient, in Bre­ta­gna, nelle file fron­ti­ste, che la loro alleanza può tra­sfor­marsi in qual­cosa di con­creto. Si è detto che Ber­ge­ron avrebbe rotto con la lea­der­ship del Front per alcune sue dichia­ra­zioni in favore del voto ammi­ni­stra­tivo degli immi­grati, comu­ni­tari. Ma in realtà, come ampia­mente ripor­tato dalla stampa d’oltralpe, il vero casus belli che l’ha oppo­sta a Marine Le Pen è il suo rifiuto di cedere il seg­gio a Gil­les Pen­nelle, capo­fila bre­tone dell’estrema destra, come era stato con­cor­dato prima del voto. La can­di­da­tura di Ber­ge­ron era infatti ser­vita solo ad aggi­rare la rigida norma sulla parità di genere vigente in Francia.

Ancora più sor­pren­dente, il fatto che mal­grado Nigel Farage in per­sona avesse smen­tito la cosa solo pochi giorni fa, inter­vi­stato da un quo­ti­diano di Stoc­colma, par­lando di «incom­pa­ti­bi­lità con le loro posi­zioni estre­mi­ste», i 5 Stelle e l’Ukip abbiano finito per allearsi per­fino con gli Sve­ri­ge­de­mo­kra­terna, i Demo­cra­tici sve­desi, sulla cui affi­lia­zione alla destra neo­na­zi­sta aveva scritto ampia­mente all’inizio del decen­nio per­fino il gior­na­li­sta e scrit­tore Stieg Larrson.

Nato da un gruppo deno­mi­nato Bevare Sve­rige Svensk (Man­te­nere la Sve­zia sve­dese), difen­sore delle tesi della supre­ma­zia bianca e ombrello pub­blico delle bande raz­zi­ste, sotto la guida del gio­vane lea­der Jim­mie Akes­son il par­tito si è andato ride­fi­nendo come una for­ma­zione anti-immigrati, rinun­ciando ai suoi aspetti ideo­lo­gici più aggres­sivi, senza per que­sto cam­biare del tutto pelle. Solo nel 2012, ad esem­pio, tre dei suoi depu­tati sono stati pro­ces­sati per aver aggre­dito per strada un popo­lare attore di ori­gine stra­niera molto attivo nella denun­cia del raz­zi­smo in Svezia.

Non solo spread e fiscal compact, il Vietnam iracheno e l’Europa | Fonte: il manifesto | Autore: Lucia Annunziata

IRAQ-UNREST-ARMY-EXECUTION

Le due maggiori società petrolifere americana e inglese, cioè Exxon e Bp, stanno lasciando precipitosamente i loro pozzi petroliferi in Iraq. Stanno cioè lasciando tutto quello per cui avevano voluto, fin dal 1990, la guerra contro Bagdad. Per dirla in termini crudi, crudi come il petrolio di cui si tratta, gli americani e gli inglesi lasciano “il bottino iracheno” pagato con un così alto prezzo in termini di vite e di sconvolgimento politico mondiale. Il precipitoso abbandono fa venire in mente un’altra altrettanto precipitosa partenza, quella degli elicotteri che prendevano quota dal tetto dell’ambasciata americana di Saigon. La somiglianza tra i due eventi è tutt’altro che emotiva: in Iraq si sta consumando in questi giorni il secondo Vietnam americano. Con l’eccezione che questo secondo non è solo americano, ma di tutti noi che a queste guerre abbiamo partecipato. Ora che si avvicina una nuova fase altrettanto drammatica, possiamo fare qualcosa come cittadini e paese, o non ci resta che, come sempre, restare alla finestra?

Segnalo la cosa non per entrare nel gioco delle responsabilità già avviato nel dibattito delle due nazioni che sono state l’asse principale di quella guerra. Se quello che succede oggi sia il frutto della mancanza di visione dei due Bush, della aggressività dei neocon, della vigliaccheria di Blair o del tentennare di Obama. Indipendentemente dal segno politico dei leader che in questi anni hanno guidato i paesi occidentali, e da quello che ognuno di noi cittadini ne abbia pensato (per quel che mi riguarda ho la coscienza posto – ho scritto un libro dal titolo inequivocabile “No” per spiegare la mia posizione ) le due guerre per la conquista di Bagdad sono state un evento epocale che ha ridisegnato la mappa del mondo. La conquista dell’Iraq doveva essere – nella idea dei suoi architetti – la costruzione nel cuore del Medio Oriente della Grande Stabilità , una piattaforma militare occidentale di dimensioni mai prima immaginate, da cui finalmente tenere in riga Iran, Arabia Saudita, Siria, Libano, palestinesi, curdi, e, perché no, anche Israele, e altri stati alleati come Turchia, Egitto e tutti i vari principati del Golfo. Un enorme sforzo, certo, ma che l’Occidente si sarebbe ampiamente ripagato sottraendo il petrolio alle volatili mani di amici e nemici, guadagnandosi così una infinita pace futura.

Invece non c’è stata nessuna quadratura del cerchio. Sono stati decenni di uno smottamento di confini, etnie, religioni, razze, poteri che si è consumato negli anni con l’effetto di una malattia a contagio lento ma inarrestabile, cui nessuno è riuscito a sottrarsi. Decenni di altre guerre, allargatesi a tutti i paesi dell’area, dalla Libia alle rivolte delle primavere arabe represse con sangue, carri armati e torture. Decenni di morti di civili e soldati occidentali di ogni nazionalità religione, inclusi italiani; di attentati mai visti prima, come quello alle Torri Gemelle, appunto; della espulsione di milioni di persone dalle proprie terre, riversatesi in una gigantesca ondata migratoria sulle nostre spiagge. Decenni di nuove radicalizzazioni religiose, di rotture fra stati e razze.

Ma, quel che più conta, sono stati decenni di un progressivo logoramento della coscienza del nostro mondo, di nuovi dilemmi etici e tanti peccati commessi da noi occidentali, torture, rapimenti, illegalità, violazione dei diritti civili e umani, conditi dalla inevitabilità di quella crescita della indifferenza, di quell’indurirsi dei cuori che rimane l’unico luogo in cui possiamo rifugiarci se non vogliamo impazzire.

Sono rimasta dunque sorpresa, lo confesso, che il Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal presidente Giorgio Napolitano riunitosi in queste ore abbia colto questo senso della emergenza, del pericolo in cui tutti ci troviamo. Una nota finale dopo la riunione parla senza mezzi termini di “una situazione internazionale che mostra preoccupanti segni di peggioramento”. L’elenco che fa di questo nuovo bilico in cui ci troviamo va dall’Ucraina al Sub-Sahara passando per tutto il Medioriente.

Sono rimasta sorpresa perché non è molto facile in Italia infrangere la ossessione del nostro ombelico. Quella che con un errore ottico continuiamo a definire “politica estera” continua a non abitare da noi. Anche ora che il paese vuole cambiar verso, il nostro rapporto con il mondo sembra sempre rimanere lo stesso – di diniego, di rassegnazione, di timore a osare. Come se l’Italia fosse il solito fanciullino che non abita il mondo, o, peggio, come se l’Italia continuasse ad essere il solito yes man di ogni grande o piccola potenza che passa.

Questo è il punto in cui siamo oggi, e questo è quello che voglio segnalare con queste righe. Non mi interessa oggi avviare un ennesimo dibattito sulle responsabilità del dove siamo. Mi interesserebbe molto di più capire se si può fare qualcosa, magari anche piccola.

La prima credo sia avere un nuovo tipo di “discorso pubblico” – nei media, nei giornali, nelle televisioni, ma soprattutto nell’intervento del governo – che avvicini il mondo al paese, alla vigilia di nuove destabilizzazioni. Cosa sta succedendo esattamente in Iraq, in Medio Oriente, cosa produrrà nelle nostre vite? L’Italia ha bisogno di sapere che paese è, di elaborare una nuova idea di se stessa, che vada al di là dei consolatori stereotipi del made in Italy e del paese del turismo e dei tesori artistici. Ha bisogno di una nuova idea della propria posizione nel mondo, che combini business, partecipazione, e rilevanza geopolitica.

Non possiamo avviare il semestre europeo, e non possiamo decorosamente presentarci sulla platea mondiale con la pretesa di essere oggi la nazione capofila del cambiamento in Europa, se non abbiamo da dire qualcosa, oltre che sullo spread e il fiscal compact, su quello che il nostro paese vuole fare in tempi di pace e di guerra.