Un’estate di lotta per la smilitarizzazione della Sicilia, frontiera Sud della fortezza Europa! A sostegno della marcia europea dei migranti Per la chiusura delle basi militari e delle galere etniche

 

Il 26 e 27 giugno prossimi il Consiglio europeo si riunirà a Bruxelless per discutere di frontiere, pattugliamenti e nuove regole operative. Negli stessi giorni arriverà nella capitale belga la “Marcia dei rifugiati” a cui parteciperanno migranti ed attivisti da tutta Europa. Poco dopo, l’11 luglio, a Torino, i leaders dei paesi europei si ritroveranno a discutere invece di (dis)occupazione giovanile. In Sicilia dal 6 al 12 agosto organizzeremo un Campeggio Resistente NoMuos con manifestazione il 9 agosto. Questa agenda è anche l’occasione per i movimenti di costruire insieme un’ agenda programmatica di lotte e conflitti, di battaglie e percorsi di condivisione, per continuare a tessere le fila di un movimento euro-mediterraneo di trasformazione.

Il Muos sarà attivo entro il 2017, entro novembre di quest’anno saranno ultimati i test”: a dirlo è il Pentagono. Ancora una volta però  i piani degli USA, con l’ignobile complicità delle istituzioni nazionali, regionali e locali,  non hanno tenuto conto della popolazione siciliana e del movimento No Muos, che da anni lotta contro l’installazione del sistema di comunicazione satellitare di guerra. Col rinvio a novembre del pronunciamento del Tar sull’illegittimità delle autorizzazioni che hanno consentito l’innalzamento delle parabole e con la risoluzione della Commissione del Senato che in teoria conferma il principio di precauzione ma nella sostanza ne esclude l’applicazione, i “pompieri” speravano di spegnere il conflitto. Ma la lotta non si arresta, nonostante la crescente repressione contro gli/le attivisti/e NoMuos .

La Sicilia è sempre più trasformata in un’avamposto di guerra per la presenza di basi militari Usa-Nato (Sigonella, Niscemi, Trapani-Birgi ,Augusta…), ed è anche diventata una prigione-ghetto per i migranti e richiedenti asilo che fuggono dai loro paesi anche a causa dei criminali interventi “umanitari”che avrebbero dovuto” esportare la democrazia” in Irak,Afghanistan, Libia, Siria, Yemen, Corno d’Africa . Chi ci ha governato in questi anni ha voluto blindare le nostre frontiere e territori, trasformando porzioni della nostra isola in lager dove tenere segregate a tempo indeterminato migliaia di persone,  come accade nel mega Cara di Mineo, a Caltanissetta-Pian del Lago, Trapani, o facendo proliferare centri informali d’accoglienza in palestre,scuole, tendopoli in tutta l’isola . Il Mediterraneo, il mare che storicamente è stato luogo di incontro e condivisione di popoli e culture, è ormai diventato un immenso cimitero marino: sono decine di migliaia le vite sparite nel nulla che gridano rispetto dei loro diritti negati, verità e giustizia. Con quale dignità i rappresentanti istituzionali parlano di politiche migratorie, quando dalla strage del 3 ottobre a Lampedusa nulla si è fatto per modificare vergognose legislazioni liberticide che tante tragedie e vittime innocenti hanno causato ed invece hanno ingrassato le mafie mediterranee. Sono le politiche governative ed europee le principali responsabili: se si fosse riconosciuta la protezione umanitaria di 1 anno a tutti/e coloro che fuggono dalle guerre (come è avvenuto per gli irakeni ed afghani ), in poche settimane migliaia di richiedenti asilo avrebbero potuto ricongiungersi ai propri familiari in altri paesi europei. In base all’ottusa applicazione della convenzione di Dublino, i/le richiedenti asilo, una volta iniziata la procedura in Italia, devono attendere oltre un anno per vedere esaminata la propria richiesta, con sempre più frequenti responsi negativi. L’anno scorso numerose associazioni antirazziste e reti di movimento, dopo il naufragio del 10 agosto e la morte di 6 migranti nella Plaia di Catania, lanciarono la campagna nazionale per il diritto d’asilo europeo, per iniziare la procedura nel luogo dello sbarco e concluderla nel paese europeo prescelto; se il diritto d’asilo europeo ed i canali umanitari fossero stati riconosciuti, tante tragedie (fra cui il naufragio del 12 maggio scorso) sarebbero state evitate.

Mai più naufragi: Diritto d’Asilo Europeo per non morire!

La nostra Europa non ha confini- Mai più clandestini, ma cittadini!

Le tappe siciliane del NoMuos tour a sostegno del NoBorders Train e della marcia europea a Bruxelles ( http://freedomnotfrontex.noblogs.org/post/category/italian/  ) saranno:

19 giugno a Pozzallo:ore 17 conferenza stampa nel piazzale antistante il CPSA(ex-dogana) nel lungomare, ore 18,30 piazza Municipio assemblea cittadina

20 giugno ad Augusta: ore 11 conferenza stampa di fronte al plesso scolastico Falcone Borsellino (scuole verdi) in via Dessiè

21 giugno a Catania: ore 18 in Piazza Stesicoro manifestazione antirazzista in via Etnea fino a via Prefettura,ore 20,30 Assemblea cittadina, con video e cena sociale in via S.Elena

21 giugno a Messina: ore 10 salone parrocchia S.Matteo (Villa Lina) Assemblea di quartiere, ore 17 campetto S.Chiara (Villa Lina) “Giochi senza permesso”/Circo sociale per piccoli e grandi, ore 21 campetto S.Chiara “Festa della musica, tradizioni popolari dai Sud del mondo”

                                                                                                                                                             Coordinamento regionale dei comitati NoMuos ( http://www.nomuos.info/ ),

                                                                                                                                                                                  Borderline Sicilia, Rete Antirazzista Catanese

hanno aderito:Circolo Arci Thomas Sankara-Me, Teatro Pinelli, NoMuos Massa S.Nicola (Me), ANPI-Ct, LaCittà felice, Cobas Scuola-Ct, LILA, Catania bene comune, Arci gay-Ct, Rifondazione Comunista-Ct

Nonprofit, la riforma (evanescente) di Renzi Fonte: sbilanciamoci | Autore: Alessandro Messina

La consultazione avviata dal premier per una riforma del terzo settore ha il merito di rimettere al centro della riflessione politica le organizzazioni senza scopo di lucro. Ma per ora non si tratta che di una vaga e generica enunciazione di obiettivi, condita da molte affermazioni di principio, e qualche errore tecnico

Anche sul nonprofit Matteo Renzi conferma le sue principali caratteristiche. La consultazione avviata per una riforma del cosiddetto terzo settore (1) ha indubbiamente dei meriti: rimette lo sviluppo delle organizzazioni senza scopo di lucro al centro della riflessione politica dopo oltre un decennio di oblio, e lo fa con un piglio riformista che non si vedeva dai tempi del primo governo guidato da Romano Prodi (1996) e dalla riforma dell’assistenza sociale firmata da Livia Turco (2000) (2) . Ma, altro tratto distintivo del nostro premier, il tutto sembra essere tanto veloce quanto evanescente, con un’estrema superficialità della forma, che si auspica non ne celi altrettanta nell’affrontare la sostanza dei problemi.

Partiamo dalla forma: il “come” non è mai materia secondaria in un processo politico e amministrativo, diventa poi di particolare importanza quando si lancia pubblicamente un ambizioso “Civil Act”, facendo intendere di voler chiamare a raccolta la società civile per selezionare idee, buone pratiche, suggerimenti degli addetti ai lavori. Qui già c’è la prima delusione: nel 2014 una consultazione pubblica che non si basi su un articolato definito ma su dei principi guida, delle enunciazioni generali e generiche, quale è il testo pubblicato dal Governo, non può essere realizzata semplicemente mettendo a disposizione una casella di posta elettronica a cui scrivere. Si trasferiscono così sulla consultazione significativi problemi di metodo ed efficacia nella gestione dei contenuti: chi leggerà ogni singola email? chi ne tradurrà in termini statisticamente aggregabili i messaggi? chi garantirà che in questo processo non si annacquino contributi specialistici, tecnici, inevitabilmente multidisciplinari in una materia tanto vasta? Sono solo alcune delle domande che si sarebbero potute evitare utilizzando modalità di rilevazione delle preferenze dei cittadini ormai affermate ed assai più sofisticate, funzionali ed efficaci. Modalità che, tra l’altro, la Presidenza del Consiglio dei Ministri conosce bene, avendole utilizzate in diverse occasioni con la piattaforma partecipa.gov.it (3) . È evidente che lo strumento tecnologico non è risolutivo in sé, e neanche fornisce garanzie sulle buone intenzioni di chi lo adotta, ma ignorare ciò che è a disposizione e preferire una conformazione della consultazione buona un decennio fa certo non favorisce la credibilità dell’intero processo.

Veniamo ora alla sostanza del documento posto in consultazione.

Come detto, non si tratta di un testo di legge, di un articolato tecnico, ma di una vaga e generica enunciazione di obiettivi, condita da molte affermazioni di principio, e qualche errore tecnico (4) .

Le questioni da enfatizzare, in estrema sintesi, sono le seguenti:

definire un assetto organico della normativa : ottimo, in tanti lo chiedono da tempo. Va fatto però avendo bene in mente i tanti “terzi settori” che compongono il comparto. Ricordando cioè che, dati Istat, l’82% delle risorse economiche è in mano al 5% delle organizzazioni, e che meno del 7% degli occupati si trova nel settore cultura, ricreazione e sport, che invece rappresenta il 65% delle istituzioni. Sparare nel mucchio, dunque, serve a poco;

sviluppare il potenziale di crescita : bene, se ci si mette d’accordo sulla premessa. Cerchiamo una crescita netta o sostitutiva? L’incremento dell’occupazione degli ultimi dieci anni nelle istituzioni nonprofit (31% al netto di effetti di tipo statistico) è stata quasi interamente guidata da un travaso di posti di lavoro dalla pubblica amministrazione, in particolare nei comparti nevralgici del welfare (assistenza, scuola, sanità) (5) . Le vere potenzialità di sviluppo “netto” (aggiuntivo) del terzo settore sono fuori da questo ambito, in quei rami di attività dove può essere reale l’innovazione e lo Stato non è presente (e non lo sarà di certo in futuro): nell’ambiente, nella cultura, nel turismo e nel consumo responsabile, ecc.;

far decollare l’impresa sociale : qui entrerà in pista la proposta Bobba-Lepri, di cui già si è scritto (6) . Certamente, se inserito in un contesto organico di riforma, il testo potrà guadagnare efficacia e superare alcune delle attuali criticità. Resta la questione dirimente di un approccio radicale all’imprenditorialità sociale: se tutto ciò che è “minimamente” economico deve essere equiparato all’impresa, si rischia veramente di uccidere in culla tanti esperimenti di “economia alternativa”. C’è da augurarsi che si stemperi questa visione, lasciando lo spazio – tra il puro volontariato e l’impresa sociale vera e propria – per una zona di “sperimentazione” di pratiche economiche alternative, orizzontali, di auto-organizzazione;

promuovere una finanza dedicata alle imprese sociali : qui serve comprendere bene cosa già c’è e cosa manca. Il credito, bene o male, c’è. Va reso meno penalizzante per le banche, che quando prestano 100 euro ad una nonprofit – di fatto meno rischiosa – devono accantonare un 33% di capitale in più rispetto ad una microimpresa o ad una persona fisica. È un’anomalia regolamentare tutta italiana che va eliminata quanto prima. Già così si libererebbero 2-3 miliardi di euro di credito in più. Ciò che manca è l’equity, il capitale “di rischio”, che sia paziente, non speculativo, se possibile aperto a processi partecipativi (dunque disposto a non egemonizzare le assemblee). Il lancio di un fondo pubblico a ciò orientato potrebbe fare da catalizzatore di risorse anche private;

dare spazio all’innovazione finanziaria : le Linee guida citano il crowdfunding e non sembra un bene. Il caso dell’equity crowdfunding per le start-up innovative è emblematico: l’intervento regolamentare della Consob ha ucciso un mercato che nasceva, rimettendo in mano alle banche (che sembrano poco interessate) uno spazio che, grazie al web, investitori e imprenditori si erano costruiti su misura (7) . Ci si augura non accada lo stesso anche con le piattaforme che si occupano di prestiti peer-to-peer e di donazioni. Servirebbe piuttosto un sostegno a queste attività, nella forma di promozione, vetrina, infrastruttura comune, che possa aumentarne la visibilità e la sicurezza. Ed evitare di fare come con il microcredito, dove l’attesa – ormai prossima ai 4 anni – dei decreti attuativi ha letteralmente congelato un mercato dalle grandi potenzialità (si badi: anche per il noprofit, considerata l’ultima versione dell’articolo 111, comma 4, del Testo Unico Bancario), lasciando però libero di imperversare l’inutile e dannoso Ente nazionale per il microcredito ( 8) .

Vedremo in che modo il Governo elaborerà e sintetizzerà gli esiti della consultazione. L’auspicio è che tutti i contributi siano resi pubblici e che il processo di valutazione e analisi sia ben più completo e rigoroso di quello di lancio. Nella forma e nella sostanza.

 

1 Civil Act – Riforma del Terzo Settore: un nuovo Welfare partecipativo, in http://www.governo.it/governoinforma/dossier/terzo_settore_linee_guida/.

2 L’unico successivo intervento di rilievo, d’altronde, è stato quello sull’impresa sociale (d.l.vo 155/2006) del secondo Governo Berlusconi, intervento che non si è distinto né per qualità del dibattito in fase legislativa né per effetti della norma una volta emanata.

3 La piattaforma è stata realizzata dalla stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Funzione Pubblica, con il supporto di Agenzia per l’Italia Digitale e Formez, ed è stata utilizzata per la Consultazione pubblica sulle Riforme Costituzionali , quella sull’Agenda digitale, sul decreto cosiddetto Destinazione Italia e diverse altre.

4 Ne citiamo una per tutte: il Governo italiano continua ad usare il termine no-profit al posto di nonprofit, nonostante l’Istat, i richiami di numerosi studiosi, la vasta letteratura disponibile (anche) sul web. No-profit significa fallimentare, insostenibile, economicamente inefficace. E’ così che Renzi vede il terzo settore? Come filantropia pura? Compassionevole? C’è da augurarsi di no. E che, pertanto, si aggiorni il testo con la giusta denominazione nonprofit (senza scopo di lucro).

5 Principali risultati del Censimento. Censimento dell’industria e dei servizi 2011, Andrea Mancini, 11 luglio 2013, in http://www.istat.it.

6 Quale futuro per il non profit? 23/04/2014 in http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Quale-futuro-per-il-non-profit-24062.

7 E la Consob affossa il crowdfunding, maggio 2013, in http://alemessina.blogspot.it/2013/06/e-la-consob-affossa-il-crowdfunding.html.

8 Il microcredito non ha bisogno di enti inutili, novembre 2013, in http://alemessina.blogspot.it/2013/01/il-microcredito-non-ha-bisogno-di-enti.html.

Sfruttamento di famiglia in un interno. Il rapporto delle Acli sulle badanti in Italia Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

Le famiglie, troppo indaffarate e spesso per vari motivi impossibilitate a seguire i propri anziani si affidano sempre più alle colf per assistere i genitori anziani. Succede così che in Italia le badanti, oltre a lavorare più del massimo previsto dalla legge (64,6%) talvolta devono svolgere anche mansioni para-infermieristiche per persone non autosufficienti dal punto di vista fisico e mentale (per il 42,4%). E come se non bastasse, lo stipendio medio mensile è di circa 800 euro contro gli 850 euro percepiti nel 2007, e per ogni ora lavorata il compenso è di 4 euro (erano 6 euro nel 2007), 2,70 euro al sud.

Questi i dati emersi dal rapporto: “Viaggio nel Lavoro di Cura – Le trasformazioni del Lavoro domestico nella vita quotidiana tra qualità del lavoro e riconoscimento delle competenze”, promosso da Acli Colf e Patronato Acli e svolto dall’Istituto di Ricerche Educative e Formative, presentato il 16 giugno a Roma in occasione della Giornata Internazionale delle Lavoratrici e dei Lavoratori Domestici.
Dal campione – 837 badanti residenti in 117 diversi comuni italiani – si evince che il 94% sono donne, e il carico di lavoro che l’11,8% di queste lavoratrici (due su tre) deve sopportare impegna addirittura sette giorni su sette, nove ore al giorno e più di 54 ore a settimana. Per soli 4 euro l’ora.Oltre all’assistenza, in un caso su due (il 67,9% al sud) le badanti devono gestire da sole persone non autosufficienti e con gravi problemi psico-fisici senza il supporto di altri specialisti quali assistenti domiciliari, infermieri e assistenti sociali. Nel 90,1% dei casi svolgono anche mansioni accessorie; il 49,8% ha la responsabilità di alcune attività para-infermieristiche e il 36,4% di tutte. “La badante è una sorta di factotum alla quale si chiede di espletare compiti eterogenei e non necessariamente connessi con l’assistenza alla persona. Basti pensare che il 43,2% delle intervistate afferma di svolgere anche lavori per la famiglia di appartenenza della persona che assiste e, in un caso su quattro, senza che per questi compiti aggiuntivi venga corrisposta alcuna integrazione economica”, sottolinea lo studio. “L’assistente diventa un soggetto al quale viene chiesto di intervenire su tutto lo spettro dei bisogni di cura della persona. In pratica, in questi casi, la badante riceve una sorta di delega in bianco, sulla quale è scritto: qualunque cosa succeda, occupatene tu”.

Nel caso di assistenza a un soggetto completamente non autosufficiente, per il 50,8% dei casi la badante non riceve alcun aiuto esterno. Tra le lavoratrici che supportano persone con scarsa autonomia psico-fisica solo il 25,6% condivide il carico lavorativo con qualche altra collega. Per quanto attiene ai contratti, nel 76,5% dei casi il rapporto di lavoro è regolato da un contratto scritto, ma il 51,1% dichiara irregolarità contributive, il 33,9% lavora in nero e il 15% afferma di non aver ricevuto nessun versamento contributivo. Due assistenti familiari su cinque confermano le difficoltà a mettersi in regola. Guadagnano di più le badanti che vivono con il loro assistito (850 euro al mese per 3,75 euro l’ora, contro le 700 euro – 4,32 l’ora – delle altre), ma solo perchè lavorano più ore. “Orari di lavoro lunghi, difficoltà a contrattualizzare il rapporto, mancata contribuzione previdenziale sono le spie di una condizione lavorativa che, nei casi più estremi, può arrivare a connotarsi in termini di sfruttamento. In termini di responsabilità personale e di rischio lavorativo, quest’ultimo è un dato da considerare con attenzione poiché senza le tutele contrattuali si perde la possibilità di veder garantita la propria posizione in eventuali situazioni problematiche”, lamenta il dossier.

Su un orario di 54 ore settimanali, le badanti ricevono poco più di 900 euro al mese al centro-nord, 540 euro nel Mezzogiorno. In generale, i salari sono più alti in città che nei piccoli comuni. “Il calo dello stipendio sembrerebbe contenuto, ma se si considerano i dati relativi agli orari di lavoro si nota una dinamica di compensazione tra stipendio e orario di lavoro. In pratica, per mantenere un livello retributivo minimamente soddisfacente le badanti lavorano di più, abbassando il proprio costo orario. La formula è più lavoro, per lo stesso stipendio.”

Il rapporto fa anche il quadro della situazione geo-culturale delle colf: il 58% ha tra i 45 e i 64 anni e il 64,8% proviene dall’Est Europa, e tra queste una su quattro è romena. Una su tre è andata all’università (il 21,2% si è laureata) e in generale il 54,4% ha studiato per almeno nove anni. Il 22,4% ha avuto un’esperienza formativa in campo medico-infermieristico, e tre su quattro non hanno legami matrimoniali.

Il 44,3% delle lavoratrici dichiara che negli ultimi anni il lavoro è aumentato senza che a questo corrispondesse un incremento dello stipendio. “La crisi economica ha impattato sugli standard minimi di lavoro, in alcuni casi provocando un peggioramento. Una trasformazione che non riguarda solo orari e salari”, enuncia lo studio.
A tutto questo di aggiungono gli effetti collaterali del troppo lavoro: il 68,6% soffre di mal di schiena, il 40,6% di altri dolori fisici, il 39,4% di insonnia, il 33,9% di ansia o depressione. Un lavoro logorante, che influisce sulla salute della lavoratrice specialmente se condotto con ritmi di lavoro così serrati. Inoltre, nell’ultimo anno una badante su tre non è mai andata da un medico a controllare il proprio stato di salute, il 44,2% tra le under 35.

Nonostante questi dati, l’autopercezione della professione è positiva: le badanti non considerano “squalificante” il loro mestiere, tanto che l’81,6% non ha problemi a dire agli altri ciò che fa nella vita, e il 59,5% ritiene che “badante” sia il termine migliore per descrivere il lavoro che fa. “Un’espressione per anni considerata squalificante trova l’approvazione della stragrande maggioranza delle lavoratrici”, afferma lo studio. Tuttavia, tra le intervistate la metà ritiene che le persone comuni non abbiano consapevolezza della valenza sociale del lavoro di cura, ma l’altra metà ha un punto di vista più positivo: “Il lavoro di cura non ha, nelle percezione di chi lo svolge, caratteristiche socialmente stigmatizzanti ma sconta un deficit di riconoscimento sociale: questa sfasatura può essere una fonte di disillusione per le lavoratrici e influire negativamente sulle motivazioni personali, elemento quest’ultimo che, nello svolgimento di un lavoro stressante e logorante, conta molto. ”

Le badanti che nel 2012 hanno prestato servizio in Italia secondo l’Inps sono oltre 456 mila. Una cifra considerevole, e una categoria che risente anch’essa della crisi. “Occorrono politiche che prevedano meccanismi di sostegno al reddito, come l’intera detraibilità del costo del lavoro di cura. Così si contribuisce anche all’emersione dal nero”, ha dichiarato il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico.

Premio a Zanotelli, ma il Tribunale di Napoli gli nega l’auditorium Fonte: Il Manifesto | Autore: Adriana Pollice

Il tri­bu­nale di Napoli sbatte la porta in fac­cia ad Alex Zano­telli. Il padre com­bo­niano avrebbe dovuto rice­vere il pre­mio Nel­son Man­dela per l’impegno civile, etico e umano nella difesa dei diritti dei più deboli, della pace e della terra presso l’auditorium del Palazzo di giu­sti­zia. A Tony Ser­villo era indi­riz­zata una targa per il valore civile dell’impegno arti­stico. Pro­mo­tori dell’iniziativa l’Istituto ita­liano per gli studi delle poli­ti­che ambien­tali e l’Ordine degli avvo­cati, ini­zia­tiva col­la­te­rale al corso di Diritto ambien­tale. Lunedì però è arri­vata la revoca dell’autorizzazione da parte dell’ufficio spe­ciale del tri­bu­nale per vizi di carat­tere for­male e sostan­ziale. La richie­sta per l’utilizzo dello spa­zio da 400 posti era arri­vata mesi prima in forma gene­rica, nella domanda non si men­zio­na­vano Zano­telli e Ser­villo, ma poi era stata inviata una nota inte­gra­tiva una volta avuta la cer­tezza della loro par­te­ci­pa­zione. La moti­va­zione del vizio for­male for­ni­sce una chiave inter­pre­ta­tiva: la pre­mia­zione è incom­pa­ti­bile con le fina­lità isti­tu­zio­nali del luogo. In una sala dove si sono svolti buf­fet, ini­zia­tive poli­ti­che e pre­sen­ta­zioni di libri non si può pre­miare Zanotelli.La ceri­mo­nia si è svolta ugual­mente nella saletta del con­si­glio dell’Ordine: una folla di per­sone accal­cate per ascol­tare la lec­tio magi­stra­lis di Zano­telli, che lo scorso set­tem­bre ha rice­vuto dall’università di Bari la lau­rea hono­ris causa in legge nella sede distac­cata di Taranto, per sot­to­li­neare nella città dell’Ilva il suo impe­gno per i diritti e l’ambiente. «E’ un atto grave con­tro di me, certo non con­tro Ser­villo — rac­conta Zano­telli -, in un momento sto­rico in cui la magi­stra­tura sta pesando sui movi­menti di base come i No Tav. Erri De Luca verrà por­tato in tri­bu­nale per reato di opi­nione. Un fatto estre­ma­mente grave. Nella lec­tio ho rac­con­tato la mia sto­ria, ho spie­gato come diritti umani e ter­ri­to­rio, giu­sti­zia sociale e ambiente siano legati. Ho rac­con­tato le bat­ta­glie per l’acqua pub­blica, ho spie­gato che la legge in discus­sione al senato sugli eco­cri­mini è ver­go­gnosa. Ho chie­sto l’impegno di avvo­cati e magi­strati per i diritti di rom e migranti. Ora devono dirci cos’è che li ha spaventati».

Il pre­si­dente del tri­bu­nale di Napoli, Carlo Alemi, spiega di non con­di­vi­dere la scelta: «Par­lare di pace equi­vale a par­lare di temi isti­tu­zio­nali». Costanza Boc­cardi di Tea­tri Uniti era in sala con Ser­villo: «Ritengo si sia trat­tato di una deci­sione poli­tica, un attacco al dis­senso e ai movi­menti. Impe­dire a Zano­telli di par­lare in un’istituzione pub­blica è stato un atto di cen­sura pre­ven­tiva. Hanno per­sino allon­ta­nato molte per­sone dicendo che l’evento non c’era». Ma per­ché padre Alex era stato invi­tato? «Con la sua lec­tio magi­stra­lis sui diritti umani — spiega Mau­ri­zio Mon­talto, pre­si­dente dell’Iispa — ha lan­ciato a magi­strati e avvo­cati una sfida: con­di­vi­dere le bat­ta­glie civili in difesa dei diritti fondamentali».

Guido Viale: La riforma della P.A. in quattro mosse Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Viale

Come tutte le altre, anche la riforma della Pub­blica Ammi­ni­stra­zione pro­mossa da Renzi con­si­ste di grandi annunci e di pochi prov­ve­di­menti imme­diati che basto­nano alcuni per far con­tenti altri, riman­dando il “sodo” al dopo. Si dimez­zano i per­messi sin­da­cali; si impone una mobi­lità anche ter­ri­to­riale (fino a 50 km, che non sono pochi) e si allarga l’area dello spoil system nelle posi­zioni api­cali.
Il bastone è per i pub­blici dipen­denti, iden­ti­fi­cati come causa dell’inefficienza dell’“azienda Ita­lia”. Quelli da far con­tenti sono i poli­tici che potranno avere diri­genti obbe­dienti e i Bru­netta di turno: cioè chi pensa, e non sono pochi, “pub­blici dipen­denti = fan­nul­loni”. Quanto al rior­dino verrà in un secondo tempo… Ma intorno alla Pub­blica Ammi­ni­stra­zione si accu­mula in realtà un gro­vi­glio di pro­blemi che inve­ste l’insieme della società italiana.Il primo è quello della produttività

L’Italia, si dice, con­ti­nua a per­dere posi­zioni nei con­fronti dei part­ner euro­pei. Ma la pro­dut­ti­vità del lavoro si misura con il rap­porto tra valore aggiunto (che aggre­gato a livello nazio­nale è il Pil) e ore lavo­rate. Ad aumen­tare que­ste (il deno­mi­na­tore) a parità di pro­dotto con­cor­rono molti costi ammi­ni­stra­tivi (ingenti per­ché sono troppi, in ter­mini di tempo e impe­gno di per­so­nale, gli adem­pi­menti a cui fare fronte, die­tro a cui si rea­liz­zano spesso vere e pro­prie estor­sioni) e molte finte assun­zioni di chi sta lì e non pro­duce niente. Men­tre a ridurre il valore aggiunto (il nume­ra­tore) con­corre tutto ciò che viene regi­strato come costo diverso da quello del lavoro: sia le tan­genti in senso stretto, nasco­ste sotto altre voci, che le rega­lìe e le con­su­lenze di cui è gra­vato chiun­que lavori in tutto o in parte per la pub­blica ammi­ni­stra­zione; poi i costi di un’urbanizzazione sel­vag­gia (la logi­stica di un tes­suto pro­dut­tivo costruito senza piani non per­dona) e quelli di una infra­strut­tu­ra­zione distorta per­ché il sistema dei tra­sporti manca di un dise­gno com­ples­sivo.
Sono tutte cose che dipen­dono dalla poli­tica, ma che pas­sano attra­verso la pub­blica ammi­ni­stra­zione, inci­dendo spesso sul ren­di­mento dell’impresa ben più del costo del lavoro o dei gua­da­gni gene­rati dagli investimenti.

Il secondo pro­blema si chiama pub­blico o privato?

Stato o mer­cato? Fin­ché ci si attiene al dogma che pri­vato è effi­ciente e pub­blico no, non se ne esce. Per­ché l’intreccio tra pub­blico e pri­vato è tal­mente stretto – spe­cie, ma non solo, quando sono in ballo opere e ser­vizi pub­blici o for­ni­ture con­nesse – che è impos­si­bile distin­guere tra l’uno e l’altro. Il pub­blico, si dice, è sot­to­po­sto a tutte le pres­sioni della poli­tica, del clien­te­li­smo, del fami­li­smo; non ha un cri­te­rio per misu­rare le sue per­for­mance, per­ché l’unico cri­te­rio valido è il pro­fitto, cioè il rap­porto costi-ricavi, a cui pre­sta atten­zione solo chi rischia in pro­prio un capi­tale. Per que­sto Renzi con­ti­nua l’attacco dei suoi pre­de­ces­sori con­tro i ser­vizi pub­blici: per pri­va­tiz­zarli. Ora, solo per fare un esem­pio, con­fron­tate quell’affermazione con que­sta: «il Maz­za­cu­rati spiega che il magi­strato delle acque non è in grado di assu­mere 30 o 40 per­sone, ‘allora gliele assu­miamo noi’». (Cor­riere della sera, 15.6.2014). «Noi» sta per Con­sor­zio Vene­zia nuova, ente pri­vato; il magi­strato delle acque, invece, è un ente pub­blico. E’ così dap­per­tutto. Per­ché l’alternativa non è tra pub­blico e pri­vato; è tra pub­blico e pri­vato, da un lato, e comune, cioè tra­spa­rente e par­te­ci­pato, dall’altro. Ci torneremo.

Il terzo pro­blema si chiama merito

E’ l’ideologia uffi­ciale della com­pe­ti­zione di tutti con­tro tutti, estesa dal mondo delle imprese a quello del lavoro. Ogni lavo­ra­tore deve met­tersi in com­pe­ti­zione con i suoi com­pa­gni: per un avan­za­mento o per evi­tare un arre­tra­mento, che può anche essere il licen­zia­mento; e i lavo­ra­tori di ogni impresa devono met­tersi in com­pe­ti­zione con quelli di tutte le altre per non soc­com­bere insieme alla loro impresa. La stessa logica si vuole intro­durre nella PA. Il con­cetto di merito, che nasconde le dise­guali con­di­zioni di par­tenza, ma anche la dise­gua­glianza dei vin­coli a cui si è sog­getti o dei con­te­sti in cui si opera, è ciò che dovrebbe deci­dere chi vince e chi perde e legit­ti­marne il risul­tato. Ma chi decide del merito? La gerar­chia, cioè chi si trova già “al di sopra”; e non per merito, ma per qual­che altro motivo. Altri­menti con la sto­ria del merito si risa­li­rebbe all’infinito. Così, affi­dando ai diri­genti il com­pito di valu­tare se stessi e i pro­pri dipen­denti, non si fa che per­pe­tuare i vizi che si pre­tende di correggere.

Il quarto pro­blema si chiama spen­ding review

Il governo deve cavare dalla spesa pub­blica 30 miliardi in tre anni per far fronte ai vin­coli di bilan­cio. Anzi, dal 2016 dovrà cavarne fuori altri 50 ogni anno per rispet­tare il fiscal com­pact. Come si fa? Si tagliano i ser­vizi per ripa­gare debito pub­blico e inte­ressi e si affida ai diri­genti della PA il com­pito di deci­dere quali ser­vizi sop­pri­mere. Se non ci rie­scono si pro­ce­derà con tagli lineari. In ogni caso la qua­lità del ser­vi­zio pub­blico peg­giora dra­sti­ca­mente e così si potrà dire che pri­vato è bello; anche nei casi, come la sanità, in cui il pri­vato si regge inte­ra­mente su soldi pubblici.

Come uscirne? Come ovun­que, con una com­bi­na­zione di par­te­ci­pa­zione e con­flitto. Par­te­ci­pa­zione vuol dire che ad affron­tare i pro­blemi – inef­fi­cienza, cor­ru­zione, clien­te­li­smo, pri­vi­legi, opa­cità – e a defi­nire le solu­zioni non pos­sono che essere, in forma con­di­visa, gli inte­res­sati: i dipen­denti pub­blici, uffi­cio per uffi­cio, in un con­fronto aperto con gli utenti e con la cit­ta­di­nanza, che quel ser­vi­zio lo pagano con le tasse, o con una loro rap­pre­sen­tanza. In ogni ospe­dale, un uffi­cio finan­zia­rio, un’anagrafe o una scuola – o qual­cosa di pre­sunto tale, come un Mose o un Expo – chi si trova a lavo­rare al suo interno o ai suoi con­fini ne sa abba­stanza per rico­struire, in un con­fronto aperto con col­le­ghi, cit­ta­di­nanza attiva e utenti, un qua­dro di insieme di quel che succede.

Non si capi­sce per­ché solo Raf­faele Can­tone, e solo ora, debba avere accesso a dati come bandi, gare, con­tratti e bilanci che, resi noti a tutti per tempo e in forma leg­gi­bile, costi­tui­scono uno dei pre­sup­po­sti ine­lu­di­bili della demo­cra­zia: cioè la tra­spa­renza; ovvero, open data, come la chiama Mas­simo Vil­lone (il mani­fe­sto, 12.6.2014). Tesi con cui con­cordo, men­tre dis­sento dall’altro rime­dio pro­po­sto: il whi­ste­blo­wer, cioè affi­dare all’iniziativa del sin­golo la denun­cia di ciò che non fun­ziona o che è aper­ta­mente ille­gale, garan­ten­do­gli ade­guate pro­te­zioni. Natu­ral­mente ben venga il whi­stle­blo­wer; ma quello di cui c’è biso­gno è un’azione col­let­tiva: la pos­si­bi­lità per i dipen­denti, in con­trad­dit­to­rio con utenti e con­tri­buenti, di entrare nel merito di come deve essere orga­niz­zato e fun­zio­nare il loro ser­vi­zio e di che cosa deve essere sop­presso, cam­biato, o denun­ciato come ille­gale. Natu­ral­mente nel rispetto delle com­pe­tenze spe­cia­li­sti­che, che devono però essere anche loro sot­to­po­ste a un con­trad­dit­to­rio tra pari. (In un con­te­sto del genere diven­te­rebbe più sem­plice anche affron­tare la mobi­lità interna: libe­rare gli uffici affol­lati da per­so­nale inu­tile, per­ché inu­tili sono le pra­ti­che e le atti­vità che svolge, per tra­sfe­rirlo su base volon­ta­ria, con deci­sioni con­di­vise e con ade­guati per­corsi di for­ma­zione, ad altri ser­vizi). Si tratta nel com­plesso di un’opera di autoe­du­ca­zione alla con­di­vi­sione delle respon­sa­bi­lità e un pre­sup­po­sto essen­ziale per rifon­dare dal basso la demo­cra­zia. Ed è anche l’unico metodo effi­cace per ripor­tare la spesa pub­blica non entro i para­me­tri del fiscal com­pact, ma entro quelli della soste­ni­bi­lità sociale e ambien­tale. Il Mose dovrebbe insegnarlo.

Uto­pia? No. C’è anche chi ha già cer­cato di met­tere in pra­tica que­sta linea di con­dotta di ele­men­tare buon senso. Due anni fa avevo avan­zato su que­sto gior­nale una pro­po­sta del genere. Mi aveva rispo­sto una dipen­dente del Comune – guarda caso! – di Vene­zia, docu­men­tando un’iniziativa simile che aveva preso con nume­rosi col­le­ghi: ave­vano fatto parec­chie riu­nioni e messo a punto altret­tante pro­po­ste; ma il pro­cesso era stato ben pre­sto bloc­cato dalla diri­genza. In quella let­tera non si par­lava del Mose. Ma è chiaro che un Comune che da anni si regge in quel modo, un pro­cesso di con­di­vi­sione del genere non se lo poteva permettere.